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TORINO. I Macchiaioli. Arte italiana verso la modernità.

Gli antefatti, la nascita e la stagione iniziale e più felice della pittura macchiaiola, ossia il periodo che va dalla sperimentazione degli anni Cinquanta dell’Ottocento ai capolavori degli anni Sessanta, saranno i protagonisti della mostra che per la prima volta alla GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino valorizzerà il dialogo artistico tra Toscana, Piemonte e Liguria nella ricerca sul vero.
I macchiaioli. Arte italiana verso la modernità”, organizzata e promossa da Fondazione Torino Musei, GAM Torino e 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE, a cura di Cristina Acidini e Virginia Bertone, con il coordinamento tecnico-scientifico di Silvestra Bietoletti e Francesca Petrucci, vede la collaborazione dell’Istituto Matteucci di Viareggio e presenta circa 80 opere provenienti dai più importanti musei italiani, enti e collezioni private, in un ricco racconto artistico sulla storia del movimento, dalle origini al 1870, con affascinanti confronti con i loro contemporanei italiani.
L’esperienza dei pittori macchiaioli ha costituito uno dei momenti più alti e significativi della volontà di rinnovamento dei linguaggi figurativi, divenuta prioritaria alla metà dell’Ottocento. Fu a Firenze che i giovani frequentatori del Caffè Michelangiolo misero a punto la ‘macchia’. Questa coraggiosa sperimentazione porterà a un’arte italiana “moderna”, che ebbe proprio a Torino, nel maggio del 1861, la sua prima affermazione alla Promotrice delle Belle Arti. Negli anni della sua proclamazione a capitale del Regno d’Italia, Torino visse una stagione di particolare fermento culturale. È proprio a questo periodo, e precisamente nel 1863, che risale la nascita della collezione civica d’arte moderna – l’attuale GAM – che aveva il compito di documentare l’arte allora contemporanea.
A intessere un proficuo dialogo con la pittura macchiaiola è la prestigiosa collezione ottocentesca della GAM, che favorisce un’inedita occasione di studio. In questa prospettiva un’attenzione particolare viene restituita ad Antonio Fontanesi, nel bicentenario della nascita, agli artisti piemontesi della Scuola di Rivara (Carlo Pittara, Ernesto Bertea, Federico Pastoris e Alfredo D’Andrade) e ai liguri della Scuola dei Grigi (Serafino De Avendaño, Ernesto Rayper), individuando nuovi e originali elementi di confronto con la pittura di Cristiano Banti, Giovanni Fattori, Telemaco Signorini, Odoardo Borrani, protagonisti di questa cruciale stagione artistica.
Il percorso prenderà il via con il racconto della formazione dei protagonisti, necessario per far apprezzare a pieno il contributo innovativo dei macchiaioli all’interno della storia dell’arte. Dalle opere di pittori e maestri accademici di gusto romantico o purista, come Giuseppe Bezzuoli, Luigi Mussini, Enrico Pollastrini, Antonio Ciseri, Stefano Ussi, ai giovani futuri macchiaioli come Silvestro Lega, Giovanni Fattori, Cristiano Banti, Odoardo Borrani: attraverso il confronto delle opere sarà evidenziata la loro educazione tradizionale, rispettosa dei grandi esempi rinascimentali.
77_CecioniA punteggiare la mostra è la partecipazione delle opere scelte alle prime Promotrici di Belle Arti e alla prima Esposizione nazionale di Firenze del 1861; sullo sfondo è la visita all’Esposizione Internazionale di Parigi del 1855, che fu un avvenimento decisivo per i giovani macchiaioli, suscitando grande curiosità ed emulazione nei confronti della nuova visione “oggettiva” e diretta. In questa cornice, sarà presentato al pubblico il dialogo che sospinse alcuni artisti tra Piemonte, Liguria e Toscana a condurre le ricerche “sul vero”. Furono anni di sperimentazione in cui le ricerche sul colore-luce, condotte en plein air, crearono un comune denominatore tra pittori legati in gruppi e cenacoli, di cui l’esempio più noto fu quello dei macchiaioli toscani.
Si affronta quindi la sperimentazione della macchia applicata al rinnovamento dei soggetti storici e di paesaggio, con opere degli anni Cinquanta e dei primi Sessanta, durante i quali talvolta gli amici si trovavano vicini a dipingere lo stesso soggetto da angolature di poco variate, così da evidenziare il loro percorso comune e il proficuo dialogo intessuto in quegli anni di profondi mutamenti non solo artistici, ma politici e culturali in senso ampio.
