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PALERMO: Daniela Papadia – Save my name.

L’associazione S.U.D., Spazio Urbano Design, in collaborazione con il Comune di Palermo – Assessorato alla Cultura, presenta la nuova, grande personale di Daniela Papadia. Allestita presso le sale di Palazzo Ziino -uno tra i più prestigiosi spazi istituzionali per la promozione dell’ arte e della cultura a Palermo,- Save My Name, a cura di Amnon Barzel, è una vero e proprio percorso tematico, il primo dedicato a questa giovane artista siciliana con alle spalle già 15 anni di carriera.

Il percorso si snoda attraverso 64 opere, tutti oli su tela realizzati tra i primi anni ’90 e il 2006, più tre video recenti.

La pittura di Papadia, fortemente intrisa di suggestioni tardo-cinquecentesche, immerge in una texture cromatica calda esempi di narrazione e figurazione di stampo classico, riattualizzati nella tecnica e negli intenti.

Il lavoro si articola all’interno di complessi cicli pittorici, passando dall’indagine sulle folle -masse energiche in movimento colte in luoghi di inconsapevole comunione (la strada, il lavoro, il gioco, la preghiera…) durante riti profani della modernità (Profughi d’identità, 1994)-, fino alle figure sospese come angeli in volo, corpi che galleggiano al di sopra delle folle stesse (Sospesi – Meteoros, 2002): la ricerca di un identità passa, da un ciclo all’altro, attraverso la costrizione e la liberazione, inscenando un viaggio incontro alla propria metà nascosta. Spesso guardate dall’alto e inchiodate in ardite prospettive, le icone pittoriche o elettroniche di Daniela Papadia restituiscono scorci dal sapore manieristico, animati da una forza spirituale e corporea tutta contemporanea.

Schiacciati verso l’alto da uno sguardo che ne annulla peso e gravitazione, questi corpi ‘sospesi’ come meteore anelano a una libertà fatta di verità e bellezza, di distanza, di perdita e di nuova essenza ritrovata. Oriente e Occidente, in una affascinante ottica di multiculturalismo, si incrociano lungo traiettorie parallele, svelando mitologie, rituali, radici e morfologie culturali che si corrispondono in una inaspettata comunione esistenziale.

Il ciclo Inside Me (2005) attingendo da suggestioni bibliche, mitologiche e barocche, e ispirandosi alla figura femminile -elemento centrale della pittura di Daniela-, include 45 dipinti, tutti dedicati a un unico soggetto: una donna incinta, su cui si innesta il motivo della ‘freccia’. I corpi, restituiti da una pittura sensuale, erotica, calda, sono animati da riverberi di fuoco, di sangue o d’acqua. Sulla pelle, che funge da schermo, si proiettano decine di figure, come tatuaggi in trasparenza. L’immagine diviene qui simbolo dell’umanità intera che si fonde con l’intimità di un unico corpo generante, icona universale della rinascita, della sofferenza, dell’evoluzione e dell’unione tra dimensione soggettiva e collettiva. Il processo creativo approda alla pittura attraverso altri media: la fotografia e l’elaborazione digitale fanno parte dell’iter che conduce all’immagine finale, sapiente rielaborazione pittorica di foto realizzate o semplicemente selezionate e raccolte, quindi rielaborate con effetti digitali. Tradizione materica e attualità elettronica si uniscono così nel lavoro dell’ ‘alchimista hi-tech‘ (Amnon Barzel).

Save my name è il titolo dell’ultimo ciclo, prodotto nel 2006. Tornano ambientazioni esotiche, tra misticismo e analisi antropologica, connesse ai temi dell’emigrazione e dell’attraversamento. Protagonista qui è il deserto, luogo di contraddizioni e ambiguità, di miracoli come di ostilità, terra da percorrere, necessariamente, per compiere l’esodo verso la liberazione. Illuminati, stavolta, dalla coscienza conquistata durante al passaggio attraverso il ventre di una donna, atto generativo per eccellenza.

