Archivi categoria: Mostre

ROMA. PICASSO. La scultura.

Apre alla Galleria Borghese il 24 ottobre la prima mostra in Italia dedicata al Picasso scultore.
La mostra intende proseguire il lavoro di indagine sul concetto di scultura che il Museo sta portando avanti da molti anni attraverso maestri di epoche diverse. Pensata come un viaggio attraverso i secoli, seguendo il filo cronologico dell’interpretazione plastica delle forme, l’evento presenta 56 capolavori del grande maestro realizzati dal 1905 al 1964, fotografie di atelier inedite e video che raccontano il contesto in cui le sculture sono nate.
Fu durante il suo viaggio a Roma e a Napoli nel 1917 che Picasso ebbe modo di confrontarsi per la prima volta in situ con la scultura dell’antichità romana, con il Rinascimento, ma anche con le pitture murali pompeiane. Una visita alla Galleria Borghese gli permise di studiare le sculture di Bernini, del quale ritrovò le opere anche nella Basilica di San Pietro in Vaticano, che gli svelò inoltre il Michelangelo della Cappella Sistina.
La mostra alla Galleria Borghese terrà conto della sua esperienza di contatto con l’arte italiana per tornare a riflettere su grandi temi legati alla pittura e soprattutto alla scultura dal Rinascimento in avanti.
La maggior parte dei critici che ha riconosciuto l’influenza dei grandi maestri sul lavoro pittorico di Picasso, infatti, non ha saputo stimare l’impatto che la conoscenza dell’arte del passato ha avuto sulla sua scultura. In conseguenza di ciò le consonanze visive e concettuali generate dal dialogo che si propone con la mostra alla Galleria Borghese apriranno nuovi campi di riflessione.

Redattore: Renzo De Simone

Fonte: MiBAC

Info:
Roma, Museo e Galleria Borghese – piazzale Scipione Borghese, s.n.c. 00197 – Roma (RM)
fino al 03 febbraio 2019
Costo del biglietto: € 18 + € 2 di prenotazione obbligatoria; Riduzioni: € 11,50 + € 2 di prenotazione.
Prenotazione: Obbligatoria
Orario: Dal martedì alla domenica: dalle 9.00 alle 19.00; Ultimo ingresso alle ore 17.00
Telefono: +39 06 8416542 +39 06 8417645 +39 068413979 Fax: +39 06 8840756
E-mail: ga-bor@beniculturali.it; mbac-ga-bor@mailcert.beniculturali.it

VENARIA REALE (To). Il Piffetti ritrovato e altri capolavori.

Esposizione di 5 capolavori di ebanisteria firmati Pietro Piffetti.
Dopo il successo della mostra Genio e Maestria. Mobili ed ebanisti alla corte sabauda tra Settecento e Ottocento e in seguito al prezioso ritrovamento da parte dei Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Torino di uno straordinario arredo facente parte delle collezioni d’arte di Palazzo Chiablese (Torino), la Reggia di Venaria presenta nelle Sale dei Paggi una piccola ma significativa raccolta di opere di Pietro Piffetti.
“Primo ebanista del Re”, torinese di nascita (1701-1777), Piffetti seppe assecondare e aggiornare il gusto dell’arredo a partire dall’estremismo decorativo dei suoi esordi sino alla più equilibrata quiete espressiva degli ultimi lavori della sua piena maturità creativa.
I manufatti provenienti da Torino (collezione Intesa Sanpaolo, Musei Reali-Palazzo Reale, chiesa di San Filippo Neri, Palazzo Chiablese) e Venezia (Ca’ Rezzonico), e restaurati dal Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale, dimostrano l’attenzione che la corte sabauda ebbe nel promuovere per tutto il XVIII secolo la realizzazione di alcuni tra i più conosciuti e amati capolavori d’arte.
La mostra costituisce pertanto un ulteriore tassello conoscitivo e di indagine rispetto ad uno dei più capaci e prolifici “maestri del legno” del Settecento europeo.
Mostra realizzata dal Consorzio delle Residenze Reali Sabaude.
In collaborazione con la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Torino, il Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale” e Intesa Sanpaolo.
Tutte le opere sono state restaurate dal Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale”.