A seguire si propongono le scelte figurative dei macchiaioli dall’Unità d’Italia a Firenze capitale e gli ambienti in cui maturò il linguaggio macchiaiolo: dalle movimentate estati trascorse a Castiglioncello, nella tenuta di Martelli, ai più pacati pomeriggi autunnali e primaverili a Piagentina, nell’immediata periferia fiorentina, ove gli artisti si erano ritirati a lavorare al riparo dalle trasformazioni della Firenze moderna, accentuate dal 1865 dal suo ruolo di capitale dell’Italia unita.
L’ultimo capitolo del viaggio affianca alle opere l’esperienza cruciale di due riviste: il «Gazzettino delle Arti del Disegno», pubblicata a Firenze nel 1867, e l’«Arte in Italia», fondata due anni dopo a Torino e che accompagna le vicende artistiche italiane sino al 1873. Sulle colonne del «Gazzettino» Martelli, Signorini e altri critici presentano il loro sensibile e acuto spirito di lettura nei confronti delle espressioni contemporanee europee e la consapevolezza di una ulteriore svolta evolutiva della pittura, che si lascia alle spalle il pur glorioso linguaggio della macchia, che, a quel punto, mostrava di aver compiuto il suo ruolo innovatore. Un impegno sul fronte della critica destinato idealmente a proseguire sul mensile «L’arte in Italia», rivista che contribuì al rinnovamento dell’ambiente artistico piemontese con personalità come Giovanni Camerana, tra i più lucidi sostenitori delle ricerche sul vero condotte da Fontanesi e dalla Scuola di Rivara. Ciò che la mostra restituisce è quindi l’occasione non solo per ammirare capolavori assoluti della pittura macchiaiola, ma permetterne una migliore comprensione sottolineando il dialogo che ha unito gli artisti di varie parti d’Italia nella ricerca tesa alla modernità.

Info:
GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea – Via Magenta, 31 Torino, dal 26 ottobre 2018 al 24 marzo 2019
Da martedì a domenica: 10.00 – 18.00 Lunedì chiuso
Il servizio di biglietteria termina un’ora prima della chiusura
BIGLIETTI | Intero € 13,00 | Ridotto € 11,00

ROMA. “Ovidio Amori, miti e altre storie” una mostra raffinata alle Scuderie del Quirinale.

Ovidio, il ”cantore dei teneri amori” e delle favole degli dei torna a Roma dopo duemila anni dall’esilio di Tomi sul Mar Nero (oggi Costanza in Romania), in cui finì i suoi giorni, dove lo aveva confinato nell’8 d. C. Augusto. Neppure Tiberio revocò il provvedimento. Torna con una raffinata e colta mostra “Ovidio. Amori, miti e altre storie” ospitata alle Scuderie del Quirinale fino al 2o gennaio 2019.
Tutte le opere esposte sono ispirate dalle sue parole e dalle sue immagini, dalla poesia che lo ha reso immortale (catalogo L’Erma di Bretschneider) . Una mostra che giunge a compimento delle celebrazioni per il bimillenario ovidiano (Sulmona 43 a. C. – Tomi 17 o 18 d. C.), al culmine di un progetto, iniziato una decina d’anni fa da Francesca Ghedini e dal suo gruppo di letterati, storici dell’arte e della miniatura all’Università di Padova che ha organizzato tre convegni su Ovidio e dato alle stampe più di duecento articoli scientifici. E’ dedicata a “uno dei più prolifici poeti dell’antichità, inarrivabile cantore di sentimenti universali, l’amore, l’odio, il risentimento, la vendetta, autore di capolvori come “Amores”, “Ars amatoria”, “Heroides”, “Fasti”, “Metamorfosi” .
Ovidio visse e fu testimone di uno dei momenti cruciali della stori di Roma, quando Ottaviano, divenuto Augusto, trasformò la repubblica in un impero sotto la specie di una restaurazione del passato. Il poeta fu testimone di questa “rivoluzione” che riguardò non solo la forma di governo, ma anche i costumi pubblici e privati. E non la condivise, anzi la contestò più o meno apertamente, forse legato al gruppo di intellettuali e politici che faceva capo a Giulia molto critica nei confronti della politica del padre. Ovidio mette alla berlina tutti gli dei di Augusto, Giove Apollo, traditori e vendicativi. Preferisce Bacco che sposa Arianna, che non fa parte del pantheon di Augusto. E così se Giulia viene confinata a Ventotene, Ovidio accusato di immoralità, finisce nel Ponto.