Al ciclo Sospesi appartiene anche un video (Sospesi, 2002), lirica raffigurazione di un corpo femminile che, cullato da note eteree, galleggia nel vuoto, lentamente, come involucro senza peso. Gli altri tre video in mostra (Acqua, Fuoco, Sangue – 2004/2005), anticipano invece l’iconografia di Inside Me, catturando il momento della penetrazione di una freccia nel ventre gravido della donna, mentre fiamme o flutti d’acqua fanno da sfondo simbolico e scenografico all’azione.

Una tavola rotonda con ospiti internazionali, dal titolo ‘La posizione dell’immagine oggi‘, fungerà da momento di approfondimento e dibattito intorno ai temi affrontati nell’opera di Daniela Papadia. Interverranno: Amnon Barzel, Direttore e fondatore di Musei e curatore della mostra; Alessandra Mammì, critico d’arte de ‘L’Espresso’; Marco Giusti, Dirigente spettacoli e cultura Rai 2; Raimund Stecker, Direttore di Musei e consulente d’affari culturali della Regionr Rheinland – Pfalz, Germania; Jutta Mattern, curatrice del Museo Arp per l’arte Contemporanea, Remagen, Germania; Alain Tourain sociologo e studioso dei movimenti collettivi, Parigi; Girolamo Agnello, medico, Irpace onlus, Roma.

Info:
Palermo, Museo d’arte contemporanea e Galleria civica d’arte moderna – Palazzo ZiinoVia Dante 53 – fino al 17 aprile 2006 – tel 091 7407631
orari: mar-sab, h. 9.30-20; dom 9-13; chiusura biglietteria h.18.30 ; biglietto: € 5;
catalogo a colori Skira – prezzo: € 30 (in mostra 25);

Link: http://www.spaziourbanodesign.it

Email: spaziourbanodesign@libero.it

Fonte:Exibart on line

Alberto ROSSETTI: Le mostre e la nuova domanda culturale.

Le mostre hanno conquistato finalmente un pieno diritto di cittadinanza nella vita culturale italiana, avendo superato l’esame di maturità a cui sono state sottoposte in questi anni dal pubblico e dalla comunità scientifica.

Si continua ovviamente a discutere nel merito di questa o quella manifestazione, ma per la prima volta sembra universalmente superata una critica radicale al fatto stesso di organizzare mostre temporanee. Non si usa più come arma impropria l’aggettivo “effimero”, ad indicare un sistema di eventi di per sé inutili se non addirittura deleteri per la conservazione delle opere d’arte e per la diffusione stessa della conoscenza. Anche le voci più severe riconoscono ormai l’importanza delle mostre dal punto di vista degli studi e delle ricerche e talvolta, data l’importanza dei restauri che vengono promossi e realizzati, della stessa tutela e conservazione.

Ancor più evidente è il ruolo crescente delle mostre per la diffusione della conoscenza del patrimonio artistico, tanto da poterle ormai considerare come una componente essenziale della sua valorizzazione, senza la quale sarebbe visibilmente più povera la nostra esperienza culturale. Il turismo attraversa un periodo critico e uno dei pochi segmenti in controtendenza è proprio quello delle città d’arte. Sarebbe interessante misurare quanta parte di questa “resistenza” è riconducibile alla programmazione di eventi espositivi, senza i quali alcuni musei non riuscirebbero a contrastare efficacemente un tendenziale calo dei visitatori.

In molti distretti culturali le mostre rappresentano un fattore rilevante dello sviluppo, un acceleratore della promozione territoriale e in ultima istanza una leva essenziale delle politiche di riqualificazione delle città.

Non solo tradizionali città d’arte come Mantova, Siena o Perugia, ma anche grandi centri come Roma o Napoli o città investite da processi involutivi del loro tessuto industriale come Brescia, Torino o Fabriano. Rispetto alle mostre degli anni ’70 o anche di stagioni più recenti,il cambiamento è notevole, anche se non sempre consapevole. Per questo motivo ci sembra opportuno sottolineare la necessità, anche per gli addetti ai lavori, di prendere coscienza di questa maturità raggiunta,di questa centralità nella vita culturale, da cui derivano nuove responsabilità per tutti coloro che sono impegnati nel settore.

Una prima riflessione dovrebbe riguardare i contenuti e i linguaggi che caratterizzano le mostre come forma specifica di comunicazione e di fruizione culturale.

