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MILANO. Da domani esposta alla mostra Arturo Martini la scultura Gli amanti a cavallo (1932) oggetto nei giorni scorsi di un incredibile ritrovamento.

La terracotta, di proprietà delle Civiche Raccolte d’Arte di Milano era stata rubata nel 1997 a Palazzo Reale. Un anonimo l’ha lasciata il 6 dicembre scorso all’ingresso della Permanente, dopo averne annunciato telefonicamente la restituzione.
Da domani e fino al 4 febbraio sarà esposta al Museo della Permanente, sede insieme con la Fondazione Stelline, della grande antologica dedicata ad Arturo Martini.

Previste per gennaio visite guidate alle due sedi della mostra – Fondazione Stelline e Museo della Permanente – e all’itinerario cittadino dove sono conservate le opere di Martini: Pinacoteca di Brera, Arengario, Palazzo di Giustizia.

La mostra dedicata ad Arturo Martini, in programma fino al 4 febbraio alla Fondazione Stelline e al Museo della Permanente di Milano, sta ottenendo un grande successo di pubblico e una costante attenzione da parte dei mezzi di informazione.
Da domani, giovedì 21 dicembre, ci sarà un motivo in più per visitarla: il percorso espositivo si arricchirà infatti dell’opera Gli Amanti a cavallo, realizzata da Martini nel 1932, e oggetto pochi giorni fa di un incredibile ritrovamento.

Mercoledì 6 dicembre una telefonata anonima all’ufficio stampa della mostra annunciava la restituzione di un’opera di Arturo Martini. Una scatola di cartone avvolta in un sacco nero veniva lasciata vicino all’ingresso della Permanente. Gli esperti riconoscevano subito la scultura come Gli Amanti a cavallo, una piccola terracotta del 1932, acquistata dalle Civiche Raccolte d’Arte di Milano nel 1933 ma poi rubata nel giugno 1997 a Palazzo Reale, dove allora si trovava la sede del Cimac.

Da domani l’opera dialogherà con un’altra scultura che già si trova esposta alla Permanente, Il bosco, e che ne rappresenta, per così dire, il lieto fine: si vede l’animale e un folto d’alberi, dove i due innamorati si sono nascosti per trovare un momento di intimità. L’arrivo de Gli Amanti a cavallo racconterà quindi il primo tempo di questa storia d’amore in terracotta.

Gli organizzatori, per meglio avvicinare il pubblico all’opera di Martini, hanno previsto un ricco programma di visite guidate, realizzate da OPERA d’ARTE.

Ecco il calendario:

Visite guidate alla mostra. Visita guidata per i singoli visitatori a una sede della mostra.

Sede: MUSEO DELLA PERMANENTE Durata 1 ora. Costo € 5 a persona
Sabato 13 gennaio h 15.30 – Sabato 27 gennaio h 15.30

Sede: FONDAZIONE STELLINE  Durata 1 ora. Costo € 5 a persona
Sabato 21 gennaio h 15.30 – Sabato 3 febbraio h 15.30

Arturo Martini e Milano. Visita guidata per singoli visitatori ad alcune opere di Martini presenti in città secondo il seguente itinerario:

Arengario (Piazza Duomo, angolo Via Marconi), Palazzo di Giustizia (Ambulato della Corte d’Appello, Via Freguglia 1), Pinacoteca di Brera (Via Brera 28).
Ritrovo: Palazzo dell’Arengario Durata 3 ore –  Costo € 5 a persona
Mercoledì 17 gennaio h 14.30 – Mercoledì 24 gennaio h 14.30 – Mercoledì 31 gennaio h 14.30.

Info:

E’ possibile prenotare per queste o altre visite guidate telefonando a OPERA d’ARTE  – tel. 02.45487395; fax 02.45487401 – info@operadartemilano.it

ARTURO MARTINI – fino al 4 febbraio 2007
Milano, Fondazione Stelline, corso Magenta 61 – Museo della Permanente, via Turati 34
ORARI: martedì – domenica 10/20; giovedì 10/22 (lunedì chiuso)
BIGLIETTI: € 8,00; ridotto  € 6,00
La mostra rimarrà chiusa il 24, 25, 31 dicembre e il 1° gennaio
Catalogo Skira € 35 in mostra.