Nei “Tristia” la principale opera scritta in esilio il poeta parla di due colpe “carmen et error”, un’opera poetica e un errore, se il “carmen” è certamente l’”Ars Amatoria”, sull’errore si sono lambiccati in tanti. Forse è coinvolto nello scandalo dell’adulterio di Giulia Minore, nipote dell’imperatore. Certo non riuscirà più a tornare a Roma da quel luogo che descrive come abitato da barbari e da incolti. Augusto non lo perdonò mai, insensibile alle sollecitazioni e alle preghiere, tanto era in conflitto con il suo ideale di stato, con le sue scelte religiose, morali e politiche.
E il poeta in esilio continua a scrivere, “Tristia”, “Epistulae ex Ponto” e anche poesie nella lingua locale, dicono le fonti. A dispetto dell’ostracismo la sua opera le “Metamorfosi” diventa immortale. Sarà studiata nelle scuole di retorica in epoca romana e poi mantenuta viva dagli amanuensi dei monasteri.
Fra il 1200 e il 1340 si contano una ventina di manoscritti. Alcuni, anche in preziosa foglia d’oro sono in mostra. Dante che attinge a piene mani dal suo repertorio d’immagini lo mette nel Limbo insieme ai poeti Omero, Orazio e Lucano. Presto verrà tradotto in volgare e “moralizzato”, giustificando il testo nell’ottica cristiana per avere poi pieno riconoscimento nel Rinascimento quando letterari e artisti trovano nei miti delle “Metamorfosi” la summa della letteratura classica.
Immensa la sua fortuna anche in età barocca fino agli entusiasmi dell’epoca dei lumi e alla modernità. Un poeta che ha continuato a influenzarci anche nel lessico, certi motti “nec sine te nec tecum”, né senza te né con te, sono impressi nella memoria.
Ovidio ha ispirato artisti come Shakespeare, Mozart, Strauss, Eliot fino ai contemporanei come Calvino, Bob Dylan per limitarsi agli scrittori e ai musicisti. Ma ancor di più pittori e scultori che dei suoi miti si sono nutriti.
Di questa temperie culturale vive la mostra delle Scuderie, bellissima e impegnativa. Che può essere letta a vari livelli, dal più complesso storico artistico letterario a quello immediato della pura bellezza. Presenta la poesia di Ovidio attraverso il linguaggio dell’arte antica, medievale, rinascimentale, barocca, moderna e contemporanea. Una pluralità di tecniche che vanno dalla scultura alla pittura, agli affreschi, la glittica, i codici miniati, le monete, i cassoni nuziali, i mosaici come quello con la caccia al cinghiale calidonio in tessere minutissime proveniente da Pollenza.
Fino all’installazione di Joseph Kosuth che apre la rassegna trasformando i versi del poeta in scritte luminose al neon in latino e inglese. Le parole di Ovidio guidano la mano degli artisti, che fanno rivivere la sua poesia. 250 i pezzi in mostra, provenienti da oltre ottanta musei italiani e stranieri. Fra questi si segnalano in particolare il Museo Archeologico di Napoli che ha prestato reperti pompeiani strepitosi, il Museo Archeologico di Aquileia che ha inviato la statua dell’imperatore Augusto da poco restaurata. E gli Uffizi, i Musei Vaticani, il Louvre di Parigi, la National Gallery di Londra, la Biblioteca di Gotha in Germania, il Museo Archeologico di Eretria in Grecia, la Royal Danish Library di Copenaghen. Tutte le singole opere hanno uno studio dietro, un legame con le descrizioni del poeta, sono i miti che lui descrive, i miti classici, precisa Isabella Colpo del gruppo di lavoro di Padova.
