Archivi categoria: Mostre

GRADISCA D’ISONZO (Go). Galleria Regionale d’arte Contemporanea Luigi Spazzapan. Sottsass/Spazzapan.

Mostra a cura di Lorenzo Michelli e Vania Strukelj, promossa da ERPAC – Servizi Ricerca, Musei e Archivi Storici della Regione Friuli Venezia Giulia, dal 16 dicembre 2022 al 30 aprile 2023
Non c’è biografia, anche breve, su Ettore Sottsass che non citi l’importanza del suo rapporto con il pittore Lugi Spazzapan. Ci si trova dinnanzi ad un dato acquisito, da tutti accettato, sottolineato dallo stesso Sottsass nei suoi scritti autobiografici, ma mai – sino a questa mostra-indagine – compiutamente documentato.
Per questo “Sottsass/Spazzapan”, in programma dal 16 dicembre 2022 al 30 aprile 2023 alla Galleria Regionale d‘Arte contemporanea Luigi Spazzapan a Gradisca d’Isonzo (Gorizia), è una di quelle occasioni realmente da non perdersi per tutti coloro che studiano o semplicemente apprezzano i due maestri, diversissimi per origine, formazione, destino. Eppure strettamente vincolati da un fondamentale momento di tangenza.
Il trentino Sottsass e l’italo-sloveno Luigi Spazzapan si incontrano a Torino, dove entrambi erano approdati dalle loro terre di origine. Spazzapan, all’epoca della loro frequentazione, è già un uomo (ed un artista) fatto. Quarantenne, arriva a Torino nel 1928, e a Torino resta sino alla morte, trent’anni dopo.
Gli inizi torinesi non sono dei più facili: nel capoluogo piemontese Spazzapan era giunto per partecipare al concorso per la decorazione murale del Padiglione della Chimica all’Esposizione Internazionale. Non solo il suo progetto viene bocciato ma per motivi politici gli viene ritirato anche il passaporto. I rapporti con Edoardo Persico e Lionello Venturi, la vicinanza con il gruppo dei Sei, gli permettono di uscire dal suo isolamento.
Accanto alle illustrazioni per la “Gazzetta del Popolo”, i suoi disegni, che -ricorda proprio Sottsass- invadono lo spazio del suo studio, rivelano la fulminante energia del suo segno in cui evocazioni espressioniste trovano un inedito dinamismo, mentre nei dipinti esplode il colore: Spazzapan guarda alla Francia, guarda a Matisse. Ma al di là della sua pittura, l’artista ha una sua presa anche per la sua capacità di affabulatore, per la sua carica anarchica, il suo comportamento eccentrico.
E tra i giovani che guardano a lui come figura di riferimento c’è anche il giovane Sottass. Ettore, figlio d’arte, con una passione per il disegno e l’architettura, frequenta a partire dalla metà degli anni Trenta lo studio del pittore. E resta affascinato dalla sua arte e dalla sua personalità.
Scriverà Sottsass di Spazzapan «era un pittore molto bravo, un pittore serio, elegante, aggiornato; sapiente nell’uso dei colori, dei ritmi e dei non ritmi, delle strutture o non strutture. Soprattutto sapeva che cos’è un segno, che cos’è un quadro depositato nel vuoto. Sapeva bene quando il quadro c’è e quando non ci sarà mai».
Spazzapan è un maestro che non si atteggia a insegnante. I pomeriggi trascorsi nel suo studio fanno da contraltare al rigoroso percorso di studi al Politecnico. Gli fanno acquisire una metodologia, lo allenano ad un continuo interrogarsi sul senso della pittura e sul significato di segno e colore: un’eredità che l’architetto si poterà con sé negli anni.
La mostra, grazie al prestito di circa 120 opere (tempere, disegni, ceramiche) dal fondo Sottsass conservato allo CSAC dell’Università di Parma, mette in luce indubbie consonanze e incroci e le distanze tra i percorsi dei due artisti. Introdotto da una sezione interamente dedicata a Spazzapan, in cui al patrimonio della Galleria gradiscana si affiancano tre importanti prestiti dalla GAM di Torino, il percorso espositivo si snoda in otto “stanze”.
A partire dalle prime prove del giovane Sottsass, ancora iscritto negli ultimi anni Trenta all’ateneo torinese, fino a tutti gli anni Quaranta, il confronto tra i progetti d’interni, i bozzetti per stoffe e tappeti, le illustrazioni dell’allievo e le prove del maestro ci fanno scoprire inattese consonanze: nella energia del segno, nella esplosione del colore. Allo stesso tempo però in questi stessi progetti si vengono a delineare elementi iconici, su cui l’architetto designer lavorerà nei decenni successivi: griglie costruttive, “mandala” che nel tempo si caricano di significati assai più complessi. Al di là della lezione di Spazzapan, le ultime sale della mostra vogliono presentare proprio queste differenti dimensioni di Sottsass che sopravviverà a Spazzapan per decenni e che avrà modo di affrontare orizzonti culturali assai lontani da matrici secessioniste o francesi.
Il catalogo, edito da Skira, permetterà di seguire il percorso della mostra, attraverso un ricchissimo apparato di immagini e sarà arricchito da numerosi saggi, che inquadreranno questo rapporto secondo differenti prospettive. Ai contributi dei curatori, Lorenzo Michelli, curatore e conservatore della Galleria Spazzapan, e Vanja Strukelj, si affiancheranno interventi di Martina Corgnati, Simona Riva e Francesca Zanella.

