Archivi categoria: Mostre

Umberto ALLEMANDI: Moltiplicazione dei pani e delle mostre.

È possibile cogliere qualche correlazione tra la proliferazione delle mostre d’arte e i temi più dibattuti in questi giorni: la Cina, l’economia postindustriale, il federalismo, la globalizzazione, il centralismo, la privatizzazione. Vediamo quali. Bastano pochi minuti e l’ultimo numero del Giornale dell’Arte per contare la quantità di mostre aperte in questo momento in Italia in luoghi pubblici. Una più una meno, sono 109 mostre d’arte antica, 193 d’arte contemporanea e 12 mostre bisessuate o asessuate. In totale 314 mostre in 122 città, da Brisighella a Venezia.

(N.d.R. Viene da chiedersi se le città prive di mostre non provino un complesso d’inferiorità e se i loro cittadini costretti all’astinenza non finiranno per irritarsi. Vedrete che qualcuno finirà per stabilire quale sia il fabbisogno minimo di mostre d’arte per tot abitanti nel territorio e sanzionare l’omissione di mostre da parte di amministratori locali insensibili o inetti: leggina in vista!).

Dato il numero elevato, interessante è accertare il livello della qualità: possiamo assicurare che al massimo 10 “valgono il viaggio” come direbbe la Michelin. Ci si domanda allora: ma perché le fanno?

Abbiamo potuto elencare le seguenti 13 finalità apparenti:
– per attrarre turisti,
– per rianimare musei,
– a scopo di profitto,
– per demagogia elettorale,
– per clientelismo,
– come glorificazione di studi,
– per rivalutazioni culturali,
– per vanità personali,
– per ricorrenze aziendali,
– per strategie politiche o diplomatiche,
– per promozioni commerciali,
– per sfruttamento di opportunità transitorie,
-senza alcuna ragione plausibile.

Spesso le motivazioni sono più di una. Circa la metà sono prodotte da strutture pubbliche, un quarto da imprese private e un ultimo quarto sono mostre meticce (mix privato-pubblico).

In Italia strutture pubbliche idonee a realizzare mostre in genere sono le Soprintendenze, i Musei e gli Assessorati. (ndr: una ventina d’anni fa si discuteva sull’opportunità che a realizzare le mostre fossero Musei o Soprintendenze (cioè istituzioni stabili, permanenti, non soggette a variabili periodiche) anziché gli Assessorati rampanti (considerati strutture effimere, soggette alle mutevolezze di assessori transeunti di nomina politica, talvolta privi di background culturale) affinché le esperienze acquisite facendo mostre, quelle particolari “tecnicalità”, non andassero disperse, ma si sedimentassero, si accumulassero divenendo un patrimonio professionale, non sostituibile da un giorno all’altro. Ora prevale la tendenza a trasferire ad imprese private queste funzioni che una volta erano prerogativa delle strutture pubbliche).

Infine un terzo accertamento va fatto sui risultati economici, per appurare chi finanzia, chi copre i deficit, la differenza tra l’introito dei biglietti e i costi: non una mostra su 314 sembra suscettibile di finire in attivo, saranno quindi tutte finanziate da enti pubblici o da sponsor o da entrambi. Naturalmente ci piacerebbe anche sapere chi va alle mostre, quanti ci vanno e quanto spendono per andarci. E perché ci vanno. E se e quando e perché ne escono contenti. Ma è un discorso che faremo un’altra volta.

Sintetizziamo invece in forma di decalogo le interessanti deduzioni possibili. Dovremmo infatti aver già capito che:
1. Le mostre sono imprese in perdita.
2. Si fanno per le ragioni più strampalate.
3. Anche le motivazioni più eccentriche vanno considerate legittime purché non sciupino le opere prestate e non ne privino per motivi fatui i normali depositari.
4. Quasi sempre sono gli enti pubblici da soli o insieme a qualche sponsor, a coprire le perdite.
5. Cioè noi cittadini.
6. Ma non è chiaro quanto noi cittadini (e quanti di noi) riceviamo in cambio ritorni proporzionati alla spesa in cultura, intrattenimento o indotto.
7. Chi organizza mostre e vi lavora deve comunque trarne un profitto per quanto siano in perdita (altrimenti dovrebbe smettere).
8. Oggi hanno scelto di lavorare nelle mostre varie persone riciclate da altre attività.
9. Ed è positivo che le mostre permettano di lavorare a varie persone qualificate che non sono ancora riuscite (e difficilmente riusciranno) a trovare impiego nelle istituzioni culturali o nell’insegnamento.
10.Per contro tali prestazioni di-scontinue rischiano di rimanere precarie e di non venire “capitalizzate” entro strutture stabili (come invece avviene, ad esempio, nelle orchestre sinfoniche stabili).