Info:
Sale dei Paggi, fino a Giovedì, 19 Dicembre 2019
Biglietti per la mostra e biglietto “Tutto in una Reggia”.

SAVONA. mostra d’arte contemporanea “Nascoste e palesi bellezze”.

Partecipanti alla mostra n. 52 artisti, così suddivisi:
pittori – Gianfranco Angioni, Ivo Antipodo, Emilio Beglia, Gerry Buschiazzo, Sandra Chiappori, Giulio Cosso, Lucia Curti, Lara Del Pizzo, Alessia De Stefano, Maria Giulia Drago, Luigi Esposito, Paola Failla, Fiorenza Ferrari, Alessandro Fieschi, Linda Finardi, Silvia Fucilli, Laura Gabelloni, Cristina Mantisi, Teresa Marsupino, Bruno Meldi, Gianni Nattero, Vincenzina Pessano, Adriana Podestà, Enrico Pollero, Enrico Protti, Mariella Relini, Stefania Salvadori, Mariarosa Scerbo, Laura Maria Stringini, Mariella Tissone, Aurelia Trapani, Giuseppe Trielli, Marino Vanara, Francesco Vichi
Fotografi – Cinzia Bassani, Franco Chiara, Francesca Donadini, Biagio Giordano, Giuseppe Mascarino, Matteo Musetti, Antonietta Preziuso, Angela Ruffino, Chiara Solinas, Chiara Vallarino
Ceramisti – Elisabetta Brunetti Buraggi, Brunella Coriando, Gian Genta, Grazia Genta, Giovanni Massolo, Giovanna Oreglia, Vittorio Patrone, Gianni Piccazzo
Motivazione:
Questa mostra, così articolata, colorata, ricca di tecniche e forme, vuole festeggiare i primi 15 anni di vita e di attività del Volontariato culturale che l’Associazione “Aiolfi” ha inteso fare per dare un senso allo stare insieme, e per ricordare come il bello sia parte integrante della nostra vita perchè l’Italia è il migliore Paese al mondo da tale punto di vista.
Ben n. 52 Artisti associati “Aiolfi” hanno inteso condividere questo momento così importante: il traguardo di 15 anni di attività tutta votata a far conoscere meglio il loro talento, la loro sensibilità. Non a caso questa Associazione ha adottato l’art. 9 della Costituzione Italiana e, come nobile orizzonte, cerca con le proprie forze di dare a tutti i creativi nostri associati le stesse opportunità per farsi conoscere, per incontrarsi tra loro, per riflettere sul cosa significhi far parte di una associazione di Volontariato culturale che promuove la migliore conoscenza della nostra Terra, anche attraverso il “fare” pittura, ceramica e fotografia. Speriamo che nel 2019 si possano ancora organizzare iniziative similari e, soprattutto, speriamo di avere sempre più collaborazione dai nostri associati: più siamo e più iniziative si riesce a portare a termine.
In questa mostra, dal titolo che mette in luce come la bellezza si possa trovare dentro di noi e intorno a noi, basta cercarla, capirla, rispettarla, conoscerla, ci sono artisti già molto noti affiancati da artisti quasi agli esordi: un bel messaggio che completa il “fare” di questa Associazione sempre aperta a Tutti.

Info:
Associazione Culturale “R. Aiolfi”-no profit  – Via P. Boselli 6/3, 17100-Savona
Orario: mercoledì ore 10-12, giovedì ore16-18
Tel. +393356762773 – E-mail: ass.aiolfi@libero.it
http://aiolficultura.blogspot.it
Luogo espositivo: sede del Cesavo a Savona, via Nizza 10 a 17100 Savona
Inaugurazione: 16 novembre 2018, ore 17 con saluto del Presidente “Aiolfi” Silvia Bottaro e del Presidente Cesavo Mario Accatino
Durata: dal 16 novembre al 2 dicembre 2018
Orario: da lunedì a venerdì ore 9,30 – 12 e martedì e giovedì ore 15,30 – 17; ingresso libero.

