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CORTONA (Ar). Gino Severini. Modernità come dialogo.

Cortona, la città natale che conserva le sue spoglie, celebra la figura identitaria e l’eredità artistica di Gino Severini e dedica al grandioso pittore, a sessant’anni dalla scomparsa, una straordinaria mostra internazionale di studio e fascinazione.
Un’esposizione emozionante per Cortona e inedita nel progetto scientifico, che indaga il ruolo di mediatore condotto da Severini, nella prima metà del XX secolo, tra Italia e Francia, tra culture e linguaggi figurativi, mondi ed epoche, avanguardie e tradizioni.
Oltre 80 opere, con capolavori e rarità di Severini, lavori di artisti contemporanei come Grubicy, Balla, Boccioni, Picasso, Soffici e Carrà e preziose opere antiche, fonte d’ispirazione e riflessione; ma anche documenti originali e un’installazione multimediale immersiva.

Danza del Pan-Pan al ‘Monico’, 1909 – Severini, Gino (1883-1966) – Artwork Location: Musee National d’Art Moderne – Centre Pompidou, Parigi, Francia – Permission for usage must be provided in writing from Scala.

“Gino Severini. Modernità come dialogo” è la mostra internazionale con cui la Città di Cortona – negli ultimi anni impegnata a ridefinire e riannodare il legame tra uno dei principali protagonisti dell’arte del Novecento e la sua città natale, valorizzandone i luoghi di riferimento, l’eredità culturale e artistica, il legame affettivo e gli stimoli reciproci – celebra, dal 5 luglio all’1 novembre 2026 al Museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona, a Palazzo Casali, il sessantesimo anniversario dalla morte di Severini (1886 – 1966).

Una mostra volutamente di ricerca, con un taglio critico a tesi pensato dalle curatrici Daniela Fonti e Margherita d’Ayala Valva e, nel contempo, di grande impatto per percorso e allestimento: con oltre 80 opere tra dipinti e disegni prestati da tanti musei italiani ed esteri e da collezioni private di assoluto rilievo – a partire dal Centre Pompidou di Parigi, dall’Estorick Collection di Londra e dal Musée d’Art et Industrie Saint- Etienne, fino al Museo del Novecento di Milano, alla Pinacoteca Vaticana, al MART di Rovereto e soprattutto alle Collezioni Romana Severini e Franchina -; con documenti originali che, oltre ad emozionare, aiutano a definire il contesto storico e culturale, i dibattiti, le relazioni tra i maggiori artisti del tempo, le riflessioni teoriche e la gestazione di alcuni lavori; e, infine, con l’eccezionale testimonianza, attraverso bozzetti, studi ed una inedita documentazione fotografica, degli affreschi realizzati da Severini in numerose chiese nella Svizzera romanda – momento centrale del suo confronto con l’arte religiosa dopo il ritorno alla fede cristiana del ’23 – e con un’installazione multimediale immersiva realizzata da LimenXR.
Quest’ultima ci farà entrare nel mondo di inizi Novecento così come Severini lo ha interpretato nel suo magnifico “La danse du Pan Pan a Monico” (1911-1960) opera monumentale di 4 metri x 2,80 che giungerà eccezionalmente a Cortona dal Centre Pompidou di Parigi, esposta l’ultima volta in Italia oltre 35 anni fa, seppure realizzata Roma nel 1960, quando l’artista quasi ottantenne volle a tutti i costi ricreare, basandosi su antichi cliché a stampa, l’iconica opera del 1911, purtroppo dispersa.

Ritratto di Madame M.S., 1915 circa
pastello su cartone applicato su tela, 91 x 65 cm
firmata in basso a destra “G. Severini”
Rovereto, MART, Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, collezione L.F.
Crediti fotografici: MART, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto

Una mostra, soprattutto, che è l’esito di un lavoro di squadra, che ha coinvolto tantissimi soggetti e istituzioni: i promotori Comune di Cortona in collaborazione con Accademia Etrusca e MAEC e in co-produzione con il Ministero della Cultura; i sostenitori fondamentali a partire dalla Regione Toscana, Fondazione CR Firenze e Banca Popolare di Cortona; le curatrici Daniela Fonti e Margherita D’Ayala Valva e l’organizzazione generale di Villaggio Globale International; lo Studio di Architettura-Roma per il progetto di allestimento e grafica, il pool scientifico coinvolto per le ricerche e i saggi in catalogo edito da Cimorelli Editore: Giovanni Casini, Alessandro Del Puppo, Alice Ensabella, Alessandra Franchina, Maria Rosa Lanfranchi, Francesca Piqué e Alessandra Tiddia; la collaborazione di SUPSI (Scuola Universitaria della Svizzera Italiana) cui si devono gli studi condotti sulle opere murali svizzere, e infine la figlia di Gino, Romana Severini, che personalmente, generosamente e con entusiasmo sta sostenendo Cortona in questo suo viaggio alla riscoperta di un dialogo mai sopito con il geniale artista, e che tanto ha contribuito anche a questa esposizione.
Già il titolo è un’esplicita dichiarazione di come venga interpretato e rivelato, attraverso la mostra, il ruolo fondamentale e unico svolto da Severini nella storia delle avanguardie artistiche del XX secolo: un ruolo – da lui stesso ricercato con caparbia volontà e orgogliosa consapevolezza – di mediatore tra culture e linguaggi figurativi, tra mondi ed epoche, tra tradizione e innovazione, tra Paesi, artisti, esperienze e visioni.
Severini fa della Francia la sua patria adottiva, lavora in Svizzera, si nutre di tutte le istanze che s’intrecciano nel panorama artistico internazionale, ma il suo retaggio e le sue fonti restano italiane e toscane; e tra questi mondi, tra quello che all’epoca è il centro del cosmopolitismo e della sperimentazione culturale e il provincialismo italiano, egli continua a gettare ponti.
Un “bilinguismo culturale” lo definiscono le curatrici “che si esprime in uno sguardo sul proprio paese d’origine, insieme dall’interno e dall’esterno, come è il destino di molti espatriati”. Ma non solo: Severini media tra tendenze artistiche, favorisce incontri, pacifica e concilia, si fa promotore culturale.

Nature morte, 1918
olio su tela, 65 x 50 cm
Milano, Museo del Novecento
Crediti fotografici: Foto Mauro Ranzani

La mostra, suddivisa in cinque sezioni, si concentra dunque sulle stagioni della vita del Maestro, che sono sempre di formazione ma anche di elaborazione di un linguaggio personale, frutto di una riflessione mai superficiale sul lavoro dei contemporanei: un ponte tra la macchia e il Divisionismo, la fondamentale mediazione tra la dinamicità del Futurismo e la geometrizzazione del Cubismo, il passaggio dal Cubismo al Classicismo, la pittura decorativa in relazione con l’architettura e il tema delle maschere e, infine, il dialogo tra la Chiesa e la modernità, dalla Svizzera a Cortona.
La modernità di Severini – che ha cercato di unire in modo innovativo influenze artistiche e culturali provenienti da mondi e tradizioni diverse – emerge nel percorso grazie a opere singolari e rare e a grandi capolavori del cortonese; oppure attraverso mirati confronti, tanto con artisti del tempo, come Elisabeth Chaplin, Vittore Grubicy de Dragon, Benvenuto Benvenuti, Umberto Boccioni, Giacomo Balla, Picasso, Ardengo Soffici, Carlo Carrà, quanto con i maestri antichi cui egli stesso si richiama nei suoi scritti e nelle riflessioni: dalla Madonna in trono con Bambino ed angeli di Maestro Lucchese (1240 – 1250) prestata dalle Gallerie dell’Accademia di Firenze, al San Francesco (1260) di Margarito d’Arezzo dal Museo d’Arte Medievale e Moderna del capoluogo, fino ai bronzetti etruschi del MAEC di cui lo stesso Severini manda le immagini fotografiche a Picasso.

