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ROMA. Il Museo delle Civiltà di Roma festeggia 50 anni con una mostra ed una nuova direttrice.

Era il 1876 quando l’archeologo Luigi Pigorini inaugurava a Roma il Museo Preistorico ed Etnografico.
Un polo fondato sul legame tra la storia culturale dell’Italia, le relazioni culturali internazionali e l’evoluzione disciplinare, etica e formativa dei musei, di cui oggi si fa portavoce il Museo delle Civiltà, celebrando i cinquant’anni della nascita del polo museale con la mostra “Origini e Prospettive. Dal Museo Preistorico ed Etnografico di Luigi Pigorini al Museo delle Civiltà: storia di un museo (1876–2026)”, visitabile fino al 28 giugno 2025.
Un traguardo importante, segnato anche da un cambio alla direzione del museo romano. Allo storico dell’arte Andrea Viliani, attualmente coordinatore e curatore della DHGP – Digital Heritage Gateway Platform (piattaforma digitale del patrimonio culturale italiano), succede, in qualità di direttrice delegata, l’archeologa Luana Toniolo, già direttrice del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, alla quale abbiamo rivolto alcune domande.

Curato da Paolo Boccuccia e Camilla Fratini con Myriam Pierri (con la supervisione generale di Andrea Viliani), il progetto espositivo si articola in due parti, rappresentando le due facce della stessa medaglia. Da un lato, la ricostruzione del museo del 1876 e del progetto museografico pigoriniano, riletto criticamente; dall’altro, la presentazione del museo di oggi, con due percorsi distinti tra archeologia preistorica ed etnografia e due installazioni (firmate dallo studio di architettura 2050+ e dall’artista Shimabuku) dedicate ai processi di aggiornamento, all’incremento dell’accessibilità (fisica e cognitiva) ed alle pratiche di compartecipazione attivate dentro e fuori il museo.
Attraverso documenti, reperti, arredi e supporti espositivi d’epoca, il percorso ricostruisce lo sviluppo dell’archeologia preistorica e dell’etnografia in Italia, ripercorrendo le trasformazioni che hanno condotto all’attuale configurazione e missione del museo.

Intervista a Luana Toniolo, nuova direttrice del Museo delle Civiltà di Roma:
Un testimone importante, quello della direzione del Museo delle Civiltà di Roma. Come prospetta questa nuova avventura e quanto durerà il suo mandato?
Penso circa un anno. Innanzitutto ci sono moltissimi progetti già avviati e io arrivo in un momento in cui questi sono in una fase di maturazione avanzata. Sarà quindi fondamentale proseguire nello spirito con cui sono stati avviati, ed è chiaramente questo il mio programma.

Ci dica di più su questi progetti in cantiere…
L’elemento principale sarà portare a termine, entro la fine dell’anno, il riallestimento delle sezioni dedicate a Oceania, America e Africa, che si basa – come tutti gli interventi del Museo delle Civiltà – su un approccio interdisciplinare. Il progetto ha previsto il coinvolgimento di comunità native e studiosi ed è il risultato di diverse research fellowship svolte precedentemente presso il museo. Si tratta di progetti corali, basati su forme di co-progettazione, che dimostrano la metodologia sviluppata e portata avanti in questi anni e che intendo perseguire fino alla fine del mandato.
Lavoreremo inoltre al cosiddetto “grande progetto” del riallestimento dell’Asia, una delle nostre collezioni più importanti, che include anche quella dell’ex Museo Nazionale d’Arte Orientale. A questo si affiancherà una serie di mostre che occuperanno lo Spazio delle Colonne e il Salone d’Onore, dedicate a diverse tematiche e approfondimenti.

Oltre a essere valorizzata da un punto di vista storico-artistico, la collezione d’arte orientale prevede anche un dialogo con l’arte contemporanea?
Certamente. Questa è stata la linea sviluppata in questi anni, con numerose ricerche in corso. Si è lavorato in modo coerente su tutte le parti della collezione, prevedendo installazioni di opere d’arte contemporanea di artisti internazionali, acquisite tramite il PAC (Piano per l’Arte Contemporanea) o attraverso donazioni. Queste opere mostrano il legame tra le nostre collezioni e i linguaggi contemporanei.