Informazioni al pubblico / 02 6551445 / 02 45462411
Website / www.arturomartini.info
Prenotazioni / 899666805* / www.vivaticket.it
(* servizio a pagamento)

FONDAZIONE STELLINE  – Corso Magenta, 61 – 20123 Milano
Alessandra Klimciuk tel. 02.45462437; aklimciuk@stelline.it;

MUSEO DELLA PERMANENTE – Via Turati, 34 – 20121 Milano
Cristina Moretti  tel. 02.6599803;  ufficiostampa@lapermanente-milano.it

AOSTA. Cielo Terra e Acque.

Si terra’ sino al 9 aprile 2007, presso il Museo Archeologico Regionale di Aosta, la mostra Cielo Terra e Acque. Il paesaggio nella pittura fiamminga e olandese tra Cinquecento e Seicento.

La rassegna presenta una selezione di circa 90 dipinti su tavola, tela e rame, che provengono da numerose collezioni private e da alcuni importanti musei, quali il Rijksmuseum di Amsterdam e il Museo Bredius di L’Aja. Le opere esposte rappresentano un’occasione unica di studio e di scoperta di questo specifico settore della pittura europea.

L’esposizione, realizzata dal Servizio Attivita’ Espositive, e’ curata da Gianni Carlo Sciolla, professore ordinario di Storia dell’arte presso l’Universita’ di Torino, con un gruppo allievi del corso specialistico.

Il genere del paesaggio, che nasce nel Cinquecento e si diffonde ampiamente nei secoli successivi, trova specialmente nei paesi nordici, Fiandre e Olanda, grande sviluppo e riscontro presso amatori e collezionisti. L’esposizione propone un percorso accostante che vuole far conoscere le varie tipologie attraverso le quali si articola la produzione del paesaggio nordico tra la fine del Rinascimento e l’eta’ barocca.

Quindici sono le sezioni della mostra che rispecchiano queste forme di rappresentazione: vallate alpine, foreste e cascate; paesaggi con scene religiose; citta’ e villaggi; porti e mercati; il Parnaso ricreato; canali e dune; paesaggi invernali; boschi e pianure; panorami; nostalgia dell’Italia; pastori, campagna, incontri d’amore; paesaggi scandinavi; paesaggi extraeuropei; parchi e giardini; infine le marine, genere considerato all’epoca autonomo.

Le forme del paesaggio fiammingo e olandese del Cinquecento e Seicento rispecchiano nelle immagini gli orientamenti culturali degli uomini (pittori, collezionisti, scrittori e poeti) del tempo. Per un verso, si tratta di brani pittorici che illustrano aspetti del territorio nordico con precisione e fedelta’ realistica nei loro aspetti peculiari. Come tali seguono da vicino le incisioni dei libri di carattere topografico e geografico editi in gran numero dagli editori olandesi e fiamminghi coevi, che mirano a celebrare i caratteri e i valori ‘nazionali’ dei Paesi Bassi.

D’altro canto, spesso rinviano a significati simbolici sui quali gli appartenenti alla nuova borghesia del tempo amano riflettere. Il paesaggio, infatti, come si apprende dai componimenti poetici coevi o dai trattati artistici e dai cosiddetti Libri di Emblemi consente allusioni moraleggianti alla grandezza divina, alla laboriosita’ umana, alla precarieta’ dell’esistenza, al viaggio metaforico dell’uomo, all’importanza della conoscenza di nuovi scenari naturali (come quelli esotici), al vagheggiamento di luoghi mitici e agresti, antichi e ideali.

La mostra permette inoltre di accostare la produzione specifica di personalita’ artistiche specializzate nel paesaggio nei vari centri di produzione delle Fiandre e dell’Olanda dei secoli XVI e XVII, e le modalita’ con cui, rispetto ad altri paesi europei, realizzano le loro opere. Tra gli artisti, accanto a figure meno conosciute che possono rappresentare per il pubblico un’autentica scoperta, figurano alcuni nomi noti anche al grande pubblico, come Jan Breughel, Paulus Bril, Jan van Goyen, Isaack van Ostade, Salomon e Jacob Ruysdael.

La maggior parte di questi artisti si ispiravano dal vero, disegnando sui loro taccuini, en plein air, durante le esplorazioni ed escursioni nel territorio dei loro paesi, utilizzando il gesso, le matite, la penna e l’acquerello. Eseguivano poi i dipinti su tavola e rame, seguendo in cio’ la tradizione tardomedievale, oppure su tela, nello studio. I formati erano per lo piu’ di piccole dimensioni, adatti alla funzione a cui erano destinati. Spesso ai paesaggi cinquecenteschi fiamminghi collaboravano due tipi di specialisti: i pittori che eseguivano lo scenario e le forme naturali del paesaggio e coloro che dipingevano le figure che lo completavano.