Si ha l’impressione che in realtà continuiamo a progettare gli eventi espositivi con gli stessi criteri, con gli stessi linguaggi, con la stessa concezione museografica. Ad esempio prestiamo in genere una grande attenzione al posizionamento delle opere nel percorso espositivo in base a relazioni, connessioni, accostamenti e confronti; ma spesso risultano poco comprensibili, anche ad un pubblico avveduto, per mancanza di strumenti che ne facilitino la lettura. Prestiamo invece una modesta attenzione alle audioguide, ai filmati, alle visite guidate, che vengono vissuti da alcuni curatori più come servizi commerciali che come importanti veicoli di informazione e comunicazione.

Ci si limita ai pannelli di sala e alla produzione del catalogo che è certo indispensabile per un successivo approfondimento, ma poco si presta a migliorare la qualità della visita. La questione è forse più radicale.

Oltre ad una insufficiente cura dei supporti informativi nel percorso di visita, è la stessa concezione del progetto espositivo e museografico che non si è evoluta, che resta ancorata a modelli tradizionali, basati sulla sola “sacralità” dell’opera d’arte. Poco si fa per utilizzare in modo innovativo altri strumenti di conoscenza e di fruizione, mutuati dai linguaggi dello spettacolo o dalle tecnologie multimediali. Volendo usare come metafora il mondo della musica, il percorso espositivo di un museo potrebbe essere paragonato ad un CD, mentre le mostre non sembrano capaci di trasmettere le emozioni, il coinvolgimento, la forza espressiva di un concerto dal vivo, ma solo il riordinamento tipico di una compilation.

Una seconda riflessione riguarda l’arte contemporanea. Sarà forse per contrappasso rispetto alla fioritura di progetti espositivi dedicati alle grandi stagioni della nostra civiltà artistica, ma certamente permane una scarsa attenzione in Italia per l’arte contemporanea, nonostante l’impegno encomiabile di alcune istituzioni e la crescente attenzione di alcuni soggetti privati. Non abbiamo ricette facili, ma un tema come questo mette quantomeno in discussione l’insegnamento scolastico e le politiche educative.

In entrambe i casi non si tratta solo di migliorare la qualità della fruizione, l’educazione al gusto dell’arte che è anche educazione civica, ma si pone con evidenza l’esigenza di allargare la domanda. Una questione che non può essere affidata solo alla comunicazione e alla specializzazione del marketing. Se non cresce la domanda complessiva, il maggiore impegno anche economico nella promozione degli eventi culturali si riduce ad una accentuata competizione tra singole iniziative, di fronte ad un pubblico potenziale che nel migliore dei casi resta uguale.

E se consideriamo la crescita dell’offerta che caratterizzale mostre, si finisce per determinare un notevole incremento dei costi, già di per sé alimentato da prestiti sempre più onerosi e dalla necessità di allestimenti che in Italia sono spesso realizzati in spazi architettonici prestigiosi, ma non attrezzati per la funzione specifica. Questo ci sembra che stia in realtà avvenendo, destando tanta più preoccupazione quanto più si pensi ai problemi strutturali della finanza pubblica e alla difficoltà di stimolare gli investimenti privati. Il problema riguarda non solo gli operatori del settore.

È sempre più evidente che l’investimento negli eventi espositivi, sia quando sono prevalentemente orientati alla crescita culturale della comunità, sia quando si propongono anche finalità di turismo culturale, è comunque un buon investimento, che va a beneficio dello sviluppo sociale ed economico nel suo complesso.

Ma ancora una volta, anche negli eventi espositivi, la sfida si vince solo con l’innovazione, soprattutto nei contenuti e nei linguaggi e in definitiva nella capacità di accrescere la conoscenza e quindi di ampliare la domanda culturale.

Autore: Alberto Rossetti

Fonte:CivitaInforma

ROMA: Antonello da Messina.

Scuderie del Quirinale, Roma – Via XXIV Maggio 16 – dal 18 marzo al 25 giugno 2006Informazioni e prenotazioni +39.06.39967500 (lun-sab 9-13.30/14.30-17)

Le Scuderie del Quirinale riuniscono per la prima volta quasi tutte le opere di Antonello da Messina, uno dei grandi maestri del Quattrocento italiano, in una mostra che si preannuncia come un evento di portata straordinaria.