Oltre a quelli in cantiere, quali sono i progetti ex novo?
Ci sarà una grande mostra, curata dalla Direzione Generale Musei, che in autunno riattiverà altri spazi del museo. Sarà sicuramente uno degli impegni principali, trattandosi di un progetto corale di grande portata. Anche in questo caso, il focus sarà sull’accessibilità, con una nuova lettura di opere importantissime conservate nei nostri musei. Come ha detto più volte Andrea Viliani, il Museo delle Civiltà è un “museo di musei”.

Dal Museo delle Civiltà al Metaverso museale. Parola ad Andrea Viliani
Come potrebbe descrivere il Museo delle Civiltà di Roma?
“Civiltà” significa, nella cultura latina, città, ovvero aggregazione umana: il luogo in cui le persone creano insieme una società e quindi la sua cultura. Tuttavia, non per tutte le culture la città rappresenta questo tipo di aggregazione. Già l’uso di questo nome, al plurale, implica un’apertura all’interpretazione delle parole e delle culture, alla possibilità di narrazioni plurali e punti di vista diversi.

Ci spieghi meglio…
È un museo in cui si celebra la straordinaria potenzialità della creatività umana in tutte le sue forme, in dialogo con le altre specie viventi. Il museo custodisce infatti non solo collezioni culturali, ma anche scientifiche, che documentano la presenza sul pianeta e l’evoluzione di esseri umani, animali, piante e minerali. Si tratta quindi di un viaggio nello spazio e nel tempo, che racconta il dialogo tra le culture e la convivenza tra le specie. Ricordare il passato per progettare il futuro significa mettere consapevolezza in ogni servizio programmato e porre al centro il pubblico, il suo diritto di comprendere e di avere un accesso libero e partecipato alle collezioni.
Tutto ciò porta a definire il Museo delle Civiltà come un’istituzione capace di essere al tempo stesso antica e contemporanea. In questo senso, anche grazie alla crescente attenzione del sistema museale nazionale all’accessibilità, quest’ultima non riguarda solo la dimensione fisica, ma anche la possibilità di offrire una narrazione plurale, in cui tutte le abilità possano vivere un’esperienza soddisfacente.

E l’apertura al metaverso museale con il coordinamento e la curatela del DHGP – Digital Heritage Gateway Platform?
Aprire il museo alle esigenze di tutti i pubblici, nella loro diversità, ha portato negli ultimi mesi all’interesse della Direzione Generale Musei per la definizione di un metodo di lavoro per la creazione del metaverso del patrimonio culturale. Si tratta di trasferire la complessità, il fascino e anche le contraddizioni della cultura umana in uno spazio-tempo ulteriore, quello digitale. Portare la cultura nel digitale significa portare l’umano, affinché non sia assente ma protagonista anche in questo ambito, così come lo è nel mondo reale.
È una sfida che sono felice di intraprendere, grazie alla fiducia della Direzione Generale Musei. Credo che il lavoro svolto al Museo delle Civiltà giustifichi pienamente la possibilità di interrogarsi sulle potenzialità, sui rischi e sulle narrazioni legate alla trasposizione del patrimonio culturale nel metaverso.

Info:
Fino al 28 giugno 2026
Origini e Prospettive. Dal Museo Preistorico ed Etnografico di Luigi Pigorini, al Museo delle Civiltà: storia di un museo (1876–2026) – Museo delle Civiltà – Piazza Guglielmo Marconi 14, Roma

Autore: Valentina Muzi

Fonte: www.artribune.com 19 mar 2026

ASTI. Il Museo Paleontologico Territoriale dell’Astigiano. Echi di un mondo perduto.

Con una collezione di 14.000 fossili di provenienza astigiana, appartenenti prevalentemente all’epoca pliocenica, il Museo Paleontologico Astigiano è uno dei musei del Piemonte più interessanti nel suo genere.
Qui si trovano anche fossili di mammiferi marini. Prima delle terre dei vini e dei tartufi, prima dei vigneti e delle colline, prima della Pianura Padana e dell’esistenza del Po, il territorio che oggi definiamo Monferrato era molto diverso.
Per tutto il periodo del Pliocene Inferiore, tra i 5,5 milioni ed i 3 milioni di anni fa, l’area piemontese delle Langhe e del Monferrato era bagnata dal mare che ricopriva l’intera pianura “protopadana”: per questa ragione, sono molti i reperti che ci rivelano la presenza di conchiglie, animali marini e perfino grandi mammiferi.
Grazie alla peculiare storia del nostro territorio, al Museo Paleontologico di Asti è possibile osservare i resti di Tersilla, una balenottera ritrovata nel 1993 nella frazione San Marzanotto. Il museo espone anche i resti di una seconda balenottera, chiamata “Viglianottera”, perché ritrovata sul territorio di Vigliano d’Asti.
Nel complesso, il museo paleontologico astigiano custodisce una delle più importanti collezioni di cetacei d’Italia, comprendendo, oltre alle due balenottere già citate: la Balena di Chiusano d’Asti, il Delfino di Settime (AT) (Septidelphis morii), il Delfinide di Belangero (AT).

