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ROMA: Manet

Impressionista sì, impressionista no. Primo dei contemporanei o ultimo dei classici. Rivoluzionario che cita a menadito l’arte classica. Contraddittorio, affascinante Manet…

In fondo Edouard Manet (1832 – 1882) è un problema. Parigino fino al midollo, dandy raffinato, artista colto. E contraddittorio. Perché dipinge la vita moderna e cita l’arte classica, perché scandalizza (ben consapevole di farlo) gli accademici ed espone al Salon, che dell’arte comme il faut è da sempre la sede eccellente. Poi ci sono Monet, Renoir, Pissaro e tutti gli altri: amici e compagni d’avventura, certamente, eppure Manet non parteciperà a nessuna delle otto mostre degli impressionisti, preferendo –a rischio del rifiuto- la via consacrata all’arte ufficiale, perché –sostiene- lì sta “il vero campo di battaglia. È lì che bisogna misurarsi”. Un outsider, quindi: intelligente, arguto, orgoglioso. Ostico, per principio.

Una mostra su Manet non s’allestisce solo a suon di capolavori, è una sfida difficile, ci vuole una mano ferma e idee chiare. Così la mostra del Vittoriano funziona, con sorprendente semplicità: capolavori pochi, uno per tutti l’ipnotico, straordinario ritratto della creola Jeanne Duval (1862) e la scelta, non scontata, di dedicare molto spazio alle incisioni, da leggere come cartina al tornasole dell’abilità virtuosistica dell’artista.

Manet ama l’arte spagnola: Murillo, Velàzquez, Goya, da loro impara le atmosfere vibranti, il tratto nervoso, il nero denso, che diventerà una sorta di cifra ricorrente della sua opera. E’ di un nero insondabile il fondo che serra il corpo di madreperla della Sultana (datata intorno alla prima metà degli anni sessanta del XIX secolo), è un nero vellutato quello che avvolge l’Amazzone (1870) e che tinge lo sguardo penetrante di Berthe Morisot, amica, artista e poi cognata, protagonista di tanti quadri dell’artista e qui ritratta in una litografia datata tra il 1872 e il 1874.

La vita moderna preme nei quadri di Manet come un’esigenza cui è impossibile sottrarsi: sfilano scene di boulevards (da vedere, per esempio la piccola Rue Mosnier, del 1878, dal taglio inedito), amici e amiche, che poi sono personaggi di spicco della Parigi dell’epoca. Da Marcellin Desboutins, dipinto nel 1875, a Méry Laurent, musa di Mallarmé, che si staglia contro un fondo di stoffa azzurra fiorata. Fare il vero e lasciar parlare dice Manet. E non verrà mai meno a quel motto.

Una sorpresa sono le piccole nature morte degli anni Ottanta, per lo più concepite come una sorta di dono affettuoso per gli amici: come le Pesche, saggio di una pittura ineccepibile, che fonde reminiscenze antiche ed echi contemporanei. Sul filo di quella peculiare, arguta intelligenza che è caratteristica inimitabile di Manet.

Info:
Manet – a cura di Maria Teresa Benedetti, fino al 5 febbraio 2006.
Roma, Complesso del Vittoriano, via di San Pietro in carcere (Fori Imperiali), dal lunedì al giovedì 9.30-19.30; venerdì e sabato 9.30-23.30; domenica 9.30-20.30, ingresso intero 9 euro, ridotto 7 euro, catalogo Skira.

Autore: Maria Cristina Bastante

Fonte:Exibart on line

ROMA: Federico Zandomeneghi – Un veneziano tra gli impressionisti.

Questa mostra si inserisce in un solco di indagine che il Chiostro del Bramante persegue da tempo, sui movimenti e sulle figure più importanti dell’arte italiana, che ebbero un ruolo centrale nel dibattito internazionale.

Chiostro del Bramante, in collaborazione con la Fondazione Antonio Mazzotta di Milano presenta un’esposizione retrospettiva e antologica dedicata a Federico Zandomeneghi.

Questa mostra si inserisce in un solco di indagine che il Chiostro del Bramante persegue da tempo, sui movimenti e sulle figure più importanti dell’arte italiana, che ebbero un ruolo centrale nel dibattito internazionale. Con questa mostra si inaugura anche la serie intitolata “Grandi Artisti Italiani”.