Info:
https://musei.regione.fvg.it/index.php?page=it/musei_e_archivi /galleria_regionale_d_arte_contemporanea_luigi_spazzapan/
Studio ESSECI, Sergio Campagnolo www.studioesseci.net +39 049.6634999 roberta@studioesseci.net (rif. Roberta Barbaro)

FAENZA. Galileo Chini. Ceramiche tra Liberty e Déco.

Al MIC di Faenza fino al 14 maggio 300 opere tra ceramiche e disegni preparatori per la più ampia mostra dedicata alle ceramiche dell’artista toscano.
Raffinate decorazioni, lustri, eleganti figure femminili: fino al 14 maggio 2023 al MIC di Faenza “Galileo Chini. Ceramiche tra Liberty e Déco”, la più ampia mostra mai dedicata alle sue ceramiche, rivela l’opera di un artista poliedrico, inventore, dalla fine dell’Ottocento, della ceramica moderna italiana.
Chini è stato un artista poliedrico, aggiornatissimo sui gusti e le tendenze europee dell’epoca. Dipinge nature morte, bellissimi paesaggi della sua Versilia, ritratti e ambienti che richiamano la sua esperienza a Bangkok, dove fu ospite del re del Siam proprio per decorare la residenza reale e nel 1909 dipinge la cupola del vestibolo del Padiglione Centrale della Biennale di Venezia. Si dedica con passione all’arte della ceramica con una produzione personalissima e intraprende colossali imprese di ceramica applicata all’architettura come nelle terme di Salsomaggiore, di cui nel 2023 ricorre il centenario della fondazione.
La mostra, curata da Claudia Casali e Valerio Terraroli, espone circa trecento pezzi tra ceramiche e disegni preparatori con numerosi inediti, suddivise in otto sezioni, a documentare le varie fasi di attività delle due manifatture – L’Arte della Ceramica (Firenze, 1897) e le Fornaci S. Lorenzo (Borgo San Lorenzo, 1906)- fondate da Galileo Chini.
“Galileo Chini impersona emblematicamente quel passaggio epocale dalla tradizione storica alla modernità – spiega Valerio Terraroli – tra l’eredità di un alto artigianato artistico e l’inevitabile necessità di confrontarsi con un mercato nazionale e internazionale alla ricerca spasmodica di novità. Chini appartiene a quella generazione che deve fare i conti con una serie di radicali cambiamenti che pongono all’attenzione del dibattito critico contemporaneo la questione del rapporto tra arte e industria”.
Prendendo ispirazione dal modernismo internazionale, sull’onda del movimento delle Arts & Crafts inglesi di William Morris, nel 1987 Galileo Chini, insieme a Giovanni Montelatici, Vittorio Giunti e Giovanni Vannuzzi fonda a Firenze la manifattura L’arte della ceramica consapevole che era ormai “l’epoca del Liberty e bisognava assimilare a questo stile anche il soprammobile”.
Le ceramiche della Manifattura, che sapevano coniugare la tradizione alla modernità, conquistarono da subito premi e fama per le loro raffinate decorazioni da principio ispirate a motivi floreali di gusto Liberty e a figure femminili di influenza rinascimentale, poi caratterizzate dalla tecnica a lustri metallici, da sintesi decorative e da una varia gamma di grès.
“La mostra è legata a doppio filo con il MIC e le sue origini. – conclude Claudia Casali -Galileo Chini fu chiamato a decorare i locali deputati alle arti dell’Esposizione Torricelliana di Faenza nel 1908, da cui prese avvio la fondazione del Museo Internazionale delle Ceramiche. Un primo nucleo di opere venne donato da lui stesso alla città di Faenza, per il costituendo museo. Purtroppo queste andarono perse durante la seconda Guerra mondiale, ma molte altre furono donate dalla Manifattura Chini negli anni successivi”.
La visita della mostra suggerisce anche un percorso geografico alla scoperta delle decorazioni architettoniche della manifattura Chini a Salsomaggiore, Castrocaro, Borgo San Lorenzo, Montecatini Terme, in un progetto di rete volto a valorizzare il lavoro complesso e articolato di questo straordinario artefice.
Il ricco catalogo, con quasi 300 immagini, che si si avvale dei contributi critici dei curatori e di Stefania Cretella, Ezio Godoli, Edoardo Lo Cicero, Maurizia Bonatti, Ulisse Tramonti documenta non solo le opere esposte, ma approfondisce il contesto legato alle esposizioni internazionali, ai progetti architettonici, alla produzione di vetri e ferri battuti, alle Biennali di Venezia.
La mostra è resa possibile grazie al sostegno di MiC – Direzione generale, educazione, ricerca e istituti culturali, Regione Emilia-Romagna, Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna, Comune di Faenza, Unione della Romagna Faentina

