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SIENA. Nel segno di Ingres. Luigi Mussini e l’Accademia in Europa nell’Ottocento.

La produzione pittorica di Luigi Mussini sarà esposta, per la prima volta, presso il Complesso museale Santa Maria della Scala in una mostra dal titolo ‘Nel segno di Ingres. Luigi Mussini e l’Accademia in Europa nell’Ottocento‘ nella quale troveranno spazio anche una selezione di opere di pittori e scultori con cui l’artista entrò in contatto. L’Italia e l’Europa dell’Ottocento, tra ansia di rinnovamento e ritorno al passato, raccontate attraverso l’opera colta e raffinata del pittore maturata sullo sfondo e nel segno del genio artistico di Jean-Auguste-Dominique Ingres.

Dal 6 ottobre 2007 al 6 gennaio 2008 una grande esposizione che Siena dedica al protagonista indiscusso della scena culturale senese nella seconda metà dell’800, la cui attività fu strettamente legata al fenomeno del Purismo europeo.

Il nucleo dei capolavori più importanti rappresenta il cuore pulsante di una selezione di 122 opere articolata in sette sezioni e curata da Carlo Sisi ed Ettore Spalletti. Se ne ricava l’affresco di un’epoca caratterizzata da grandi tensioni teoriche e stilistiche, dove l’ideale mussiniano di un’unica ‘maniera’ mutuata dai grandi maestri antichi e moderni si contrappone strenuamente alle istanze della incalzante cultura naturalista e realista. Nella prima sezione della mostra trovano spazio i primi capolavori di Mussini, come la ‘Musica sacra‘ e il ‘Trionfo della Verità‘, maturati in seno al più aggiornato dibattito sul Purismo e quindi in linea con quel movimento figurativo, che in mostra è ben rappresentato dai dipinti di Overbeck, Marini, Minardi e Stürler.

Accanto alle opere di Mussini, nella seconda sezione dedicata al soggiorno parigino, sono esposte le opere dei pittori e degli scultori italiani ed europei che entrarono in contatto con Mussini, influenzando la sua attività, come lo stesso Ingres, Flandrin, Gérçme, Gleyre, Gendron. Non a caso è presente in mostra l’Autoritratto di Ingres donato agli Uffizi proprio per intermediazione dello stesso Mussini. Nella terza sezione è esposto il nucleo più importante della sua produzione, con i ‘Parentali di Platone‘, ‘l’Eudoro e Cimodoce‘ e l’inedita pala con le Sante Edvige e Isabella, recuperata dopo un difficilissimo restauro dai disastri dell’alluvione fiorentina del 1966.

Questi sono gli anni in cui Luigi Mussini assume la direzione dell’istituto di Belle Arti di Siena impegnandosi in una vera e propria riforma dell’insegnamento accademico e continuando a coltivare i rapporti con la Francia e con i pittori francesi a cui si ispira e a cui indirizza anche i suoi allievi.

La quarta sezione descrive il variegato panorama della scuola senese attraverso alcuni esempi di pittura e scultura basati sui fondamenti neoraffaelleschi di Ingres e di Bartolini, di cui è presente in mostra un capolavoro assoluto, la ‘Carità educatrice‘, eseguita per il granduca Leopoldo II e proveniente da Palazzo Pitti. Accanto ai dipinti giovanili di Cassioli, Visconti, Ridolfi, emergono in questa sezione alcuni capolavori di Giovanni Dupré di committenza senese (fra i quali la ‘Riconoscenza’ e l”Amore in agguato‘) che dimostrano la particolare sintonia che in questo momento si crea tra il fiorentino Dupré e i suoi amici e sostenitori senesi, primo fra tutti Luigi Mussini.

Intorno al 1864 l’egemonia artistica e didattica di Mussini registra le prime defezioni a fronte delle forti istanze della emergente cultura naturalista e realista. In questo momento lo stile di Mussini raggiunge l’apice espressivo nel ‘San Crescenzio‘ del Duomo di Siena e nell”Educazione spartana‘ del Musée Ingres di Montauban.

