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UDINE. Zvan da Vdene Fvrlano Giovanni da Udine tra Raffaello e Michelangelo (1487 – 1561).

Raffaello lo volle al suo fianco nella Loggia di Psiche alla Farnesina e nell’impresa delle Logge vaticane, Michelangelo lo teneva in alto conto, Clemente VII si affidò a lui per delicati interventi di restauro e decorazione sia a Roma che a Firenze.
Giovanni Ricamatore, o meglio, Giovanni da Udine “Furlano”, come si firmò all’interno della Domus Aurea, riuniva in sé l’arte della pittura, del disegno, dell’architettura, dello stucco e del restauro. Il tutto a livelli di grande eccellenza.
A Roma, dove era stato uno dei più fidati collaboratori di Raffaello, rimase anche dopo la scomparsa dell’Urbinate. Conquistandosi, per la sua abilità, dapprima il titolo di Cavaliere di San Pietro e quindi una congrua pensione da pagarsi sull’ufficio del Piombo.
Intorno alla metà degli anni trenta del ‘500, Giovanni decise di abbandonare la città che gli aveva garantito fama e onori e rientrare nella sua Udine con il proposito di “non toccar più pennelli”.
Preceduto dalla fama conquistata a Roma, una volta tornato in Friuli si trovò pressato dalle committenze e non seppe mantenere fede al suo “autopensionamento”. Tra gli interventi di maggiore importanza, il lungo fregio a stucco ed affresco nel castello di Spilimbergo e, a Venezia, la decorazione di due camerini di Palazzo Grimani.
Sarà proprio salendo la monumentale scalinata a doppia rampa progetta da Giovanni, stavolta in veste d?architetto, che il pubblico potrà accedere alla magnifica Sala del Parlamento che nella primavera 2021 accoglie la prima retrospettiva che mai sia stata a lui dedicata.
Giovanni da Udine tra Raffaello e Michelangelo (1487 – 1561)”, promossa dal Comune di Udine – Servizio Integrato Musei e Biblioteche, è a cura di Liliana Cargnelutti e Caterina Furlan, affiancate da un autorevole Comitato scientifico.
Per la prima volta in questa mostra viene riunito un cospicuo numero di raffinati disegni che, provenienti da diversi musei europei e da una collezione privata americana, confermano la sua proverbiale abilità nella rappresentazione del mondo animalistico-vegetale e soprattutto di uccelli.
Ciascuno degli ambiti della poliedrica attività di Giovanni da Udine è indagato in mostra attraverso stucchi, incisioni, documenti, lettere, libri e altri materiali.
Inoltre le spettacolari sezioni dedicate alle stampe e ai disegni di architettura consentono di visualizzare i principali luoghi e ambienti in cui l’artista ha operato: dalla Farnesina alle Logge vaticane, da Villa Madama alla Sacrestia nuova di San Lorenzo a Firenze.
Il contesto storico e culturale del tempo viene ricostruito in mostra attraverso libri, documenti e filmati.
Una sezione speciale ripropone al Castello di Udine la mostra documentaria realizzata nell’aprile 2017 alla Farnesina, dedicata ai festoni realizzati nella loggia di Psiche da Giovanni da Udine.
Concluso il percorso espositivo, il visitatore potrà ammirare dal vivo le opere architettoniche, gli affreschi e gli stucchi realizzati da Giovanni da Udine e dai suoi collaboratori nel Castello di Colloredo di Montalbano, a Spilimbergo, a San Daniele del Friuli e a Udine. Per chi voglia spingersi fuori dal Friuli, l’itinerario ideale trova il suo completamento a Venezia, per una visita a Palazzo Grimani, e naturalmente a Roma, che fa tesoro delle sue opere più celebri.

Info:
Castello di Udine – Gallerie dìArte Antica – primavera 2021
+ 39 0432.1272591 – www.civicimuseiudine.it
Ufficio Stampa del Comune di Udine: Francesco Chert ufficio.stampa@comune.udine.it
In collaborazione con: Studio ESSECI, Sergio Campagnolo tel. 049.663499 gestione3@studioesseci.net (Roberta Barbaro) www.studioesseci.net fb studioesseci

NICHELINO (To). Alla Palazzina di Caccia di Stupinigi la mostra su Andy Warhol Super Pop.

