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DANTE. Gli occhi e la mente. Le Arti al tempo dell’esilio.

Il Comune di Ravenna, l’Assessorato alla cultura e il MAR – Museo d’Arte della Città di Ravenna, in occasione del VII centenario della morte di Dante, dal 8 maggio al 4 luglio 2021 grazie al prezioso contributo della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, della Camera di Commercio di Ravenna e della Regione Emilia-Romagna presentano la mostra Dante. Gli occhi e la mente. Le Arti al tempo dell’esilio presso la Chiesa di San Romualdo.
Nell’affrontare la figura di Dante più volte ci si è interrogati sul particolare ruolo che l’esperienza visiva poté avere nella concezione delle sue opere; molti hanno notato la capacità del poeta di pensare direttamente per immagini, attingendo, soprattutto nella Commedia, a un repertorio che certamente doveva comprendere anche le esperienze figurative. E questo soprattutto se si considera che egli era nato e vissuto a Firenze, città che dalla metà del XIII secolo in avanti aveva vissuto una notevolissima fioritura artistica, culminata con l’esperienza di Cimabue (documentata in mostra dalla Madonna di Castelfiorentino e dalle due straordinarie miniature ritagliate con i santi Abbondio e Crisanto, applicate sugli sportelli esterni di un tabernacolo-reliquario della Pinacoteca Civica di Gubbio) e poi da quella sorprendente dell’allievo Giotto, di cui Dante dovette conoscere le opere, come attesta il celeberrimo passo del Purgatorio. L’origine fiorentina del poeta lo metteva in una posizione privilegiata potendo facilmente registrare i fatti più salienti dell’incalzante evolversi dell’arte locale che troverà proprio con Giotto, nella scoperta del vero e nella certezza dello spazio misurabile, una sua dimensione più universale e italiana così come lo stesso Dante andava facendo in quegli anni con la sua ricerca di una lingua, il “volgare illustre”, di portata peninsulare.
Non meno determinante da questo punto di vista dovette essere anche la traumatica esperienza dell’esilio che, iniziato nel 1302, lo porterà a peregrinare per varie corti e città dell’Italia centro-settentrionale venendo così ad arricchire il suo “vasto patrimonio di immagini” di cui certamente dovette tenere conto nel momento in cui compose la Commedia, pervasa da continue suggestioni figurative e da riferimenti al mondo visibile. Un percorso assai travagliato che la mostra, curata da Massimo Medica (Direttore dei Musei Civici d’Arte Antica di Bologna), intende ripercorrere, seguendone le principali tappe fino a giungere all’ultimo approdo a Ravenna, dove, come è noto, il poeta si spense esattamente settecento anni fa.
Roma, Arezzo, Verona, Padova, Bologna, Lucca, Pisa, Ravenna, costituiscono alcune delle tappe principali del suo esilio, che scandiscono il percorso della mostra nella quale figurano alcuni capolavori assoluti prodotti nell’età di Dante attraverso i quali è possibile ripercorrere le più importanti vicende che caratterizzarono tra il XIII e il XIV secolo l’arte italiana, connotata proprio in questi anni da profonde mutazioni e novità. E questo a partire dalla stessa Firenze, a cui viene dedicata la sezione iniziale, dove l’attività dei due protagonisti, Cimabue e Giotto, menzionati nelle ben note terzine del Purgatorio (canto XI) è attestata da alcune opere capitali ad iniziare dalla Madonna col Bambino