TORINO. I Macchiaioli. Arte italiana verso la modernità.

Gli antefatti, la nascita e la stagione iniziale e più felice della pittura macchiaiola, ossia il periodo che va dalla sperimentazione degli anni Cinquanta dell’Ottocento ai capolavori degli anni Sessanta, saranno i protagonisti della mostra che per la prima volta alla GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino valorizzerà il dialogo artistico tra Toscana, Piemonte e Liguria nella ricerca sul vero.
I macchiaioli. Arte italiana verso la modernità”, organizzata e promossa da Fondazione Torino Musei, GAM Torino e 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE, a cura di Cristina Acidini e Virginia Bertone, con il coordinamento tecnico-scientifico di Silvestra Bietoletti e Francesca Petrucci, vede la collaborazione dell’Istituto Matteucci di Viareggio e presenta circa 80 opere provenienti dai più importanti musei italiani, enti e collezioni private, in un ricco racconto artistico sulla storia del movimento, dalle origini al 1870, con affascinanti confronti con i loro contemporanei italiani.
L’esperienza dei pittori macchiaioli ha costituito uno dei momenti più alti e significativi della volontà di rinnovamento dei linguaggi figurativi, divenuta prioritaria alla metà dell’Ottocento. Fu a Firenze che i giovani frequentatori del Caffè Michelangiolo misero a punto la ‘macchia’. Questa coraggiosa sperimentazione porterà a un’arte italiana “moderna”, che ebbe proprio a Torino, nel maggio del 1861, la sua prima affermazione alla Promotrice delle Belle Arti. Negli anni della sua proclamazione a capitale del Regno d’Italia, Torino visse una stagione di particolare fermento culturale. È proprio a questo periodo, e precisamente nel 1863, che risale la nascita della collezione civica d’arte moderna – l’attuale GAM – che aveva il compito di documentare l’arte allora contemporanea.
A intessere un proficuo dialogo con la pittura macchiaiola è la prestigiosa collezione ottocentesca della GAM, che favorisce un’inedita occasione di studio. In questa prospettiva un’attenzione particolare viene restituita ad Antonio Fontanesi, nel bicentenario della nascita, agli artisti piemontesi della Scuola di Rivara (Carlo Pittara, Ernesto Bertea, Federico Pastoris e Alfredo D’Andrade) e ai liguri della Scuola dei Grigi (Serafino De Avendaño, Ernesto Rayper), individuando nuovi e originali elementi di confronto con la pittura di Cristiano Banti, Giovanni Fattori, Telemaco Signorini, Odoardo Borrani, protagonisti di questa cruciale stagione artistica.
Il percorso prenderà il via con il racconto della formazione dei protagonisti, necessario per far apprezzare a pieno il contributo innovativo dei macchiaioli all’interno della storia dell’arte. Dalle opere di pittori e maestri accademici di gusto romantico o purista, come Giuseppe Bezzuoli, Luigi Mussini, Enrico Pollastrini, Antonio Ciseri, Stefano Ussi, ai giovani futuri macchiaioli come Silvestro Lega, Giovanni Fattori, Cristiano Banti, Odoardo Borrani: attraverso il confronto delle opere sarà evidenziata la loro educazione tradizionale, rispettosa dei grandi esempi rinascimentali.