Fino al 31 gennaio 2021, la Palazzina di Caccia di Stupinigi ospita la mostra “Andy Warhol. Super Pop”, un viaggio nella vita di Andy Warhol che raccoglie settanta opere, tra fotografie, serigrafie, litografie, stampe, acetati, ricostruzioni fedeli degli ambienti e dei prodotti che Warhol amava e da cui traeva ispirazione.
La rassegna si apre rievocando le atmosfere degli anni Cinquanta e Sessanta, per poi immergere il visitatore nella storia di Warhol, da grafico pubblicitario ad artista di successo, potendo ammirare le sue opere più note come il ritratto di Marylin Monroe, il celebre autoritratto, la mucca Cow e l’iconica Campbell’s soup.
Del percorso fanno parte anche gli acetati e le lastre serigrafiche da cui prendevano vita le sue stampe, e l’esposizione della collezione di scatti del fotografo statunitense Fred W. McDarrah, che ha immortalato l’artista per oltre trent’anni svelandone da una parte il lato più il lato più intimo ed umano e dall’altra mettendo in luce le sue molte e diverse pratiche artistiche. Warhol viene quindi ritratto all’apice della sua carriera circondato dalle scatole di Brillo durante l’inaugurazione di una sua mostra personale, o mentre gira una delle sue pellicole sperimentali, o ancora, molti anni più tardi, intento in una delle sue attività preferite: una telefonata.
Presente nel percorso espositivo anche la replica dell’opera Silver Clouds, un’installazione composta da palloncini che fluttuano a mezz’aria e circondano il visitatore, creata per la prima volta nel 1966 alla Leo Castelli Gallery, dove McDarrah ha documentato il processo di allestimento. Non mancherà l’Andy comunicatore, istrionico in compagnia, nei migliori locali di tendenza d’America, oltre che assoluto padrone di casa della Factory, ovvero la “fabbrica” dove Warhol produceva la maggior parte del suo lavoro, ma anche il suo quartier generale, il luogo di ritrovo e condivisione dove tutti i suoi amici si riunivano per condividere fantasie, passioni ed idee, tra trasgressive feste all’avanguardia. È lo spazio dove la Pop Art diventa uno stile di vita e alla base c’è l’accettazione di qualsiasi comportamento, senza giudizio. Tra attori, drag queen, personaggi mondani e liberi pensatori, alla corte di Warhol passano anche artisti come Lou Reed, Bob Dylan, Truman Capote e Mick Jagger. Alla Palazzina di Caccia di Stupinigi sarà ricreata l’atmosfera dello studio ed esposta la copia esatta dello storico divano rosso de la Factory. A chiudere il percorso gli scatti del fotografo Anton Perich ai visitatori della Factory e le testimonianze di Keith Haring a Basquiat, che hanno accolto il lascito del maestro.

Info:
La mostra, organizzata da Next Exhibition e Ono Arte con il patrocinio di Città Metropolitana Torino, apre dal martedì al venerdì dalle 10 alle 17:30, il sabato e la domenica dalle 10 alle 18:30 (ultimo ingresso un’ora prima della chiusura). Chiuso il 25 dicembre.
Biglietti: intero 12 euro + prevendita, ridotto generico (over 65, under 12, convenzionati CRAL, possessori abbonamento musei, media partner, diversamente abili) 10 euro + prevendita, ridotto gruppi (minimo 10 persone) 8 euro + prevendita, ridotto scuole (minimo 15 alunni) 6 euro + prevendita, gratis per bambini sotto i sei anni. Biglietto open 15 euro. I biglietti si possono acquistare sul circuito Ticketone, la prevendita è di 1,50 euro.

Fonte: www.finestresullarte.info, 17 ott 2020

VENEZIA. In mostra la “Sacra Conversazione con i santi Caterina e Tommaso” di Lorenzo Lotto.