L’esposizione si sviluppa con una prima parte dedicata alla paleontologia generale e quella territoriale, con focus sui periodi del Miocene e del Pliocene, e con una carrellata di eventi degli ultimi 25 milioni di anni.
Nella seconda parte del percorso troviamo invece i resti scheletrici fossili dei cetacei astigiani e gli altri reperti che compongono la vasta collezione del museo.
Al termine dell’allestimento, un affascinante acquario riproduce l’ecosistema subtropicale del mare padano di 25 milioni di anni fa.

Il museo ospita anche mostre temporanee, come, ad esempio attualmente, una mostra di acquerelli di Floriana Porta dal titolo “Echi di un mondo perduto”: acquerelli tra i fossili al Museo Paleontologico, visitabile dal 22 marzo al 28 settembre 2026.
In una trentina di opere su carta la pittrice torinese fa convivere ciò che le è caro: lo spirito femminile, l’impronta della natura, l’essenza di un lontano passato, quello del Mare Padano, a cui rende omaggio con pennellate blu indaco.
La presidente del Parco Paleontologico Astigiano, Sara Rabellino, ha personalmente scelto l’immagine, “In ascolto della natura selvatica”, della locandina: una donna è attenta a captare ogni minimo suono (forse un segreto?) mentre le felci si allargano armoniosamente intorno a lei.
“La mostra di Floriana Porta – osserva Sara Rabellino – è un rimando continuo a ciò che conserviamo al museo ed a ciò che custodiamo nelle aree protette. Le felci acquarellate, per esempio, ci ricordano che nelle nostre collezioni fossili abbiamo foglie vissute sugli alberi milioni di anni fa, mentre altre fronde vegetano nelle riserve naturali in cui siamo impegnati a salvaguardare la biodiversità”. “Con ‘Echi di un mondo lontano’ – conclude la presidente – promettiamo atmosfere di forte suggestione attraverso cui far conoscere il nostro straordinario patrimonio paleontologico e naturalistico”.
Nel mondo di pennellate colorate, create da Floriana Porta, ritratti di donne, simbolo di fertilità e vita, coabitano con ciò che il Mare Padano ha lasciato in eredità, a partire dalle balene: ancora una saldatura con la realtà del museo e degli affioramenti di conchiglie nei geositi. Il rosso ruggine, che segna alcuni lavori, rimanda “al ferro ossidato – spiega la pittrice – miscela calda e terrosa per alternare i colori caldi e freddi, creando contrasti dinamici”.

Info:
L’esposizione, promossa con il Distretto Paleontologico dell’Astigiano e del Monferrato (Palazzo del Michelerio, corso Vittorio Alfieri, 381 – 14100 Asti), resterà aperta al pubblico dal 22 marzo al 28 settembre 2026.
Orario: lunedì-venerdì 11-17, sabato e domenica 11-18 (chiuso martedì ed a Pasqua, 5 aprile).
Il biglietto a 7 euro (ridotti 5) consentirà la visita anche alle collezioni del Museo.
Tel. 0141 592091 – E-mail: info@astipaleontologico.it

ROMA. Il volto delle donne. 8O anni di Repubblica. Storie di ingegno, dalle grandi artiste alle Madri Costituenti.

