Archivi categoria: Mostre

VERCELLI. Chagall.

Dal 13 ottobre 2026 al 29 marzo 2027, con oltre 50 capolavori di Marc Chagall, la straordinaria mostra, a cura di Francesca Villanti, ne racconterà la vita ed il percorso artistico, attraverso tutte le tematiche più care all’artista: l’amore, la religione, gli animali, i sogni, la poesia, la nostalgia della patria.

Ad arricchire il percorso e approfondire l’esperienza culturale, si aggiunge una selezione di opere della Collezione Giuseppe Iannaccone, curata da Daniele Fenaroli, in un rimando di poetiche ed assonanze tra mondi ed artisti diversi.

In allegato, presentazione della mostra: Chagall a Vercelli

Info:
tel: 0161 1828171
mail: didattica@arthemisia.it (indicando un proprio recapito telefonico)

 

GENOVA. Renoir, Monet, Toulouse-Lautrec, Cézanne – 200 anni di Arte dalla Collezione Scharf.

Palazzo Ducale di Genova presenta la mostra della prossima stagione espositiva: Renoir, Monet, Toulouse-Lautrec, Cézanne – 200 anni di Arte dalla Collezione Scharf, dal 16 ottobre 2026 al 2 maggio 2027 porterà per la prima volta in Italia oltre 140 capolavori di una collezione per molto tempo rimasta riservata.
Grazie ad una collaborazione con La Collezione Scharf e MondoMostre, la Fondazione Palazzo Ducale di Genova potrà offrire ai suoi visitatori il racconto di due secoli di storia dell’arte, attraverso una selezione di opere curata dalla Direttrice dell’istituzione genovese, Ilaria Bonacossa: oltre ai maestri citati dal titolo della mostra, saranno presentate opere che vanno da Goya a Tony Cragg e Katharina Grosse, passando per Corot, Bonnard, Matisse e Léger, a testimoniare le importanti e complesse vicende della storia del collezionismo nel secolo scorso.

Tra le più rilevanti raccolte private tedesche, la Collezione Scharf spazia da Goya al Realismo, fino all’Impressionismo, al Cubismo e all’arte contemporanea. La sua storia è un’eredità di famiglia che attraversa le generazioni: nasce dalla celebre collezione berlinese di Otto Gerstenberg, incentrata sui pionieri del Modernismo e dell’avanguardia francese. La figlia Margarethe Scharf riuscì a salvare il nucleo principale durante la Seconda Guerra Mondiale. I nipoti Walter e Dieter Scharf ne svilupparono ciascuno un ramo. Quello di Dieter, focalizzato sul Surrealismo, è in prestito permanente alla Collezione Scharf-Gerstenberg di Charlottenburg dal 2008.

Walter Scharf, la moglie Eve ed il figlio René ne hanno ampliato la sezione francese con Monet, Cézanne, Matisse e Picasso. Oggi René Scharf e la moglie Christiane Scharf proiettano la tradizione nel presente, collezionando arte moderna e contemporanea (tra cui Sam Francis, Sean Scully, Daniel Richter e Katharina Grosse) con un focus sull’evoluzione della pittura e il dialogo tra figurativo e astratto.

Info:
Palazzo Ducale Genova
Piazza Giacomo Matteotti, 9 (Sottoporticato)
Orari: Lunedì dalle ore 14:30 alle 19:30
Dal martedì al giovedì e domenica dalle ore 10:00 alle 19:30
Venerdì e sabato dalle 10:00 alle 20:00
Siti web: palazzoducale.genova.it – mondomostre.it
Biglietti: Link al biglietto Open in promozione: https://mondomostre.vivaticket.it/it/tour/renoir-monet-toulouse-lautrec-cezanne-200-anni-di-arte-dalla-collezione-scharf/5012
La Promo sul biglietto Open è valida fino al 15 ottobre, a 18,00 € incl. prevendita (invece di 20,00 €) per visitare la mostra fino al suo termine.

Fonte:
Palazzo Ducale
Massimo Sorci – msorci@palazzoducale.genova.it
tel. +39 010 8171626 – 335 5699135

TORINO. Paesaggi da sogno / Dreamscapes, al MAO.

Fino al 29 novembre 2026, il MAO Museo d’Arte Orientale di Torino presenta la mostra “Paesaggi da sogno / Dreamscapes“, dedicata alla celebre serie “Le 53 stazioni della Tōkaidō” di Utagawa Hiroshige, uno dei capolavori assoluti dell’arte giapponese dell’Ottocento, di proprietà di UniCredit.