Ritorna a Venezia la Sacra Conversazione con i santi Caterina e Tommaso, capolavoro realizzato tra il 1526 e il 1528 da Lorenzo Lotto (Venezia, 1480 – Loreto, 1556/57) e fino al 17 gennaio 2021 esposto alle Gallerie dell’Accademia. Il dipinto proviene dal Kunsthistorisches Museum di Vienna, e il suo arrivo in Laguna rientra in Un capolavoro per Venezia, progetto ideato dalle Gallerie dell’Accademia in collaborazione con Intesa Sanpaolo che periodicamente vedrà esposte, all’interno del museo, opere del Rinascimento veneto provenienti dalle principali istituzioni museali internazionali.
Nato e formatosi a Venezia, Lotto è tra i principali esponenti della pittura veneziana della prima metà del Cinquecento, sebbene la sua fortuna critica abbia avuto non poche “turbolenze”: durante gli anni della sua attività, a dominare il panorama pittorico veneto era Tiziano. Fu probabilmente per questo motivo che Lotto viaggiò per tutta l’Italia, toccando Treviso (dove dipinse il Ritratto del vescovo Bernardo de’ Rossi), le Marche, Roma (qui, nel 1509, realizzò la tavola con San Girolamo Penitente conservata a Castel Sant’Angelo), le Marche, Bergamo (con la Pala Martinengo, Susanna e i vecchioni, la Pala di San Bernardino, la Pala di Santo Spirito e le importanti commissioni per l’Oratorio Suardi e le tarsie del coro di Santa Maria Maggiore). Lotto farà ritorno a Venezia intorno al 1527, e qui resterà per vent’anni prima di ritirarsi a Loreto nel 1552. Risale ai primi anni della sua permanenza in Laguna la Sacra Conversazione con i santi Caterina e Tommaso, opera che si differenzia rispetto alle rappresentazioni dello stesso soggetto per la maggiore flessibilità e naturalezza con cui i santi circondano la Madonna e il Bambino.
L’esposizione della Sacra Conversazione con i santi Caterina e Tommaso è il capitolo iniziale di Un capolavoro per Venezia, progetto con cui le Gallerie dell’Accademia intendono recuperare le relazioni internazionali in una città colpita dalle calamità dell’acqua alta del 12 novembre 2019 e della pandemia.
Nei mesi successivi giungeranno al museo veneziano opere da altri importanti musei internazionali, tra cui l’Ermitage di San Pietroburgo.
“Le opere d’arte sono un ponte che può favorire la conoscenza e agevolare il dialogo”, spiega il Direttore delle Gallerie dell’Accademia di Venezia Giulio Manieri Elia. I capolavori selezionati potranno, infatti, dialogare con il patrimonio del museo e favorire la riapertura di rapporti con il contesto internazionale in un momento così delicato. I dipinti si ricollegano precisamente alla tradizione pittorica rinascimentale veneta e s’inseriscono perfettamente all’interno del contesto museale delle Gallerie, intessendo una trama di dialoghi, rimandi e confronti con le opere della collezione permanente e la città lagunare”.

Autore: Desirèe Maida

Fonte: artribune.com, 15 ott 2020

ROVIGO. Il mondo a testa in giù di Marc Chagall – Anche la mia Russia mi amerà.