Le ultime rassegne italiane dedicate all’impressionismo e ai suoi artisti hanno approfondito la presenza dei tre italiens de Paris, De Nittis, Zandomeneghi e Boldini, all’interno della cultura impressionista e rivalutato il loro contributo al successo dell’arte francese. A differenza di De Nittis, che non interruppe mai i rapporti con l’Italia, Zandomeneghi restò invece esclusivamente legato all’ambiente parigino, e non a caso partecipò dal 1879 a tutte le mostre impressioniste, tanto che dei tre “italiani di Parigi” è quello che ha avuto i legami più duraturi e profondi con l’ambiente impressionista e post-impressionista. E’ quindi ora perfettamente lecito presentare l’artista italiano come una voce singolare della nouvelle peinture, sia pure temperata dai richiami alle proprie radici nella scuola veneta e toscana.

La vicinanza dei temi, come le immagini della toilette femminile, i paesaggi parigini, le figure in interno, sono solo un tassello, importante ma non esclusivo, di quella trama di suggestioni tra impressionismo e post-impressionismo, nelle quali si considera ora necessario inserire l’arte di Zandomeneghi. Finora infatti gli studiosi italiani hanno insistito soprattutto nel “riprendersi” (secondo l’espressione di Raffaello Giolli) la sua arte per recuperarla all’interno del contesto italiano, sottolineando il suo ruolo di artista ponte tra la scuola veneta e quella macchiaiola, tra quella toscana e quella francese. Più recentemente invece, mentre si delinea la nozione di un “impressionismo” italiano, si mira a contestualizzare l’artista nel più ampio panorama europeo gravitante su Parigi e forse è arrivato il momento di guardare a Zandomeneghi attraverso la quotidianità dell’ambiente parigino in cui dal 1874 ha vissuto ininterrottamente fino alla morte.

Il progetto si articola quindi su 100 circa tra dipinti e pastelli di Zandomeneghi, accompagnati da una trentina di suoi disegni, che permetteranno da una parte di studiare il passaggio dall’abbozzo all’opera finita, dall’altra di delineare appunto quel particolare senso del disegno che soprattutto nella cerchia di Degas è elemento caratterizzante di un certo clima impressionista. Accanto alla selezione di Zandomeneghi vengono inserite a confronto opere di artisti francesi, come i dipinti di Monet, Renoir, Sisley, Pissarro, i pastelli di Degas, grafiche di Toulouse-Lautrec, visualizzando così la fitta trama di riferimenti e suggestioni tra Zandomeneghi e i suoi amici impressionisti.

La mostra è suddivisa in sedici sezioni tra cui:

1. Il periodo macchiaiolo
Il percorso della mostra non si snoda cronologicamente, ma si costruisce per temi che riprendono i soggetti preferiti dall’artista e dai suoi amici impressionisti, presentando però un’importante apertura dedicata al momento essenziale del periodo italiano, ossia la sua frequentazione dell’ambiente macchiaiolo a Firenze. La sensualità cromatica della tradizione si coniuga in Preparativi (1873, Istituto Matteucci Viareggio) con il chiaroscuro marcato e netto della scuola fiorentina, le cui lezione sulla luce fa da base ai successivi esperimenti luministici parigini.

2a. Parigi e la pittura en-plein-air
La Parigi di Zandomeneghi non è la Parigi elegante, mondana e internazionale celebrata da De Nittis e Boldini, ma si racchiude nel quartiere bohèmien per eccellenza, Montmartre, dove l’artista viveva a fianco di Toulouse-Lautrec e della artista e modella Suzanne Valadon, ritratta in molte opere di Renoir, Lautrec, Puvis de Chavannes e Zandomeneghi.Montmartre possedeva ancora in quegli anni un carattere popolare e periferico, la cui atmosfera si adatta perfettamente a Zandomeneghi, i cui soggetti preferiti illustrano sempre un ambiente domestico e familiare.
Dipinti come Il Moulin de la Galette (Fondazione Enrico Piceni, Milano), Place d’Anvers (Galleria Ricci Oddi Piacenza) o ancora Casetta a Montmartre (Galleria Nazionale d’Arte Moderna Roma) non ricreano così solo il suo palcoscenico quotidiano ma testimoniano anche il graduale avvicinamento alla poetica impressionista della pittura en-plein-air, reso più profondo dai vincoli d’amicizia con paesaggisti puri come Pissarro e Guillaumin. Accanto alle vedute parigine gli esterni di Zando si arricchiscono dei paesaggi della campagna francese della Chevreuse, dove trascorreva le vacanze.
Il puntinismo atmosferico di Zandomeneghi evidente in molte creazioni, come ad esempio in Riposo sul prato (collezione privata) trova un’evidente corrispondenza nello stile di molti pittori impressionisti, nella poesia discreta di Alfred Sisley (Il canale del Loing a Moret,1882, collezione privata) o all’estremo opposto nella forza cromatica e materica di Pissarro, Guillaumin, Gauguin. L’artista italiano fu infatti sempre attento a cogliere le molteplici inflessioni della “scuola” impressionista, anche nel suo sfaldarsi verso il post-impressionismo del pointillisme e della scuola di Pont-Aven.