“Il volto delle donne. 80 anni di Repubblica: storie di ingegno, tra le grandi artiste e Madri Costituenti”.
Il Senato della Repubblica ed il Ministero della Cultura promuovono una mostra, 6 marzo-7 giugno 2026, che celebra il ruolo delle donne nella storia della Repubblica Italiana.
Per la prima volta a Palazzo Madama, sfilano capolavori di: Artemisia Gentileschi, Sofonisba Anguissola, Lavinia Fontana, Rosalba Carriera e altre pittrici eccellenti tra XV e XIX secolo. L’imponente e più che significativo, evento, inaugurato dal Presidente del Senato, Ignazio La Russa, e dal Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, dedica una sezione all’attività delle Madri Costituenti, che 80 anni fa contribuirono alla stesura della Costituzione Italiana, e si avvale dell’organizzazione dei Musei Nazionali di Perugia – Direzione regionale Musei nazionali Umbria.
Inserita all’interno del calendario delle celebrazioni, l’esposizione si concentra sul contributo delle donne alla storia artistica e civile del Paese, mettendo in dialogo opere di straordinarie protagoniste dell’arte, con le vicende delle Madri Costituenti.
L’itinerario prende le mosse dal Quattrocento, epoca in cui alcune artiste italiane riuscirono per la prima volta a ritagliarsi un ruolo professionale in un contesto saldamente dominato dagli uomini, e si sviluppa fino ai primi decenni dell’Ottocento, quando la presenza femminile si afferma con maggiore evidenza anche nell’ambito delle Accademie e nelle reti artistiche internazionali.
Accanto a questo racconto, costruito attraverso tredici capolavori provenienti da importanti istituzioni museali: dal Museo di Capodimonte alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, dalla Galleria Corsini alla Pinacoteca Nazionale di Bologna, dalla Galleria Nazionale dell’Umbria al Museo Davia Bargellini di Bologna, la mostra propone a Palazzo Madama anche un approfondimento sulle Madri Costituenti, curato dalla Biblioteca del Senato.
I visitatori potranno così conoscere le ventuno donne che parteciparono ai lavori dell’Assemblea Costituente, nel cui ottantesimo anniversario si colloca questa iniziativa. Il “volto” evocato nel titolo rimanda ai volti delle donne al centro dell’esposizione: figure femminili che le artiste hanno rappresentato nelle proprie opere e che spesso coincidono con immagini di sante, sovrane ed eroine, talvolta interpretate attraverso il linguaggio dell’autoritratto.
Tra il XV secolo e l’Ottocento, furono pochissime le donne che poterono esercitare il mestiere di miniatrici, pittrici o scultrici. In larga parte si trattava di figlie di pittori o di mercanti d’arte, poiché i percorsi formativi erano per lo più riservati agli uomini. Per questa ragione, l’apprendimento del mestiere avveniva spesso all’interno dell’ambiente familiare. Anche quando riuscivano a raggiungere una piena professionalità, molte artiste, per ottenere incarichi e sostenersi economicamente, dipendevano dalla mediazione di figure maschili – padri, fratelli o mariti –nei rapporti con la committenza. Pur entro questi limiti, esse seppero costruire un linguaggio autonomo ed una riconoscibile identità espressiva, che nel tempo incontrarono un consenso sempre più ampio. In numerosi casi, proprio la scelta dei soggetti e la particolare sensibilità nella rappresentazione del mondo femminile contribuirono