Alla luce di queste premesse, sarà il lettore a giudicare se e in che misura perfino le mostre d’arte debbano confrontarsi con la nuova realtà economica. Il declino industriale e la (parziale) conversione nel terziario turistico, l’uso e la conservazione del Patrimonio artistico, il ruolo economico dell’offerta culturale, la flessibilità occupazionale, le funzioni e le strutture degli enti periferici, la creazione di imprese private per la gestione dei beni culturali, una politica statale meno centralistica, nuove regole generali e controllo qualitativo e finanche le ricadute della concorrenza cinese sono temi attualissimi che tutti, quale più quale meno, hanno a che vedere anche con la moltiplicazione delle mostre d’arte.

Autore: Umberto Allemandi

Fonte:Il Giornale dell’Arte

ASTI: Passepartout Festival 2005.

A Torino, nella prestigiosa cornice del Lingotto Fiere, la struttura fieristica numero uno in Piemonte, in via Nizza, si è svolta nei giorni 1, 2 e 3 aprile 2005 l’undicesima edizione di Torino Comics, il Salone Mostra Mercato del Fumetto.

Passepartout, il festival di letteratura organizzato dalla Biblioteca di Asti, ha pensato e fatto propria, fin dalla prima edizione, una sezione dedicata al fumetto. Attenta interlocutrice di linguaggi, questa manifestazione culturale, che ha come sotto titolo “Viaggi Straordinari Nelle Parole Scritte”, non poteva non prestare la dovuta attenzione al fumetto, navigando anche per le rotte di questa letteratura alternativa e stimolante. Il gemellaggio con Torino Comics era quindi nell’ordine naturale delle cose. Ad Asti è attiva infatti una Scuola del Fumetto e, di conseguenza, la scelta di ospitare a Passepartout anche nell’edizione 2005 importanti esponenti di questo mondo creativo risulta essere in armonia con gli interessi della città.

E’ prevista la presenza al festival di Antonio Serra e di Alfredo Castelli, autori della Sergio Bonelli Editore e degli astigiani Elena Pianta e Gino Vercelli, collaboratori della medesima scuderia. In mostra tavole originali di Nathan Never.

Il festival si svolgerà dal 10 al 15 maggio 2005 ed è possibile visitare il sito www.passepartoutfestival.it che a mano a mano si sta aggiornando con nuove informazioni relative all’edizione 2005.

Si tiene a sottolineare il fatto che Passepartout di Asti è – ad oggi – l’unico festival letterario presente nel panorama italiano, interamente ideato, realizzato e gestito da una biblioteca pubblica.

INFO: Ufficio Stampa – Elisabetta Ghia – cell. 340.85.34.293; Silvia Giordanino – cell. 347.14.95.679;
Biblioteca Astense – Corso Vittorio Alfieri, 375 – Asti – Tel – 0141593002-Fax 0141531117 -AT0004@biblioteche.reteunitaria.piemonte.it; http://www.bibliotecastense.it/ .

Link: http://www.passepartoutfestival.it

Email: ufficiostampa@passepartoutfestival.it

FIRENZE: Maria de’ Medici – Una principessa fiorentina sul trono di Francia.

Museo degli Argenti – Palazzo Pitti – Piazza Pitti, Firenze, fino al 4 settembre 2005

Dopo oltre quattro secoli Maria de’ Medici regina di Francia torna a Firenze, ed è un ritorno trionfale. Con una grande mostra al Museo degli Argenti in Palazzo Pitti, la sua città d’origine le sta infatti tributando un omaggio degno della sua statura regale: un omaggio doveroso dopo che solo di recente un convegno a Parigi (2000) e una mostra a Blois (2003) hanno finalmente ristabilito la verità storica sul suo conto.

Dal prossimo 19 marzo il Museo degli Argenti all’interno di Palazzo Pitti ospiterà una mostra dedicata a Maria de’ Medici.

Il titolo della mostra, promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, dalla Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Fiorentino e dall’Ente Cassa di Risparmio di Firenze il cui contributo è stato determinante, racchiude i termini ideali e geografici entro i quali essa si dipana: Firenze e Parigi, con Maria de’ Medici a fare da trait d’union.