di Castelfiorentino di Cimabue messa a confronto con la Madonna di San Giorgio alla Costa di Giotto e con il più tardo polittico di Badia del Museo degli Uffizi, che lo stesso Dante ebbe sicuramente occasione di ammirare prima della sua condanna al forzato confino. Di questo fu sicuramente il maggiore responsabile l’odiato Bonifacio VIII, la cui figura viene evocata attraverso la scultura realizzata da Arnolfo di Cambio (in mostra sarà presente il calco), di cui la mostra presenta anche altre opere. Varie suppellettili e preziosi dipinti (i due frammenti di affresco con i santi Pietro e Paolo provenienti dal distrutto ciclo pittorico del portico di San Pietro, Città del Vaticano, Fabbrica di San Pietro in Vaticano) ci introdurranno infatti alla vita della corte pontificia di Roma, città che Dante ebbe occasione di visitare sia nel 1300 e poi nel 1301, prima di ricevere la notizia della sua condanna e del definitivo esilio da Firenze.
Da questo momento ebbe inizio il peregrinare di Dante che lo porterà dapprima nella Forlì degli Ordelaffi e poi a Verona, dove si pose sotto la protezione degli Scaligeri prima nel 1303-1304 e poi nel 1313-1318 nel momento in cui la città stava vivendo un momento di grande sviluppo, anche artistico, promosso soprattutto da Cangrande della Scala, “uno dei più magnifici Signori che dallo Imperatore Federigo Secondo in qua si sapesse in Italia” (Boccaccio).
Preziosi tessuti, oreficerie, tavole dipinte e sculture (queste ultime dovute al cosiddetto Maestro di Sant’Anastasia) documentano questa produttiva sosta del poeta nella città veneta. Probabilmente in questo stesso giro di anni dovette cadere anche il suo soggiorno a Padova dove giunse intorno al 1304. Quando cioè Giotto, stava ultimando la decorazione della cappella commissionatagli da Enrico Scrovegni, che certamente doveva allora costituire quanto di più innovativo la pittura potesse esprimere, tanto da indurre il poeta ad affermare che “ora ha Giotto il grido”.
Se ne accorsero anche altri artisti del momento, a iniziare dai miniatori, tra i primi a recepire la portata delle sue novità, come documenta in mostra anche la decorazione del preziosissimo Offiziolo (1305-1309) appartenuto al poeta amico di Dante, Francesco da Barberino, che presenta al suo interno varie immagini di chiara ispirazione dantesca.
Successivo è il passaggio da Bologna (1304-1306), importante per la sua antica Università che lo stesso Dante dovette forse frequentare in anni antecedenti, (1286 e il 1287). Non è escluso che in quella occasione il poeta avesse potuto ammirare le miniature che arricchivano i preziosi libri giuridici e i codici liturgici, di cui la città deteneva, con Parigi, il primato, tanto da rammentarsene nell’XI canto del Purgatorio, dove viene menzionato appunto il miniatore Oderisi da Gubbio superato dal fantomatico Franco Bolognese. Saranno quindi i preziosi manoscritti miniati della scuola bolognese del tardo Duecento e del primo Trecento a caratterizzare questa sezione, arricchita da alcuni indiscussi capolavori, prestati per l’occasione da varie biblioteche e musei ad iniziare dalla Biblioteca Apostolica Vaticana.