Intanto però alcuni dei suoi allievi come Cassioli e Maccari percorrevano strade che presto li avrebbero portati ad aderire al clima realistico, d’impronta soprattutto romana, e ai modelli che potremmo definire ‘sperimentali’ di Morelli. Resta fedele al maestro, il giovane Alessandro Franchi di cui in mostra sono esposti alcuni capolavori giovanili, nei quali si colgono, oltre che meditazioni sulla pittura dei grandi maestri del Cinquecento soprattutto veneziano, anche le visibilissime influenze di Ingres e soprattutto dei suoi allievi, in particolare di Flandrin.

Intanto prendevano campo le grandi imprese decorative che a Siena e nel suo territorio testimoniavano l’avvenuto radicamento delle teorie mussiniane. Quei cantieri sono richiamati in mostra attraverso l’esposizione dei cartoni e dei disegni preparatori riferibili alle principali commissioni del momento, dal pavimento del Duomo alla decorazione della Loggia Bichi Ruspoli alle cuspidi della Facciata del Duomo e altre ancora, che videro lavorare, fianco a fianco, pittori, decoratori, scultori, mobilieri, vetrai, bronzisti, ceramisti nello spirito che aveva accompagnato l’unita delle arti nei secoli della tradizione senese.

L’ultima sezione è dedicata ai tardi lavori di Mussini, in gran parte smarriti, e rappresentati in mostra dai due fondamentali dipinti del cimitero di Baden Baden. Accanto a questi esiti si presentano opere significative delle diverse vie intraprese dagli artisti senesi, che comiciano a mostrare anche un certo interesse nei confronti della pittura dei Preraffaelliti. Ne sono un esempio alcuni capolavori del maturo Franchi e le stupefacenti prove giovanili di due giovani artisti, Ricciardo Meacci e Giuseppe Catani Chiti.

La rassegna è promossa da Comune di Siena, Istituzione Santa Maria della Scala, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Soprintendenza per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico per le province di Siena e Grosseto, Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Fiorentino, Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti, Fondazione Musei Senesi e Fondazione Monte dei Paschi di Siena.

Fonte:Adnkronos

CESENA: L’Elogio della Figura – Identità & Alterità Declinazioni fra “Antico” e “Contemporaneo” nelle Collezioni della Banca Popolare dell’Emilia Romagna.