Ma chi era Maria de’Medici? Ben più di lei si conosce, o si ritiene di conoscere, la sua illustre ava Caterina, che sul trono di Francia fu protagonista di eventi clamorosi e drammatici destinati a restare nella memoria collettiva, come la strage di San Bartolomeo. Di questa seconda regina di Francia uscita dalla famiglia dei signori di Firenze, nata nel 1573 e morta nel 1642, era necessario invece aggiornare il profilo, aggiungendo sfumature e particolari a un’immagine consolidata da secoli in senso negativo. Figlia di quel Francesco I umbratile e raffinato che ha legato il suo nome allo Studiolo di Palazzo Vecchio e alla sofisticata cultura del tardo manierismo, Maria venne allevata in una corte che era all’avanguardia in Europa per la pratica del collezionismo, per la qualità e sfarzosità della produzione artistica e artigianale, per le invenzioni musicali e teatrali e, non ultima, per una politica che fece di tutto questo un mezzo efficacissimo di promozione. La sua giovinezza si svolse tra Palazzo Pitti, il giardino di Boboli, la villa di Pratolino e le altre dimore medicee, tra lezioni di musica e di pittura, pratiche devozionali e abiti sontuosi, come preparazione a un destino regale che le era stato predetto. Alessandro Allori, Jacopo Ligozzi, Empoli, Cigoli, Giambologna, Ferdinando Tacca furono tra gli artisti che frequentavano la corte fiorentina, quelli che contribuirono a formare la sua cultura artistica che avrebbe rappresentato in definitiva il patrimonio più prezioso da lei tradotto in Francia.

Al volgere del XVI secolo le congiunture mutevoli della storia avevano portato il granducato di Toscana, fin lì come buona parte d’Italia sotto il dominio diretto o indiretto degli Spagnoli, a riavvicinarsi alla Francia sul trono della quale era dal 1589 Enrico IV di Borbone (1553 – 1610).
Egli, già marito di Margherita figlia di Caterina dei Medici (la famosa ‘regina Margot’) e capo degli Ugonotti, aveva dovuto abbracciare il cristianesimo per poter essere legittimato come sovrano e si stava dedicando con lungimiranza politica e intraprendenza al riassetto dello Stato dopo le lunghe guerre di religione. Grazie ai buoni uffici di Ferdinando I dei Medici era riuscito ad ottenere il divorzio dalla prima moglie, a seguito del quale poté dopo lunghe trattative sposare Maria, nipote del granduca, e accedere così alla sua ingentissima dote, a sconto parziale anche dei suoi debiti con i Medici. Le nozze, avvenute nell’ottobre 1600 per procura a Firenze, furono occasione per festeggiamenti e spettacoli di cui le cronache dell’epoca ci hanno lasciato descrizioni abbaglianti: la cerimonia stessa in Duomo fu uno straordinario evento teatrale, così come alcune invenzioni musicali e iconografiche messe a punto per l’occasione.
Una volta in Francia, nonostante le ripetute infedeltà causate dal temperamento esuberante del re causassero saltuari dissapori, il matrimonio risultò tutto sommato proficuo e non solo per la numerosa prole regale, ma anche per l’apporto fondamentale dato dalla regina alla corona in un paese che doveva riprendersi da decenni di lotte intestine. Forse più del denaro valse infatti il bagaglio di cultura e di raffinatezza che Maria introdusse a corte, con la promozione delle arti e dello spettacolo anche in funzione politica, le commissioni importanti come la costruzione del palazzo del Luxembourg, la protezione accordata a letterati e ad artisti di fama internazionale come Giovan Battista Marino, Peter Paul Rubens, Anton van Dyck, Frans Pourbus.

Quanto di positivo si accompagnò alla presenza di Maria sul trono francese è stato però assai presto trascurato e minimizzato a seguito delle vicende storiche seguite alla morte di Enrico IV, ucciso subito dopo aver investito la moglie di poteri regali alla vigilia di una campagna militare che avrebbe probabilmente condotto in funzione antispagnola.

Maria, reggente per il figlio Luigi XIII minorenne, non era infatti in grado di proseguire la decisa e spregiudicata politica del marito, e pur muovendosi con intelligenza per conservare alla corona le sue prerogative, di fatto si sarebbe poi riavvicinata alla Spagna, a lungo contendendo il potere al figlio ormai maggiorenne contro il quale sosteneva il secondogenito Gastone d’Orléans. Dopo numerosi scontri anche armati, Luigi riuscì infine a prevalere grazie anche all’abilità politica del cardinale Richelieu, già consigliere e protetto di Maria che avrebbe condannato la Medici a un definitivo allontanamento dal potere, ma anche a una damnatio memoriae di cui fino a non molto tempo fa ancora soffriva la sua fama.