Accolti dalle scritte di Kosuth si entra in un tempietto laico in cui si conservano parole e versi, quello che rimane di Ovidio. Al centro della parete dipinto dall’Ortolano, inizio ‘500, il ritratto del poeta con penna, calamaio e libro, sullo sfondo immagini che richiamano le Metamorfosi, ai lati due manoscritti di testi ovidiani finemente decorati della seconda metà del ‘400 conservati a Parigi e la prima edizione a stampa delle opere di Ovidio impressa a Bologna nel 1471. Usciti da questa specie di sacrario si apre la prima spettacolare sezione della mostra. La parete è costituita da un grande affresco con pittura di giardino proveniente dalla Casa del bracciale d’oro di Pompei. I personaggi sulla scena sono la “Venere Callipigia”, “le più belle terga del mondo antico” da Pompei, la “Venere che si slaccia il sandalo” dal Museo di Costanza, la statua di “Eros con l’arco” dell’Archeologico di Venezia, la statuetta di “Afrodite” da Napoli. E sulle pareti altri capolavori. Dalla Casa della Caccia antica di Pompei l’affresco dalla forte carica erotica che riproduce il bacio appassionato fra Polifemo e Galatea. E ancora tutta una serie di monili, lucerne, spechi, coppe, ciondoli erotici in ambra, ceramica, bronzo, terracotta. In ideale confronto e a contrasto il mondo di Augusto e la sua famiglia e gli dei che Ovidio irride. Ecco la statua di “Antonia minore come Venere Genitrice”, i ritratti di “Agrippa”, di “Marco Claudio Marcello”, di “Giulia Maggiore”, la testa di “Tiberio” appena rientrata dagli Stati Uniti. Venne rubata, appena scavata, nel ‘43 a Sessa Aurunca dalle truppe francesi e algerine e finì in America. E poi l’”Altare dei Lari” in marmo lunense dagli Uffizi. Al centro Augusto presentato come Pontifex Maximus. Dagli Uffizi viene anche la statua di “Afrodite Pudica” del II sec. d. C. Di fronte in un rapporto antico-moderno un’altra “Venere”, quella di Botticelli, a fondo nero, dalla sensualità raffinata.
Il percorso espositivo si snoda, attraverso i secoli, lungo le sale del primo e secondo piano delle Scuderie fra sculture di età imperiale, affreschi, antichi testi, crateri apuli e pestani, preziosissimi manoscritti e dipinti di artisti che illustrano le storie di Ovidio secondo i gusti del loro tempo. Impossibile, vista l’ampiezza della mostra entrare nei particolari.
Al secondo piano le opere che si rifanno alle Metamorfosi, al primo con l’archeologia dominante come si conviene, gli altri miti. Come quello di Arianna. Ed ecco l ‘affresco pompeiano col risveglio di “Arianna sulla spiaggia di Nasso”, la lastra campana di età flavia con “Teseo e Arianna” ritrovata presso la chiesa di sant’Eusebio all’Esquilino a Roma, l’”Arianna dormiente” dai depositi del Museo del Bargello a Firenze, l’”Arianna abbondonata” nel delizioso rame di Carlo Saraceni e il grandioso “Bacco e Arianna” di Pompeo Batoni. Altro mito, altri artisti. “Leda e il cigno” del gruppo statuario di tarda età adrianea del Museo Archeologico di Venezia, dell’affresco di Ercolano e della Villa di Arianna a Stabia. Su un verde carico si staglia la figura di Leda con le vesti svolazzanti che regge un piccolo cigno. Viene dalla Villa della Pisanella a Boscoreale, è conservato a Parigi, lo specchio in argento che raffigura nel medaglione centrale Leda di profilo, mentre in un cammeo conservato a Napoli Leda appare semisdraiata nell’atto di accogliere Giove camuffato da cigno. Il mito di Adone, narrato da Ovidio nel libro X delle Metamorfosi, viene ripreso da Tiziano che ambienta la nascita in un ampio paesaggio. Holsteijn, Savonanzi e Jusepe de Rivera illustrano la sua morte scoperta da Venere ispirandosi anche all’Adone di Giovan Battista Marino, edito a Parigi nel 1623.
Ovidio una miniera di miti. “Il ratto di Europa” ripreso da Tintoretto nella decorazione del soffitto di una camera del palazzo veneziano di Vettor Pisani dalla Galleria Estense di Modena, “Il ratto di Europa” di Antonio Carracci dal Polo Museale dell’Emila e Romagna, che si rifà anche all’arazzo di Aracne, Europa sul cratere a campana apulo a figure rosse conservato al Museo del Louvre. Il mito di Ermafrodito e di Narciso innamorato della sua immagine fino a morire. Nelle “Metamorfosi” si narra l’infelice amore della ninfa Salmacide per Ermafrodito, figlio di Ermes e di Afrodite. La ninfa, respinta dal giovane implora gli dei di poter restare con lui eternamente ottenendo la commutazione in un solo corpo, metà uomo e metà donna. Ed ecco la statua di “Ermafrodito” da Palazzo Massimo, trovata a Roma in un edificio privato sotto il Teatro dell’Opera, ecco gli affreschi di Pompei in cui “Narciso” osserva la sua immagine riflessa nell’acqua. E i dipinti di Francesco Albani, Carlo Saraceni, Domenichino, Boltraffio. Ci sono poi i giovani che volano, Icaro e Fetonte in codici, affreschi, cammei, fronti di sarcofago, dipinti. E’ di Ludovico Carracci l’affresco strappato di forma esagonale con la “Caduta di Fetonte” che guida il carro del Sole. Proviene da un palazzo di Bologna demolito nel 1861. Di Saraceni il volo, la caduta, il seppellimento di Icaro. In un cratere apulo a figure rosse del IV sec. a. C. ritrovato a Sant’Agata dei Goti il mito di “Dedalo e Icaro”.