Dopo i soggiorni nella Marca Trevigiana e poi nella Lunigiana dei Malaspina, Dante si trasferì nel Casentino, poi a Lucca, dove ebbe occasione di vedere le opere eseguite da Nicola Pisano per la cattedrale (presente in mostra il calco della lunetta con la Deposizione dalla Croce, Pisa Museo Nazionale di San Matteo) e ancora a Forlì nel 1310 dove probabilmente apprese la notizia della discesa in Italia del nuovo Imperatore Arrigo VII, verso il quale si concentrarono le sue speranze e il sogno di una restaurazione imperiale. A questo momento centrale della vita del poeta viene riservata un’apposita sezione che presenta varie documentazioni legate all’Imperatore, morto prematuramente il 24 agosto del 1313. Alla solenne cerimonia funebre che si tenne nel Duomo di Pisa presenziò probabilmente anche Dante, che ebbe così occasione di ammirare alcuni dei capolavori assoluti realizzati da Nicola e da Giovanni Pisano. Quest’ultimo sappiamo in questi anni al servizio dello stesso imperatore, che gli commissionò la realizzazione del monumento funebre della moglie Margherita di Brabante, morta il 14 dicembre del 1311 e sepolta a Genova nella Cattedrale (da cui proviene la scultura con la Giustizia della Galleria Nazionale della Liguria di Palazzo Spinola). Probabilmente il monumento era stato in parte approntato nella bottega pisana dello scultore tra la primavera e l’estate del 1313, nello stesso periodo in cui Dante era presente a Pisa dove si era trasferito, seguendo la corte, a partire dal mese di marzo del 1312. Le testimonianze di Nicola e Giovanni Pisano affiancano in mostra quelle di Arnolfo di Cambio (Galleria Nazionale dell’Umbria) a conferma della preminenza attribuita dal poeta all’arte plastica, come attestano le numerose citazioni contenute nella Commedia.
Una volta lasciata la corte di Cangrande della Scala, Dante giunge a Ravenna intorno al 1319, dove da poco si era insediato al potere Guido Novello da Polenta, in grado di garantire alla città un periodo di relativa pace e stabilità, speso soprattutto a coltivare e a promuovere la cultura di corte, e le imprese artistiche. Risale infatti a questo periodo la presenza in città dei pittori Giovanni e Giuliano da Rimini, chiamato quest’ultimo a decorare la cappella a cornu epistulae della chiesa di San Domenico, seguito anche da Pietro da Rimini, di cui la città conserva ancora oggi varie testimonianze. Pertanto a questi due artisti riminesi (di Giuliano verrà presentato il grande polittico di proprietà della Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini depositato al Museo della Città “Luigi Tonini”) viene riservato ampio spazio nella sezione finale della mostra, intervallata anche da testimonianze legate alla cultura figurativa veneziana, a documentare l’ultima impresa diplomatica svolta, per conto del da Polenta nella città lagunare dal poeta fiorentino che tuttavia gli risultò fatale causandogli la morte che lo colse tra il 13 e il 14 settembre del 1321.
Venne sepolto in una piccola cappella addossata al muro del convento di San Francesco, che anticamente era detta della Madonna per via forse di una antica immagine scolpita con la Madonna in trono col Bambino, che sormontava in origine il modesto sarcofago, che si è voluto identificare con quella oggi conservata al Museo del Louvre, proveniente infatti da Ravenna. Si tratta di un indiscusso capolavoro realizzato in marmo, databile tra la fine del Duecento e gli inizi del Trecento, che ritorna per l’occasione nella città di origine, documentando la sua pertinenza alla tradizione bizantina, rivisitata tuttavia secondo una sensibilità già tutta occidentale e gotica.