Si deve ad un convegno internazionale promosso a Parigi nel 2000 presso il Collège de France sotto la direzione di Marc Fumaroli (i cui atti sono pubblicati sotto il titolo significativo “Le siècle de Maria de Medicis”) una attenta definizione e rivalutazione, con grande ricchezza di argomentazioni, del profilo di questa regina in campo artistico e culturale. A seguito del convegno alcuni studiosi francesi e italiani hanno promosso un’esposizione a Lei dedicata, che fino dall’inizio aveva previsto una doppia edizione, a Blois (sede del primo esilio di Maria) e a Firenze. La prima, tenutasi con grande successo nel 2003 ha focalizzato in particolare l’attenzione sulle arti in Francia all’epoca della Medici con una sezione dedicata anche al coté italiano della sovrana. La corte medicea degli ultimi decenni del Cinquecento viene illustrata nella prima sezione con diversi ritratti: primi fra tutti quelli importantissimi e in parte inediti della stessa Maria e dei suoi familiari. Tra questi le bellissime tele raffiguranti la giovane principessa come quella attribuita a Scipione Pulzone (Casa Vasari, Arezzo) o quella a figura intera di Santi di Tito (Galleria Palatina, Firenze). Segue una ricca selezione di opere e oggetti tra i più rappresentativi tra quelli che la giovane Maria poteva vedere prodotti ed esposti a Firenze, apprendendo contemporaneamente quanto le arti potessero essere di supporto alla politica. Una lezione che essa trapiantò in Francia fornendo un supporto fondamentale al consolidamento del potere di Enrico IV e preparando la successiva politica di Luigi XIII e del cardinale Richelieu. Tra le opere esposte piccoli preziosi dipinti (di Alessandro Allori, Jacopo Ligozzi, Cigoli, Empoli, Santi di Tito …) accostati ad oggetti raffinati usciti dalle botteghe granducali su disegno di Buontalenti, a bronzetti del Giambologna, a maioliche, cristalli, pietre dure oltre a mobili importanti come il Tavolo con i segni dello Zodiaco.

La seconda sezione è stata dedicata alle feste per le nozze fiorentine di Maria con particolare riguardo agli spettacoli e alle novità musicali che in quella occasione furono messe a punto, oltre che alla moda e al costume dell’epoca. Sono presenti qui documenti autografi della stessa Maria, testi e libretti musicali con una mandola dei primi anni del Seicento, cronache dell’epoca oltre a una ricca documentazione di tessuti dell’epoca.

Le novità sono qui rappresentate da una grande tavola di Alessandro Allori restaurata per l’occasione raffigurante le Nozze di Cana nella quale la vera protagonista è la stessa Maria in abiti nuziali e da una grande tela inedita da collezione privata di ambito rubensiano preparatoria per Lo sbarco di Maria a Marsiglia.

La sezione dedicata alla Francia illustra con dipinti di straordinaria qualità e importanza la produzione francese durante il regno e la reggenza della Medici e comprende le grandi commissioni ad artisti italiani. Sono presenti, provenienti dai più importanti musei francesi – primo fra tutti il Louvre -, opere di Philippe de Champaigne, Laurent de La Hyre, Horace Le Blanc, Nicolas Freminet, Claude Vignon … oltre a Frans Pourbus.

Info: Ufficio Stampa Sveva Fede tel. 0575. 24566 fax. 0575. 370368 cell. 336. 693767
e-mail: fattoriadisanfabiano@inwind.it

per Firenze, Camilla Speranza tel. 055. 217265, cell. 333. 5315190
e-mail: camilla.speranza@virgilio.it

Segreteria Ufficio stampa – Firenze Musei- tel. 055. 290383
e-mail: operapren@tin.it

Promozione e relazioni esterne – Mariella Becherini – tel. 055.290383
e-mail: operapren@tin.it

Progetto dell’allestimento e direzione dei lavori – Mauro Linari
Realizzazione dell’allestimento e gestione della mostra – Opera Laboratori Fiorentini
una principessa fiorentina sul trono di FranciaSERVIZI MOSTRA: Prezzo biglietto – Intero €. 6,00 (comprensivo dell’ingresso al Museo degli Argenti ed al Giardino di Boboli) – Ridotto €. 3,00 per i cittadini della Comunità Europea tra i 18 e i 25 anni, Gratuito per i cittadini della Comunità Europea sotto i 18 e sopra i 65 anni.