E’ il Dvd che ogni visitatore può fermarsi a vedere al primo piano della mostra, lasciandosi guidare alla conoscenza più approfondita di artisti ed opere, cogliendo dettagli e  catturando emozioni.
I sessanta minuti di approfondimento ci guidano anche a comprendere quei piccoli shock emotivi che l’allestimento ardito ed originale vuol provocare. Ricordiamo che la mostra, allestita per tutta l’estate a Cesena alla Galleria Comunale d’Arte del Palazzo del Ridotto, propone una selezione di opere antiche di Maestri dei secoli XVI e XVII “abbinandole” a opere di sei artisti contemporanei, in prevalenza romagnoli. Unico comune denominatore è  il soggetto, ovvero, come indica il titolo, la “figura” e la sua rappresentazione.
Ad Antonio Paolucci, e al suo eloquio affascinante, il compito di spiegare come riescano a dialogare linguaggi artistici apparentemente così diversi, come lui stesso li definisce. Paolucci introduce il visitatore al contatto con le opere moderne, illustrando le caratteristiche salienti di questi lavori, e le commenta nell’abbinamento con le opere antiche dei grandi Maestri figurativi della Pittura Emiliana del 1600, fermando l’attenzione su alcune “coppie” che l’allestimento ha reso tali. Invita così il visitatore a percepire comunque il soggetto, la figura, anche là dove più sembra nascondersi – la figura si può anche non percepire immediatamente, ma si possono cogliere affinità cromatiche o emotive o tecniche – invita a scoprirla anche attraverso le tecniche moderne, prima fra tutte la fotografia, utilizzata per manipolare, evocare, alludere, dilatare la figura.
A Marisa Zattini, curatrice della mostra insieme a Antonio Paolucci, il compito di fare conoscere più da vicino i singoli artisti contemporanei che in questa mostra espongono le loro opere dialogando attraverso i secoli con artisti antichi.  Così il visitatore può conoscere e apprendere, attraverso le parole degli artisti stessi, le peculiarità delle loro ricerche, addentrarsi nel processo di formazione dell’opera d’arte, sfiorandone i segreti, catturati tra  tele accatastate e opere abbozzate.
Il cesenate Luca Piovaccari racconta di un approccio “genuino” con l’arte, del suo legame con la  terra di Romagna in cui coglie le figure da dipingere. Andrea Guastavino si sofferma a riflettere sulla fotografia come mezzo utilizzato per scandagliare lo stato dell’animo umano. “Mi piacerebbe fotografare l’invisibilità delle cose”, commenta la sua avventura artistica,  percorsa dal tentativo di liberare l’immagine tecnologica dal suo destino di perfezione.
Francesco Bocchini parla delle sue icone sacre, icone forti, di profonda suggestione come quelle esposte nella mostra cesenate, che fissano personaggi lontani dalla dimensione sacra, tipica dell’icona religiosa, più immersi nella storia degli uomini.
Con Massimo Pulini  il discorso tende a illustrare le tecniche usate per il suo lavoro, sia per il supporto radiografico utilizzato nella realizzazione di alcune grandi opere, sia per l’effetto termografico delle ultime ricerche, con la loro resa di percezione caldo-freddo del corpo umano. Entrambe le tecniche sono per il cesenate Pulini strumenti moderni capaci di guardare la figura attraverso uno sguardo rinnovato.
Con Marco Neri, che parla del fascino da sempre esercitato dalla pittura per la sua universalità e immortalità, l’intervista mette in risalto anche le caratteristiche dei ritratti minimali proposti all’occhio del visitatore,  capaci di cristallizzare e fermare il tempo. Vittorio D’Augusta, che alla mostra è presente con un ciclo di opere che comprendono alcuni Calafatati, rivela come sono nati questi originalissimi lavori  che riprendono un’operazione di riparazione – “il calafatare” – delle barche di legno fatta con stoffa incatramata, che l’artista vedeva eseguire nella sua infanzia.
Il DVD contiene anche gli interventi istituzionali del Vice Presidente della Banca Popolare dell’Emilia Romagna di Modena e Presidente della Fondazione Banca Popolare di Cesena Angelo Marconi, il Vice Presidente della Fondazione Banca Popolare di Cesena Giuseppe Mondardini, che hanno voluto realizzare il progetto, e l’intervista all’Assessore alla Cultura del Comune di Cesena Daniele Gualdi.

Info:
al Palazzo del Ridotto di Cesena fino al 9 settembre.
La mostra è aperta al pubblico dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 20.00 alle 23.00 fino al 31 agosto, mentre dal 1 al 9 settembre torna l’orario di apertura originario mattutino dalle ore 10,30  alle ore 12,30 e pomeridiano dalle ore 16,30 alle 20,30 (chiuso il lunedì). L’ingresso è gratuito. Un’occasione da non perdere.
Tel 0547 21386 – Fax 0547 27479

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POSSAGNO (Tv). Il principe Henryk Lubomirsky come Amore.