Info:
Dante. Gli occhi e la mente. Le Arti al tempo dell’esilio
Chiesa di San Romualdo – Ravenna, Via Baccarini 7
Orario:  10-19 dal martedì alla domenica, lunedì chiuso
(il servizio di biglietteria termina un’ora prima della chiusura)

Mar – Ufficio relazioni esterne e promozione
Francesca Boschetti – Daniele Carnoli
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Studio Esseci di Sergio Campagnolo
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FORLI’. Ecco la grande mostra su Dante Alighieri: 300 opere per raccontare il poeta.

È in programma dal 1° aprile all’11 luglio, presso i Musei San Domenico di Forlì, la grande mostra Dante. La visione dell’arte, a cura di Antonio Paolucci e Fernando Mazzocca, che si pone l’obiettivo di illustrare a 360 gradi la figura di Dante Alighieri (Firenze, 1265 – Ravenna, 1321), autore della Divina Commedia e padre della lingua italiana, attraverso un percorso espositivo di circa trecento opere dal Medioevo al Novecento: tra queste, creazioni di Giotto, Beato Angelico, Filippino Lippi, Michelangelo, Tintoretto, fino ad arrivare a Giulio Aristide Sartorio, Umberto Boccioni, Felice Casorati e altri maestri del contemporaneo. Circa cinquanta opere, tra dipinti, sculture e disegni arriveranno dagli Uffizi (tra queste, un corpus di disegni a tema di Michelangelo e di Zuccari, i celebri ritratti del Poeta di Andrea del Castagno e di Cristofano dell’Altissimo, l’Ottocento con Nicola Monti, Pio Fedi, Giuseppe Sabatelli, Raffaello Sorbi e il capolavoro di Vogel von Volgestein Episodi della Divina Commedia), che organizza la mostra insieme alla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì, in occasione del settimo centenario della scomparsa del poeta.
Frutto di un robusto sodalizio tra i due enti, l’esposizione vuole rappresentare anche un simbolo di riscatto e di rinascita non solo del nostro paese, ma del mondo dell’arte e dello spirito di cultura e civiltà che essa rappresenta. Il progetto nasce da un’idea di Eike Schmidt, Direttore delle Gallerie degli Uffizi, e di Gianfranco Brunelli, Direttore delle grandi mostre della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì.
La scelta di Forlì come scenario dell’esposizione è parte di una strategia di valorizzazione di un luogo e di un territorio che non costituisce solo un ponte naturale tra Toscana ed Emilia-Romagna. Ma non solo: Forlì è infatti una città legata a Dante, dal momento che qui il poeta trovò rifugio, lasciata Arezzo, nell’autunno del 1302, presso gli Ordelaffi, signori ghibellini della città. A Forlì fece ritorno, occasionalmente, anche in seguito.
La mostra affronta un arco temporale che va dal Duecento al Novecento. Per la prima volta, l’intimo rapporto tra Dante e l’arte viene interamente analizzato e ricostruito, presentando gli artisti che si sono cimentati nella grande sfida di rendere in immagini la potenza visionaria di Dante, delle sue opere ed in particolare della Divina Commedia, o hanno trattato tematiche simili a quelle dantesche, o ancora hanno tratto da lui episodi o personaggi singoli, sganciandoli dall’intera vicenda e facendoli vivere in sé.
L’esposizione intende condurre il visitatore alla scoperta della crescente leggenda di Dante attraverso i secoli. La prima fortuna critica del Poeta verrà mostrata attraverso le prime edizioni della Commedia e alcuni dei più importanti Codici miniati del XIV e XV secolo. Apposite sezioni saranno dedicate alla sua fama nella stagione rinascimentale, alla riscoperta neoclassica e preromantica del suo genio, alle interpretazioni romantiche e Novecentesche della sua opera ed eredità; capitoli a parte verranno dedicati all’ampia e fortunata ritrattistica dedicata all’Alighieri nella storia dell’arte, al tema del rapporto tra Dante e la cultura classica, alla figura di Beatrice, che il Poeta eleva ad emblema del rinnovamento dell’arte e delle sue stesse positive passioni. Protagonisti della mostra saranno anche le molteplici raffigurazioni che alcuni tra i più grandi artisti hanno offerto nel corso della storia della narrazione dantesca del Giudizio universale, dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso. Il percorso si concluderà con capolavori ispirati, nella loro composizione, al XXXIII canto del Paradiso.
Per la mostra arriveranno prestiti dall’Ermitage di San Pietroburgo, dalla Walker Art Gallery di Liverpool, dalla National Gallery di Sofia, dalla Staatliche Kunstsammlungen di Dresda, dal Museum of Art di Toledo, Musée des Beaux-Art di Nancy, di Tours, di Anger; e poi dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, dalla Galleria Borghese, dai Musei Vaticani, dal Museo di Capodimonte e da innumerevoli musei italiani e stranieri.
“In questo periodo”, dichiara il direttore degli Uffizi, Eike D. Schmidt, “è importante ritrovare in Dante non solo un simbolo di unità nazionale, ma anche un conforto spirituale e un riferimento culturale comune. La mostra sarà un’occasione per ripensare al padre della lingua italiana e offrirà materia per riflettere sull’importanza che l’opera dantesca (i suoi versi, i personaggi e gli eventi da lui narrati) riveste ancora nei nostri tempi”.
“Penso di poter dire che se c’è un’esposizione davvero completa e davvero nazionale, nell’anno centenario di Dante, quella forlivese si iscrive ad esserlo”, afferma Gianfranco Brunelli, direttore delle Grandi mostre della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì. Non solo la Commedia viene ricondotta lungo i rispecchiamenti che l’arte ne ha tratto, ma tutto Dante. Un viaggio dell’arte e un viaggio nell’arte che ci consente di rivedere Dante, il suo tempo e il nostro”.