Ritmo plastico del 14 luglio, 1913
olio su tela con cornice dipinta dall’artista, 85 x 68 cm
firmata e datata in b/d: “G. Severini 1913”
Roma, collezione privata

Tra i passaggi fondamentali che la mostra rievoca, troviamo prima di tutto gli esordi, in cui Severini è ancora alla ricerca di un linguaggio personale: i ritratti di famiglia dei primissimi del Novecento si affiancano a uno splendido pastello con “Autoritratto” di un Severini venticinquenne, da due anni a Parigi, atteggiato a bohémien; “Paesaggio” (1903) documenta l’adozione della pennellata divisionista e ben si confronta con “La Vela” opera tra le più innovative di Grubicy pioniere in Italia della nuova scuola; mentre l’attenzione alla questione sociale si manifesta nel confronto tra “il Cantiere” di Severini (1908) e “La casa in costruzione” di Boccioni (1907 – 1908) – entrambe rivisitazioni di opere di Balla.
La piena adesione al Futurismo, la più profetica avanguardia italiana, è esplicitata da opere chiave come l’ “Autoritratto” (1913) dal Castello di Rivoli e il fondamentale “Ritmo plastico del 14 luglio” in Collezione Franchina, da importanti ritratti “astratti” e da una serie meravigliosa di Danseuses degli anni ‘13 e ’14, soggetto iconico che emerge dal suo immaginario, ispirato dalla ballerina Loïe Fuller: figura femminile danzante sotto le luci del cabaret, scomposta dal movimento ritmico e presto metafora astratta della stessa idea di dinamismo.
Ma anche in questo contesto fondamentale è l’opera di mediazione e di dialogo tra avanguardie che ispira Severini: sono gli stessi Boccioni, Carrà e Russolo a chiedergli, in una lettera dell’ottobre 1912, di intercedere presso il gruppo dei futuristi fiorentini che fa capo alla rivista “Lacerba” vista la sua “ben conosciuta abilità diplomatica”.
Il risultato sarà la mostra che si tiene a Firenze alla Galleria Gonelli tra la fine del ’13 e il gennaio del ’14 dove i futuristi milanesi si confrontano con Ardengo Soffici che da Firenze guarda a Parigi. L’esposizione a Cortona richiama il clima che circonda quel momento, proponendo alcune opere evocative del contesto – le Sintesi di paesaggio di Soffici affiancate agli Stati d’animo di Boccioni – ed altre opere esposte proprio nelle sale di Gonnelli: il “Ritmo astratto di Madame M.S.” (qui presentato nella versione del 1915 dal MART) o i due pastelli del 1913 “Tram in corsa” e “Tramway sur le boulevard” e il “Tango argentino” posti accanto ad analoghe ricerche condotte da Balla e Carrà.
Ma la necessità di trovare un sincretismo tra Cubismo francese e Futurismo italiano permane e la bellissima “Danseuse (Ballerina + mare)” dell’Estorick Collection è un manifesto delle teorizzate “analogie plastiche del dinamismo” e della ricerca con cui Severini mira a integrare aspetti della realtà della visione, con contenuti psichici che emergono liberamente nella memoria del soggetto percipiente.
Anche il confronto con Picasso, Braque e gli artisti della galleria “L’Effort Moderne” di Léonce Rosenberg vede un altro importante intervento conciliatore, per nulla facile, da parte di Severini che cura un intero numero della rivista “Valori Plastici” dedicato al Cubismo francese, mentre il suo avvicinamento al Classicismo si fa sempre più evidente nel richiamo ai trecentisti toscani, nella straordinaria “Maternità” del 1916, fiore all’occhiello delle collezioni severiniane di Cortona e in alcune incredibili nature morte cubiste – da “Le pot bleu” del 1917 dalla Fondazione Giorgio Cini a “Bohémien jouant de l’accordéon” datato 1919 dal Museo del Novecento di Milano – fino alla “Maternità (Jeanne e Gina)” del 1919-20, interamente costruita secondo proporzioni auree e nell’accordo dei toni arancio- verde-viola.
Le pitture murali dello studiolo delle maschere nel castello toscano di Montegufoni, ben descritte nel catalogo dell’esposizione e tra le quali ci condurrà il multimediale immersivo della mostra, saranno un altro passaggio fondamentale, che segna un esplicito richiamo alla toscanità e anche l’interesse crescente di Severini per le maschere della Commedia dell’arte italiana, condiviso con gli ambienti parigini d’avanguardia, compreso Picasso e i “balletti russi” di Diaghilev.
Quegli stessi personaggi agiscono, giocano e compiono funambolismi nello scenario dei Fori romani in alcuni pannelli realizzati, a fianco di un nutrito gruppo di artisti, per la celebre casa parigina del mercante Rosenberg e l’esposizione non mancherà di documentare, fra opere pittoriche e disegni preparatori, il ciclo completo delle scene.
La mostra si chiude con un altro focus, frutto di studi recentissimi e assolutamente nuovo per la ricostruzione della personalità artistica e del ruolo di mediatore di Severini: ovvero il dialogo, che il pittore cortonese si propone di risolvere, tra la Chiesa e la modernità, che trova l’appoggio del filosofo Jacques Maritain.