Il percorso espositivo riunisce una selezione di 36 stampe con l’intento di restituire al pubblico la dimensione immersiva e “cinematografica” di quel mondo fluttuante, ampliando lo sguardo anche ad alcuni oggetti e alle forme della cultura materiale che hanno accompagnato e reso possibile l’esperienza del viaggio nel Giappone tra XVIII e XIX secolo.
Il progetto è curato da Laura Vigo, Conservatrice per l’arte e l’archeologia asiatica presso il Museo di Belle Arti di Montréal (MMFA), con Claudia Ramasso, conservatore del MAO, e si avvale di un’importante collaborazione con i Musei Reali di Torino.
Nelle sale del MAO, le celebri vedute della Tōkaidō dialogano con una sella (kura) in legno laccato con decorazioni in oro e l’album fotografico Views of Japan di Felice Beato, due opere di grande valore provenienti dalle collezioni dei Musei Reali di Torino. Entrambe offrono una testimonianza tangibile della cultura del viaggio lungo le grandi arterie del Giappone in epoca Edo e dell’immaginario evocato dalle stampe.

Grazie alla collaborazione con il Museo di Belle Arti di Montréal (MMFA), l’esposizione adotta un approccio ecologicamente sostenibile alla progettazione, in linea con l’orientamento sviluppato dal MAO negli ultimi anni, volto a valorizzare il pensiero curatoriale e il contributo scientifico per un uso consapevole delle risorse museali.
La serie conservata al MAO è infatti identica a quella presente nelle collezioni del MMFA: questo consente di realizzare una mostra in cui non sono le opere a viaggiare, ma la prospettiva curatoriale e l’apparato di mediazione museale che la accompagnano. Il progetto si avvale dei contenuti didattici sviluppati dal museo canadese in occasione della presentazione della serie nel 2024, proposta con la medesima chiave interpretativa basata sulla vita sociale ed economica di questi oggetti culturali effimeri al tempo in cui furono prodotti. Attraverso le tecniche di comunicazione verbale ispirate alla Visual Thinking Strategy, la narrazione riesce a rendere più accessibili – e pertinenti – contenuti scritti complessi al più grande numero di lettori. Realizzata per la prima volta nel 1833 e pubblicata dalla casa editrice Hōeidō di Takenouchi Magohachi, la serie riscosse un successo immediato, rivoluzionando il panorama degli ukiyo-e, le celebri xilografie a blocchi di legno. Stampata in oltre 15.000 copie, la Tōkaidō divenne un vero e proprio bestseller dell’epoca Edo, accessibile a tutti: le singole stampe costavano quanto una ciotola di ramen, venivano comprate e presto dimenticate.
Queste immagini furono rivoluzionarie. Non nacquero come opere da museo, ma piuttosto come prodotti editoriali di largo consumo, e fu solo successivamente, durante la seconda metà del XIX secolo, che in Occidente vennero riscoperte e consacrate come opere d’arte. In questo contesto la direzione artistica di Takenouchi Magohachi fu cruciale: non solo nella stampa e distribuzione, ma anche nel concept narrativo e visivo dell’intera serie, costruita come una sorta di storyboard ante litteram, pensato per catturare l’attenzione di un pubblico ampio, assetato di immaginazione e novità.

Ma cosa rende questa serie così speciale rispetto a tutte le altre? Hiroshige, artista proveniente da una famiglia samurai, ebbe l’intuizione di trasformare un tema allora già molto conosciuto – il tragitto lungo la Tōkaidō, 490 km di strada che collegavano Edo (l’odierna Tokyo) a Kyoto – in un racconto visivo capace di mescolare realtà e immaginazione. Con un linguaggio visivo accessibile e modernissimo, ispirato all’arte tradizionale giapponese, ma con profonde suggestioni occidentali (come la prospettiva centrale, l’ombreggiatura, il formato orizzontale e l’uso del blu sintetico), Hiroshige e la sua squadra non si limitarono a rappresentare il paesaggio: lo reinventarono. Ogni stampa diventa così una scena onirica, atmosferica, capace di evocare sogni di viaggio e avventura.
La Tōkaidō era una delle cinque grandi arterie del Giappone Tokugawa, istituita nel 1601 e percorsa da daimyo, pellegrini e, col tempo, da mercanti e viaggiatori comuni. Ogni stazione di posta offriva alloggi, cibo, servizi di tutti i generi e prodotti tipici. Hiroshige ed il suo team seppe restituire tutto questo, trasmettendo il senso del movimento, la vivacità e la varietà degli incontri e il fascino di un paese in movimento e in trasformazione. Le sue stampe trasformarono l’ordinario in straordinario, aprendo al pubblico giapponese – e in seguito anche a quello occidentale – un mondo sospeso tra realtà e sogno.

Info:
Ingresso incluso nel biglietto delle collezioni permanenti.
t. 011 19560449 oppure ftm.prenotazioni@coopculture.it

Fonte: MAO Torino

TOLMEZZO (Ud). L’arte di Loreto Bertoli in dialogo col Novecento.