Immagine: Giovanni Mochi, Dante presenta Giotto a Guido da Ravenna (1855; olio su tela, 84,5 x 108 cm; Firenze, Gallerie degli Uffizi, Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti)

Fonte: www.finestresullarte.info, 16 feb 2021

ROMA. Il mondo eclettico di Alberto Savinio in mostra.

I colori vivaci e le forme geometriche dei ‘giocattoli’ di Alberto Savinio irrompono fra le statue classiche e i saloni rinascimentali di Palazzo Altemps a Roma, nella mostra Savinio. Incanto e mito. Dopo aver ospitato le opere di Medardo Rosso e di Filippo de Pisis, il museo della capitale completa la trilogia degli artisti novecenteschi che hanno messo l’arte classica al centro del loro lavoro. E Palazzo Altemps (una delle prestigiose sedi del Museo Nazionale romano), che contiene capolavori della statuaria romana, greca ed egizia, ricambia l’attenzione omaggiando i tre maestri.
Les-Dioscures-1929-olio-su-tela-65-x-54-cm-Milano-collezione-Prada.-Courtesy-Farsettiarte-Prato-©-Alberto-Savinio-by-SIAE-2021Decine di quadri, ma anche bozzetti, schizzi, quaderni, manoscritti, fogli dattiloscritti e libri compongono il percorso sul mondo variegato di un personaggio eclettico e poliedrico, Alberto Savinio (pseudonimo di Andrea Francesco Alberto de Chirico, Atene, 1891 ‒ Roma, 1952), meglio conosciuto come scrittore; ma solo perché suo fratello Giorgio de Chirico è stato uno dei più noti pittori del Novecento e ne ha in parte oscurato il lavoro artistico.
L’unicità del linguaggio di Savinio è chiara fin dalle prime sale: siamo nel mondo del colore e, al tempo stesso, del rigore geometrico, della natura e dei materiali della civiltà industriale, degli uomini-dei con il collo e il volto da animali che richiamano i miti greci, provenienti da un Paese (la Grecia, appunto) dove Alberto e Giorgio sono nati e hanno trascorso la loro infanzia.
LA MOSTRA SU SAVINIO A ROMA
Le più di 90 opere in mostra, la maggior parte delle quali risalenti agli Anni Trenta con qualche excursus fra le ultime produzioni, provengono da collezioni private, personali e societarie, e da alcuni musei: il Mart di Trento e Rovereto, la Galleria Nazionale di Roma, il Museo civico d’arte di Pordenone, il Museo d’arte moderna Mario Rimoldi delle Regole d’Ampezzo, la Pinacoteca comunale di Faenza, il Musée d’Art Moderne de Paris. Nelle prime sale della mostra, le montagne, le isole, le spiagge dominate da giocattoli coloratissimi e geometrici si stagliano su paesaggi scuri o sfumati, su mari e montagne esistenti solo come “nostos”, veicoli di un nostalgico viaggio di ritorno verso la patria infantile.
Monumento-ai-giocattoli-1930-olio-su-tela-80-x-655-cm.-Milano-collezione-Prada.-Courtesy-Farsettiarte-Prato-©-Alberto-Savinio-by-SIAE-2021-347x420Poi c’è il Savinio scenografo e costumista: l’intera sala del Galata suicida (la splendida statua romana del I secolo a.C., collocata in una enorme sala centrale) è occupata dalle opere che l’artista ha realizzato per l’allestimento dell’Edipo Re alla Scala di Milano nel 1948 con le musiche di Stravinskij, e per I racconti di Hoffmann con musiche di Offenbach, di nuovo alla Scala nel 1949. Diversi bozzetti provengono dall’Archivio storico documentale del teatro milanese.
SAVINIO E LA MITOLOGIA
Infine gli dei dell’Olimpo di Savinio, collocati nell’Olimpo greco-romano di Palazzo Altemps: Apollo (1931) dal volto di oca affianca la statua di Urania che regge in mano il globo; Les Dioscures (1929) dal corpo scultoreo sono vicini ad Afrodite accovacciata, mentre i rossi, i verdi e i gialli accesi di un Prometeo (1929) acefalo contrastano con il marmo candido e la postura eretta di Hermes Loghios, in un dialogo continuo fra classicità antica e moderna.
Nella sala dove inizia e termina il percorso della mostra sono esposti libri e manoscritti che inquadrano a tutto tondo la figura dell’artista, accompagnati da audio d’epoca.
Nel libro-catalogo edito da Electa, Savinio A-Z, la curatrice della mostra (insieme a Zelda De Lillo) Ester Coen descrive così il volume e il protagonista: “Una enciclopedia per un artista che, come in un gioco perenne, costruisce, distrugge per poi ricostruire con animo incolpevole e malizioso, inventa e scopre mondi paralleli e immaginari: il gioco che giocano il fanciullo e l’artista”.
Dopo oltre quarant’anni Roma dedica una grande mostra a Savinio interrompendo un troppo lungo periodo di digiuno. Ma l’eccellente lavoro di selezione e display delle opere meriterebbe ora un auspicabile tour internazionale.