2b. La donna di Zandomeneghi e la moda parigina
Per molti anni Zandomeneghi fu attivo come disegnatore di figurini per le riviste di moda parigine. L’artista si piegò malvolentieri a questo impiego che gli portava via tempo per la pittura ma che d’altro canto era il suo sostentamento, e non è stato ancora possibile individuare questi lavori per la moda. Tuttavia è indiscutibile che la figura femminile è il soggetto principale dell’arte di Zandomeneghi e che le sue figure, tanto in interni che in esterni, risentono notevolmente dell’influsso della moderna raffigurazione dell’eleganza diffusa propria attraverso le riviste di moda, che del resto si offrivano come spunto di riflessione e studio anche agli artisti francesi non solo impressionisti.
La descrizione delle toilettes, degli elaborati cappelli, dei gesti tipici della moda, come l’indossare i guanti, o muovere il ventaglio, occupa un posto di rilievo nella sua produzione, e a questo filone appartengono molte delle sue opere più celebri, come Serata di gala (collezione privata) o Il thé (Collezione Sacerdoti, Milano).

3. Il nudo
La vicinanza di Zandomeneghi a Degas, con il quale condivideva l’amore per il disegno, i valori lineari e il pastello, si esprime essenzialmente nelle scene di nudo, per lo più ambientate in interno, che colgono giovani donne nei gesti quotidiani del risveglio e della toeletta. Una creazione esemplare come La tinozza (collezione Sacerdoti Milano) dichiara esplicitamente il richiamo a Degas e al gruppo di artisti a lui legati, a partire da Jean-Louis Forain (La tinozza, Tate Gallery Londra) e Toulouse-Lautrec, per il modus corsivo e graffiante con cui è delineata la figura accovacciata. Ma Zandomeneghi non si ferma esclusivamente a Degas e, come per tutti i suoi soggetti, anche nel nudo non mancano i riferimenti all’altra grande corrente impressionista, quella dei “coloristes” di Renoir, il cui gusto cromatico l’artista veneziano ammirava incondizionatamente. “Che lusso, che aristocrazia, che sfarzo di gemme semine nelle tele! Com’è delicato, com’è femminile, insomma com’è artista” scrive nel 1883 all’amico Diego Martelli.

4. La natura morta
L’attenzione alla pittura di Renoir viene sottolineata dalla scelta di Zandomeneghi di dedicarsi negli ultimi alla natura morta e alla pittura di fiori, generi tipicamente francesi, come osservava lo stesso Zandomeneghi, che certamente conosceva anche la lezione di Cézanne. E come in Renoir, il trionfo vitalistico dei fiori (Il bouquet di fiori, collezione privata) si contrappone all’accento volutamente povero delle nature morte con i pesci (Piatto con pesce, Collezione Sacerdoti, Milano) dove la suggestione del colore e la finezza del tratto riscatta la modestia del soggetto.

Il ricco catalogo, edito da Mazzotta, presenta i contributi dei due curatori, sul percorso stilistico e tematico di Zandomeneghi, accompagnati dai saggi di Mimita Lamberti e Raffaele De Grada sull’ambiente impressionista e Maria Luisa Rizzini sulla moda parigina, mentre i testi di Ugo Bazzotti, Maria Grazia Piceni, Ippolito Edmondo Ferrario illustrano il mondo e il fenomeno del collezionismo di Zandomeneghi, da Durand-Ruel alle grandi collezioni storiche come Mondadori, Piceni, Sacerdoti. Il testo di Giovanni Federico Villa è dedicato invece agli esiti della campagna di analisi reflettografica portata avanti dall’Università di Bologna negli ultimi anni, che ha permesso di studiare, attraverso il disegno preparatorio sottostante la materia pittorica, il processo creativo di Zandomeneghi nelle sue opere più significative.

