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Ottone Rosai. Riscoperte e un nuovo riconoscimento nella mostra di Montevarchi (AR).

Le ricerche in preparazione della mostra su Ottone Rosai a Montevarchi (AR), dedicata ai capolavori realizzati fra le due guerre, curata da Giovanni Faccenda, offrono continuamente risultati inediti e nuovi motivi di interesse. Fra questi il ritrovamento e la corretta identificazione di un straordinario dipinto del 1932 “Baroncelli” (anch’esso, come altri in mostra, già presente nella storica rassegna di Palazzo Ferroni del medesimo anno) a lungo e in varie pubblicazioni presentato erroneamente come “Paesaggio”, ignorando, dunque, la fondamentale indicazione autografa al verso del quadro, a carboncino, dello stesso Rosai.
La mostra nasce proprio dalla volontà di superare una lettura talvolta superficiale e antiquata dell’opera di uno dei maggiori artisti italiani del Novecento, apprezzato da Francis Bacon che nel 1962, durante un’intervista televisiva, lo indica come l’artista che aveva maggiormente attirato il suo interesse: «Non esito a fare il nome di Ottone Rosai, uno fra i più grandi pittori di questo secolo: soprattutto gli autoritratti e i nudi che egli ha dipinto, gli uni all’’inizio, gli altri alla fine degli anni Quaranta, hanno generato in me profonde riflessioni e non pochi trasalimenti». In epoca più recente Georg Baselitz ne è ammiratore e ha acquistato opere dell’autore toscano a dimostrazione di quanto la pittura di Rosai sia espressione di una voce contemporanea.
Nel prezioso catalogo che accompagna la mostra, il professor Faccenda documenta, con una scheda esauriente, ogni particolare relativo all’ eccezionale ritrovamento de “Baroncelli”, aggiungendovi anche un disegno preparatorio che smentisce la tesi del lavoro “en plein air” fino ad oggi conosciuta.
Nello stesso catalogo, inoltre, verranno pubblicate alcune bellissime foto professionali a colori di un Rosai in abiti borghesi così come non si era mai visto: sorridente anziché assorto e cupo, disponibile a lasciarsi catturare (persino mentre passeggia nella “sua” via San Leonardo!) dall’obbiettivo di un fotografo evidentemente amico.
Tra le molte altre sorprese che incessantemente si aggiungono a questo evento, che verrà inaugurato il 25 ottobre 2020, anche una “chicca” per appassionati, cultori e amanti dell’arte e della letteratura di Rosai: il “miracoloso” ritrovamento di un vinile nel quale Rosai, con la sua voce calda e coinvolgente, legge due brani della sua celebre raccolta di racconti “Via Toscanella”.
E le sorprese, come altro, potrebbero non essere finite qui.

La mostra in breve: organizzata dal Comune di Montevarchi, riunirà, nella storica sede di Palazzo del Podestà, cinquanta opere di Rosai, per metà disegni e altrettanti oli. Tutti riferiti ad un momento preciso dell’’artista: gli anni tra il 1919 e il 1932, il ventennio tra le due Grandi Guerre.
Ottone Rosai (Firenze 1895 – Ivrea 1957), uomo dalle travolgenti passioni, fu artista che scelse di leggere le novità del suo tempo alla luce della grande arte del Tre-Quattrocento toscano.

Info:
Dal 25 ottobre 2020 al 31 gennaio 2021.
Apertura della mostra: dal giovedì alla domenica; giovedì e venerdì ore 15 – 19; sabato, domenica e festivi ore 10 – 20
www.comune.montevarchi.ar.it tel. 055-91081
ufficio.cultura@comune.montevarchi.ar.it – tel. 055.9108230

NOTO (Sr). Io, Renato Guttuso, a cura di Giuliana Fiori.