77_CecioniA punteggiare la mostra è la partecipazione delle opere scelte alle prime Promotrici di Belle Arti e alla prima Esposizione nazionale di Firenze del 1861; sullo sfondo è la visita all’Esposizione Internazionale di Parigi del 1855, che fu un avvenimento decisivo per i giovani macchiaioli, suscitando grande curiosità ed emulazione nei confronti della nuova visione “oggettiva” e diretta. In questa cornice, sarà presentato al pubblico il dialogo che sospinse alcuni artisti tra Piemonte, Liguria e Toscana a condurre le ricerche “sul vero”. Furono anni di sperimentazione in cui le ricerche sul colore-luce, condotte en plein air, crearono un comune denominatore tra pittori legati in gruppi e cenacoli, di cui l’esempio più noto fu quello dei macchiaioli toscani.
Si affronta quindi la sperimentazione della macchia applicata al rinnovamento dei soggetti storici e di paesaggio, con opere degli anni Cinquanta e dei primi Sessanta, durante i quali talvolta gli amici si trovavano vicini a dipingere lo stesso soggetto da angolature di poco variate, così da evidenziare il loro percorso comune e il proficuo dialogo intessuto in quegli anni di profondi mutamenti non solo artistici, ma politici e culturali in senso ampio.
A seguire si propongono le scelte figurative dei macchiaioli dall’Unità d’Italia a Firenze capitale e gli ambienti in cui maturò il linguaggio macchiaiolo: dalle movimentate estati trascorse a Castiglioncello, nella tenuta di Martelli, ai più pacati pomeriggi autunnali e primaverili a Piagentina, nell’immediata periferia fiorentina, ove gli artisti si erano ritirati a lavorare al riparo dalle trasformazioni della Firenze moderna, accentuate dal 1865 dal suo ruolo di capitale dell’Italia unita.
L’ultimo capitolo del viaggio affianca alle opere l’esperienza cruciale di due riviste: il «Gazzettino delle Arti del Disegno», pubblicata a Firenze nel 1867, e l’«Arte in Italia», fondata due anni dopo a Torino e che accompagna le vicende artistiche italiane sino al 1873. Sulle colonne del «Gazzettino» Martelli, Signorini e altri critici presentano il loro sensibile e acuto spirito di lettura nei confronti delle espressioni contemporanee europee e la consapevolezza di una ulteriore svolta evolutiva della pittura, che si lascia alle spalle il pur glorioso linguaggio della macchia, che, a quel punto, mostrava di aver compiuto il suo ruolo innovatore. Un impegno sul fronte della critica destinato idealmente a proseguire sul mensile «L’arte in Italia», rivista che contribuì al rinnovamento dell’ambiente artistico piemontese con personalità come Giovanni Camerana, tra i più lucidi sostenitori delle ricerche sul vero condotte da Fontanesi e dalla Scuola di Rivara. Ciò che la mostra restituisce è quindi l’occasione non solo per ammirare capolavori assoluti della pittura macchiaiola, ma permetterne una migliore comprensione sottolineando il dialogo che ha unito gli artisti di varie parti d’Italia nella ricerca tesa alla modernità.