La mostra che si è aperta con la “Venere Callipigia”, termina al secondo piano con Ganimede coppiere degli dei. “Ganimede” ripreso in un delizioso rame di Saraceni e “Giove e Ganimede” in un bronzo di Bartolomeo Ammannati della metà del ‘500. All’apoteosi del giovane a cui si aprono le porte del cielo e dell’immortalità, rapito da Giove tramutato in aquila, fa da pendant l’apoteosi del poeta prefigurata negli ultimi versi del suo “carmen perpetuum”.
La sua fama si sarebbe estesa ovunque nelle terre domate da Roma, per tutti i secoli. Al centro della sala il gruppo scultoreo di “Ganimede con l’aquila”, un marmo bianco venato di età imperiale dagli Uffizi, già in collezione Capranica-Valle. Da un lato la sontuosa spalliera di letto con “Gli amori di Giove” di Alessandro Allori dal Bargello, committenza dei Medici come appare dalle “imprese” della famiglia dipinte entro le targhe a fondo nero, lo stesso tema è trattato da Damiano Mazza nel dipinto proveniente da Londra. A dominare è il quadro di Poussin del 1625 col “Trionfo di Ovidio”. Il poeta tiene in mano due corone di mirto, la pianta sacra a Venere, e appare coronato di alloro accanto alla dea che giace addormentata vicino a numerosi piccoli eroti indaffarati che simulano i patimenti d’amore.

Info:
Scuderie del Quirinale Via XXIV Maggio 16 Roma.
Orario: da domenica a giovedì dalle 10.00 alle 20.00, venerdì e sabato dalle 10.00 alle 2.30. Fino al 20 gennaio 2019. www.scuderiequirinale.it e info@scuderiequirinale.it

Fonte: www.qaeditoria.it, 25 ott 2018

ALBA (Cn). Dal nulla al sogno. Dada e Surrealismo dalla Collezione del Museo Boijmans Van Beuningen.

La mostra “”Dal nulla al sogno. Dada e Surrealismo dalla Collezione del Museo Boijmans Van Beuningen“”, immaginata da Marco Vallora secondo una logica espositiva che riflette le suggestioni surrealiste, nel modo di presentare le opere e di concepire un’arte non più soltanto museale e assopita, si svolgerà alla Fondazione Ferrero di Alba, dal 27 ottobre 2018 al 25 febbraio 2019.
In una decina di sezioni, dai titoli avvincenti, come Il grado zero dell’’arte Dada; Il Sogno; Eros, amour fou, trasgressione erotica; L’inconscio, il doppio, il perturbante; Arte e natura, la reinvenzione dell’uomo; Sade, Freud, Marx, muse inquietanti del vivere surreale; Esiste un’architettura surrealista? e così via… s’’inseguono, in una sorta di corridoio-fantasma dell’’immaginario fantastico d’avanguardia, opere di grandissimo livello ed impatto. Alcune anche ben riconoscibili, perché son diventate copertine di volumi, che abbiamo tutti cari, nelle nostre librerie (di Man Ray, Magritte, Dalí, Max Ernst, ecc.).
I lavori dialogano tra loro, in sintonia o contrappunto, e seguono una progressione prevalentemente tematica con attenzione alla diacronia degli eventi. Rispecchiando alcune problematiche e alcuni temi che concorrono a distinguere la poetica nichilista del Dadaismo da quella più propositiva del Surrealismo: il caso, il brutto estetico, il sogno, l’’inconscio, il rapporto con l’antico, il legame tra arte e ideologia.
Per chi ama l’’arte e predilige le sorprese raffinate, il museo Boijmans Van Beuningen di Rotterdam è una perla di museo collezionistico che affianca disegni di Dürer, stampe di Goya, raccolte di vetri preziosi e oggetti di design a rare opere italiane, gotiche, rinascimentali, settecentesche: da Beato Angelico a Jacopo del Sellaio, da Butinone a Francia, da Veronese e Tiziano, a Guardi e Piranesi. Ma anche maestri fiamminghi del valore di Van Eyck o Rembrandt, Bosch e Brueghel, Rubens e Van Dyck, la scuola dell’Aja, con Van Gogh e Toorop, e poi francesi, da Fragonard e Boucher a Monet, Degas, Cézanne, e ancora Picasso, Mondrian e Rothko, senza contare i contemporanei, da Nauman a Cattelan.