Museo Civico di Noto – Ex Convento di Santa Chiara, Corso Vittorio Emanuele 147 – Noto (SR) – fino al 11 ottobre 2020
Fino a ottobre sarà possibile visitare la mostra Io, Renato Guttuso a cura di Giuliana Fiori. Si tratta del primo evento espositivo organizzato da Sikarte, associazione culturale siciliana che si propone come punto d’unione tra location d’eccezione e artisti storicizzati e contemporanei su scala nazionale cercando di rendere più fruibili al pubblico i luoghi unici del territorio isolano anche attraverso l’ideazione di mostre d’arte.
«Sikarte – spiega la presidente dell’associazione culturale siciliana, Graziana Papale – vuole rendere il mondo dell’arte accessibile a tutti, coinvolgendo il pubblico a trecentosessanta gradi attraverso l’organizzazione di eventi e attività culturali. La mostra Io, Renato Guttuso intende celebrare il grande artista siciliano svelando le sue passioni e il suo animo, senza tralasciare il suo impegno politico e artistico».
IO, RENATO GUTTUSO_ALLESTIMENTO NOTO_3Nasce così, Io, Renato Guttuso, un’iniziativa che s’inserisce all’interno del Settore VIII – Programmazione Turistica e Cultura, dell’Assessorato al Turismo e allo Spettacolo e dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Noto, nell’ambito della “tematica artistica” scelta per l’anno 2020 “La Sicilia, i Siciliani e la sicilitudine”.
«La mostra dedicata al maestro Renato Guttuso – dichiara il Sindaco di Noto, Corrado Bonfanti – s’incastra nel progetto di Noto Città d’Arte proprio nell’anno in cui il tema scelto è proprio l’arte siciliana. Un’arte che è stata capace di mostrare l’essenza di una Sicilia viva e profonda, che ha una sua propria identità da raccontare e far conoscere. Ecco perché riteniamo che una mostra così, curata nei dettagli e negli allestimenti, sia un altro tassello importante dell’offerta artistico-culturale della nostra Noto, città dove l’arte è di casa».
Intento dichiarato della mostra è scandagliare l’animo forte e poliedrico di Renato Guttuso, il suo Io più profondo e intimo. Sarà, infatti, realizzato un racconto visivo attraverso un’accurata selezione di opere – oli e disegni – che sveleranno il Guttuso uomo, artista, intellettuale, politico e scenografo. Ogni lavoro esposto mostrerà un lato pubblico o privato della sua vita. Dalla sua nostalgia per la Sicilia (paesaggi isolani) al suo trasferimento a Roma (i suoi “tetti”); dai suoi affetti/amori (i ritratti della moglie, di uomini politici con cui aveva rapporti personali oltre che professionali) all’eros (i nudi di modelle). E ancora, al suo impegno politico palesato nelle sue nature morte e nelle tele dal taglio storico in cui racconta le battaglie per l’uguaglianza sociale. Infine, la sua prolifica produzione di scenografie per il teatro, e la cospicua collezione di bozzetti dei costumi di scena, risalente al decennio che va dagli anni ’60 ai ’70.
«La mostra – spiega la curatrice, Giuliana Fiori – ha l’intento di svelare allo spettatore, attraverso trentaquattro opere, le passioni che hanno mosso l’animo di Renato Guttuso. Io, Renato Guttuso non è solo un’esposizione dal forte impatto visivo ma anche documentaristico, che consente di conoscere Guttuso come uomo, artista, scenografo, intellettuale e politico. Al contempo, la mostra si propone anche come un “mezzo” per raccontare Renato Guttuso nella sua intima quotidianità di cui si ripercorre l’iter emotivo, intenso e passionale che trasfuse a piene mani nella sua avventura creativa. Una duplice chiave di lettura delle sue opere dalle quali traspare sempre una densa vitalità e una libera (e spesso trasgressiva) partecipazione a tutto tondo alla realtà del suo tempo».
La location è parte integrante della mostra. Entrando al Museo Civico di Noto – Ex Convento di Santa Chiara, il visitatore si ritrova ad ammirare insieme ai reperti antichi custoditi del museo, le opere di Renato Guttuso. Circondati dagli antichi resti, si potrà “camminare” dentro la vita del grande artista siciliano ammirando i suoi dipinti, sopra passerelle che rendono possibile l’unione tra passato e presente, attraverso un percorso culturale unico, concepito come un’esperienza formativa a 360 gradi. Parte dell’allestimento, dalla biglietteria ai pannelli espositivi è ecosostenibile. L’organizzazione, molto attenta alla questione ambientale, ha affidato la progettazione di questi spazi e supporti a un partner tecnico del settore, Archicart, – architettura di cartone – azienda siciliana, di Catania, che aderisce a un nuovo modo di concepire l’architettura contemporanea più sensibile all’impatto ambientale con l’ambizione di ridurre al minimo l’impronta di ogni lavorazione e che ha scelto per questo il cartone ondulato, un materiale completamente riciclabile, utilizzato in modo che ogni intervento risulti completamente reversibile.
Si ringraziano, infine, l’ARS (Assemblea Regionale Siciliana), la Land Rover di Sergio Tumino S.P.A., la Galleria d’arte De Bonis e Archicart e Home Art Decò, ossia, gli sponsors che hanno supportato tutte le fasi della mostra contribuendo alla sua realizzazione.