a rendere le loro opere originali, apprezzate e ricercate da collezionisti e mecenati di prestigio. Benché osteggiate, si evidenzia tra l’altro nel comunicato, da molti colleghi uomini, che tendevano ad escluderle dalle grandi commissioni pubbliche – come pale d’altare monumentali, cicli ad affresco e decorazioni ufficiali – adducendo il pretesto che non conoscessero l’anatomia maschile per non averla studiata dal vero, molte di loro riuscirono comunque a conquistare ambiti di libertà creativa, lasciando un’impronta duratura nella storia dell’arte. La loro vicenda professionale rappresenta uno dei percorsi che, nel lungo periodo, hanno favorito il cammino dell’emancipazione femminile ed il riconoscimento pubblico del talento delle donne. Anche grazie all’opera delle artiste, infatti, la presenza femminile ha progressivamente trovato spazio nella costruzione della vita pubblica.
In questa prospettiva, il percorso si conclude idealmente con i ritratti delle ventuno Madri Costituenti, elette il 2 giugno 1946 nell’Assemblea Costituente e protagoniste del processo di elaborazione della Costituzione Italiana. Le artiste presenti in mostra sono, in ordine cronologico: Properzia de’ Rossi, Plautilla Nelli, Sofonisba Anguissola, Lavinia Fontana, Artemisia Gentileschi, Elisabetta Sirani, Rosalba Carriera, Angelica Kauffman, Élizabeth Vigée Le Brun.
Le Madri Costituenti sono: Anna Maria (Maria) Agamben Federici, Adele Bei, Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Elisabetta (Elsa) Conci, Maria De Unterrichter Jervolino, Filomena Delli Castelli, Nadia Gallico Spano, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi Cingolani, Leonilde (Nilde) Iotti, Teresa Mattei, Angelina (Lina) Merlin, Angiola Minella Molinari, Rita Montagnana, Maria Nicotra, Teresa Noce, Ottavia Penna Buscemi, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, Vittoria Titomanlio.
La mostra si configura dunque come un tributo, ma anche come un’esortazione a proseguire nel lavoro di ricerca, studio e valorizzazione del ruolo svolto dalle donne nella storia nazionale.
Il catalogo dell’esposizione, pubblicato dalla casa editrice Moebius, raccoglie i contributi introduttivi del Presidente del Senato Ignazio La Russa, del Ministro della Cultura Alessandro Giuli, del Capo del Dipartimento per la valorizzazione del patrimonio culturale, dott.ssa Alfonsina Russo, e del Direttore Generale Musei, professor Massimo Osanna. Include, inoltre, i testi di Federico Silvio Toniato, Segretario Generale del Senato della Repubblica, di Costantino D’Orazio, Direttore dei Musei Nazionali dell’Umbria, di Melania Mazzucco, scrittrice e saggista. Completano il volume le schede delle opere, redatte dagli storici e storiche dell’arte della Galleria Nazionale dell’Umbria e della Pinacoteca Nazionale di Bologna, accompagnate dai profili biografici delle artiste, curati da Francesco Pappalardo, nonchè la sezione dedicata alle Madri Costituenti, curata dalla Biblioteca del Senato.
La mostra, ad ingresso gratuito, è aperta al pubblico dalle ore 10.00 alle ore 20.00 nei seguenti giorni: 6-7-8-9 marzo, 25-26 aprile, 1-2-3 maggio, 9-10 maggio, 30 maggio, 1-2 giugno, 6-7 giugno. I visitatori potranno presentarsi all’ingresso di Palazzo Madama e ritirare il titolo d’accesso.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennario@libero.it