Maestro Lucchese
Madonna con bambino in trono e angeli, 1240 – 1250 circa
tempera e oro su tavola, 130 x 73 x 6 cm

Per la prima volta, l’esposizione a Palazzo Casali propone un percorso completo attraverso il ventennio (1925 – 1947) che impegna Severini in prima persona – da promotore della conoscenza tecnica e della pittura murale tra gli artisti – nella decorazione di alcune chiese svizzere, attraverso immagini in alta risoluzione delle pitture parietali (riprodotte in una sezione apposita del catalogo) accostate ai bozzetti, a taccuini di lavoro e ad alcune fonti, a partire dagli stimoli che gli derivarono dalla visita della mostra giottesca del ’37, evocata qui grazie all’eccezionale prestito della “Madonna con Bambino ed Angeli” della Galleria dell’Accademia fiorentina: opera già esposta nella mostra giottesca e riprodotta da Severini tra le pagine dei suoi “Ragionamenti sulle arti figurative” (1942).
Nell’ultima chiesa a Sion, Severini realizza una sintesi di tinte piatte giustapposte geometricamente, con uno sguardo da un lato a Matisse, dall’altro ai pittori francescani della propria terra.
E’ pronto per riprendere i contatti con Cortona, la città natale che aveva lasciato a sedici anni a causa di un “fattaccio” scolastico e che torna a frequentare regolarmente ogni estate dal 1946.
Riallaccia gli affetti d’infanzia, s’invaghisce ancor più di Signorelli e degli Etruschi e realizza la Via Crucis, cui la mostra, le sale del MAEC dedicate al pittore nel percorso museale permanete e gli itinerari severiniani in città rinviano (itinerari realizzati nell’ambito del progetto celebrativo con i fondi del PAC ), in un connubio straordinario tra arte, paesaggio e memoria.

Info:
CORTONA, Museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona
Palazzo Casali, 5 luglio – 1 novembre 2026
cortonamaec.org

ROMA, Ostia Antica. Biennale d’arte internazionale Arte in Memoria, presso la Sinagoga all’interno degli Scavi di Ostia antica.

La mostra, alla sua dodicesima edizione, è a cura di Adachiara Zevi.
Due le artiste invitate quest’anno: Ella Littwit e Natalia Romik; come per le edizioni passate, le opere sono realizzate appositamente per la Sinagoga, la più antica sinagoga d’Occidente risalente al II-III sec. d.C., situata all’interno dell’area degli Scavi di Ostia.
Le opere resteranno esposte fino al 27 settembre 2026.
Per saperne di più: https://ostiaantica.cultura.gov.it/arte-in-memoria-12/

Fonte:
Ufficio Comunicazione e Relazioni con il Pubblico
Parco Archeologico di Ostia Antica

ROMA. La calma assente: pace e guerra nell’antica Grecia.

Al Museo dell’Arte Classica della Sapienza un nuovo percorso espositivo per esplorare il tema della pace. Al suo interno la sezione contemporanea “Costruire la pace. Storie antiche, urgenze presenti”

           Ares Borghese

Mostra a cura di Massimiliano Papini (con Sara Ruia; Irene Sofia Scifoni; Giulia Rampiconi; Giacomo Presciuttini; Tommaso Sambuco; Federico Raimondi). Sezione contemporanea a cura di Irene Baldriga (con Ashanti Soleil Bernardini, Francesca Di Lupo, Carolina Sala, Giada Torresan, Alessandro Francesca, Matteo Hung Morosetti).