La mostra e’ corredata da un catalogo bilingue francese-italiano edito dalla Casa Editrice Elede di Torino.

Info:
Museo Archeologico Regionale – Piazza Roncas 12 – Aosta
Orario: tutti i giorni dalle 9 alle 19
Ingresso: Intero Euro 5,00, ridotto Euro 3,50

Autore: Matilde Meucci

Fonte:Undo.net

ROMA. Arterritory – Arte Territorio e Memoria alla Centrale Montemartini.

Dal 14 dicembre 2006 al 18 febbraio 2007 la Centrale Montemartini di Roma accogliera’ “Arterritory. Arte, Territorio e Memoria’, una collettiva di ventidue artisti selezionati per rappresentare un nuovo punto di vista, una nuova coordinata geografica capace di orientare e rafforzare il comune bisogno di appartenere ad un luogo e ad una cultura specifica. La sperimentazione individuale di scenari locali, naturali o metropolitani costituisce una base di confronto sociale e culturale di inestimabile valore.

Info:

Inaugurazione: 14 dicembre 2006

Centrale Montemartini – via Ostiense, 106 – Roma

orario: da martedi’ a domenica ore 9.00 – 19.00;
biglietti: € 6.00 intero, € 4.00 ridotto.

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Fonte:Undo.net

REGGIO EMILIA e CORREGGIO. Antologia di Alberto Magnelli.

Con oltre 90 dipinti su tela e 70 tra collage, gouache e ardesie, sarà la mostra più vasta dell’artista fiorentino, tra quelle finora organizzate in Italia.

Un grande appuntamento d’arte è in programma dal 17 dicembre all’11 marzo 2007 a Reggio Emilia e Correggio. Nelle due sedi di Palazzo Magnani e di Palazzo dei Principi si terrà la più ampia antologica, finora mai realizzata in Italia, di Alberto Magnelli (Firenze 1888 – Meudon, Parigi 1971), in grado di ricostruire in modo completo tutto il suo percorso creativo.
Promossa dalla Provincia di Reggio Emilia e dal Comune di Correggio, con il contributo di Fondazione ‘Pietro Manodori’ e CCPL di Reggio Emilia, nonché di Assicurazioni Generali e Tecton, e curata da Daniel Abadie, uno dei maggiori conoscitori del lavoro di Magnelli, già direttore del museo del “Jeu de Paume” di Parigi, e Sandro Parmiggiani, curatore delle attività espositive di Palazzo Magnani, la mostra presenterà 160 opere (90 dipinti su tela, realizzati tra il 1907 e il 1969, e 70 tra collage, gouache e ardesie, datate dal 1937 al 1966), alcune delle quali tornano a essere visibili al pubblico dopo un lungo tempo di assenza, provenienti dai maggiori musei e istituzioni pubbliche europee (Centre Georges Pompidou di Parigi, Kunsthaus di Zurigo, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Museum Würth di Künzelsau, Musée de Grenoble, Musée Magnelli di Vallauris, Musée d’Art Moderne di Saint-Etienne, Museo di Locarno, Musée National di Monaco, Museo d’Arte contemporanea di Villa Croce di Genova) e da numerose collezioni private, straniere e italiane.

Di Magnelli vengono analizzati tutti i periodi, dalla figurazione semplificata, ‘fauve’, degli anni Dieci, che pare essersi incamminata sulla strada dell’astrazione, alle successive ‘Esplosioni liriche’; dalle opere che non possono essere definite pienamente ‘figurative’ degli anni Venti, ancora poco conosciute, alle ‘Pietre’ e ai lavori astratti che caratterizzano il suo percorso negli ultimi trentacinque anni di attività.
La sezione di Correggio consente poi di confrontarsi con ‘l’officina’ di Magnelli, attraverso la creatività dei collages – realizzati con pezzi di cartone ondulato, di tela da sacco, di tessuti, o con oggetti come ventagli -, tra i quali spiccano per calibrata poesia quelli, datati 1941, su carta da musica, degli acquerelli e delle opere sulle tavolette di lavagna. 