FORTE DEI MARMI (Lu). Pittura a Napoli dopo il Caravaggio, il Seicento nella collezione della Fondazione De Vito.

La Cultura e le sue eccellenze non si fermano, non conoscono limiti geografici e barriere all’inclusione.
Dal 27 marzo al 27 settembre 2026, gli spazi rinnovati del Forte Pietro Leopoldo I, ospitano infatti una delle mostre più attese del panorama artistico italiano: “Pittura a Napoli dopo Caravaggio. Il Seicento nella collezione della Fondazione De Vito”.
L’esposizione è promossa dal Comune di Forte dei Marmi (provincia di Lucca), e dalla Fondazione Villa Bertelli, in collaborazione con la Fondazione Giuseppe e Margaret De Vito, per la Storia dell’arte moderna a Napoli. Curata da Nadia Bastogi, storica dell’arte specializzata sulla pittura del Seicento e direttrice scientifica della Fondazione De Vito, la mostra porta per la prima volta in Toscana un nucleo significativo di dipinti, della celebre collezione napoletana dedicata appunto al Seicento.
Il percorso espositivo non intende offrire una panoramica esaustiva del Seicento partenopeo, ma ripercorrere l’evoluzione della pittura napoletana, dopo la rivoluzione artistica determinata a Napoli da Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, presente in città tra il 1606 e il 1607 e, nuovamente, tra il 1609 e il 1610. La sua lezione luministica ed il radicale naturalismo influenzarono profondamente la scena pittorica partenopea, aprendo la strada ad una stagione straordinaria per qualità ed intensità espressiva.
Attraverso 39 dipinti, esemplari dei maggiori protagonisti del “secolo d’oro”, la mostra ricostruisce l’evoluzione della pittura napoletana lungo l’intero arco del secolo, dai primi interpreti del naturalismo caravaggesco fino agli sviluppi barocchi della seconda metà del Seicento. Cuore pulsante dell’esposizione è la collezione riunita da Giuseppe De Vito, ingegnere, imprenditore e raffinato studioso che, dagli anni Settanta del Novecento, ha messo su una raccolta unica per coerenza, qualità e rigore scientifico, le cui opere oggi sono conservate nella villa di Olmo a Vaglia (luogo del Fai, sempre in Toscana), sede della Fondazione istituita nel 2011 per promuovere lo studio dell’arte moderna a Napoli.
Tra gli artisti in mostra spiccano: Battistello Caracciolo, tra i primi interpreti del naturalismo a Napoli; Jusepe de Ribera, protagonista assoluto della scena napoletana dal 1616; Massimo Stanzione e Bernardo Cavallino, mentre non mancano: Aniello Falcone, Andrea Vaccaro e Antonio De Bellis, accanto ai grandi interpreti della svolta barocca come Mattia Preti e Luca Giordano. Un nucleo significativo dell’importante evento, è dedicato alla “natura morta napoletana”, genere che conobbe a Napoli una straordinaria fortuna, con “in vetrina” opere di Luca Forte, Paolo Porpora, Giuseppe Recco e Giovanni Battista Ruoppolo, testimoni di una scuola capace di imporsi ben oltre i confini del Regno di Napoli.
La prima sezione documenta l’impatto della rivoluzione caravaggesca e l’affermarsi del naturalismo, con particolare attenzione alla nuova interpretazione dei soggetti sacri ed al realismo drammatico delle scene.
La seconda parte approfondisce la stagione compresa tra gli anni Trenta e Cinquanta del Seicento, segnata da una vivace pluralità di linguaggi, dove emergono le “figure in piccolo” destinate al collezionismo privato, con martirî, episodi di cronaca contemporanea e scene profane, oltre a soggetti con forti protagoniste femminili, centrali nella devozione partenopea.
Una terza sezione è dedicata alla natura morta, mentre l’ultima racconta l’evoluzione verso il barocco maturo, in coincidenza con l’arrivo a Napoli di Mattia Preti nel 1653 e l’affermazione di Luca Giordano, interpreti di una pittura più dinamica, luminosa e spettacolare.
Uno spazio specifico è, infine, riservato alla figura di Giuseppe De Vito e alla sua attività di studioso, con documenti inediti, materiali d’archivio e testimonianze del suo impegno nella valorizzazione del Seicento napoletano, anche attraverso il periodico “Ricerche sul ’600 napoletano”.
Va rilevato, intanto, che la scelta di Forte dei Marmi non è casuale. Il territorio della Lucchesia conserva importanti testimonianze della pittura seicentesca di matrice caravaggesca, a partire dalle opere di Pietro Paolini. La mostra crea così un dialogo ideale tra la cultura figurativa napoletana e quella toscana, offrendo ai visitatori l’opportunità di cogliere affinità, differenze ed influenze reciproche.
“Pittura a Napoli dopo Caravaggio”, è un’occasione per riscoprire la straordinaria vitalità del Seicento napoletano ed il ruolo decisivo del collezionismo colto, nella tutela e valorizzazione del patrimonio artistico italiano. Dopo il successo ottenuto nei musei francesi Magnin, di Digione e Granet di Aix-en-Provence, e nel Museo Diocesano di Napoli, un corpus significativo di dipinti della Fondazione De Vito, viene dunque presentato per la prima volta in Toscana, posto che solo un limitato nucleo di opere della Fondazione era stato, infatti, esposto nella mostra “Dopo Caravaggio”, svoltasi a Prato nel 2019 e chiusa anticipatamente per la pandemia. Insomma, un racconto del Seicento napoletano visto attraverso la lente del collezionista, la cui peculiare figura potrà essere approfondita dal visitatore, anche attraverso l’esposizione -come detto- di documenti inediti e altri materiali.
Il Forte Pietro Leopoldo I, uno storico edificio situato nel cuore di Forte dei Marmi, in Piazza Garibaldi, venne costruito alla fine del XVIII secolo per volontà del Granduca Pietro Leopoldo di Lorena, ed aveva originariamente funzione difensiva e doganale.
Oggi rappresenta uno dei simboli architettonici della città. Recentemente restaurato, ospita mostre, eventi culturali ed iniziative artistiche di qualificato spessore attrattivo.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it

FAENZA (Ra). Alchimia Ginori 1737-1896. Arte e tecnica in manifattura.