Info:
GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea – Via Magenta, 31 Torino, dal 26 ottobre 2018 al 24 marzo 2019
Da martedì a domenica: 10.00 – 18.00 Lunedì chiuso
Il servizio di biglietteria termina un’ora prima della chiusura
BIGLIETTI | Intero € 13,00 | Ridotto € 11,00

ROMA. “Ovidio Amori, miti e altre storie” una mostra raffinata alle Scuderie del Quirinale.

Ovidio, il ”cantore dei teneri amori” e delle favole degli dei torna a Roma dopo duemila anni dall’esilio di Tomi sul Mar Nero (oggi Costanza in Romania), in cui finì i suoi giorni, dove lo aveva confinato nell’8 d. C. Augusto. Neppure Tiberio revocò il provvedimento. Torna con una raffinata e colta mostra “Ovidio. Amori, miti e altre storie” ospitata alle Scuderie del Quirinale fino al 2o gennaio 2019.
Tutte le opere esposte sono ispirate dalle sue parole e dalle sue immagini, dalla poesia che lo ha reso immortale (catalogo L’Erma di Bretschneider) . Una mostra che giunge a compimento delle celebrazioni per il bimillenario ovidiano (Sulmona 43 a. C. – Tomi 17 o 18 d. C.), al culmine di un progetto, iniziato una decina d’anni fa da Francesca Ghedini e dal suo gruppo di letterati, storici dell’arte e della miniatura all’Università di Padova che ha organizzato tre convegni su Ovidio e dato alle stampe più di duecento articoli scientifici. E’ dedicata a “uno dei più prolifici poeti dell’antichità, inarrivabile cantore di sentimenti universali, l’amore, l’odio, il risentimento, la vendetta, autore di capolvori come “Amores”, “Ars amatoria”, “Heroides”, “Fasti”, “Metamorfosi” .
Ovidio visse e fu testimone di uno dei momenti cruciali della stori di Roma, quando Ottaviano, divenuto Augusto, trasformò la repubblica in un impero sotto la specie di una restaurazione del passato. Il poeta fu testimone di questa “rivoluzione” che riguardò non solo la forma di governo, ma anche i costumi pubblici e privati. E non la condivise, anzi la contestò più o meno apertamente, forse legato al gruppo di intellettuali e politici che faceva capo a Giulia molto critica nei confronti della politica del padre. Ovidio mette alla berlina tutti gli dei di Augusto, Giove Apollo, traditori e vendicativi. Preferisce Bacco che sposa Arianna, che non fa parte del pantheon di Augusto. E così se Giulia viene confinata a Ventotene, Ovidio accusato di immoralità, finisce nel Ponto.
Nei “Tristia” la principale opera scritta in esilio il poeta parla di due colpe “carmen et error”, un’opera poetica e un errore, se il “carmen” è certamente l’”Ars Amatoria”, sull’errore si sono lambiccati in tanti. Forse è coinvolto nello scandalo dell’adulterio di Giulia Minore, nipote dell’imperatore. Certo non riuscirà più a tornare a Roma da quel luogo che descrive come abitato da barbari e da incolti. Augusto non lo perdonò mai, insensibile alle sollecitazioni e alle preghiere, tanto era in conflitto con il suo ideale di stato, con le sue scelte religiose, morali e politiche.
E il poeta in esilio continua a scrivere, “Tristia”, “Epistulae ex Ponto” e anche poesie nella lingua locale, dicono le fonti. A dispetto dell’ostracismo la sua opera le “Metamorfosi” diventa immortale. Sarà studiata nelle scuole di retorica in epoca romana e poi mantenuta viva dagli amanuensi dei monasteri.
Fra il 1200 e il 1340 si contano una ventina di manoscritti. Alcuni, anche in preziosa foglia d’oro sono in mostra. Dante che attinge a piene mani dal suo repertorio d’immagini lo mette nel Limbo insieme ai poeti Omero, Orazio e Lucano. Presto verrà tradotto in volgare e “moralizzato”, giustificando il testo nell’ottica cristiana per avere poi pieno riconoscimento nel Rinascimento quando letterari e artisti trovano nei miti delle “Metamorfosi” la summa della letteratura classica.
Immensa la sua fortuna anche in età barocca fino agli entusiasmi dell’epoca dei lumi e alla modernità. Un poeta che ha continuato a influenzarci anche nel lessico, certi motti “nec sine te nec tecum”, né senza te né con te, sono impressi nella memoria.
Ovidio ha ispirato artisti come Shakespeare, Mozart, Strauss, Eliot fino ai contemporanei come Calvino, Bob Dylan per limitarsi agli scrittori e ai musicisti. Ma ancor di più pittori e scultori che dei suoi miti si sono nutriti.