Si chiamava Moishe Segal e se questo nome vi dice poco la cosa è abbastanza normale: era nato in una famiglia ebrea nella Russia antisemita di fine Ottocento e per lui il padre aveva previsto un pacifico futuro da negoziante d’aringhe. Ma divenne pittore, e, come se non bastasse, in un Paese in cui la figurazione era bandita e i cambiamenti arrivavano con decenni di ritardo rispetto al resto d’Europa. Ora, se invece del suo nome ebraico lo chiamassimo Marc Chagall (Vitebsk, 1887 – Saint-Paul-de-Vence, 1985), tutti lo riconoscerebbero: nemmeno il Novecento dalle mani insanguinate è riuscito a cancellare i sogni e le speranze di questo grandissimo pittore visionario in esilio dalla sua Russia. In valigia ha portato con sé una giostra di visioni e personaggi in cui la realtà si (con)fonde con un repertorio immaginifico rubato alle favole e alle vignette popolari, rischiarate dall’aura sacra delle icone ortodosse.
chagall 2Questo turbinio d’immagini fiabesche spalanca i portoni di Palazzo Roverella a Rovigo per rapire il visitatore in un carosello di sogni: le due sezioni della mostra indagano lo stile pittorico di Chagall prima e dopo l’esilio, dal realismo degli inizi alla trasfigurazione della patria lontana alla luce della memoria. Le oltre cento opere selezionate dalla curatrice Claudia Zevi sono il passaporto dell’anima di Marc Chagall, prestiti d’eccezione dagli stessi eredi dell’artista, da storiche collezioni private e grandi eccellenze museali, come la Galleria Tret’jakov di Mosca, il Museo di Stato Russo di S. Pietroburgo, il Pompidou di Parigi, la Thyssen Bornemisza di Madrid e il Kunstmuseum di Zurigo. “Anche la mia Russia mi amerà”, profetizzava Chagall nella sua autobiografia: scriveva queste parole all’inizio dell’esilio dalla Russia che lo avrebbe adorato, aveva trentaquattro anni e ancora non sapeva che la vita gliene avrebbe regalati 97 da vivere.
Paesini di campagna senza tempo, incantati in un Medioevo di cristallo: è lì che Chagall farà sempre ritorno, con il corpo e con l’anima, in quella minuscola Vitebsk che ai suoi occhi era grande come un firmamento, decadente e improduttiva ai confini tra Russia e Lettonia. A un’umanità assetata di stabilità e certezze Chagall offre un mondo da guardare a testa in giù, dalla prospettiva dei folli: il suo universo brulica di animali volanti, asini, capre, mucche, pesci; s’incontrano acrobati, violinisti strampalati e sirene, saltimbanchi, pendole, violini, oggetti di ogni tipo che dai ricordi dell’infanzia migrano sulla tela per distillare temi e domande universali come la fede, l’amore, la morte e la salvezza.
Chagall è il cantastorie che fin da bambino ama guardare la città dall’alto dei tetti: i suoi ricordi affiorano sulla tela, presenze che abitano la sua anima comparendo laddove l’osservatore non se li aspetta, ma il sognatore sì: ecco che al rintocco della pendola di famiglia tutto prende vita e si ritrova a fluttuare sopra le isbe, le abitazioni russe di campagna; al canto del gallo sbocciano fiori e visioni, si risvegliano strade senza case e abitanti che camminano in aria, come la sua Bella, l’adorata moglie che lui tiene per mano per non farla fuggire come un aquilone al vento.
Che fosse uno squattrinato artista in cerca di fortuna, un esule dall’Unione Sovietica, il commissario per le Belle Arti di Vitebsk o un maestro stimato invitato al MoMA, Chagall ha annullato il tempo per parlare alle generazioni future: a loro ha raccontato il destino dell’uomo con l’esperanto delle emozioni e degli affetti, anima nomade che è riuscita a scovare l’ultimo residuo di bellezza tra gli orrori di un Novecento funambolo tra morte e redenzione.
Il suo blu appartiene ai sogni e agli innamorati che si librano fino a sovrastare la città e ogni sofferenza; il suo blu è il colore dell’attesa di Dio, dell’amore, di se stessi. L’attesa da una finestra alla sera, quando si sta con il gomito sul davanzale, il mento appoggiato su una mano e le risposte alle domande sulla vita portate via dal suono di un violino lontano.

Info:
dal 18/09/2020 al 17/01/2021
PINACOTECA DELL’ACCADEMIA DEI CONCORDI – PALAZZO ROVERELLA
Via Giuseppe Laurenti 8/10 – Rovigo

Autore: Serena Tacchini

Fonte: artribune.com, 18 ott 2020

ABANO TERME (Pd). 6/900 DA MAGNASCO A FONTANA. Dialogo tra collezioni.