Le celebrazioni per i 250 della nascita di Antonio Canova (1757 – 2007) offrono una occasione da non perdere.
La Gipsoteca ed il Museo Canova di Possagno, il paese tra Asolo e Bassano del Grappa, dove lo scultore è nato ed è sepolto, presentano, dal 29 luglio al primo novembre, per la prima volta in Italia, “Il Principe Henryk Lubomirski come Amore”, un capolavoro assoluto del maestro veneto ma anche e soprattutto un’opera che, sin dal suo comparire, è assurta ad oggetto di culto in tutta Europa.
La abbagliante bellezza del principino tredicenne, immortalata in marmo, a grandezza naturale, da Canova conquistò molti estimatori che si contesero, a peso d’oro, copie e calchi del meraviglioso nudo. La Regione del Veneto per celebrare questo artista ha promulgato una legge specifica costituendo un Comitato Regionale per le Celebrazioni, composto da eminenti personalità e studiosi del grande artista.
Canova aveva eseguito questo ritratto per volontà della bella principessa Elzbieta Lubomirski che, vedova, aveva eletto questo incantevole giovinetto, lontano parente del suo defunto marito, come sue inseparabile pupillo, portandolo con se in un lungo tour europeo e dandolo, qualche anno dopo, in sposo a una sua nipote.
Henryk Lubomirski fu, per Canova, un modello leggiadro quanto ritroso. L’artista, per la timidezza del ragazzo, riuscì a modellare dal vero solo il volto. Per il corpo nudo fece riferimento ad una statua antica. Il principino vi è raffigurato come il dio Eros, la mano sinistra tiene dolcemente l’arco d’amore appoggiato a terra, il busto mollemente piegato verso il vicino tronco d’albero, il braccio destro lungo i fianchi, la testa, dalla fluente e mossa capigliatura, rivolta a tre quarti sulla sua sinistra.
Una volta conclusa, l’effigie venne trasportata in Polonia e collocata nel castello Lubomirski a Łançut come in un santuario o in un tempio greco; sullo sfondo del marmo era appesa una stoffa cinese con la rappresentazione della Fenice a cui tutti gli uccelli rendono omaggio, proprio come tutti i visitatori del palazzo erano pronti a rendere omaggio alla bellezza di Henryk. Non appagata dal solo marmo, la bella Elzbieta chiese, e ottenne, dal Canova anche due calchi in gesso , del tutto uguali all’originale tranne che per la presenza nei due gessi della foglia di fico.
Fu subito passione per “Amore”: copie in marmo e gesso della meravigliosa rappresentazione di un giovane Amore vennero commissionate, a caro prezzo, da nobiluomini di diversi paesi, affascinati e conquistati dalla dolce bellezza del Principe Henryk. Ad essere sedotto da una così incomparabile perfezione fu anche il diciassettenne John, figlio del banchiere irlandese La Touche. Così repliche o gessi del Principino finirono in molte case del continente, dall’Irlanda, alla Russia, dalla Francia all’Inghilterra, alla Germania e, naturalmente, all’Italia. Un gesso è anche patrimonio della Gipsoteca Canoviana, oggi purtroppo acefalo per gli effetti del bombardamento che colpì la raccolta durante la Grande Guerra.
La magnifica opera, eccezionalmente concessa dalla Polonia, non sarà esposta all’interno della Gipsoteca ma nel Salone d’onore della attigua Casa del Canova, come se il riottoso Principino “dalle labbra tumidette” tornasse ad essere ospite di riguardo dello scultore.

La collocazione temporanea del prezioso marmo è accompagnata, in Gipsoteca, da un percorso tutto dedicato al tema dell’Amore: 30 opere qui esposte comporranno questo percorso. Si va da Adone incoronato da Venere, al gesso originale di Amore e Psiche stanti, alle tempere con gli Amorini, al dipinto di Cefalo e Procri, ai bozzetti in terracotta della Morte di Adone, di Amore e Psiche che si abbracciano, il dipinto di Venere e Amore.
Un percorso che è, insieme, celebrazione della Bellezza e dell’Amore.
Un percorso ancor più magico se fatto in notturna, magari cogliendo l’occasione delle “Visite alla tenue luce di Psiche” che, così come Canova era aduso fare con i suoi ospiti, daranno vita a marmi e gessi con la fioca, calda luce di antiche lanterne (info sul sito della Fondazione Canova: www.museocanova.it): chissà, forse una occasione per verificare se effettivamente la Gipsoteca, così come sembrerebbe indicare una indagine dell’Istituto italiano di psicologia analitica, abbia realmente titolo per l’essere indicata ai primi posti nell’elenco dei musei italiani che più stimolano un nuovo incontro d’amore.