Di questa temperie culturale vive la mostra delle Scuderie, bellissima e impegnativa. Che può essere letta a vari livelli, dal più complesso storico artistico letterario a quello immediato della pura bellezza. Presenta la poesia di Ovidio attraverso il linguaggio dell’arte antica, medievale, rinascimentale, barocca, moderna e contemporanea. Una pluralità di tecniche che vanno dalla scultura alla pittura, agli affreschi, la glittica, i codici miniati, le monete, i cassoni nuziali, i mosaici come quello con la caccia al cinghiale calidonio in tessere minutissime proveniente da Pollenza.
Fino all’installazione di Joseph Kosuth che apre la rassegna trasformando i versi del poeta in scritte luminose al neon in latino e inglese. Le parole di Ovidio guidano la mano degli artisti, che fanno rivivere la sua poesia. 250 i pezzi in mostra, provenienti da oltre ottanta musei italiani e stranieri. Fra questi si segnalano in particolare il Museo Archeologico di Napoli che ha prestato reperti pompeiani strepitosi, il Museo Archeologico di Aquileia che ha inviato la statua dell’imperatore Augusto da poco restaurata. E gli Uffizi, i Musei Vaticani, il Louvre di Parigi, la National Gallery di Londra, la Biblioteca di Gotha in Germania, il Museo Archeologico di Eretria in Grecia, la Royal Danish Library di Copenaghen. Tutte le singole opere hanno uno studio dietro, un legame con le descrizioni del poeta, sono i miti che lui descrive, i miti classici, precisa Isabella Colpo del gruppo di lavoro di Padova.
Accolti dalle scritte di Kosuth si entra in un tempietto laico in cui si conservano parole e versi, quello che rimane di Ovidio. Al centro della parete dipinto dall’Ortolano, inizio ‘500, il ritratto del poeta con penna, calamaio e libro, sullo sfondo immagini che richiamano le Metamorfosi, ai lati due manoscritti di testi ovidiani finemente decorati della seconda metà del ‘400 conservati a Parigi e la prima edizione a stampa delle opere di Ovidio impressa a Bologna nel 1471. Usciti da questa specie di sacrario si apre la prima spettacolare sezione della mostra. La parete è costituita da un grande affresco con pittura di giardino proveniente dalla Casa del bracciale d’oro di Pompei. I personaggi sulla scena sono la “Venere Callipigia”, “le più belle terga del mondo antico” da Pompei, la “Venere che si slaccia il sandalo” dal Museo di Costanza, la statua di “Eros con l’arco” dell’Archeologico di Venezia, la statuetta di “Afrodite” da Napoli. E sulle pareti altri capolavori. Dalla Casa della Caccia antica di Pompei l’affresco dalla forte carica erotica che riproduce il bacio appassionato fra Polifemo e Galatea. E ancora tutta una serie di monili, lucerne, spechi, coppe, ciondoli erotici in ambra, ceramica, bronzo, terracotta. In ideale confronto e a contrasto il mondo di Augusto e la sua famiglia e gli dei che Ovidio irride. Ecco la statua di “Antonia minore come Venere Genitrice”, i ritratti di “Agrippa”, di “Marco Claudio Marcello”, di “Giulia Maggiore”, la testa di “Tiberio” appena rientrata dagli Stati Uniti. Venne rubata, appena scavata, nel ‘43 a Sessa Aurunca dalle truppe francesi e algerine e finì in America. E poi l’”Altare dei Lari” in marmo lunense dagli Uffizi. Al centro Augusto presentato come Pontifex Maximus. Dagli Uffizi viene anche la statua di “Afrodite Pudica” del II sec. d. C. Di fronte in un rapporto antico-moderno un’altra “Venere”, quella di Botticelli, a fondo nero, dalla sensualità raffinata.
Il percorso espositivo si snoda, attraverso i secoli, lungo le sale del primo e secondo piano delle Scuderie fra sculture di età imperiale, affreschi, antichi testi, crateri apuli e pestani, preziosissimi manoscritti e dipinti di artisti che illustrano le storie di Ovidio secondo i gusti del loro tempo. Impossibile, vista l’ampiezza della mostra entrare nei particolari.