Palazzo Frisacco a Tolmezzo rende omaggio fino al primo novembre a Loreto Bertoli (Tolmezzo, 1933-2009), artista profondamente legato al territorio carnico. Intitolata «La poesia dello sguardo. Loreto Bertoli pittore di Illegio e dell’anima» e curata da don Alessio Geretti e Lucrezia Rossi, la mostra nasce dal percorso avviato lo scorso anno dal Comitato di San Floriano, che aveva anticipato la riscoperta dell’opera dell’artista invitando il pubblico a visitare la Chiesa della Conversione di San Paolo a Illegio, dove la pala centrale dell’altare porta la sua firma.
Il percorso espositivo di Palazzo Frisacco accompagna ora i visitatori dentro l’universo di Illegio, frazione di Tolmezzo nel cuore della Carnia, il luogo in cui Bertoli ha vissuto e che ha alimentato l’intera sua ricerca pittorica. Nelle sue opere Bertoli ha raccontato Illegio, custode di una cultura nata dal rapporto stretto tra uomo, natura e montagna.

Nei suoi dipinti ha fissato l’identità della Carnia attraverso le case in pietra, i paesaggi, il lavoro nei campi, i mestieri artigiani e i gesti quotidiani di una comunità che per secoli ha conservato tradizioni e forme di vita proprie. Ma il suo sguardo si è rivolto soprattutto agli abitanti di questo borgo di poco più di trecento anime: volti e figure attraverso cui ha restituito la memoria umana di un territorio appartato, lontano dalle grandi trasformazioni urbane ma profondamente radicato nella propria storia. Il percorso espositivo, composto da oltre sessanta opere, si sviluppa attraverso otto sale tematiche che ripercorrono gran parte della produzione di Bertoli, mettendone in luce temi, influenze e linguaggio. Ogni sala affianca al suo lavoro un’opera di un protagonista dell’arte internazionale, creando un dialogo tra la ricerca dell’artista carnico e alcuni grandi interpreti del Novecento e della modernità, da Paul Gauguin a Carlo Carrà, da Giorgio Morandi a Jean-François Millet, da Oskar Kokoschka a Giacomo Balla, Pablo Picasso e Giorgio de Chirico.
Le opere, provenienti da collezioni private, vengono presentate al pubblico per la prima volta. Questi accostamenti permettono allo spettatore di contestualizzare la produzione del pittore di Illegio e di coglierne le connessioni e le influenze che hanno accompagnato la sua formazione artistica. Bertoli arriva infatti alla pittura da autodidatta e vi si dedica completamente dopo gli studi all’istituto tecnico e l’esperienza professionale come designer. In mostra il suo universo prende forma attraverso paesaggi, ritratti, nature morte e scene di vita paesana. Le figure al lavoro nei campi o nelle stalle raccontano la quotidianità che ha segnato per generazioni la vita della Carnia. I ritratti diventano occasioni di indagine introspettiva sui sentimenti umani e, allo stesso tempo, uno studio sulla luce e sul colore. Le robuste note cromatiche, i tratti decisi e insieme delicati non si limitano a documentare una realtà locale in trasformazione, ma cercano l’anima e la poesia delle cose, dei luoghi e delle persone, rivelando in un piccolo lembo di mondo tutta la complessità e il mistero della vita.

Autore: Mariella Rossi

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com 28 ago 2026

TORINO. Antonello da Messina: due uomini, due sorrisi, due capolavori.

Bastano due quadri per costruire una mostra, quando i quadri sono due Antonello da Messina.
Dal 12 novembre 2026 al 22 febbraio 2027 Palazzo Madama a Torino mette uno di fronte all’altro il proprio Ritratto d’uomo, meglio conosciuto come «Ritratto Trivulzio», ed il celebre “Ritratto d’uomo” del Museo Mandralisca di Cefalù. Due piccole tavole, due uomini di cui ancora ignoriamo l’identità, due vertici della ritrattistica del Quattrocento che consentono di osservare quasi al microscopio una delle trasformazioni decisive introdotte da Antonello nella pittura europea: la progressiva conquista dell’interiorità.

«L’enigma del sorriso. Antonello da Messina tra Cefalù e Torino» arriva a Palazzo Madama dopo la prima tappa al Museo Mandralisca, dove fino al 4 novembre il “Ritratto Trivulzio” è stato esposto per la prima volta in Sicilia. Il movimento adesso si inverte. È il dipinto di Cefalù a lasciare temporaneamente l’isola per raggiungere Torino e ritrovare il suo interlocutore. La doppia sede costituisce parte integrante del progetto: prima il ritorno del Trivulzio nel contesto mediterraneo, quindi l’arrivo del Mandralisca nel museo che custodisce uno degli esiti più compiuti della stagione matura di Antonello. Il confronto acquista particolare significato perché Antonello da Messina è un artista che raramente si può studiare attraverso grandi concentrazioni di opere. Il corpus sopravvissuto è relativamente ristretto e disperso fra musei e collezioni internazionali. Qui la scelta è opposta alla logica della grande monografica: ridurre il campo a due dipinti ed aumentare l’intensità dello sguardo.