Un ulteriore elemento sottolinea l’importanza dell’evento. In occasione dell’inaugurazione della mostra dedicata al Principe Henryk come Amore, verrà ufficialmente inaugurata l’Ala scarpiana della Gipsoteca, a conclusione dell’intervento di restauro durato alcuni anni. Il capolavoro del maggior architetto veneto del Novecento tornerà così ad accogliere, in modo adeguato, i capolavori del Canova.

Concerti, rappresentazioni teatrali, mostre, incontri di studio, pubblicazioni, emissioni filateliche completano il fitto programma delle Celebrazioni Canoviane, Celebrazioni di cui questa mostra rappresenta il momento più intenso ed atteso.

Info:
“Il Principe Henryk Lubomirski come Amore”. Possagno (Treviso), Gipsoteca e Casa del Canova, dal 29 luglio al primo novembre 2007.
Mostra organizzata nell’ambito delle Celebrazioni per i 250 anni dalla nascita di Antonio Canova, dalla Fondazione Canova ONLUS di Possagno.
Catalogo Silvana Editoriale a cura di Mario Guderzo. con interventi di Giancarlo Cunial, Gabriella Delfini, Mario Guderzo, Hugh Honour, Barbara Troynar, Wit Karol Wojtowicz, Stefano Zecchi e Paolo Mariuz e Massimiliano Pavan.
Orario: 9 – 19. Ingresso alla Mostra e al Museo: interi euro 7, ridotti euro 4.
tel. 0423.544323

 

 

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RAPALLO (Ge). MARIO SIRONI l’Italia illustrata.