Il percorso tematico si articola in un itinerario continuo di venticinque tappe con calchi e punti di interesse selezionati con lo scopo di raccontare attraverso l’arte, la religione e la letteratura, gli aspetti della cultura greca legati alle dinamiche della guerra ed alla ricerca continua della pace. Le sculture che compongono l’itinerario sono testimonianze di come l’umanità abbia cercato, nel tempo, di dare forma al desiderio di pace a partire dalla tragica realtà dello scontro. Il progetto complessivo restituisce l’estrema attualità del tema anche grazie all’integrazione della mostra con la sezione contemporanea “Costruire la pace. Storie antiche, urgenze presenti”, in cui sono stati chiamati a confrontarsi con i medesimi temi giovani artisti emergenti, a cura della docente di Museologia, politiche del museo e didattica del museo, nonché Delegata per il Public Engagement, Irene Baldriga.

             Ares Ludovisi

“Questa mostra ribadisce con forza il ruolo dei musei universitari come presìdi di elaborazione critica sulle grandi urgenze del nostro tempo, a partire dalla costruzione della pace. Su questo terreno – dichiara la Rettrice Antonella Polimeni – l’impegno della Sapienza si è tradotto in azioni continuative e concrete, come l’attivazione di corridoi umanitari per studenti rifugiati e l’accoglienza di studiosi provenienti da contesti di conflitto, affiancate da iniziative aperte alla cittadinanza. Progetti come questo valorizzano la conoscenza quale leva per sviluppare pensiero critico e promuovere una cultura del dialogo. La rilettura delle nostre radici e della tradizione classica, ambito in cui l’Ateneo esprime una riconosciuta eccellenza a livello internazionale, rappresenta un passaggio essenziale per consolidare una cultura della pace più consapevole e duratura.”

Costruire la Pace: Giovanni Longo, Collapse

Realizzato grazie a un lungo e complesso studio scientifico e alla creatività di sei studentesse e studenti del corso di laurea triennale e magistrale in Scienze archeologiche, l’itinerario della mostra propone racconti spesso poco noti di pace e guerra, nonché vicende lontane nel tempo: si parte dalla Gigantomachia e dalla Presa di Troia nei frontoni del VI secolo a.C., passando per il Doriforo, per le Amazzoni e le sale di Olimpia e di Pergamo, fino alla Nike di Samotracia e all’Ares realizzato dall’allievo di Fidia Alcamene. Menzione speciale per la Eirene di Cefisodoto, il padre di Prassitele, che tiene tra le braccia Ploutos: è lei il simbolo per eccellenza della pace, l’aspirazione massima a cui tendere, che viene posta in rapporto diretto con la prosperità e il benessere dei popoli. A concludere il cammino del visitatore, un brano antico che descrive un’opera mai giunta ai posteri, il dipinto di Apelle con una particolare personificazione: la Guerra finalmente avvinta.

Costruire la Pace: Alfonso Isonzo, La Scelta

La prospettiva che indaga la classicità greca è declinata in funzione del presente nella sezione contemporanea “Costruire la pace. Storie antiche, urgenze presenti”, giunta a compimento nell’ambito di un laboratorio didattico, con il contributo di sei studentesse e studenti del corso di laurea magistrale in Storia dell’arte. L’intuizione di sottolineare il rapporto tra ‘antichi’ e ‘moderni’, ha preso forma in un percorso espositivo inedito, composto da venti opere di artisti contemporanei invitati a riflettere sulla natura della pace: gli artisti offrono allo sguardo del pubblico suggestioni e provocazioni, speranze, possibili strade per disegnare un nuovo orizzonte, l’idea – a cui non si può rinunciare – di un futuro senza guerra. Le opere esposte sono state selezionate attraverso un bando pubblico internazionale, insieme ad altre firmate da autorevoli protagonisti della scena artistica (Michelangelo Pistoletto e Paolo Pellegrin) e si inseriscono armonicamente all’interno di alcune sale dedicate ai maestri e ai monumenti più celebri del mondo ‘classico’.

Costruire la Pace: Alfonso Isonzo, La Scelta

“Con questa sezione vogliamo stimolare una riflessione autentica sulle tragedie del nostro presente, senza posizionamenti ideologici o faziosità, e sulle possibili alternative da perseguire – spiega Irene Baldriga – Attraverso una varietà di linguaggi, tecniche e materiali, gli artisti offrono allo sguardo del pubblico suggestioni e provocazioni, speranze, possibili strade per disegnare un nuovo orizzonte. Inoltre, in coerenza con l’approccio corale e partecipativo che ha animato l’intero progetto, i visitatori saranno invitati a lasciare pensieri e proposte che gli organizzatori si impegnano a diffondere e a far confluire nel patrimonio di un Laboratorio permanente per la pace”.