Il Ritratto d’uomo di Cefalù, databile intorno al 1470, è entrato nell’immaginario collettivo attraverso il suo sorriso ambiguo e la fortuna letteraria dell’«ignoto marinaio», alimentata soprattutto dal romanzo di Vincenzo Consolo, del quale nel 2026 ricorrono cinquant’anni dalla pubblicazione. Il personaggio rimane senza nome, ma Antonello gli attribuisce una presenza difficilmente dimenticabile. Lo sguardo intercetta quello dell’osservatore, la bocca sembra sul punto di modificare la propria espressione, il volto appare attraversato da un pensiero che non riusciamo a conoscere.

Nel «Ritratto Trivulzio», firmato e datato 1476, qualcosa è cambiato. L’immagine si fa più concentrata, gli elementi accessori vengono quasi eliminati ed il volto acquista una monumentalità autonoma. Il sorriso è appena percettibile, lo sguardo più fermo. Se nell’uomo di Cefalù sembra ancora accadere qualcosa, quello di Torino sembra semplicemente esserci. La luce organizza i volumi e costruisce una presenza fisica e mentale insieme. Sei anni circa separano i due dipinti. Sono sufficienti per rendere visibile una trasformazione linguistica. Nel primo la materia pittorica mantiene una vibrazione epidermica e narrativa; nel secondo la luce assume quasi una funzione architettonica, organizzando il volto secondo una sintesi più severa. Il confronto permette così di seguire il passaggio dalla descrizione psicologica a una concezione più assoluta dell’identità.

Antonello aveva assimilato esperienze differenti: il Mediterraneo e Napoli aragonese, la precisione luministica della pittura fiamminga, la cultura prospettica italiana e infine Venezia. Da questa circolazione di modelli nasce una soluzione nuova. Il ritratto smette progressivamente di registrare soltanto le sembianze e comincia a costruire una persona. Il fondo scuro elimina quasi ogni distrazione narrativa; la posizione di tre quarti rompe la rigidità della tradizione; luce, occhi ed impercettibili movimenti della bocca instaurano una relazione diretta con chi guarda. La questione del sorriso diventa allora molto più di un dettaglio iconografico. Nel Mandralisca è mobile, ironico, persino provocatorio; nel Trivulzio è contratto ed interiorizzato. Sono due diverse strategie attraverso cui Antonello introduce nel dipinto qualcosa che la pittura non può realmente rappresentare: la coscienza di chi viene rappresentato. È precisamente intorno alla trasformazione del volto in «spazio della coscienza» che è stato costruito il progetto scientifico della mostra.

A rendere ancora più interessante l’operazione è la storia materiale dei due dipinti. Il ritratto siciliano venne acquistato a Lipari nel 1859 dal barone Enrico Pirajno di Mandralisca ed attribuito ad Antonello da Giovan Battista Cavalcaselle l’anno successivo. Il Trivulzio, proveniente dalla Galleria Rinuccini di Firenze e passato nella collezione Trivulzio di Milano, entrò invece nel 1935 nelle raccolte del Museo Civico di Torino. Due differenti storie collezionistiche hanno dunque condotto due uomini dipinti dallo stesso artista verso estremità diverse della penisola. Il loro incontro assume per questo anche una dimensione museologica. La collaborazione tra Fondazione Culturale Mandralisca e Palazzo Madama mette temporaneamente in movimento due opere identitarie delle rispettive collezioni. A Cefalù il Trivulzio ha incontrato il territorio dal quale prende avvio la vicenda artistica antonelliana; a Torino il Mandralisca entra nel sistema di una grande collezione pubblica e permette di rileggere il dipinto piemontese attraverso il confronto diretto.

La tappa torinese arriverà inoltre pochi mesi dopo il clamoroso furto al MuMe di Messina di tre tavole superstiti del Polittico di San Gregorio e della tavoletta bifronte attribuita ad Antonello. È una coincidenza estranea alla genesi della mostra, ma impossibile da ignorare. La dispersione storica del corpus antonelliano e la vulnerabilità contemporanea del patrimonio hanno improvvisamente riportato al centro dell’attenzione la geografia delle sue opere. A Palazzo Madama, però, la risposta è tutta affidata alla pittura. Due volti, nessuna identità certa, quasi nessun elemento accessorio. A distanza di oltre cinque secoli continuano a guardarci. Ed è forse questa la conquista più radicale di Antonello: avere trasformato il ritratto da immagine di qualcuno nella presenza, ancora attiva, di un individuo.

Autore: Bianca Castelbarco Albani

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com 25 ago 2026