Assai importante la collezione di artisti dell’’area delle avanguardie storiche, non soltanto cubisti e costruttivisti olandesi, ma soprattutto dadaisti e surrealisti, molti provenienti dalla selettiva collezione di Edward James (1907-1984), stravagante mecenate-collezionista, poeta e viaggiatore, che si divise tra la passione di Magritte e Dalí, diventando di quest’’ultimo eccentrico mercante. Ad Alba vedremo La reproduction interdite (1937), suo celebre ritratto sdoppiato allo specchio, firmato da René Magritte, che si augurava potesse diventare suo mercante cosmopolita.
Sono molti, dunque, i capolavori che, avendo avuto finora una circolazione limitatissima, varcano oggi le frontiere e si danno appuntamento alla Fondazione Ferrero. Come spiega il curatore Marco Vallora: «In un meditato e articolato percorso, la Fondazione propone, per il suo biennale appuntamento con la grande arte, ad ottobre, una nuova mostra di ambito internazionale, originale e diversa dalle precedenti. Perché coinvolgerà libri, poesie, riviste, pamphlets di furente polemica reciproca, spezzoni di film, frammenti di musica, legati tutti ai due movimenti, lettere e manifesti, affiancati a tele e sculture innovative e spesso di rottura, di grande suggestione e rilevanza storica».
A differenza delle precedenti rassegne della Fondazione Ferrero, con capolavori di grande fascino spettacolare ma d’impianto monografico (di Casorati, Carrà, Morandi e Balla), questa mostra non si avvale soltanto di opere scenografiche come il trittico di grandi dimensioni (Paesaggio con fanciulla che salta la corda, 1936), o la bocca-divano di Mae West (conosciuta anche in repliche di design, ma qui presente in un singolare originale vintage d’’epoca) di Salvador Dalí, o ancora le inquietanti ma suggestive tele misteriose di Magritte, ma anche di documenti rarissimi, provenienti dai caveaux insondati della biblioteca del Museo. Per accompagnare il percorso della mostra, con discrezione, eppure con una forza dirompente, utile a spiegare alcuni esiti estetici dei vari movimenti e dei sotto-gruppi, sottilmente in conflitto tra loro. Breton, come è noto, è stato l’inflessibile Pontefice autoritario del movimento surrealista, che a varie epoche, ha scomunicato i suoi pupilli e colleghi, da De Chirico a Cocteau, da Bataille ad Aragon, da Dalí a Queneau. Molti dei documenti provengono dalla sua stessa biblioteca, andata clamorosamente all’’asta qualche anno fa. Talvolta ancora con le buste di invio, dediche o sottolineature d’’autore. Fotografie, dunque, calendari, cartoline, volumi illustrati, riviste storiche con copertine di grande impatto grafico, firmate da artisti come Duchamp, Masson, Picasso, Ernst, ad esempio per l’originalissima rivista «Minotaure». A cui collaborano anche, con testi anticipatori e profetici, pensatori come Bataille, Lacan, l’’etnologo e critico d’arte Michel Leiris, lo studioso dell’’immaginario e del sogno Roger Caillois, politici come Naville, storici del cinema come Sadoul. In questo contesto, uno degli elementi più spettacolari in mostra sarà infatti la presenza di spezzoni o fotogrammi di film sperimentali ed anticipatori, di firme come Desnos, Dulac, Buñuel, René Clair, Eggeling, Richter. Senza dimenticare il fatto che Dalí realizzò delle sequenze esplicitamente richiestegli da Alfred Hitchcock e da Walt Disney.
Il titolo, che mette in gioco la parola-shock del “Nulla”, in realtà deve non solo stupire e intrigare, ma anche rispettare una delle convinzioni più radicali del Dadaismo. Che non soltanto punta tutto sul Caso e sul rifiuto dell’’artista onnipotente e padrone della propria opera, ma si assoggetta alle leggi dell’’azzardo e del gioco, e vuole in particolare perorare la causa della negazione dell’arte, il rifiuto del Bello museale, con i ready-made, il diniego dell’’arte decorativa e rassicurante. L’’opera d’’arte, che quasi non è più opera e non è più nemmeno artistica, deve proporre inquietudini, malesseri e soprattutto interrogativi.