Accompagna l’esposizione un catalogo Skira con testi dei curatori e di Alberto Boatto, Luciano Caprile e Marco Vallora, oltre a un’antologia di saggi, che prende in esame la ‘fortuna critica italiana’ di Magnelli, pubblicando una selezione tra quelli redatti da storici dell’arte e critici (Argan, Ballo, Bonito Oliva, Brissoni, Calvesi, Caramel, Cavallo, Celant, Fagiolo dell’Arco, Gualtieri di San Lazzaro, Longhi, Marchiori, Meneguzzo, Ponente, Pontiggia, Russoli, Salvi, Trucchi, Valsecchi), artisti (De Pisis, Dorazio, Prampolini, Perilli) e scrittori (Calvino, Palazzeschi).


ALBERTO MAGNELLI (Firenze, 1888 – Meudon, Parigi 1971)
Verso il 1911 si avvicina agli intellettuali e agli artisti che fanno capo alla rivista “La Voce”. Con Aldo Palazzeschi nel 1914 si reca a Parigi. Grazie a questo soggiorno scopre il movimento cubista e frequenta Apollinaire, Picasso, Max Jacob, Gris, Matisse, Léger, de Chirico (al quale sarà legato da una profonda amicizia), Archipenko. Tornato in Italia, fra il 1915 e il 1918 (anno delle “Explosions Lyriques”), realizza alcune serie di opere astratte. La pittura figurativa del dopoguerra – incentrata sul paesaggio e su temi di vita contadina – richiama l’originaria passione per i primitivi toscani. Fra il 1931 – l’anno dopo si trasferisce definitivamente a Parigi – e nel 1934 realizza la serie di dipinti denominati “Pierres”, legate alla visione delle cave di marmo di Carrara, che segnano un ritorno all’astrazione, che poi, fino alla morte, sarà incentrata sulla ricerca e sullo sviluppo di equilibri cromatici e di ritmi formali. Espone le “Pierres” nel 1934 nella prima personale parigina, da Pierre Loeb. A Parigi conosce Kandinsky e si unisce al gruppo “Abstraction-Création”. Nel 1932 aveva esposto cinque opere alla Biennale di Venezia e nel 1935 presenta altrettante opere alla Quadriennale di Roma; nella seconda metà degli anni Trenta espone anche alla Galleria del Milione a Milano. Nel 1937 espone alla mostra “Origines et Développement de l’Art International Indépendent” al Jeu de Paume, e tiene la prima personale a New York, alle Boyer Galleries. Nel 1939, alla Galerie Charpentier, è presente al “Salon de Réalités Nouvelles”; parteciperà anche alle edizioni del dopoguerra. Durante l’occupazione nazista, Magnelli vive in Provenza in compagnia della moglie e dei coniugi Arp e Delaunay. Nel 1945 espone tre opere alla mostra “Art Concret”, allestita alla Galerie Drouin. Nella stessa galleria tiene una grande retrospettiva nel 1947, in cui viene definito ‘le peintre abstrait le plus important de Paris’. Consacrato come uno dei grandi maestri storici dell’astrattismo internazionale, gli verranno dedicate sale personali alle Biennali di Venezia del 1950 (diciotto opere) e del 1960. Nel 1953 ottiene il secondo premio alla Biennale di San Paolo del Brasile, dove otterrà, due anni dopo, il primo premio; nel 1954 gli viene dedicata una personale al Palais des Beaux-Arts di Bruxelles; nel 1955 partecipa a Documenta II a Kassel. Nel 1963 viene organizzata una retrospettiva al Kunsthaus di Zurigo, che poi passa a Palazzo Strozzi a Firenze. Nel 1968 si tiene una sua ampia personale (centosettantatré opere) al Musée national d’art moderne di Parigi, e sue mostre si terranno nei due anni successivi in alcuni musei francesi. Magnelli muore nella sua casa di Meudon il 20 aprile 1971. Sulla sua tomba, nel cimitero della cittadina vicino a Parigi dove abita dal 1958, si può leggere l’epigrafe da lui dettata prima della morte: ‘Alberto Magnelli / 1888-1971 / pittore fiorentino’. Tra le mostre a lui dedicate in spazi pubblici dopo la sua scomparsa, vanno almeno ricordate quelle al Palazzo dei Diamanti di Ferrara nel 1979, al Palazzo Vecchio di Firenze, al Palazzo dei Papi di Avignone e al Musée d’art moderne di Saint-Etienne nel 1988, al Centre Georges Pompidou di Parigi nel 1989, al Musée Magnelli di Vallauris nel 1998, al Museum Würth di Künzelsau nel 2000, al Museo Villa dei Cedri di Bellinzona e al Refettorio delle Stelline di Milano nel 2001.