Info:
Visitabile tutti i giorni dal lunedì alla domenica.
Ingresso: biglietto intero: €. 10,00; biglietto ridotto: €. 7,00 utenti muniti della carta del turista: “Noto Card”
biglietto ridotto:€. 7,00 utenti over 65, gruppi di almeno 6 persone
biglietto ridotto: €. 7.00 utenti residenti, universitari, ragazzi sino ai 18 anni;
biglietto ridotto: €. 5.00 scuole
Categorie beneficiarie d’ingresso gratuito:
Giornalisti iscritti all’ ordine;
Guide turistiche regolarmente autorizzate all’esercizio della professione;
Membri dell’I.C.O.M. (lnternational Council of Museum);
Disabili e gli invalidi riconosciuti dalla legge ed i loro accompagnatori;
Insegnanti accompagnatori degli studenti delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado pubbliche o private, regolarmente prenotati ed autorizzati dal capo d’istituto.
Ospiti dell’Amministrazione comunale.
Personalità dello Stato e della politica in rappresentanza ufficiale.
SIKARTE – www.sikarte.it info@sikarte.it +39 334 199 9072

Elenco opere esposte: ELENCO OPERE IN MOSTRA PRESS

ROMA. Il Novecento di De Pisis.

Dopo la mostra su Medardo Rosso e prima di quella su Alberto Savinio, prevista in autunno, Palazzo Altemps a Roma ospita Filippo De Pisis. Questo museo pieno di archeologia sta diventando uno degli spazi d’arte moderna più interessanti d’Italia. Doveva inaugurare a marzo ma, causa Covid, la mostra ha aperto mercoledì 17 giugno e proseguirà fino al 20 settembre. Insieme a Rosso e Savinio, De Pisis fa parte della trilogia scelta da Palazzo Altemps (una delle quattro sedi del Museo Nazionale Romano), in collaborazione con la Galleria d’Arte Moderna e il Museo del Novecento di Milano, per portare l’arte del secolo scorso nello spazio dedicato alla scultura classica. A marzo, al Museo del Novecento di Milano, si è conclusa la più vasta retrospettiva di Filippo De Pisis, realizzata, come la tappa romana, in collaborazione con l’Associazione per Filippo De Pisis, con l’organizzazione e il catalogo di Electa. Un’ampia sezione grafica caratterizza la mostra di Palazzo Altemps, oltre a un’accurata scelta di dipinti che dialogano con l’ambiente classico e rinascimentale.
de pisis 2LA MOSTRA SU FILIPPO DE PISIS
Filippo De Pisis (Ferrara, 1896 – Brugherio, 1956), come Medardo Rosso e Alberto Savinio, ha un rapporto speciale con la classicità, spesso oggetto dei suoi quadri. Quando inizia la sua vita artistica, oltre a essere un abile pittore, De Pisis possiede già una profonda cultura e ama l’archeologia. L’esposizione inizia proprio con la tela del 1928 dal titolo L’archeologo, che campeggia al centro del primo ambiente del percorso. Davanti al quadro, sulla parete opposta, si apre la vista della “sala della stufa”, parte della residenza privata cinquecentesca di Roberto Altemps e sua moglie Cornelia Orsini. Di recente, in questa stanza affrescata, durante i lavori di restauro, sono emersi i resti di un antico impianto di riscaldamento.
Si prosegue con Pane sacro del 1930, la prima della serie di tele, a tempera e a olio, che si susseguono in un ambiente raccolto e delimitato che consente di entrare appieno nella maniera di De Pisis; l’illuminazione ne sottolinea le pennellate cariche di colore. Nei suoi quadri è raccontata la vita dell’artista, dall’amore per la natura e l’archeologia alla metafisica, dai soggiorni a Roma, Venezia, Milano, Parigi, Londra, ai rientri nella sua Ferrara; fino agli ultimi tragici anni nel sanatorio di Brugherio, rappresentati in Cielo a Villa Fiorita (1952).
Ai dipinti seguono i disegni e gli acquarelli, che caratterizzano la mostra romana: pochi tratti essenziali e delicati per dar vita alle forme amate dell’universo maschile, volti, corpi, cappelli, abiti, teli. Non mancano i fiori e i frutti delle numerose nature morte, uno dei suoi temi preferiti insieme alla statuaria classica. La presenza di tante diverse opere è l’esito di prestiti da parte di numerose istituzioni italiane, dal MART di Trento e Rovereto alla GAM di Torino, dalla Fondazione Cariverona alla Galleria d’Arte Moderna di Genova, dal Musée de Grenoble alle collezioni private.
FILIPPO DE PISIS E PALAZZO ALTEMPS
La seconda parte della mostra, quella più grafica, si insinua nei saloni enormi e spettacolari del Palazzo, che contengono le grandi opere della Roma imperiale e perfino della Grecia classica (Trono Ludovisi) e dell’antico Egitto. Attorno al cortile di Antonio da Sangallo si snodano le logge affrescate che conducono ai saloni, alla suggestiva cappella di Sant’Aniceto (che conserva le spoglie del papa omonimo) e alle tante statue classiche, di fronte alle quali i volti degli acquarelli di De Pisis sembrano mimare la presenza dei visitatori contemporanei. Non c’è dubbio che questa importante e audace mostra novecentesca serva anche a riscoprire Palazzo Altemps, uno dei gioielli dell’architettura, della scultura e del collezionismo romani. Acquistato dallo Stato per una prima parte nel 1982, per una seconda nel 2006, e gestito con alterne fortune, l’edificio-museo alle spalle di Piazza Navona resta uno dei luoghi da non perdere a Roma.