Dopo un tunnel introduttivo che accoglie e protegge i visitatori all’’entrata (e che deve simulare una sorta di viaggio dentro il corpo umano e i meandri dell’inconscio, ma essere anche, non soltanto per i bambini, un treno-fantasma, in uno di quei luna park così cari agli artisti d’avanguardia, con luci, pubblicità, affiches, graffiti e fotografie di ricercati dalla giustizia, opera di Duchamp), ecco le opere dadaiste, che aprono la mostra. Sono quelle di Man Ray, fotografo alla moda e di moda, che spesso collabora a due mani con Duchamp. Collages astratti di Schwitters e sculture di Arp, oppure teleri bislacchi e provocatori del dandy spagnolo pariginizzato Picabia. Tele dai titoli spiazzanti come Vieni con me laggiù, Egoismo o Radio concerts. Che non sono belle in sé o ruffiane, come altre opere classiche e persino delle avanguardie, ma son giochi sfrontati con l’immaginario, esercizi di non-pittura e di anti-arte, e quindi in questo senso non vanno spiegate, ma vanno inquadrate in un contesto di rifiuto, sovversione e anarchia. Perché non si può dimenticare che Dadaismo e Surrealismo, pur diversi nei loro assunti, hanno matrici e influenze comuni, che vanno dalle idee politiche di Sade e Marx, a poeti come Rimbaud, Mallarmé, Poe, e il folle antagonista di Proust, Raymond Roussel, dandy, omosessuale, drogato anche di medicine, che muore, forse suicida, a Palermo, come evocato da un bel racconto-indagine di Leonardo Sciascia. Convinto di poter diventare famoso almeno quanto Verne, scrivendo folli pièces teatrali in rime arzigogolatissime, e romanzi-rebus, dalle chiavi cifrate, amatissimo da Perec e dal Nouveau Roman, da Duchamp e Giulio Paolini.
In mostra disegni preparatori e una tela spettacolare di Dalí, ispirata al libro di Roussel Nuove impressioni d’Africa. Altra opera assai significativa è invece il ritratto immaginario di Lautréamont di Man Ray. Immaginario, perché l’autore ottocentesco degli Chants de Maldoror, illustrati sia da Dalí che da Magritte, è un personaggio misterioso, che non si sa se sia nato a Montevideo, con il nome nobiliare di Isidore Ducasse, se sia realmente esistito, se non si tratti di un autore più celebre, sotto mentite spoglie. Infatti, sotto un mollettone da stiro (impacchettato come se fosse già un’opera di Christo), telone da inaugurazione di monumento, che non permette di capire quale personaggio sia omaggiato al di sotto, Man Ray ha occultato in realtà una macchina da cucire Singer (forse in onore a Winnaretta Singer, grande mecenate del movimento e dei film in mostra). Certo in ossequio a una ormai celebre affermazione di Lautréamont: «Bello come l’incontro fortuito di una macchina da cucire e un ombrello, su un tavolo da dissezione».
Mentre di Marcel Duchamp, grazie ai prestiti del Boijmans, c’’è la possibilità assai rara di poter esporre insieme tre diverse Boîtes (La boîte verte, La boîte-en-valise, À l’infinitif) in cui a partire dagli anni Trenta Duchamp, che ha smesso di fare l’artista, ed è apparentemente diventato soltanto scacchista, rinchiude scandalosamente tutta la propria opera omnia, con l’’intenzione polemica e sarcastica di distruggere l’’idea dell’’artista genio, sostituendo alla sede pomposa del Museo una semplice valigetta, pronta a seguire il suo nomadismo costituzionale e la sua caustica ironia corrosiva.
Nella sezione della mostra che si riferisce al Sogno c’’è una sorta di ripartenza, dopo l’’azzeramento e il rifiuto radicale dell’’arte da parte dei dadaisti. Per questo la parola Sogno (che soprattutto con Dalí diventa anche incubo, privato e storico, dal momento che l’’artista spagnolo, a differenza di Picasso e degli altri personaggi legati al partito e all’’ideologia comunista, è assai compromesso con la dittatura franchista) significa libertà, levità aerea, ma anche introspezione e penetrazione nell’inconscio. Tutto questo si riflette nei quadri subacquei di Tanguy, nelle invenzioni visionarie di Brauner, nelle bambole sadomasochiste di Bellmer, nelle fotografie di Claude Cahun, nelle scatole delle ombre d’un poeta-artigiano liricissimo, come Joseph Cornell.  Ma non è tutto.