Il Museo dell’Arte Classica è oggi parte del Polo Museale Sapienza Cultura. È stato fondato da Emanuel Löwy, docente di Archeologia e Storia dell’arte antica sin dal 1890 presso l’Università di Roma. Nel tempo, il patrimonio si è ampliato sino a trasformare il Museo nella gipsoteca di arte antica più grande in Italia, con circa 1200 calchi esposti. Aggiunge Massimiliano Papini: “Proprio il grande numero di statue ha favorito l’idea di un’esposizione tematica trasversale in grado di abbracciare l’intera collezione, un esperimento sinora mai tentato nell’ormai lunga storia della raccolta, ma che rispecchia la vocazione educativa dell’università e avvicina i visitatori alle strutture più profonde del pensiero greco-romano”.

Info:
Sapienza Università di Roma – Museo dell’Arte Classica – edificio di Lettere – piazzale Aldo Moro 5, Roma
Sito web: https://polomuseale.web.uniroma1.it/it/museo-dellarte-classicastampa@uniroma1.it
dal 6 maggio 2026 al 10 gennaio 2027 – apertura al pubblico dal lunedì al venerdì, dalle 9.00-18.30 – Ingresso gratuito

Immagini::
I titoli delle foto sono riferiti ai credits; in particolare, per la sezione contemporanea:
fig. 1 Costruire la Pace: Giovanni Longo, Collapse / Per gentile concessione dell’artista / Foto: Alice Ciccarese
fig. 2 Costruire la Pace: Alfonso Isonzo, La Scelta / Per gentile concessione dell’artista / Foto: Alice Ciccarese

TORINO. Il Rinascimento di Sodoma.