Autore: Letizia Riccio

Fonte: www.artribune.com, 25 giu 2020

BASSANO DEL GRAPPA (Vi). L’architetto dentro e oltre il tempo: Giambattista Piranesi.

A PIÙ DI DUE MESI DALLA DATA INIZIALMENTE PREVISTA, INAUGURA AI MUSEI CIVICI DI BASSANO DEL GRAPPA UNA RICCA RETROSPETTIVA DEL GRANDE INCISORE VENETO GIAMBATTISTA PIRANESI IN OCCASIONE DEL TERZO CENTENARIO DALLA NASCITA. UNA MOSTRA CHE UNISCE ALLO STRAORDINARIO PATRIMONIO BASSANESE LA SERIE COMPLETA DELLE “CARCERI D’INVENZIONE” DELLA FONDAZIONE CINI DI VENEZIA.

Giambattista Piranesi (Mogliano Veneto, 1720 ? Roma, 1778) è stato molte cose insieme. Abilissimo disegnatore, straordinario incisore dalla sensibilità marcatamente pittorica, antiquario e architetto – come amava definirsi – non tanto per la chiesa di Santa Maria del Priorato a Roma, unico edificio di cui seguì il restauro, ma soprattutto per le sorprendenti composizioni architettoniche che popolano i suoi capolavori, risultato dell’incontro fra uno studio accuratissimo delle rovine antiche e un poderoso slancio immaginativo, fra le norme classiche di ordine e rigore e l’elusione, l’inapplicabilità delle stesse alla fluida molteplicità del contemporaneo.
Figura misteriosa, almeno quanto i suoi lavori; proverbialmente irascibile, romano d’adozione ma veneziano in molte scelte iconografiche e stilistiche, la sua ricerca ha influenzato e continua a influenzare artisti, scrittori, registi e architetti. Non ultimo Peter Eisenman, che portò alla Biennale di Architettura del 2012 Piranesi Variations, un’elaborazione 3D dell’incisione Campo Marzio nell’Antica Roma del 1762.
La mostra – a cura di Chiara Casarin e Pierluigi Panza – raccoglie ed espone per la prima volta l’intero corpus delle incisioni piranesiane conservate negli archivi storici della Biblioteca civica e nel gabinetto dei disegni e delle stampe del museo, recuperando e valorizzando un patrimonio immenso e prezioso rimasto troppo a lungo lontano dagli occhi del pubblico. Le più celebri Vedute di Roma e i tomi delle Antichità Romane dialogano con la serie completa di 16 tavole delle Carceri d’invenzione, concessa in prestito dalla Fondazione Cini di Venezia.