L’attività di Sironi illustratore viene raccontata da questa mostra attraverso quarantasette opere tutte originali, in buona parte firmate, eseguite con tempera colorata, carboncino e qualcuna con tecniche miste, provenienti tutte dall’Archivio Romana Sironi.
La mostra suddivide le opere in cinque sezioni individuando le tipologie attraverso le quali si esprime il lavoro dell’Artista in questo settore.
Il carattere proprio dell’illustrazione giornalistica, destinata alla comunicazione di ampio raggio sociale e popolare, determina nel segno grafico di Mario Sironi una definizione massima, che si accompagna ad una lucida idea da tradurre sulla carta: per Sironi, disegnatore d’eccezione, si tratta sempre di una linea sicura e scattante, inconfondibile, che trova il proprio equilibrio compositivo nello spazio dinamico del foglio. Un’arte a tutto tondo quella di Sironi, che non può che essere, anche nel campo
dell’illustrazione come in quello della pittura, una interpretazione in chiave moderna, sulla scia delle avanguardie storiche europee, della realtà politica e sociale italiana contemporanea.
Per un artista come Sironi, che avrebbe fatto della grande arte decorativa il vessillo dell’artista educatore delle masse, la comunicazione attraverso il medium della carta stampata non poteva non sottendere la medesima necessità di essere guida della società attraverso i messaggi disegnati. Come la grande pittura murale, l’illustrazione garantisce la penetrazione del linguaggio ideologico nella collettività e ne stimola la risposta comportamentale.
Nell’assiduo lavoro di creazione di iconografie e di narrazioni visive non banali, egli riesce a condurre la ricerca di una tecnica grafica moderna, basata su nette campiture cromatiche e sull’uso preponderante del nero e del bianco, di grande effetto comunicativo e a creare, dagli anni Venti ai Quaranta, un proprio linguaggio espressivo immediato e diretto, tanto da poter sicuramente indirizzare il gusto estetico dell’epoca.
Nella prima sezione (Manifesti) tra i manifesti per le riviste, a volte divenuti anche copertine, interessanti sono quelli per la rivista milanese “L’Ambrosiano”, dei quali Sironi esegue vari bozzetti in cui dominante è la presenza del simbolo di Milano, il Duomo.
Tra le cartoline a carattere pubblicitario si collocano quella della “Lotteria pro mutilati del viso” del 1924, realizzata a colori, quella per la “Coppa Baracca”, competizione aerea del 14 giugno 1925. Per il manifesto della Mostra del Novecento Musicale di Bologna del 1928 Sironi realizza un’immagine di grande potenza espressiva.
La seconda sezione (Fiat) testimonia la lunga collaborazione di Sironi con l’azienda
automobilistica torinese che data all’inizio degli anni Trenta.
Del 1932 è il manifesto pubblicitario per l’auto Balilla; del 1934 quello per il motore d’aereo AS6. Nel 1936 l’Artista viene incaricato di curare l’allestimento del Padiglione FIAT alla XVII Fiera Campionaria di Milano. Nel 1937 riceve l’incarico di progettare il manifesto per la “1100” e dal 1950 al 1954 ha ancora incarichi per progettare i manifesti per la nuova “1900” e per la “Mirafiori”.
L’ultima auto di cui progetta la pubblicità è la Fiat 600 nel 1955.
La terza sezione (Illustrazioni per riviste e libri) raccoglie una serie di bozzetti e studi esemplificativi della intensa partecipazione di Sironi “illustratore” nei confronti della carta stampata: da “Noi e il mondo”, mensile del quotidiano “La Tribuna”, stampato a Roma dal dicembre 1911 al 1931 che presenta temi di attualità e d’arte, brevi racconti, illustrazioni e fotografie, al quale Sironi viene chiamato a collaborare alla rivista nel 1912; a “Gerarchia”, che vede Sironi impegnato a realizzare quasi tutte le splendide copertine della rivista particolarmente curate e improntate a criteri di semplificazione estrema delle immagini con effetto di monumentalizzazione.
Passando alla sezione Il Popolo d’Italia, Sironi inizia la sua attività su questa testata con illustrazioni satiriche e politiche dal 1921 al 1942. Vi svolge una quantità enorme di temi compositivi e iconografici, reinventati continuamente senza mai ripetersi. Si tratta di un insieme autonomo e di grande forza espressiva, che rappresentò per Sironi il proprio particolare contributo alla lettura della storia contemporanea.
Particolare menzione merita “La Rivista Illustrata del Popolo d’Italia” pubblicata mensilmente dall’agosto 1923 al luglio 1943. E’ una testata una rivista illustrata di vasta diffusione, che tratta argomenti che spaziano dalla politica allo sport, allo spettacolo, alla moda, all’arte e su ogni numero della quale compare una novella illustrata. Sironi collabora all’illustrazione della rivista ininterrottamente per tutto il periodo di pubblicazione con un repertorio di immagin i ricchissimo. Per le copertine, sempre a colori, l’artista inventa anche i caratteri tipografici.
Sironi esegue per l’”Almanacco Enciclopedico del Popolo d’Italia” illustrazioni vivaci e ironiche, con copertine a colori e disegni in testata di pagina e vi realizza anche due gruppi di illustrazioni per novelle nel 1926 e nel 1930.
Nella sezione Illustrazioni per novelle Sironi sperimenta per questa tipologia illustrativa una tecnica particolare, a larghe campiture nere, grigie e bianche, ottenute con tempera e inchiostro di china, che costituirà un punto di riferimento per molti altri illustratori del tempo; verso gli anni quaranta vi sperimenterà anche la tecnica a graffito. Si tratta di un gruppo di illustrazioni per testi di intrattenimento di autori importanti quali Bontempelli, Marinetti, Sarfatti, Negri, Comisso, ecc. ma anche per articoli di opinionisti.
La mostra, che porta a conoscenza del pubblico opere anche inedite, si avvale del coordinamento scientifico di Mariastella Margozzi, storica dell’arte della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma e fra i più qualificati e attenti studiosi di Mario Sironi in quest’ultimo decennio.
Romana Sironi, che ha messo a disposizione i preziosi materiali spesso inediti dell’Archivio Sironi da lei custodito, ha fornito al Comune di Rapallo una ulteriore irripetibile occasione per la realizzazione di un programma di esposizioni di grande qualità, iniziato l’anno passato con la mostra “L’Italia quotidiana tra De Pisis e De Chirico”, che possa determinare un afflusso di pubblico, visitatori e ospiti, sempre più ampio, qualificato e interessato.
Il catalogo di Skira Editore è a cura di Mariastella Margozzi e Piera Rum.