Al secondo piano le opere che si rifanno alle Metamorfosi, al primo con l’archeologia dominante come si conviene, gli altri miti. Come quello di Arianna. Ed ecco l ‘affresco pompeiano col risveglio di “Arianna sulla spiaggia di Nasso”, la lastra campana di età flavia con “Teseo e Arianna” ritrovata presso la chiesa di sant’Eusebio all’Esquilino a Roma, l’”Arianna dormiente” dai depositi del Museo del Bargello a Firenze, l’”Arianna abbondonata” nel delizioso rame di Carlo Saraceni e il grandioso “Bacco e Arianna” di Pompeo Batoni. Altro mito, altri artisti. “Leda e il cigno” del gruppo statuario di tarda età adrianea del Museo Archeologico di Venezia, dell’affresco di Ercolano e della Villa di Arianna a Stabia. Su un verde carico si staglia la figura di Leda con le vesti svolazzanti che regge un piccolo cigno. Viene dalla Villa della Pisanella a Boscoreale, è conservato a Parigi, lo specchio in argento che raffigura nel medaglione centrale Leda di profilo, mentre in un cammeo conservato a Napoli Leda appare semisdraiata nell’atto di accogliere Giove camuffato da cigno. Il mito di Adone, narrato da Ovidio nel libro X delle Metamorfosi, viene ripreso da Tiziano che ambienta la nascita in un ampio paesaggio. Holsteijn, Savonanzi e Jusepe de Rivera illustrano la sua morte scoperta da Venere ispirandosi anche all’Adone di Giovan Battista Marino, edito a Parigi nel 1623.
Ovidio una miniera di miti. “Il ratto di Europa” ripreso da Tintoretto nella decorazione del soffitto di una camera del palazzo veneziano di Vettor Pisani dalla Galleria Estense di Modena, “Il ratto di Europa” di Antonio Carracci dal Polo Museale dell’Emila e Romagna, che si rifà anche all’arazzo di Aracne, Europa sul cratere a campana apulo a figure rosse conservato al Museo del Louvre. Il mito di Ermafrodito e di Narciso innamorato della sua immagine fino a morire. Nelle “Metamorfosi” si narra l’infelice amore della ninfa Salmacide per Ermafrodito, figlio di Ermes e di Afrodite. La ninfa, respinta dal giovane implora gli dei di poter restare con lui eternamente ottenendo la commutazione in un solo corpo, metà uomo e metà donna. Ed ecco la statua di “Ermafrodito” da Palazzo Massimo, trovata a Roma in un edificio privato sotto il Teatro dell’Opera, ecco gli affreschi di Pompei in cui “Narciso” osserva la sua immagine riflessa nell’acqua. E i dipinti di Francesco Albani, Carlo Saraceni, Domenichino, Boltraffio. Ci sono poi i giovani che volano, Icaro e Fetonte in codici, affreschi, cammei, fronti di sarcofago, dipinti. E’ di Ludovico Carracci l’affresco strappato di forma esagonale con la “Caduta di Fetonte” che guida il carro del Sole. Proviene da un palazzo di Bologna demolito nel 1861. Di Saraceni il volo, la caduta, il seppellimento di Icaro. In un cratere apulo a figure rosse del IV sec. a. C. ritrovato a Sant’Agata dei Goti il mito di “Dedalo e Icaro”.
La mostra che si è aperta con la “Venere Callipigia”, termina al secondo piano con Ganimede coppiere degli dei. “Ganimede” ripreso in un delizioso rame di Saraceni e “Giove e Ganimede” in un bronzo di Bartolomeo Ammannati della metà del ‘500. All’apoteosi del giovane a cui si aprono le porte del cielo e dell’immortalità, rapito da Giove tramutato in aquila, fa da pendant l’apoteosi del poeta prefigurata negli ultimi versi del suo “carmen perpetuum”.
La sua fama si sarebbe estesa ovunque nelle terre domate da Roma, per tutti i secoli. Al centro della sala il gruppo scultoreo di “Ganimede con l’aquila”, un marmo bianco venato di età imperiale dagli Uffizi, già in collezione Capranica-Valle. Da un lato la sontuosa spalliera di letto con “Gli amori di Giove” di Alessandro Allori dal Bargello, committenza dei Medici come appare dalle “imprese” della famiglia dipinte entro le targhe a fondo nero, lo stesso tema è trattato da Damiano Mazza nel dipinto proveniente da Londra. A dominare è il quadro di Poussin del 1625 col “Trionfo di Ovidio”. Il poeta tiene in mano due corone di mirto, la pianta sacra a Venere, e appare coronato di alloro accanto alla dea che giace addormentata vicino a numerosi piccoli eroti indaffarati che simulano i patimenti d’amore.

Info:
Scuderie del Quirinale Via XXIV Maggio 16 Roma.
Orario: da domenica a giovedì dalle 10.00 alle 20.00, venerdì e sabato dalle 10.00 alle 2.30. Fino al 20 gennaio 2019. www.scuderiequirinale.it e info@scuderiequirinale.it

Fonte: www.qaeditoria.it, 25 ott 2018