Vasari lo disconoscerà, chiamandolo «fannullone», pittore «dedito al divertimento». E poi quel soprannome, Sodoma (il suo nome è in realtà Giovanni Antonio Bazzi) che lo ha fatto additare per secoli come artista troppo «allegro», dai comportamenti non consoni. Forse è anche
per questo che si sono dovuti attendere ben 76 anni per ritrovare una mostra dedicata ad uno dei protagonisti meno conosciuti, ma più affascinanti, del Rinascimento italiano.
«Sodoma. Alla conquista del Rinascimento», alla Fondazione Accorsi-Ometto di via Po, da oggi e fino al prossimo 6 settembre, intende colmare questa mancanza.
A partire dall’ultimo oggetto esposto, che è in realtà un rarissimo poster del 1950. Reclamizza la mostra a suo tempo organizzata tra Vercelli, città nativa, e Siena, città della morte e di molte opere mature. La particolarità è che la grafica è di Armando Testa, in assoluto il primissimo lavoro del pubblicitario torinese.
La mostra si concentra sulle opere giovanili del Sodoma, e dell’influenza che il suo mondo esercita nell’ultimo quarto del Quattrocento sull’artista tra Piemonte, Milano, Mantova e Roma.
«Abbiamo voluto organizzare un’esposizione che mette in luce la grande ricchezza e la varietà del patrimonio artistico piemontese – dice la storica dell’arte Serena D’Italia, che con Vittorio Natale e Luca Mana cura la retrospettiva – recuperando un dialogo con i grandi centri del Rinascimento italiano».
Non è un caso che nella prima sala campeggi un documento datato 1490. Attesta che in quell’anno il Sodoma entra a bottega di Martino Spanzotti a Vercelli, e qui ci rimane per sette anni.
Un grande ambiente espone, come in una pinacoteca, le più importanti opere di arte quattrocentesca tra la città del riso e Casale Monferrato, con tavole dello stesso Spanzotti e Defendente Ferrari. Sono i modelli in cui si è formato il giovane Sodoma.
«Abbiamo scelto di concentrarci su questi anni – incalza Vittorio Natale – per far dialogare le opere: dagli anni giovanili si arriva al 1508, quando Sodoma affianca Raffaello nella Stanza delle Segnature per papa Giulio II al Vaticano». Dopo, l’artista raggiunge la maturità.
Per il resto la mostra della Fondazione Accorsi, che si contraddistingue come sempre per mostrare al pubblico soprattutto opere di collezioni private, molte mai esposte prima, è un viaggio geografico e artistico.
«Dall’area piemontese si passa a Milano e Mantova e poi a Roma e infine a Siena».
Sempre dal Vaticano spicca un’opera eccezionale, il frammento di un affresco del Pinturicchio già nell’appartamento privato di papa Alessandro VI Borgia. Gli influssi si fanno sentire.
La prima opera del Sodoma, realizzata a 15 anni, è una Sacra Famiglia. «Si nota che è ancora acerba», precisa Serena D’Italia.
Nella sala dedicata a Milano e a Mantova, due opere dell’artista vercellese si stagliano chiaramente nel contesto culturale lombardo. Un Compianto sul Cristo morto del 1503, che riprende distintamente il Mantegna, e un’espressiva Pietà in prestito dall’arciconfraternita di Santa Maria dell’Orto a Roma, altra chicca assoluta.
E poi Roma, con una Natività di Gesù, tondo di grande maturità, oggi custodito alla Pinacoteca Nazionale di Siena, che dialoga con la Madonna con il bambino di Macrino d’Alba della Pinacoteca Capitolare di Roma.
Dalla vicina Galleria Sabauda di Torino la Morte di Lucrezia va a chiudere una carrellata di opere che arriva alla conclusione di questo viaggio nella bellezza rinascimentale. «Una bellezza che emerge da un mondo, quello che vive il Sodoma, da cui traiamo la nostra cultura europea contemporanea – precisa il direttore della Fondazione, Luca Mana –; un mondo, il Rinascimento, che inventa quello che noi oggi chiamiamo Made in Italy, che dà forma e colore alla creatività, alla moda e al cibo». Un mondo in cui accompagnarsi a un giovane dello stesso sesso non era assolutamente un tabù: era un rapporto di protezione e di supremazia, prima che carnale.
Erano soliti farlo anche artisti come Leonardo e Michelangelo, così come uomini di cultura del calibro di Poliziano, Pico della Mirandola emMarsilio Ficino. La bisessualità era propria della cultura anche del mondo antico, greco e romano. Ma solo per Sodoma diventa un aspetto negativo.
«Questo perché nasce questo nomignolo ai nostri occhi ingiurioso – conclude Mana – ma non per la società del tempo».
Sodoma si firmava tale lui stesso. Vasari dà la colpa di queste pratiche quotidiane alle distrazioni gioiose che portano ad essere un artista pigro e poco attivo, in un’epoca in cui gli artisti creavano per comporre su commissione, come gli odierni artigiani.
La riforma di Martin Lutero, ma soprattutto la Controriforma, cancellano questa visione culturale e la additano come peccaminosa. —

Autore: Andrea Parodi

Fonte: La Stampa 31 mar 2026

LUCCA. Si celebra Giovanni Boldini con una grande mostra tutta fatta di confronti.