Info:
Tel. 0185.50528 – 347.1803876
Ingresso ordinario Euro 5,00; Gruppi oltre le 15 persone Euro 3,00 a persona.
Orari: martedì-domenica dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 16.00 alle 20.00, lunedì chiuso.

Email: eventi@comune.rapallo.ge.it

ROMA. Chagall delle meraviglie.

Chagall delle meraviglie‘: questo il titolo scelto da Meret Meyer e Claudia Beltramo Ceppi Zevi, le due curatrici della grande mostra dedicata a Chagall al Vittoriano di Roma. Un titolo, preso in prestito dal teorico dadaista e surrealista Louis Argon, che è tutto un programma. Dipinti, disegni, gouaches, incisioni e sculture per un totale di circa 200 opere. Opere che in questi ampi spazi sembrano finestre spalancate. Finestre che quasi squarciano i muri del Vittoriano, come dei coloratissimi varchi che si affacciano (e che ti affacciano) su di un mondo, quello di Chagall, intriso di simboli, sogni, fantasie, mondi culturali e mondi vissuti, resi vivi e vivibili da una sfavillante inconfondibile tavolozza.
 Una retrospettiva molto ben curata questa e accessibile anche dal grande pubblico, che scava e approfondisce il legame inscindibile di Chagall con le forti culture con cui entra in contatto nella sua lunghissima vita.
 Attraverso un percorso che predilige la continuità tematica a quella temporale scaturiscono, dalle prime sale per esempio, le grandi influenze che hanno su di lui e sulla sua pittura alcune tipiche espressioni dell’arte russa, come le icone bizantine e i meno noti Lubok (tipiche vignette popolari), un confronto che nell’esposizione romana si rende visibile grazie alla presenza di alcuni interessanti esemplari.
 Due forme d’arte queste profondamente diverse tra loro perché l’una rappresentazione assoluta del trascendente, del divino, l’altra dell’estrema libertà dell’immaginario popolare russo, manifestato attraverso la raffigurazione di animali parlanti cavalcati da uomini, strane creature che spiccano il volo, innumerevoli figure, intrise di satira, al limite del grottesco. E poi ancora l’artigianato russo nelle sue molteplici forme e la stessa tragicità silenziosa eppure caotica al tempo stesso, del realismo russo, nelle “processioni” di Repin. Tutte sorgenti di idee, di immagini e di suggestioni ugualmente essenziali per lo sviluppo della poetica e del particolarissimo stile ‘Chagalliano’.
 Si prosegue poi, attraverso le numerose sale del Vittoriano, “incontrando” Vitebsk, la sua città, quella dove nasce e dove cresce, quella che compare di frequente sullo sfondo dei suoi quadri, come un anima vagante, ancestrale, avvolta da una coltre malinconica, a volte sfuocata, opaca, dove il ricordo di Chagall sembra ritornare, a tratti inconsapevolmente, mentre dipinge. Un ricordo sempre più lontano e che non rinnegherà mai, ma anzi inseguirà sempre più sovente, col passare del tempo, quasi a cercarvi un rifugio, alla ricerca forse di un riposo da quelle inquietudini e timori provocati dalla turbolenta storia di quegli anni.
 E ancora, nelle sue tele, Parigi, dove si trasferisce dal 1910 e dove entra in contatto con le opere e con alcuni dei più grandi esponenti delle avanguardie del novecento. Conosce l’arte di Van Gogh, di Gauguin, di Matisse. Attraverso Delaunay incontra il Cubismo di Picasso e Braque, subendone per un periodo di tempo l’influenza, non condividendone mai però la rigidità dello stile, troppo rigoroso e pieno di vincoli stilistici, per lui che sempre e sino alla fine difenderà una concezione di arte all’insegna dell’assoluta libertà a favore dell’emozione: “l’arte mi sembra essere soprattutto uno stato d’animo.” pronuncerà a Chicago in una conferenza del 1958.