Moretto da Brescia a fianco di de Chirico, Baschenis con Severini, Soffici, Melotti, Guttuso, Parmiggiani o Dorazio. Magnasco e de Pisis, Morlotti, Fontana….
“6/900 Da Magnasco a Fontana. Dialogo tra Collezioni”, promossa dal Comune di Abano Terme nel Museo di Villa Bassi Rathgeb (dal 17 ottobre 2020 al 5 aprile 2021), offre spunti, stimoli, emozioni infinite. Cui concorre anche il ?contenitore?, ovvero la Villa, con i suoi affreschi, stucchi, arredi.
Virginia Baradel ha scelto di entrare con il passo dell’amatore nelle collezioni Rossi Rathgeb e Merlini. La prima, formata da tre generazioni di notabili bergamaschi, Alberto Rathgeb, Giuseppe Bassi Rathgeb e Roberto Bassi Rathgeb, venne donata da quest?ultimo al Comune aponense celebre per le cure termali, cui era legato da lunga e prediletta consuetudine. Una collezione eclettica con opere riconducibili alla vocazione familiare rivolta al ?600-?800 lombardo e bergamasco in particolare, che annovera inoltre sculture e reperti archeologici, argenti, i mobili e arredi.
Assai nota e celebrata è la collezione di arte contemporanea di Giuseppe Merlini formata da una galleria così ampia e cospicua di pezzi, da prestarsi a instaurare dialoghi e corrispondenze inedite con opere e luoghi di altre epoche.
Pur nell?evidente diversità, le due collezioni tuttavia sono state formate entrambe con opere dettate dal gusto personale del collezionista e dai rapporti di stima e, spesso, di amicizia intrattenuti con gli artisti. Le due collezioni presentano il medesimo profilo di pregio artistico orientato esclusivamente dalla soggettività che nel caso di Roberto Bassi Rathgeb si estende anche a un approccio di studio e di riscoperta dei maestri vedutisti lombardi del ‘700.
“Avendo come pregevole ed esigente interlocutore una villa d?impianto cinquecentesco, rimaneggiata e decorata in più epoche, con nobili spazi e notevoli affreschi, ho pensato di comporre -afferma la curatrice- un percorso intrecciato con le opere appartenenti alle due collezioni che consenta un viaggio nell?arte contemporanea italiana.”
Gli affreschi delle varie sale (databili dal ‘600 all’800) offrono delle narrazioni così cariche di suggestioni, sia dal punto di vita tematico che pittorico, da porsi quale schermo privilegiato per incursioni di un contemporaneo che, nella diversità, esalta ulteriormente le qualità di entrambe.
Il percorso si snoda attraverso tre sezioni che prendono spunto da tre generi, Ritratto, Natura morta e Paesaggio, che sono presenti nella collezione aponense.
Il Ritratto ci introduce al tema della figura, del soggetto particolare, esteso nell?arte contemporanea alla figura tout court, che subisce profondi mutamenti diventando oggetto delle sperimentazioni più ardite. Il ritratto della sorella di Cesare Tallone troverà stridente ma emozionante controcanto nella scomposizione di Donna e luna di Renato Birolli del 1947 e ne La moglie di Picasso di Enrico Baj del 1964: due busti femminili lacerati e incalzati da un segno potente che, minandone la compostezza ne carica la potenza espressiva e la arricchisce d?indizi concettuali. Nondimeno la modella in Lo studio di Achille Funi del 1942 mostra come l’eco del “Ritorno all’ordine” avesse ricomposto, con ben altra condotta di pittura, l’assunto della classicità. Il sublime incanto di Modigliani, nell?elaborato disegno in collezione Merlini, racconta altresì l?altro capo della classicità: il fascino del purismo linearistico della scultura primitiva.
Il ritratto maschile trova nell’imprinting cinquecentesco del Moretto una plastica identità sociale, una fierezza di timbro e prestanza che eleva la fedeltà ritrattistica a canone di affermazione sulla ribalta dl mondo, requisiti che nel Novecento precipiteranno nella coscienza dell?uomo “senza qualità”, come i piccoli uomini sperduti in una Piazza d’Italia di De Chirico, o nel relitto figurativo vagamente clownesco nelle composizioni di Sironi del dopoguerra, o nell’uomo baconaiano di Ferroni.
La Natura morta ci consente di entrare nel merito dei valori compositivi della pittura e dunque, partendo dalla natura morta di strumenti musicali del Baschenis della collezione di Villa Bassi, si snoda un percorso che vede in scena Soffici, Severini, Tozzi, Melotti, Guttuso, via via sino a Magnelli, Pirandello, Dorazio, Romiti, Parmiggiani; si passa dunque dal vigore sintetico di ascendenza cubista di Severini all?esuberanza coloristica di Guttuso, via via sino all?ossatura spaziale astratta che procede per linee geometriche e partiture cromatiche piatte.
Ma è nel Paesaggio che la metamorfosi tra Natura e Pittura, che Arcangeli definì come propria dell’Informale del suo “Ultimo naturalismo“, si compie sino in fondo. Partendo da una serie di paesaggi della collezione del Museo aponense dal ‘600-‘800, primi fra tutti quelli di Magnasco e Marini, Porta, Ronzoni, Fidanza, si svolge un nastro di progressiva e affascinante destrutturazione e mutazione delle forme da un lato nelle “viscere” della pasta cromatica, dall?altro nell?ordito della composizione che tende a raggelarsi in versione stratta.
Dunque lo sguardo trascorrerà da Tosi e de Pisis sino a Morlotti e Mandelli da un lato, Rho e Radice dall’altro sino alle suggestioni eteree di Valentino Vago e Claudio Olivieri e allo spazio senza più traccia di pittura che affida alla pura fisicità della tela l?iniziativa della forma come in Fontana, Bonalumi, Castellani.
Un angolo di silente sacralità è affidato alle piccole sculture di Wildt e Fontana, che si accompagnano alla malinconia della Testa in terracotta di Casorati del 1919.

Info:
Museo Villa Bassi Abano Terme | www.museovillabassiabano.it
dal 17 ottobre 2020 al 5 aprile 2021