Info:
Nome evento: Savinio. Incanto e mito, fino al 13/06/2021
Spazio espositivo: MUSEO NAZIONALE ROMANO – PALAZZO ALTEMPS
Indirizzo: Piazza di Sant’Apollinare, 46, 00186 – Roma – Lazio

Autore: Letizia Riccio

Fonte: www.artribune.com, 17 feb 2021

PADOVA. L’universo dei macchiaioli in mostra.

Cominciamo dalla fine, dalle ultime due sale della mostra: vi è esposta, per la prima volta nella sua interezza, la collezione privata di Alvaro Angiolini. Un nome pressoché sconosciuto, mentre più noti sono gli autori dei dipinti acquistati dal collezionista, e si tratta di Silvestro Lega, Telemaco Signorini, Giovanni Fattori e tanti altri. Nato a Livorno, Angiolini non ebbe una vita facile, ma, nonostante le difficoltà, germogliarono in lui sia il seme dell’arte della stampa sia una spiccata attitudine al collezionismo che lo portò ad avvicinarsi alla pittura delle giovani generazioni dell’epoca. Divenne inoltre comproprietario, nel secondo dopoguerra, della galleria Bottega d’Arte Livorno, le cui rassegne gravitavano proprio attorno ai maestri della “macchia” e ai loro eredi. La sua collezione “sebbene eterogenea nella tipologia iconografica, permane fortemente connotata nella predilezione per la produzione macchiaiola e postmacchiaiola, annoverando molte purissime punte di diamante”, scrive Claudia Fulgheri in catalogo.
Giovanni-Fattori-Acquaiole-livornesi-1865-olio-su-tela-cm-38x110.-Livorno-collezione-Angiolini-1224x420Emerge chiaramente già da questa sezione, quasi una mostra nella mostra, come il progetto espositivo di Palazzo Zabarella si fondi su due categorie di protagonisti: da un lato i pittori, le cui vicende di anticonformisti, ribelli, ferventi repubblicani e mazzininani convinti sono già state indagate nel 2003 nella stessa sede; dall’altro i collezionisti, i mecenati, gli amici, i sostenitori. Su questi ultimi, come afferma Elisabetta Matteucci a nome dell’istituto livornese partner della fondazione padovana, è stata condotta una ricerca “chirurgica” grazie alla quale si sono scovate le fonti, spesso trascurate, per ricostruire puntualmente le relazioni con i pittori, le preferenze, gli innamoramenti. Lo testimoniano ad esempio, nella prima sala, la sensibilità dimostrata dal critico d’arte Diego Martelli e dallo scienziato Gustavo Uzielli, tra i primi a diffondere la cultura positivistica francese e tedesca e a collezionare l’arte dei macchiaioli: insieme a Ugo Ojetti sono presenti in mostra nella prima sala grazie ai ritratti e a dipinti provenienti dalle loro raccolte.