Sede espositiva: Museo degli Argenti, Palazzo Pitti, Firenze

Orario:
8.15–18.30 nei mesi di aprile, maggio, settembre
8.15-19.30 nei mesi di giugno,luglio,agosto
La biglietteria chiude un’ora prima della chiusura del Museo.
Chiusura: primo e ultimo lunedì del mese e 1° Maggio

Informazioni e prenotazioni: Firenze Musei – tel. 055. 2654321; la prenotazione per i gruppi scolastici è gratuita ed obbligatoria.

Servizio didattico per le scuole: Visite guidate per le scolaresche solo su prenotazione: costo di €. 3.00 ad alunno; per prenotazioni e informazioni Firenze Musei tel. 055. 290112.

Link: http://www.mariademedici.it

Fonte:Exibart on line

TORINO: Il Corridoio dell’Arte per lo sport e per la pace.

La finalità è sempre la stessa: ridurre drasticamente le distanze che separano la vita dall’arte, troppo spesso ritenuta un’esperienza riservata a pochi. Cambia il tema, però.

La seconda edizione del “Corridoio dell’Arte”, promossa dalla Provincia di Torino, conferma lo spirito che caratterizza quest’iniziativa, ossia portare la sensibilità artistica fuori dagli spazi preposti, nei luoghi animati del tempo libero o in quelli quotidiani del lavoro.

L’allestimento espositivo, infatti, non è recluso in un museo o in una galleria d’arte, ma trova collocazione nei locali del Servizio Programmazione Attività e Beni Culturali della Provincia di Torino, nel corridoio su cui si aprono gli uffici, quindi in un luogo di lavoro. Al principale obiettivo del “Corridoio” si aggiunge, quest’anno, la volontà di festeggiare l’evento delle Olimpiadi Invernali e dei Noni Giochi Invernali Paralimpici del 2006.

Così è nata una mostra collettiva che ha coinvolto voci e visioni della città di Torino e della sua provincia, interrogandole sui temi della pace e dello sport. Un’ideale sinfonia visiva a ventisette voci e ad altrettanti sguardi, unanimemente concordi nell’idea di un mondo pacifico e abitabile secondo i principi della differenza.

L’iniziativa è curata da Gabriella Serusi e Gabriele Fasolino e rientra nel Programma MenoUno che riunisce tutte le manifestazioni “in attesa” delle Olimpiadi.

La mostra è aperta al pubblico fino al 31 dicembre, dopo di che respirerà atmosfere olimpiche e cambierà residenza: nel mese di gennaio 2006, e per tutta la durata dei giochi, sarà presentata nei comuni della Valle di Susa.

Visitando il Corridoio si osserva che lo sport è raccontato nelle immagini attraverso i luoghi delle gare olimpiche e gli incontri con personaggi del mondo dello sport, a volte in controluce. Gli artisti che hanno scelto di confrontarsi con il tema della pace, per un mondo pacifico e abitabile, hanno condotto fuori dall’ordine della retorica le loro argomentazioni, per ripiegare piuttosto sulla sfera del privato, dove le grandi ideologie possono essere declinate caso per caso.

“Pace e Sport, certamente sono diventati un orizzonte comune negli imprevedibili percorsi individuali degli artisti”, affermano i curatori della mostra. “Utilizzando i linguaggi eterogenei del disegno, della pittura, della scultura, della fotografia e dell’installazione, tutti hanno contribuito con le proprie intuizioni, la propria sensibilità, a disegnare una geografia dell’esistenza e della cultura autentica e libera, fatta soprattutto di storie. Sono racconti da guardare e da leggere che parallelamente viaggiano insieme, sulle pareti del Corridoio e all’interno di un catalogo in cui sono raccolti altrettanti pensieri e suggestioni, piccole appendici verbali delle opere esposte, pronte ad innescare nuove e vitali ipotesi di pensiero che, come un’eco, ci rimandano il contenuto e le intenzioni dei lavori”.