Da Londra, da Washington, da New York, da Parigi, da Vienna, da Dresda, da Anversa, da tutti i principali musei del mondo, dalla Sicilia e da tutta Italia arrivano a Roma le Madonne, gli straordinari Ritratti, le Crocifissioni, il famosissimo San Girolamo nel suo studio e tutte le preziosissime tavole che hanno creato la leggenda di questo grandissimo pittore siciliano.

Info:
intero € 10,00, ridotto € 7,50, scuole € 4,00 (da 12 a 30 studenti) da lunedì a venerdì, gruppi € 7,50 (da 12 a 30 persone) da lunedì a venerdì;
PRENOTAZIONE: singoli € 1,50, obbligatoria per le scuole di massimo 30 alunni € 15,00, obbligatoria per i gruppi di massimo 30 persone € 25,00;

MODENA: EGOmania – appena ho capito d’aver capito …

Prodotta dalla Galleria Civica e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, la mostra propone una lettura trasversale sul tema dell’io – soggetto, oggetto, rifugio, trappola, inizio e fine, mania e tragedia, vita e morte – da parte di quindici artisti internazionali, chiamati a sperimentare e sperimentarsi direttamente in sede di mostra: Marc Camille Chaimowicz, Roberto Cuoghi, Hanne Darboven, Katharina Fritsch, Tim Hawkinson, Mike Kelley, Dongwook Lee, Rory Macbeth, Bjørn Melhus, Liliana Moro, Naneun, Anneè Olofsson, Marc Quinn, Ugo Rondinone, Markus Schinwald.

Marc Camille Chaimowicz ripropone un allestimento presentato a Londra negli anni Settanta in cui la persona si espande e si deposita in un poema epico fatto di gesti e oggetti quotidiani; lo sfondo è argenteo e ricrea un mondo diverso in cui tutto assume una valenza ipersensibile ma anche distaccata dalla realtà.

Roberto Cuoghi, artista che lavora su di sé al punto di cambiarsi in suo padre ingrassando e imbiancandosi i capelli, presenta circa 50 disegni della serie Il Coccodeista e ripete anche in questa occasione il desiderio di offrire di sé una immagine alterata. E’ una piccola prima personale che la Galleria Civica di Modena dedica all’ormai affermato artista modenese.

Hanne Darboven, protagonista dell’arte concettuale degli anni Settanta, esclude ogni emotività grazie a un eccesso di razionalità. Calcolo, descrizione, catalogazione, sono tutti ansiolitici potenti che la conducono a rassicurare il suo io. I dieci disegni esposti, contengono il loro codice che può essere decifrato; ma la sua logica ha un senso solo se riportata ai processi mentali dell’artista, del tutto gratuiti e connotati dal piacere di ruminare.

Katharina Fritsch presenta una delle sue opere più famose, Kerzenstander (1985): una svastica ottenuta con quattro strutture costituite ciascuna con due ordini di dieci candelabri, che ci restituiscono l’immagine di una croce uncinata ottenuta con delle candele. L’artista inserisce l’elemento luttuoso come memento, come a dire: ecco quali catastrofi può comportare un eccesso di fiducia in sé stessi e la conseguente perdita di contatto con la realtà.

Tim Hawkinson presenta un autoritratto parziale per descrivere la dilatazione della persona e il suo lato grottesco. E’ l’autoritratto di chi è stanco di sé stesso, di un isolamento dorato e noioso: l’artista ci parla dunque dei limiti della propria individualità e cerca di ironizzare sull’egomania di tutti i ritrattisti di ieri, oggi e domani.

Mike Kelley riflette sul collezionismo come forma di espansione ma anche annullamento di sè, proponendo quattro video legati fra loro che rappresentano le sue stesse collezioni, feticci divenuti opera nel momento in cui sono state acquistate da un altro collezionista/feticista.

Dongwook Lee presenta microsculture di soggetti umani dai corpi abbozzati assieme a residui organici di frutta essiccata che sembrano dire ‘Sei polvere e polvere tornerai’, espressioni di un senso di disorientamento ma anche di un sè che può essere costruttivo e fiducioso.