Info:
Galileo Chini. Ceramiche tra Liberty e Déco, fino al 14 maggio 2023
MIC Faenza – Museo Internazionale delle Ceramiche, viale Baccarini 19 –Faenza (RA)
Apertura: dal martedì al venerdì dalle 10 alle 14, sabato e domenica dalle 10 alle18, chiuso i lunedì non festivi
0546697311, info@micfaenza.org, www.micfaenza.org

ASTI. Si rende omaggio alle divine di Boldini.

Un’epoca di compulsione, in cui tutto sembrava possibile». Così Tiziano Panconi, storico dell’arte, presidente del Museo Archives Giovanni Boldini Macchiaioli di Pistoia, definisce la Belle Époque. Che è la chiave di lettura della mostra-evento da lui curata, visitabile da oggi 26 novembre a Palazzo Mazzetti.
Un nuovo importante capitolo della storia di Asti Musei, basato sull’opera di uno tra gli artisti italiani più apprezzati al mondo, e non solo nella sua epoca, come ha sottolineato Vittorio Sgarbi durante la presentazione. Il critico, sottosegretario alla Cultura, ferrarese come il pittore, ha fondato il suo intervento sulla presenza di un soffio vitale nelle opere di Boldini che le rendono uniche: «È la vita la sostanza dell’arte», ha detto. E ha invitato al confronto fra le opere effervescenti di Boldini con la pur celebre «La femme» di Giacomo Grosso, tra i vanti di Palazzo Mazzetti, ma «priva di odore». «Quando vedi Boldini – ha detto Sgarbi – senti un profumo. Dipinge il profumo».
Panconi ha inquadrato il senso di questa mostra partendo da un carattere della Belle Époque, momento di pace e rinascita dopo guerre sanguinose, periodo di benessere, «epoca meravigliosa e piena di contraddizioni», in cui artisticamente si assiste alla volontà di superare l’ideale romantico. Boldini è interprete di questa tensione, sfida i Macchiaioli a Firenze, poi va a Parigi, incontra gli impressionisti, ma non ne fa parte. Soprattutto sente l’avanzare del progresso, e cerca di affrancarsi da un passato «pesante», quello del Rinascimento ferrarese, tramandatogli dal padre. «La sua pittura è nuova e palpitante – ha detto – Lui si dedica a ritrarre la nuova borghesia. In particolare ritrae le donne emancipate, alla moda, che si aspettano un ritratto diverso, moderno».
E se questo è un elemento del suo grande successo tra i contemporanei, c’è qualcosa in più che ne prolunga la fama: «È l’epoca della psicanalisi e Boldini ne porta i riflessi nella pittura – ha detto Panconi – È uno stregone che riceve nel suo studio le proprie muse e riesce a indagarne la mente, non fa solo un ritratto della persona, ma della coscienza, dell’anima». Sgarbi ha sottolineato inoltre l’aspetto di avanguardia di opere fortemente dinamiche ed essenziali, come «Fuoco d’artificio».
«Credo che questa mostra sia una delle più belle che abbiamo portato a Palazzo Mazzetti, con Chagall e Monet – afferma Mario Sacco, presidente della Fondazione Asti Musei – Abbiamo intrapreso un percorso con grandi mostre con l’obiettivo di valorizzare la rete dei musei astigiani e questo sta avvenendo». Lo ha confermato Iole Siena di Arthemisia, che ha allestito la mostra: «È la mostra più bella realizzata ad Asti, ma anche la più difficile. Riunire tutte queste opere è stato tutt’altro che semplice. Però è stato un piacere. È una carezza per l’anima». Grazie a Sgarbi la mostra di Asti può esibire quattro dipinti appartenenti al Comune di Ferrara: «Fuoco d’artificio», «Ritratto del piccolo Subercaseaux», «La signora in rosa» e «La passeggiata al Bois de Boulogne». Per loro disposizione suggestiva nel salone d’onore al primo piano.
La mostra si apre con un’introduzione che permette un inquadramento storico e la descrizione dei primi passi nel mondo dell’arte, da Ferrara a Firenze. Vi si trovano piccole opere che però già denotano una scintilla fuori dal comune nel giovane Boldini. Una seconda sezione si sofferma alle origini della Belle Époque, subito dopo l’esperienza della Comune di Parigi. Boldini, dopo essere stato in Francia e Inghilterra si stabilisce a Parigi, a Place Pigalle, con la modella e compagna di vita Berthe e inizia a collaborare con il potente mercante d’arte Goupil. Inizia qui a frequentare il bel mondo parigino, a partire dal pittore catalano Marià Fortuny i Marsal, che ebbe una notevole influenza in quegli anni, gli artisti ma anche i ricchi borghesi che cominciano a chiedergli ritratti. Una terza sezione testimonia la vita contraddittoria di una Parigi che di giorno vive di perbenismo, ma al calar della sera crea un universo alternativo, tra alcol, prostituzione. Si passa poi a una sezione dedicata al «ritratto ambientato». Uno spazio approfondisce la nascita di un fenomeno cui Boldini ha contribuito con la sua attenzione all’universo femminile, le «divine», perlopiù protagoniste del mondo dello spettacolo che sta conoscendo una espansione senza precedenti, grazie all’aumento del benessere di una borghesia in crescita, e alla nascita del sistema dell’informazione. Tornando al piano terreno, l’ultima parte della mostra permette un confronto con altri pittori italiani (e non) attivi a Parigi negli stessi anni in cui operò Boldini. Si trovano così delle «Ninfee» di Monet, ritratti di Paul César Helleu, Ettore Tito, Cesare Saccaggi, Federico Zandomeneghi e altri.
Ottimo il catalogo in cui si trovano anche alcuni inediti.