Gli artisti in mostra
Le opere esposte sono state realizzate da Laura Ambrosi, Adriano Benetti, Maurizio Borzì, Stefano Bruna, Maria Bruni, Andrea Caretto e Raffaella Spagna, Alberto Castelli, Manuele Cerutti, Giuliana Cuneaz, Elmuz Ilaria Ferretti, Francesca Forcella, Elisa Gallenca, Gosia Turzeniecka, Alessandro Grisoni Jess Walter, Ada Mascolo, Marco Memeo, Alex Pinna, Chiara Pirito, Laura Pugno, Luisa Raffaelli, Francesco Sena, Saverio Todaro, Fabio Viale, Laura Viale, Ester Viapiano.

Fonte:La Gazzetta Web

TORINO: Tibet centro del cielo e cuore del mondo.

Un nuovo viaggio fra la fede e i misteri del paese himalayano. Arte e tradizione, monasteri e vita quotidiana. Buddha e monaci in meditazione, thangke e statuette votive, maschere e Ninfe dei boschi. E persino la regina Vittoria che danza con Siva a mo’ di pastorella…

A pochi mesi dall’esposizione svoltasi a Palazzo Bricherasio, si rinnova per il pubblico torinese la possibilità d’incontrare la civiltà tibetana e nepalese. Nella mostra al Museo di Etnologia sono infatti presenti oggetti d’arte e d’artigianato sia del Tibet che del Nepal, paese ad esso vicino e a cui molto deve per il suo sviluppo culturale. Nella prima sala alcuni oggetti di uso quotidiano, come il vasellame, ben sottolineano affinità e differenze fra questi popoli; più pesanti quelli nepalesi, essendo stanziali, più leggeri quelli tibetani, che spesso si spostavano.

L’arte in Tibet era intimamente legata al culto; l’artista doveva possedere un’adeguata conoscenza dei fenomeni religiosi ed era quindi guidato da un monaco, se non era lui stesso un religioso. Realizzare un’opera d’arte era innanzitutto un’esperienza mistica e doveva stimolare nel fedele una riflessione o un coinvolgimento nell’evento religioso; per questo era indispensabile il rispetto di precisi canoni iconografici, ma anche iconometrici (le proporzione dei corpi, ecc.). Ne consegue una continuità iconografica e in parte anche formale nel corso dei secoli, lontana dalle frequenti evoluzioni dell’arte occidentale.

L’artista tibetano riesce però spesso ad evitare di cadere nello stereotipo grazie ad una sincera partecipazione spirituale, visibile sovente nelle raffigurazioni del Buddha. Fra quelle presenti a Torino sono da segnalare specie un Buddha Shakyamuni in pietra, notevole per qualità, dimensioni e antichità (IX secolo circa) e un Amitayus in bronzo, di epoca medievale.

Singolare è poi il realismo raggiunto nei ritratti di asceti o grandi maestri, come il 4° abate di Ngor (XV secolo). In queste statuette bronzee erano posti dei mantra scritti su strisce di carta, talora anche dei pezzi del cranio dell’individuo. Pregevole è la maestria degli scultori tibetani nella produzione di statuine di divinità, che risultano spesso consumate perché sfregate dai fedeli; da notare una minuscola Maia con Buddha fanciullo in braccio, ricca di dettagli a dispetto delle ridotte dimensioni.

Non mancano diverse tange (dipinti su stoffa) tibetane e nepalesi, con immagini di mandala o di deità terrifiche, in cui risalta un gusto decorativo e narrativo assai vivace.

Piace ricordare un pezzo eccezionale per il suo soggetto (più che per la qualità modesta), eseguito in Nepal verso la fine dell’Ottocento, in cui compare la Regina Vittoria che danza con Siva. La sovrana è ripetuta diverse volte, con abiti orientaleggianti di colori differenti, intenta in una sorta di girotondo con il dio indù, nell’iconografia tradizionale della danza di Siva con le pastorelle, con un effetto di comicità forse involontaria.

Fra i manufatti lignei colpiscono in particolare delle leggiadre Ninfe dei boschi (Nepal, XV-XVI secolo, frammenti di una porta) e alcuni oggetti di uso rituale, come un con la rappresentazione di tre teste, la prima normale, la seconda in putrefazione, la terza scheletrica. Come fosse una specie di variante tantrica del nostrano memento mori.

Torino, Museo di Etnologia e AntropologiaVia Accademia Albertina, 17 (centro storico), fino al 25 marzo 2005.

Orario: dal lunedì al sabato: 15-19,30; giovedì 15-21,30. Ingressolibero. Visite guidate per le scuole su prenotazione.

Info: tel. 3339181007

Autore: Stefano Manovella

Link: http://www.tosoart.com

Email: tosoart@tosoart.com

Fonte:Exibart on line