 In quegli anni parigini, come un po’ in tutta la sua esistenza, Chagall, sempre e senza sosta, osservava e assimilava, mantenendo sempre l’assoluta libertà che lo contraddistingue, non aderendo mai a nessun preciso movimento artistico, ma coniugando, come afferma una delle curatrici: “la luce di Matisse con la forza plastica di Picasso”.
 Nessun vincolo, nessun compromesso, nessun ostacolo o manifesto come intralcio, Marc Chagall raggiunge così un linguaggio figurativo a se stante, cavalcando il carro alato dell’immaginazione, attingendo dal suo quotidiano, dalla sua terra, dalle sue origini, dal suo concreto, accendendo tutto con la magica “luce di Parigi”, in un’emozionante amalgama colorata che nessuno come lui nel secolo novecento riuscirà ad eguagliare.
 Tra gli altri movimenti artistici del suo tempo conobbe in seguito il Surrealismo, l’Espressionismo e il Costruttivismo. Evidente in alcune delle sue opere anche l’influenza fauve.
 Nel 1913 riesce ad esporre al Salon des Indépendant dove Apollinaire, divenuto nel frattempo suo caro amico, lo presenta a Herwarth Walden che organizzerà la prima personale di Chagall a Berlino nel 1914.
 Da quell’anno sino al 1923 torna in Russia a Vitebsk dove trascorre anni sereni, si sposa con Bella Rosenfeld, figlia di un ricco gioielliere, che comparirà in molte delle sue opere.
 Solo la Rivoluzione d’Ottobre turberà quegli anni, sino a quando, nel 1922, stanco della oppressiva e preoccupante propaganda leninista, si trasferisce a Berlino dove inizia un esilio che durerà un anno e che lo riporterà in seguito di nuovo a Parigi. In questo continuo e incessante peregrinare, divenendo quasi rappresentazione vivente dei suoi famosi “ebrei erranti”, Marc Chagall non rivedrà mai più la sua amata Vitebsk.
 In concomitanza con l’ascesa del nazismo dal 1933 sino al 1941, quando si trasferirà in America proprio il giorno in cui i tedeschi invadono il suo paese natale, si denota nella sua opera un violento incupirsi dei tratti. I legami con le sue origini giudaiche si rafforzano.  
 Inizia una serie numerosissima di dipinti, esposti nelle ultime sale della mostra, che sono in realtà profonde riflessioni sulla sofferenza del suo popolo. L’Olocausto segna pesantemente Chagall.
 In questi anni infatti trapelano dalle sue tele, le grandi problematiche legate alle sue origini ebraiche, la sofferenza di un intero popolo si riflette sulle sue opere. Aumentano i temi sacri tratti sia dal antico testamento, sia dal nuovo. Splendide a tal proposito le crocifissioni esposte dal ciclo “Resistenza, Resurrezione, Liberazione” che mostrano un Cristo sofferente avvolto dalle folle perseguitate del popolo ebraico.
 Amalgamando tutte queste molteplici esperienze, tutti queste piccole ma luminose gocce di vita, un impetuoso fiume in piena così ne scaturisce, un fiume colmo di figure immaginarie, di animali fantastici, di personaggi surreali, ma anche di riflessioni a tratti intime, familiari e a tratti universali, certo fiabesche, oniriche, ma sempre e comunque radicate, intrise con ciò che è la storia, ciò che è la concretezza della vita, ciò che è l’uomo.  
 Tutto il resto è una pura poesia di colori che continua a stupire e ad incantare ancora oggi.

Autore: Marco Montanari

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