Info:
Roma – CHIOSTRO DEL BRAMANTE – Arco Della Pace – tel. 0668809035
Fino al 5 marzo 2006 – orario: dal martedì al venerdì 10–20; sabato 10–24; domenica 10–21,30
Ingresso: intero € 9; ridotti € 7 e 4,50;
catalogo: €. 42,00 in libreria e €. 35,00 in mostra – Mazzotta Editore

Link: http://www.chiostrodelbramante.it

Email: direzione@chiostrodelbramante.it

CESENA: “RESPIRI DI POESIA”- Le tele e le parole di Tonino Gottarelli.

Dal 19 novembre 2005 all’8 gennaio 2006 la Galleria Comunale d’arte al Palazzo del Ridotto di Cesena ospita oltre 50 dipinti e 16 volumi realizzati dal maestro imolese negli ultimi 30 anni.

“Torno subito: sono occupato col tramonto”. Questi pochi versi di Tonino Gottarelli racchiudono in maniera emblematica le due anime del maestro imolese, la poesia e la pittura: entrambe sono in mostra a Cesena nella rassegna dal titolo “Respiri di poesia”, in programma alla Galleria Comunale d’arte nel Palazzo del Ridotto dal 19 novembre 2005 all’8 gennaio 2006.

“Il terreno d’incontro con Tonino Gottarelli è quello della poesia, da lui tradotta ora in immagini ora in parole, sempre per brevi respiri di silenzio”. Così Marilena Pasquali, curatrice della mostra, introduce l’esposizione, che rappresenta un’occasione unica per apprezzare la ricerca pittorica e letteraria di Gottarelli, un artista che da sempre ha saputo conciliare l’uso della penna e delle parole con quello del pennello e dei colori. Gli oltre 50 dipinti in mostra, realizzati dal 1975 ad oggi, saranno infatti accompagnati da 16 volumi che racchiudono novelle, poesie, aforismi e riflessioni filosofiche di Gottarelli, pubblicate dal 1942 al 1995.

Tra le tematiche rappresentate nei dipinti e nei testi in mostra a Cesena figurano i paesaggi dell’Appennino, i fiori, i vicoli di città, i segnali stradali, le nature morte, le nevicate, con una grande attenzione al dettaglio della quotidianità e ai particolari, che emergono con una forza dirompente sia nei dipinti che nelle liriche. Le diverse modalità espressive si intersecano così fortemente nella produzione artistica di Gottarelli che non è esagerato definire la sua poesia una “pittura parlante” e la sua pittura una “silenziosa poesia”, con una felice espressione di Mariana Campean, Direttore Artistico della Fondazione a lui intitolata. E già Vittorio Sgarbi, nel 1986, parlava di Gottarelli come “artista insigne con l’aspetto severo del filosofo antico e con lo spirito libero del giovane bohèmien, che di «mestiere» fa lo scrittore e il pittore”. In questa arte, fatta di mille tonalità di colori e di accostamenti a volte impensati, Gottarelli ritrova tutta la semplicità dell’essere umano, e in particolare della parte infantile che ancora alberga in esso; ancora capace di stupirsi di fronte a un comignolo di camino fumante, a un fiore di campo, ad uno spigolo di muro. “Collezionista di istanti”, lo ha definito brillantemente Marilena Pasquali, curatrice della mostra, tanto che le emozioni della vita traspaiono senza inibizioni tra una pennellata e un tocco incisivo di colore.