PIRANESI IN MOSTRA
La consapevolezza dello scorrere del tempo, angosciante e liberatoria insieme, determina in Piranesi la costruzione dello spazio architettonico. La fame insaziabile del dio che divora i propri figli consuma le rovine: architetture imponenti e ieratiche che rivelano la propria contingenza nella degradazione, nel crollo, nello sgretolamento. Destinate fin dall’origine alla distruzione e all’oblio, spetta all’artista e alla sua opera perpetuarle, non come giganti ideali che schiacciano il presente, ma come spunti per l’immaginazione, come metafore di una vita che si rinnova, che a nascita fa seguire corruzione e viceversa.
Non a caso la mostra si apre con il colophon delle Lettere di Giustificazioni – pamphlet polemico che Piranesi indirizza a Milord Charlemont, infido mecenate che si rifiuta di pagarlo – raffigurante gli strumenti dell’architetto disposti in un quadrato inscritto in un uroboros, il serpente che morde la propria coda, simbolo in questo caso non dell’eternità statica e senza via d’uscita del ritorno dell’uguale ma del perpetuo divenire, del mutamento incalzante dell’esistente, che l’artista, pur essendovi sottoposto, dilata ai limiti della sovversione.
Le incisioni di Piranesi manifestano dunque una contraddizione apparentemente irriducibile: da un lato il tempo inteso come linea che divora, nel cammino verso il progresso, tutto ciò che incontra; dall’altro la sua concezione circolare, ripetitiva. Questa duplicità viene ripresa e ulteriormente complicata negli scenari infernali, disturbanti delle Carceri. Spazi a un primo sguardo costruiti in maniera razionale, rigorosa, si rivelano all’occhio più attento intricati labirinti, percorsi funambolici che non portano da nessuna parte. Quest’impressione diventa certezza nel film del 2010 realizzato da Grégoire Dupond per Factum Arte, che dà profondità spaziale agli ambienti delle tavole ricostruendoli in tre dimensioni e offrendo al visitatore la possibilità di percorrerli. Come sottolinea Marguerite Yourcenar – che a Piranesi dedicò un libro – “dalla molteplicità di calcoli che si sanno esatti” si arriva “a proporzioni che si sanno sbagliate“; gli ambienti delle Carceri, prendendo congedo tanto dalla prospettiva gerarchica degli antichi quanto da quella rinascimentale, (de)costruiscono una dimensione spazio-temporale assolutamente innovativa per l’epoca, quasi profetica, in cui il mondo si scopre “privo di centro” e direzione e “nello stesso tempo perpetuamente espandibile“. Quasi anticipando la teoria della relatività di Einstein, Piranesi costruisce una realtà – visione o intima struttura – in cui il tempo non è concepibile né come progresso, né come ripetizione, ma piuttosto come costellazione, come rete elastica in continua espansione.

L’OPERA DI LUCA PIGNATELLI
Luca-Pignatelli-Veduta-del-Castello-dellAcqua-Felice-2020-dalla-serie-Icons-Unplugged-627x420Un’espansione che arriva a toccare la contemporaneità nell’opera di Luca Pignatelli (Milano, 1962) che accoglie il visitatore all’ingresso. Icons Unplugged. Veduta del Castello dell’Acqua Felice è il lavoro realizzato dall’artista milanese appositamente per la mostra: una rappresentazione stratificata e al contempo simultanea del tempo e del suo fluire, che contrappone all’immortalità dell’opera incisoria la caducità del supporto su cui è stampata, dei pannelli di masonite recuperati dal rivestimento di un ristorante in riva al mare, che recano traccia del tempo e degli agenti atmosferici che li hanno corrosi. Un monito sottolineato anche dai tanti, piccoli orologi incastonati in quelli che potrebbero essere altrettanti punti di incontro fra coordinate, centri di alta densità eventuale, in cui – un po’ per caso e un po’ per volontà – si annida già il futuro. Ed è alla fine questa permeabilità, quest’osmosi fra piani temporali diversi a caratterizzare non solo l’opera ma l’intera vicenda personale di Piranesi: la lungimiranza della sua ricerca venne compresa solo dopo, influenzando intellettuali e artisti dell’Ottocento e del Novecento fino ad arrivare ai giorni nostri. Perché del resto questo slittamento del passato nel presente e viceversa appartiene all’arte in genere, che proprio come una lente – d’ingrandimento o a colori, in ogni caso rivelativa – ci consente (quasi) sempre di osservare con occhio critico la contemporaneità attraverso la storia, e la storia attraverso la contemporaneità, a volte addirittura permettendoci di cogliere i segni di quello che verrà.