Tra l’inizio e la fine, il sipario si alza su altre figure lungimiranti, fra cui ricchi borghesi, nobili e intellettuali, imprenditori e negozianti, donne colte che compresero la rivoluzione visiva perseguita dai macchiaioli e che ne condivisero la “continua battaglia per favorire, con un nuovo modo di vedere e rappresentare la realtà, anche la nascita di una società migliore nel difficile periodo storico che è seguito all’unità d’Italia”, scrivono il presidente Federico Bano e il direttore culturale Fernando Mazzocca. Amici e mecenati che a volte li accolsero in famiglia, e poi i primi collezionisti, i mercanti con il loro eccezionale fiuto. Attraverso le opere si segue quindi un doppio binario e si scoprono i temi prediletti dagli artisti che, ancor prima dei ben più celebri impressionisti, avevano cominciato a dipingere en plein air: la realtà quotidiana, il paesaggio toscano e i borghi della Liguria, i ritratti, la vita domestica – buffissimo e incredibilmente innovativo Le faccende di casa di Adriano Cecioni –, il duro lavoro nei campi, e non mancano i soldati e le battaglie risorgimentali combattute attorno al 1860.
Silvestro-Lega-L’elemosina-1864-olio-su-tela-cm-718x124.-Collezione-privata-726x420Colpisce inoltre la sezione sui “pittori amatori”, interessantissima poiché svela il rapporto privilegiato che si instaurò tra i macchiaioli e altri artisti che, pur seguendo un diverso orientamento, crearono una straordinaria sintonia di affetti. Ne è esempio il macchiaiolo Cristiano Banti il quale, una volta arricchitosi, sostenne con molti acquisti i colleghi meno fortunati.
Una riscoperta dunque, condotta, attraverso punti di vista privilegiati e inediti, su un gruppo di pittori che ebbero forse il difetto di “precorrere troppo”, come evidenzia ancora Matteucci, scontando una certa marginalità che ora la mostra di Padova risarcisce.

Autore: Marta Santacatterina

Fonte: www.artribune.com, 7 gen 2021

COLORNO (Pr). La grande mostra dei tesori dei Duchi di Parma nella Reggia di Colorno.

Dal Palazzo del Quirinale, per lo spazio di questa mostra, eccezionalmente tornano alla Reggia di Colorno le preziosissime porcellane che Luisa Elisabetta di Francia e il Consorte Filippo di Borbone qui utilizzavano per i Ricevimenti Ducali e che oggi sono a disposizione per i Ricevimenti di Stato della Presidenza della Repubblica.
Altre, ed altrettanto preziose, porcellane delle manifatture di Meissen, Sèvres, Vincennes, Chantilly e Doccia, sempre appartenenti a quello che era il Patrimonio Ducale, torneranno “a casa” dalle Gallerie degli Uffizi, dal Museo della Villa Medicea di Poggio di Caiano, dai Musei Reali di Torino, accompagnate da documenti e quadri concessi dall’ Archivio di Stato, dai Musei della Pilotta di Parma e dalla Fondazione Cariparma
Riunite per la prima volta dopo la dispersione dei tesori d’’arte delle Regge parmensi che prese il via nel 1859, quando il Ducato di Parma e Piacenza venne cancellato per essere, l’’anno successivo, inglobato nel nuovo Regno d’’Italia.

Info:
Provincia di Parma – Ufficio stampa
Tel. 0521 931 583 – Cell. 335 7413 048
www.provincia.parma.itufficiostampa@provincia.parma.it
La mostra si terrà in Reggia dal 13 marzo al 6 giugno 2021