Breve scheda dell’artista
Tonino Gottarelli nasce nel 1920 in un vicoletto del centro di Imola, dove si diploma con ottimi voti al liceo. Completati gli studi con la laurea in filosofia a Bologna, la sua passione per la letteratura si rivela già a vent’anni, con la scrittura del romanzo L’ideale, la raccolta di novelle dal titolo Il gioco e, intorno agli anni ’50, la pubblicazione di alcune raccolte di liriche. Tra gli anni ’50 e ’60 Gottarelli inizia sia l’attività pittorica che quella dell’insegnamento, che lo vede dapprima professore di storia e geografia alle scuole medie e in seguito maestro elementare nei luoghi più disparati del comprensorio imolese. Ma il lavoro non lo distoglie dalle attività pittorica e poetica, che proseguono ininterrottamente: per quel che riguarda l’attività pittorica, da segnalare l’esposizione di opere in mostra in tutta Italia (la prima a Faenza, nel 1960) e all’estero (a Parigi nel 1966 e nel 1967, con una collettiva al “Salone di Maggio”), mentre per la produzione letteraria una tappa importante è rappresentata dalla vincita del premio letterario a Cervia nel 1960, in cui incontra il critico Giacinto Spagnoletti, in giuria insieme a Giuseppe Ungaretti. Il suo amore per la natura lo porta in questi anni alla ricerca di una abitazione a lui consona in campagna, fino a stabilirsi per circa 15 anni nella zona di Pediano nell’imolese, in una casa isolata, in cui la produzione letteraria acquista una profondità nuova: sono di questo periodo il romanzo L’amore al rallentatore e una raccolta di lettere filosofico-amorose che pubblicherà nel 1981 con il titolo Lettere inutili. Nello stesso anno Gottarelli si trasferisce definitivamente in città, a Imola, dove abita tuttora. Qui la poesia e la pittura vengono portate avanti con la stessa passione: negli anni ‘90 le opere di Gottarelli sono esposte in tutta Italia (Milano, Bologna, Verona, Pisa, Bari, Ferrara, Treviso, Trento, solo per citarne alcune) e all’estero (nel 1998 a Dusseldorf, Germania, e nel 2000 a Miami Beach, Florida). Di pari passo, le sue produzioni letterarie proseguono intensamente: tra queste, ricordiamo la raccolta di poesie Vita di un’idea che vince il Premio Lions di Milano, e il volume Musa a domicilio del 1995, opera che rivela una grande saggezza e lo spirito contemplativo del Maestro.

Hanno scritto di lui:
“Il compito dell’artista è“dare una mano al sole”, ed è questo anche il ruolo nel quale Tonino Gottarelli, poeta con le parole e con i pennelli riconosce la propria identità di pittore, individuando in essa il senso più autentico della propria arte. Un ruolo che, per chi non conoscesse Gottarelli, potrebbe sembrare di ambizioni titaniche, da novello Prometeo dei nostri giorni. E’ invece una cotidiana oratio di francescana umiltà, una filosofia non dei cieli, ma della terra e per la terra che è strettamente imparentata col più umano dei sentimenti della natura. Dare una mano al sole significa, nel linguaggio dolce e suggestivo di Gottarelli “togliere le cose dal buio”, guardarle oltre quanto ci concede la vista fisica, cercare in profondità la loro sostanza sotto l’aspetto più esteriore. Dare una mano al sole significa guardare con gli occhi dell’anima. Sono ormai cinquant’anni che Gottarelli guarda e dipinge con gli occhi dell’anima, facendo di questa esperienza un motivo di vitale necessità non solo per la propria arte, ma anche per la propria esistenza.”

Vittorio Sgarbi Info:
Sede: Galleria Comunale d’Arte al Palazzo del Ridotto di Cesena
Apertura: tutti i giorni (compresi i festivi, escluso il lunedì) – Orario: 9,30 – 12,30 / 16 – 19 – Ingresso: gratuito

Assessorato alla Cultura del Comune di Cesena – Via Aldini, 22 Tel. 0547 355 727-355 711 Fax 0547 355 721, e-mail:ufficiocultura@sanbiagiocesena.it
Fondazione Centro Studi Tonino Gottarelli – Tel. e fax 0542 24487, campean@interfree.it

Ufficio Stampa – Agenzia PrimaPagina – Filippo Fabbri, Caterina Molari
Via Sacchi 31 – 47023 Cesena – Tel. 0547 24284 – Fax 0547 27328, info@agenziaprimapagina.it

CREMONA: TESORI DI CAPODIMONTE – Dipinti disegni oggetti lombardi e porcellane.

La mostra, promossa e organizzata dall’Apic di Cremona con il patrocinio e il contributo della Regione Lombardia e della Fondazione Comunitaria della Provincia di Cremona, si realizza grazie alla collaborazione con la Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Napoletano e con prestiti del Museo di Capodimonte: un incontro fortunato che consente di presentare a Cremona una serie di capolavori assoluti della storia dell’arte in quanto opere di indiscutibile valore scientifico e culturale.

La mostra, sostenuta dalla Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Napoletano, con saggi in catalogo di Mina Gregori e Nicola Spinosa, presenta nell’insieme 22 dipinti, 11 disegni, 17 oggetti oltre a 53 porcellane di manifattura napoletana.