Info:
Reggio Emilia, Palazzo Magnani (Corso Garibaldi 29)
Correggio (RE), Palazzo dei Principi (Corso Cavour 7)
17 dicembre 2006 – 11 marzo 2007
Orari Palazzo Magnani: 9.30 – 13.00 / 15.00 – 19.00. Lunedì chiuso.
Orari Palazzo dei Principi: mercoledì, giovedì, sabato e domenica 10/13 – 15.30/19; chiuso lunedì e Natale.
Biglietti: Euro 7 intero; Euro 5 ridotto; Euro 2 studenti
Aperto il 25 dicembre (ore 15.00-19.00), il 26 e il 31 dicembre 2006 (9.30-13.00 / 15.00-19.00), il 1° gennaio (ore 15.00-19.00) e il 6 gennaio 2007 (ore 9.30-13.00 / 15.00-19.00).
Catalogo: Edizioni Skira

tel. 0522.454437; fax 0522.444436

Link: http:// www.palazzomagnani.it

Email: info@palazzomagnani.it

SALERNO. Il mondo animale nell’arte medievale in Campania sculture e decorazioni tra secoli X e XIII.

Il Gruppo Archeologico Salernitano in collaborazione con la Soprintendenza per i B.A.P.P.S.A.E di Salerno e Avellino e con la partecipazione del Liceo Scientifico Statale “A. Roiti” di Ferrara.

Dal 15 dicembre 2006 al 15 gennaio 2007, una mostra sui Bestiari Medievali.

Il percorso storico – iconografico che emerge dalla mostra, da una parte presenta le sculture e le decorazioni attraverso immagini fotografiche, dall’altra cerca di offrire una chiave di lettura della simbologia del mondo animale nell’età medievale. A tal fine, per i testi e le miniature abbiamo tratto ispirazione da alcuni famosi bestiari: De rerum naturis o De universo di Rabano Mauro, IX sec., (codice Cassinese 132 ); il Physiologus (in lingua greca e latina) del II – III sec. d.C.; il manoscritto dei Taccuini di Villard De Honnecourt, redatto tra il 1220 e il 1240 e conservato a Parigi. Quest’Autore, in particolare, nel resoconto dei suoi viaggi, accanto ad annotazioni di architettura e a schemi di composizione in cui la figura è trattata geometricamente, inserisce spesso la riproduzione “libera” di alcuni animali, con un’acutezza di osservazione che fa pensare alla pittura rinascimentale.
L’insistente riproduzione nell’iconografia medievale di taluni esseri rispetto ad altri rendeva necessaria anche un’analisi del loro significato simbolico, argomento senz’altro complesso, ma troppo intrigante per non tentarne una disamina. All’inizio ci siamo posti il problema di come affrontare lo studio dei simboli, pensando che la migliore soluzione sarebbe stata quella di entrare a diretto contatto con le immagini. L’idea di proiettarci nel passato, come in una sorta di macchina del tempo, avrebbe potuto aiutarci a percepire cosa poteva provare il fedele medievale, che non sapeva leggere, nell’ascoltare i predicatori spiegare il significato delle immagini presenti nella sua cattedrale. Sculture, capitelli, statue, pitture, decorazioni musive e vetrate davano corpo alle fantasie dell’immaginario collettivo del tempo, illustravano gli aspetti della vita quotidiana, ma testimoniavano anche la lotta tra il Bene e il Male.
Come non ricordare che in un’epoca caratterizzata dal duro confronto tra Papato e Impero, quella tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, il ruolo delle immagini era determinante per indicare ai fedeli la via della verità contro il male, cioè contro il peccato di ribellione alla Chiesa. Sensazioni e messaggi sicuramente difficili da cogliere, in quanto oggi si sono perse le chiavi di lettura per decifrare i simboli nei loro veri significati. Pertanto, come un uomo del Medioevo faticherebbe ad orientarsi nella selva di segni da cui è caratterizzata la nostra realtà moderna, così si sono incontrate grandi difficoltà di fronte alle immagini medievali, delle quali, senza una guida interpretativa certa, si rischiava di cogliere soltanto il significante, vale dire l’aspetto superficiale, la lettera.
Anche le maggiori informazioni fornite dai testi di storia dell’arte sono state ricavate da analisi comparative con fonti scritte, illuminanti nel chiarire il rapporto segreto che collega una forma al suo significato. In conseguenza di questo, l’ipotesi di fondo da cui siamo partiti per progettare la mostra è stata che, nel pensiero medievale, ogni oggetto era considerato come la raffigurazione di qualcosa che gli corrispondeva su un piano più elevato e ne diventava, così, il simbolo. Il simbolismo era universale e il pensare era una continua scoperta di significati nascosti. Ma il mondo nascosto era anche un mondo sacro. Sulla base di queste considerazioni, si è cercato di fornire alcune interpretazioni coerenti e comprensibili delle immagini.
La mostra è strutturata in quattro sezioni: animali della terra, dell’acqua, dell’aria e creature fantastiche. Si è pensato che questa ripartizione potesse aiutare il visitatore a seguire un corretto iter di lettura.