La mostra al MIC Faenza dal 31 gennaio al 2 giugno 2026 esplora tra ricerca estetica e scientifica due secoli di storia di una delle più importanti manifatture italiane
Organizzata dal MIC Faenza – Museo internazionale della ceramica e dalla Fondazione Museo Ginori, la mostra “Alchimia Ginori 1737-1896. Arte e tecnica in manifattura”, al MIC Faenza dal 31 gennaio al 2 giugno, rilegge due secoli di storia della manifattura di Doccia, proponendo una narrazione inedita dell’evoluzione della ceramica nel XVIII e XIX secolo.

Attraverso un’ampia selezione di opere e manufatti provenienti dalle collezioni del Museo Ginori e del MIC Faenza, le curatrici Oliva Rucellai e Rita Balleri mettono in scena la dialettica tra creatività e limiti imposti dalla materia, tra ricerca estetica e progresso scientifico, tra tradizione e mutevolezza del gusto della committenza.
“Spesso, dietro a un certo impasto, al colore di uno sfondo o a una particolare forma che oggi ci appaiono scontati – racconta Oliva Rucellai, capo-conservatrice del Museo Ginori – ci sono scoperte, invenzioni, ricerche e fallimenti di cui non siamo consapevoli. Questa mostra è un invito a leggere la storia della Manifattura Ginori anche attraverso queste conquiste”

Il racconto ha inizio nella prima metà del Settecento, quando Carlo Ginori, appassionato di chimica, fonda l’omonima manifattura e si dedica personalmente alla ricerca della ricetta dell’impasto della porcellana.
Il percorso si snoda poi in diverse sezioni dedicate alle sculture in porcellana; al progressivo arricchirsi della decorazione pittorica e della tavolozza cromatica; alle innovazioni di Carlo Leopoldo Ginori (inventore della fornace a quattro piani), di Giusto Giusti (il chimico della manifattura che riscopre la ricetta del lustro delle antiche maioliche rinascimentali) e dei primi direttori artistici della manifattura.
L’esposizione si chiude con il passaggio della Ginori a vera e propria industria e con uno sguardo rivolto al XX secolo, quando la neonata Richard-Ginori fonderà gran parte della sua prosperità sulla produzione di porcellane elettrotecniche, solitamente non esposte in ambito museale.

Con questa mostra il MIC Faenza rende nuovamente omaggio alla ricchezza delle collezioni del Museo Ginori (attualmente chiuso al pubblico a causa dei lavori di ristrutturazione della sua sede di Sesto Fiorentino), in continuità con la collaborazione avviata in occasione della mostra Gio Ponti – Ceramiche, ospitata a Faenza dal 17 marzo al 13 ottobre 2024.
“Questa mostra si inserisce in un programma del nostro Museo di valorizzazione delle manifatture italiane che hanno fatto la storia della ceramica italiana. – continua la direttrice del MIC Faenza Claudia Casali – Ginori è sinonimo di eleganza ma anche di ricerca, tecnica e tecnologia. Questa esposizione è una straordinaria opportunità di vedere riuniti gruppi scultorei come Amore e Psiche di eccezionale importanza nella produzione Ginori, evento unico e difficilmente riproponibile”.

L’esposizione restituisce centralità anche alla produzione più umile e trascurata della manifattura Ginori, dedicando un’intera sezione alla fornace a quattro piani, inventata nel 1816 da Carlo Leopoldo Ginori Lisci e impiegata in gran parte per la cottura della maiolica d’uso quotidiano. Stoviglie per la cucina e per la tavola, oggetti da camera, vasi da farmacia e calamai in maiolica venivano prodotti sia per il mercato di fascia medio-bassa che per le famiglie nobili e per la corte granducale, che se ne riforniva per gli usi più ordinari.
I motivi che li decorano – semplici, ma pur sempre dipinti a mano – sono un esempio di sintesi tra efficacia decorativa ed economia di risorse.

Info:
MIC Faenza, viale Baccarini 19, Faenza (RA)
Dal 31 gennaio al 2 giugno 2026
Dal 7 febbraio, ogni sabato alle ore 16:00, visita guidata inclusa nel prezzo del biglietto.
Apertura: fino al 30 marzo dal martedì al venerdì 10-14, sabato e domenica e festivi 10-18, dal 1 aprile dal martedì alla domenica e festivi ore 10-19, chiuso il lunedì e il 1 maggio.
Tel. 0546697311, info@micfaenza.org, www.micfaenza.org