Info:
ORARI DI APERTURA: GIORNI FERIALI: dalle 15 alle 19. – SABATO E FESTIVI: dalle 10 alle 19.
GIORNI DI CHIUSURA: tutti i martedì, il 24-25-31 Dicembre 2018 e il 1° Gennaio 2019. INGRESSO GRATUITO
Fondazione Ferrero: ufficio stampa 0173 295094 – 346 3325483 ufficiostampa@fondazioneferrero.it

RANCATE (Mendrisio – Canton Ticino – CH). Il Rinascimento nelle terre ticinesi.

Nel 2010 la Pinacoteca Züst ha allestito Il Rinascimento nelle terre ticinesi. Da Bramantino a Bernardino Luini, una mostra che – per la prima volta – affrontava l’argomento. A distanza di alcuni anni si ritorna sui temi di quella fortunata esposizione: la seconda puntata di questo progetto, stavolta messo in scena da Mario Botta, nasce nell’ambito dell’anno europeo del patrimonio culturale, che vede coinvolti 28 stati all’insegna del motto: «il nostro patrimonio: dove il passato incontra il futuro».
Nel 2017 infatti il Cantone Ticino ha acquistato e destinato alla Pinacoteca Züst un dipinto di Francesco De Tatti, parte del polittico già sull’altare maggiore della chiesa di Santo Stefano a Rancate. Si avvia da qui un affondo su De Tatti, il pittore più significativo del Rinascimento nell’area di Varese.
Una sequenza di opere, finora mai riunite, permette di fare i conti con la sua cultura visiva: la luminosa tradizione che fa capo a Martino Spanzotti, uno dei grandi misconosciuti della pittura italiana del Quattrocento, riscoperto da Giovanni Testori, ma anche la Milano leonardesca di Bernardo Zenale e del Bramantino, fino a una precocissima conoscenza delle novità raffaellesche.
La mostra, nel rendere omaggio ai fondatori della storia dell’arte in Svizzera, si interroga sulle forme di conservazione e di dispersione del patrimonio artistico ticinese di epoca e stile rinascimentale, con il temporaneo rientro di opere che hanno lasciato queste terre: dalla pala di Bernardino Luini, oggi in una chiesa della campagna inglese, a un trittico di Calisto Piazza diviso tra più proprietà e per la prima volta, dopo secoli, riunito: eppure entrambi si trovavano in Santa Maria degli Angeli a Lugano. Altre opere hanno invece lasciato le sedi per cui erano state realizzate per trovare definitivo asilo nel Landesmuseum di Zurigo.

Info:
Il Rinascimento nelle terre ticinesi 2. Dal territorio al museo.
Sede: Pinacoteca cantonale Giovanni Züst, Rancate (Mendrisio), Cantone Ticino, Svizzera
Dal 28 ottobre 2018 al – 17 febbraio 2019
A cura di: Giovanni Agosti e Jacopo Stoppa
Coordinamento scientifico e organizzativo: Mariangela Agliati Ruggia e Alessandra Brambilla
Allestimento: Mario Botta
Tel. +41 (0)91 816 47 91; decs-pinacoteca.zuest@ti.ch; www.ti.ch/zuest
Orari, prezzi e servizi: da martedì a venerdì: 9-12 / 14-18 – Sabato, domenica e festivi: 10-12 / 14-18
Chiuso: il lunedì; 24, 25 e 31/12 – Aperto: 1/11; 8, 26/12; 1, 6/01
intero: CHF/€ 10.- ridotto (pensionati, studenti, gruppi): CHF/€ 8.-
Visite guidate su prenotazione anche fuori orario; bookshop; audioguide; parcheggi nelle vicinanze. Si accettano Euro.

COME RAGGIUNGERE LA PINACOTECA ZÜST
Rancate si trova a pochi chilometri dai valichi di Chiasso, Bizzarone (Como) e del Gaggiolo (Varese), presso Mendrisio, facilmente raggiungibile con l’ausilio della segnaletica. Per chi proviene dall’autostrada Milano-Lugano l’uscita è Mendrisio: alla prima rotonda si gira a destra e mantenendo sempre la destra si giunge dopo poco più di un chilometro nel centro di Rancate. La Pinacoteca è all’inizio della piazza della chiesa parrocchiale, sulla sinistra della strada. Rancate è raggiungibile anche in treno, linea Milano-Como-Lugano, stazione di Mendrisio, e poi a piedi, in 10 minuti, o con l’autobus (linea 524, Mendrisio-Serpiano).