Stimolante è parsa la cernita di alcuni animali e creature fantastiche dalla simbologia complessa, perché mutevole in rapporto al modo in cui essi sono stati rappresentati nelle varie cattedrali.
In accordo con il Comitato scientifico si è compiuta una scelta di misurato equilibrio fra immagine e commento, attribuendo “minore” importanza all’aspetto simbolico per privilegiare l’apparato iconografico. In questa logica espositiva la visita della mostra può trovare un riscontro diretto per una valutazione basata sul confronto tra fotografie  e testi.
Come esempio, si provi ad analizzare le schede del leone e della sirena (ma la scelta potrebbe cadere su tutti gli altri pannelli). Il primo, il leone, è un segno potentemente solare. Ha a che fare con l’oro, “sole sotterraneo”. Il colore della criniera e del pelo ed il fatto che abiti in Paesi bruciati dal sole ne fanno il prototipo dell’animale solare. Nello Zodiaco, rappresenta Luglio, mese dell’estate, della luce e della canicola. Secondo il mito, nella perduta età dell’oro, il leone si accompagnava al coniglio, con cui viveva in perfetta armonia. Re degli animali, è anche l’animale dei re, tanto è vero che spesso è raffigurato nell’atto di accompagnarsi a Salomone, re d’Israele, o alla Vergine, regina del cielo. Il richiamo a Salomone riveste un particolare significato simbolico: questi è il re saggio per eccellenza, che ha riunito sotto il suo potere sovrano le dodici tribù d’Israele. Ebbene, queste ultime compaiono talora in forma di cuccioli di leoni alla destra e alla sinistra del suo trono. Nelle cattedrali della Campania i leoni di pietra sono spesso collocati, all’esterno, in alto e ai lati dei portali d’ingresso e, all’interno, nelle sculture che ornano gli amboni, dove è predicata la Parola di Dio.
La seconda, la sirena, è la più celebre e la più rappresentata tra le creature fantastiche. Essa è un ibrido di donna e di pesce, le cui origini si ricollegano ai Tritoni della mitologia greca. Il suo busto è alquanto seducente, con seni prominenti; il resto del corpo si allunga in una coda di pesce, singola o doppia. Questo essere dal corpo flessuoso e dalla capigliatura fluente simboleggia tutte le seduzioni femminili e le tentazioni demoniache che queste ispirano. Attraverso le loro melodie incantatrici, le sirene attiravano i naviganti, portandoli a sicura rovina. In Campania le troviamo scolpite nei capitelli delle colonne che sorreggono gli amboni delle maggiori cattedrali romaniche, a memento del male e del peccato che sono sempre in agguato sotto forme seducenti.

La mostra s’inaugura venerdì 15 dicembre alle ore 17.30 al Museo Diocesano “San Matteo” di Salerno (Largo Plebiscito), e resterà aperta fino al 15 gennaio 2007, con i seguenti orari: dalle ore 9,00 alle ore 13,00 (giorni feriali) / ore15,00 – ore 19,00  (giorni festivi).

Info:
per prenotazioni alla mostra per visite guidate (gratuite) a gruppi e scolaresche: Gruppo Archeologico Salernitano e Soprintendenza per i B.A.P.P.S.A.E. di Salerno e Avellino – tel/fax – segreteria 089/337331 – 089/239126 (museo) – 089/2573218 (Soprintendenza) – cell.ri 338/1902507 – 329/0761908 – 320/8676400.

L’INGRESSO E’ LIBERO.

 

Email: archeogruppo@alice.it