Info:
Giovanni Boldini e il mito della Belle Époque, a Palazzo Mazzetti, fino al 10 aprile 2023
corso Alfieri 357 – Asti
0141/530.403, 388/164.09.15
www.museidiasti.com
info@fondazioneastimusei.it
prenotazioni@fondazioneastimusei.it
Orari: da martedì a domenica 10-19

Autore: Carlo Francesco Conti

Fonte: www.lastampa.it, 26 Novembre 2022

MILANO. Al Palazzo Reale la grande mostra su Hieronymus Bosch.

Un Rinascimento alternativo, distante concettualmente e stilisticamente da quello “classico”, caratterizzato da visioni oniriche, figure fantastiche, creature mostruose, mondi altri che oggi appaiono ai nostri occhi fortemente contemporanei o distopici. A “provocare” da secoli, a tutti coloro che si approcciano alla sua opera, una simile fascinazione, è Hieronymus Bosch (‘s-Hertogenbosch, 1453-1516), tra gli artisti più amati e influenti di sempre, protagonista dal 9 novembre 2022 di una grande mostra a Milano organizzata sotto la direzione artistica di Palazzo Reale (che ospita l’esposizione) e Castello Sforzesco.
“Bosch e un altro Rinascimento” è il titolo del progetto che – con la curatela di Bernard Aikema, Fernando Checa e Cremades Claudio Salsi – presenta un centinaio di opere tra dipinti, sculture, arazzi, incisioni, bronzetti, volumi antichi e oggetti rari provenienti da Wunderkammern, per una mostra che mette in dialogo capolavori di Bosch con quelli di altri artisti a lui coevi e successivi, tra cui Tiziano, Raffaello, Mantegna, Gerolamo Savoldo, Dosso Dossi ed El Greco.
Numerose le opere di Bosch che sono a Milano grazie a prestiti importanti, come il Trittico del Giudizio Finale proveniente dal Groeningemuseum di Bruges, il Trittico degli Eremiti delle Gallerie dell’Academia di Venezia, il San Giovanni Battista del Museo Lázaro Galdiano e poi, chicca indiscussa della mostra, quattro arazzi boschiani dell’Escorial messi a confronto con un cartone per il quinto arazzo andato perduto e riconosciuto nelle collezioni delle Gallerie degli Uffizi.
“È anche attraverso lo scambio di opere d’arte che l’arte e la cultura svolgono il loro ruolo di vettori di crescita e di strumenti di relazione tra le città e le nazioni, portando avanti il processo di arricchimento di un Paese”, ha dichiarato l’assessore alla Cultura Tommaso Sacchi. “Il progetto di questa mostra è il frutto di un processo di cooperazione internazionale durato cinque anni, che ha prodotto un’esposizione preziosa dal taglio assolutamente originale, in grado di raccontare ai visitatori un Rinascimento diverso rispetto a quello che ha visto i propri fasti in Italia tra il Quattro e il Cinquecento, creando orizzonti nuovi di conoscenza e bellezza”.

Autore: Desirée Maida

Info:
Milano, fino al 12 marzo 2023
Bosch e un altro Rinascimento
Palazzo Reale
https://www.palazzorealemilano.it/homepage

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com