Nel 1901 Giovanni Boldini (Ferrara, 1842 – Parigi, 1931) è all’apice della carriera: dalla natia Ferrara è diventato uno dei più apprezzati artisti di Parigi, all’epoca indiscussa capitale mondiale della cultura. La mostra lucchese (fino al 2 agosto 2026) ripercorre tutte le fasi di un’importante carriera che dall’Italia è proseguita in Francia, ma che ebbe un’eco mondiale, nel segno della pittura macchiaiola prima e impressionista poi. Un allestimento sobrio ed elegante, con un’ottima illuminazione, permette di apprezzare al meglio la qualità delle opere esposte.
Il Boldini fiorentino è quello legato alla macchia di Signorini, Lega, Borrani, esponenti di un movimento che si discosta dallo storicismo delle accademie per raccontare la realtà di un’Italia, popolare o aristocratica che sia, che è nata da poco e che è ancora tutta da scoprire e in parte da inventare.
Stabilitosi nel 1862 in Via Lambertesca a Firenze, Boldini conobbe da vicino i fautori del nuovo corso pittorico italiano, all’interno del quale poté maturare artisticamente e costruire quella solida “tessitura” luministica che caratterizzerà i suoi successivi dipinti francesi; la sua pennellata, tuttavia, ben più dinamica di quella dei macchiaioli, lo portò ben presto a guardare oltre, concentrandosi sul ritratto e interessandosi molto meno alla pittura en plein air. Tuttavia, le sue sperimentazioni lo posero sin da subito in posizione di avanguardia rispetto ai colleghi, e in un certo senso non è azzardato pensare che il suo dinamismo pittorico con quelle guizzanti pennellate che trasformano i colori in fuochi d’artificio, non abbia in parte anticipato il Futurismo. Ma intanto, l’omaggio di Boldini alla nuova Italia è suggellato dal Ritratto di Vittorio Emanuele II, il re borghese incoronato sovrano della Penisola unita nel 1861, un ritratto dove appunto spicca la “anomala” nobiltà del sovrano sabaudo.
Già a Firenze, frequentando le pinacoteche degli aristocratici stranieri (in particolare i principi Demidoff), Boldini conobbe gli impressionisti francesi; e furono questi raffinati collezionisti, il cui scopo andava oltre il semplice possesso delle opere, a diffondere nell’ambiente culturale cittadino la conoscenza della pittura moderna francese. Per Boldini fu una nuova tappa nella sua maturazione artistica, e dal 1867 cominciarono i soggiorni parigini, che divennero quasi perpetui nel 1871. Fra tutti i colleghi d’Oltralpe, quello che sentiva più vicino era Edgard Degas, anch’egli caratterizzato da una profonda raffinatezza del tratto. Non meno raffinato, Boldini s’inserì nella Parigi mondana affermandosi come ritrattista e narratore pittorico di quel beau monde fatto di grandi dame, teatri, parchi. È quello il lato splendente della Belle Époque, controversa epoca di passaggio che cercava di affogare nello champagne le inquietudini di un’Europa che si scopriva antisemita (l’affaire Dreyfuss scoppiò proprio in Francia) e che in maniera strisciante preparava la Grande Guerra, fra nazionalismi e tensioni sociali sempre più accesi. L’arte di Boldini, forse, è un tentativo di trasferire su una dimensione più accettabile la durezza dei tempi, perché la bellezza non salverà forse il mondo, ma può almeno mitigare i dolori dell’anima.

Boldini, raffinato impressionista assai sensibile alla bellezza femminile, proprio fra il gentil sesso si era costruita molta della sua fama d’artista. Fama del tutto meritata, in virtù della sua capacità di esaltare quella bellezza del corpo che però emergeva anche dalla grazia seducente delle pose, dalla profondità degli sguardi, dall’accennata alterità dei sorrisi. Attrici, aristocratiche, ballerine: a ognuna di loro Boldini presta caratteri di dea, cesella una già notevole bellezza e ne accentua la grazia; abiti sontuosi che la pennellata pastosa e sfuggente rende simili a fuochi d’artificio, metafore di quel brio ineffabile che solo bellezza e ricchezza possiedono; quei corpi di donna prendono vita attraverso la tela e i colori, e anticipando Gustav Klimt, Boldini costruisce ritratti dalla profonda valenza psicologica, che fanno risaltare la personalità del soggetto, pur in una cornice di bellezza formale, ricchezza e una certa sensualità.

Un altro punto di forza della mostra, oltre alla qualità delle opere di Boldini esposte, è l’inquadramento che offre nel contesto della pittura italiana dell’epoca; pittori noti e meno noti quali Cristiano Banti, Telemaco Signorini, Vittorio Corcos, Giuseppe De Nittis, Edoardo Gelli, Salvatore Postiglione, Gaetano Esposito, ed altri, si presentano al pubblico dei visitatori come cornice che arricchisce ed esalta l’opera di Boldini; dal confronto si comprende come le tante affermazioni sul talento del ferrarese nel rappresentare la figura femminile siano completamente fondate, perché indubbiamente possiede una delicatezza di tratto che, in paragone con Esposito o Postiglione, fa delle sue donne una sorta di carnale e terreno componimento poetico sottoforma di colori. Negli altri, l’accuratezze estetica è tuttavia più fredda, più accademica; Corcos, per quanto di tratto raffinato, rimane ancorato a quelle pose fotografiche di maniera che appunto lasciano prevalere la forma sulla sostanza. La grandezza di Boldini sta anche nell’aver saputo creare un giusto equilibrio fra estetica e concettualità.

Autore: Niccolò Lucarelli

Fonte: www.artribune.com 4 apr 2026