Per Dongwook Lee come per Naneun, l’altro artista coreano in mostra, presente con un’ottantina di disegni, vale la considerazione che ovunque arrivi una concezione occidentale dell’io, arriva anche un’idea diversa e più forte rispetto alla cultura tradizionale.

Rory Macbeth profeta ed interprete dell’opposizione tra uomo e natura, da un lato, e dall’altro della loro compenetrazione, nell’installazione The Wood for the Trees prende alberi, sassi e altri elementi del mondo naturale e li plasma, per offrirne una visione semplificata e cesellata dall’uomo che così ne diventa il demiurgo.

Bjørn Melhus è l’unico, fra i quindici artisti presenti in mostra, che si camuffa e che presenta il suo stesso volto. Nel video Auto Center Drive compie una reale esplorazione della personalità mettendo in scena una galleria di identità che sono tutte interpretate dalla sua abilità camaleontica.

Liliana Moro presenta cinque cani fusi in metallo che si aggrediscono l’un l’altro. Sembrano cinque diversi animali, simili ma distinti. In realtà il cane è sempre lo stesso, come fosse clonato, metafora dell’atteggiamento aggressivo che alcuni di noi hanno verso sé stessi quando tendiamo ad essere talmente autocritici da essere autodistruttivi.

Anneè Olofsson lavora con le carte da parati, elemento decorativo-ossessivo, come ossessioni possono diventare gli oggetti che scegliamo per la nostra casa: più la rendiamo come le volevamo, più si trasforma in rifugio ma anche in prigione, luogo nel quale tendiamo a chiuderci, cercando gli aspetti più familiari e rassicuranti.

Marc Quinn presenta due enormi conigli di bronzo smembrati e fatti a pezzi, posizionati all’ingresso della mostra: quello che resta delle fiere che anticamente stavano a guardia dell’accesso alla casa. La bestia si è trasformata da leone in coniglio, ed è divenuta da fiero animale una povera bestia. In mostra anche un’immagine di fiore congelato che ci parla dell’antico mito di Narciso, innamorato di sé stesso, che rimirandosi affoga. Il fiore congelato riproduce il momento in cui non è morto, ma non è più nemmeno vivo, come se non volesse affrontare il passaggio dalla bellezza al decadimento: un’ossessione per la propria apparenza che nel mondo reale possiamo vedere quotidianamente.

Ugo Rondinone espone due grandi cerchi con onde concentriche che rappresentano valori diversi per ogni circonferenza, forme circolari che sono metafore di un centro su di sé che tende verso l’infinita espansione.

Il lavoro di Markus Schinwald è composto da due tende ingigantite, di un intenso rosso cardinalizio, con impresse scene tratte dall’Inferno di Dante in una, e immagini pastorali nell’altra. Parte dell’arredo di ogni casa, retaggio iconografico di incisioni e dipinti, in questa occasione la tenda diventa sipario che svela e che oscura due universi opposti della stessa personalità.

Info:
fino al 2 maggio 2006, da martedì a venerdì 10,30-13,00; 15,00-18,00, sabato, domenica e festivi 10,30-18,00 chiuso il lunedì; ingresso gratuito
Galleria Civica, Palazzo Santa Margherita e Palazzina dei Giardini, Corso Canalgrande, Modena
Tel. +39 059 203 2911-2919-2940

Link: http://www.comune.modena.it/galleria

Email: galcivmo@comune.modena.it

Fonte:Exibart on line

FIRENZE: Giambologna gli dei gli eroi – Genesi e fortuna di uno stile europeo nella scultura.

Dal 2 marzo al 15 giugno 2006

E’la prima mostra che l’Italia dedica al Giambologna, il più celebrato tra gli scultori che vissero in Italia dopo Michelangelo e prima di Bernini, la cui ultima rassegna monografica fu tenuta a Vienna e Londra nel 1978.

Le opere autografe dell’artista – oggi divise tra i musei di tutto il mondo – saranno esposte pressochè al completo, in una selezione che ha privilegiato l’altissima qualità dei pezzi in mostra.

Info:
Museo Nazionale del Bargello – via del Proconsolo,4 – Firenze

Link: http://www.giambologna2006.it

Fonte:Exibart on line