Tra i dipinti in mostra, vi sono opere di Andrea Mantegna, la Sant’Eufemia del 1454 proveniente dalla collezione del cardinale Stefano Borgia; di Sofonisba Anguissola, con il bellissimo Autoritratto alla spinetta; di Boccaccio Boccaccino, tra cui l’Adorazione dei pastori, che è considerata una tra le sue opere più significative; di Polidoro Caldara, detto da Caravaggio, tra cui l’Andata al Calvario: uno dei tre bozzetti preparatori per la grande tavola raffigurante l’Andata al Calvario eseguita per la chiesa dell’Annunziata ai Catalani di Messina e ora anch’essa a Capodimonte. E ancora, opere di Giovan Battista Moroni, Bernardino Campi, Callisto Piazza e moltri altri.

Tra gli oggetti spiccano meravigliosi esempi di scultura del Cinquecento, come i busti dello scultore di fiducia di casa Farnese, Guglielmo della Porta, il Busto di Macrino, in bronzo, e il Busto di Paolo III (Alessandro Farnese), in marmo bianco di Carrara. Non mancano poi oggetti singolari come le Teste di martora in cristallo di rocca, gioielli molto in voga nel Cinquecento che venivano applicati sulle stole di pellicce di martora per rivestire e impreziosire la testa dell’animale. Manifatture realizzate per la prima volta a Milano.

Le porcellane di Capodimonte e della Real Fabbrica di Napoli sono infine capolavori pregiatissimi della celebre manifattura settecentesca con esempi di vasellame e di statuine realizzate dal capo-modellatore della manifattura Giuseppe Gricci, al quale si deve tutta la produzione plastica di Capodimonte. Figure che riproducono la gente comune: dai venditori ambulanti agli abitanti di Napoli, ai mendicanti, ai domatori di fiere e ai personaggi della Commedia dell’Arte, tra cui naturalmente Pulcinella e Colombina, e che, per quanto trovino un precedente in quelle realizzate da Kaendler ed Eberlein a Meissen, si distinguono per la varietà dei soggetti e il sorprendente realismo.

La ricchezza delle raccolte di Capodimonte, frutto dell’intelligente collezionismo dei Farnese e, in seguito, della corte dei Borbone, è stata integrata ed estesa, fino ai giorni nostri, da ulteriori acquisizioni, spesso di interi nuclei. Le opere testimoniano la ricchezza e l’articolazione di un patrimonio artistico accumulato nel corso di secoli, sopravvissuto alle difficili condizioni politiche e ai numerosi cambiamenti dinastici.Proprio in virtù della capacità rappresentativa di cui godono le collezioni del Museo di Capodimonte nei confronti di una cultura non ristretta all’ambito napoletano, ma più ampiamente diffusa in Italia e in Europa, capace di sottolinearne le originalità e, nello stesso tempo, i rapporti e le influenze reciproche, la mostra cremonese costituisce, da un lato, occasione di maggiore conoscenza di un patrimonio prezioso e, dall’altro, opportunità di approfondimento dei legami e dei percorsi che fanno oggi scoprire nelle collezioni napoletane presenze lombarde ed anche cremonesi.

Info:
Intero: € 9,00, ridotto: € 7,00 (militari, ragazzi fino a 18 anni, studenti universitari, ultrasessantenni, comitive di almeno 15 persone con prenotazione obbligatoria, possessori di: biglietto ferroviario in arrivo a Cremona, tessere TCI e FAI, disabili, visitatori di mostre contemporanee collegate); ridotto speciale: € 5,00 (scuole e possessori di Apic Card e Cremona City Card); ingresso libero: bambini fino a 6 anni, accompagnatori di scolaresche o di comitive di almeno 15 persone; il biglietto di ingresso alla mostra dà diritto ad una riduzione per la visita al Museo civico Ala Ponzone.

Museo civico Ala Ponzone, dal 26 ottobre 2005 al 5 febbraio 2006; orario: dal martedì al sabato, ore 9-19; domenica e festivi, ore 10-19 Giorno di chiusura: lunedì.

BERLINO: Storie su oro – Mostra sul rinascimento.

‘Storie su oro’ e’ il titolo della mostra sulla pittura italiana del primo Rinascimento allestita da domani a Berlino. Per la prima volta dopo secoli si puo’ ammirare in una delle sale della Genealdegalerie la ricostruzione dell’ altare maggiore della chiesa S.Croce a Firenze, creato nel 1325 da Ugolino da Siena. Esposte anche opere di pittori italiani del XIV e XV secolo come Bartolo di Fredi, Filippo Lippi e fra Angelico.
La mostre terminera’ il 27 febbraio 2006.