Info:
Fino al 19/10/2020
MUSEO REMONDINI – PALAZZO STURM
Via Schiavonetti 7 – Bassano del Grappa – Veneto

Autore: Irene Bagnara

Fonte: artribune.com, 24 giu 2020

Raffaello 500. Dai Musei Vaticani, agli Uffizi un racconto intimo e appassionato.

Le celebrazioni per la ricorrenza dei 500 anni dalla morte di Raffaello Sanzio, cominciate questa mattina a Roma con la deposizione sulla sua tomba al Pantheon di un mazzo di rose rosse insieme a fiori disegnati da bambini, sono proseguite con la première in onda sul canale YouTube del MiBACT all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=qJiSm9y-jzE: un racconto intimo e appassionato del rapporto personale e professionale di esperti e studiosi di fama del “Divin pittore” incentrato sul tema che più di ogni altro fu al centro dell’opera di Raffaello, l’amore.
raffaello ai vaticaniCon i contribuiti di: Barbara Jatta, direttrice dei Musei Vaticani; Eike Schmidt, direttore degli Uffizi, Marco Ciatti, direttore dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze; Mario De Simoni, presidente delle Scuderie del Quirinale; dello storico dell’arte Claudio Strinati; del restauratore Antonio Forcellino; della scrittrice Melania Mazzucco, di Marzia Faietti e Matteo Lanfranconi, curatori della mostra su Raffaello alle Scuderie del Quirinale.
Il video di un’ora, in cui storici dell’arte, critici e restauratori si alternano nella narrazione, è aperto da un appassionato ricordo da parte di Claudio Strinati del pittore urbinate, come egli stesso si firmava, e delle circostanze della sua morte, così come raccontate da Giorgio Vasari e nelle cronache dell’epoca che riportano lo sgomento che prese la corte pontificia in quel venerdì santo, il 6 aprile del 1520.
Il direttore dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, Marco Ciatti, illustra il rapporto di Raffaello con la tecnica, l’amore verso il proprio lavoro e i materiali della pittura, e l’equilibrio raggiunto tra capacità tecnica e doti stilistiche, raggiunto con un’apparente facilità che nasconde invece un lavoro duro e faticoso.
La direttrice dei Musei Vaticani, Barbara Jatta, confessa quanto Raffaello sia stato dirompente per la sua esperienza professionale, un artista che ha coinvolto gran parte della sua vita e autentico filo rosso della sua formazione.
Il restauratore Antonio Forcellino in un intervento particolarmente evocativo sottolinea invece quanto non ci si renda conto di quanto sia necessaria l’immagine della bellezza raffaellesca, che ci ricorda quanto il mondo possa essere anche felice, armonico, compassionevole e appagante.
La scrittrice Melania Mazzucco ricorda quanto per Raffaello l’amore sia l’unico dio, più importante di Giove o di Marte, e che né l’ingegno né l’arte potevano spegnere questo fuoco, mentre la curatrice della mostra alle Scuderie del Quirinale, Marzia Faietti, ricorda quanto per amore dell’arte il pittore intraprese uno studio faticosissimo senza mai tradire la fatica.
Il direttore degli Uffizi, Eike Schmidt, prende spunto dai ritratti di Angela e Maddalena Doni per ricordare quanto l’amore sia importante anche in questo difficile momento all’interno dei nuclei familiari, mentre un altro curatore della mostra al Quirinale, Matteo Lanfranconi, sottolinea che l’amore per la cultura e per il mondo antico guidarono l’opera di Raffaello.
Il video si conclude con le riflessioni di Mario De Simoni, presidente delle Scuderie del Quirinale, che ripercorre quanto Raffaello sia attuale e incida anche nei rapporti fra gli Stati e le diverse culture: questo artista, ad esempio, è sempre stato particolarmente amato dai russi, al punto che una sua opera, “La Madonna Sistina” conservata a Dresda, era presente in copia nelle stanze di Tolstoj e Dostoevsky.

Fonte: MiBACT