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ROMA. Cultura e innovazione: tutti gli interventi di Fondazione Tim per il Mausoleo di Augusto.

Lo scorso primo marzo ha riaperto al pubblico il Mausoleo di Augusto a Roma, monumento emblematico della magnificenza architettonica della romanità, chiuso al pubblico dal 2007. Dopo anni di operazioni di indagine, recupero e restauro, l’imponente sito archeologico è tornato ad accogliere i visitatori grazie a un modello virtuoso di collaborazione tra pubblico e privato. Un ruolo determinante l’ha giocato Fondazione Tim, la quale nel 2015 ha stretto un accordo con Roma Capitale che ha previsto una donazione di 6 milioni di euro per il recupero del Mausoleo e un’intesa di valorizzazione e multimedialità per ulteriori 2 milioni di euro. Questo ha permesso la restituzione di un patrimonio unico al mondo, implementato da una musealizzazione del sito all’insegna del coinvolgimento e dell’innovazione. Salvatore Rossi, Presidente Fondazione TIM, ha commentato: “Siamo orgogliosi di aver lavorato insieme con Roma Capitale per il recupero di uno dei luoghi più importanti dell’archeologia mondiale. Fondazione TIM ha aderito da subito al progetto di restauro e valorizzazione del Mausoleo di Augusto, impegnando complessivamente 8 milioni di euro, per ridare vita a quello che pensiamo sarà uno dei siti più visitati al mondo. È importante che anche mecenati privati collaborino a conservare e promuovere il patrimonio storico e culturale del Paese; è uno degli obiettivi della Fondazione TIM. Lo stiamo facendo mettendo a disposizione non solo denaro ma anche tecnologia: daremo a cittadini e turisti la possibilità di vivere una innovativa esperienza multimediale, che renderà ancora più affascinante e spettacolare la visita del Mausoleo”.
Fondazione Tim è nata nel 2008 come espressione dell’impegno sociale di Tim, per sostenere ambiti come l’inclusione sociale, l’istruzione e la ricerca, attraverso le nuove tecnologie e l’innovazione digitale. I suoi interventi all’interno del Mausoleo di Augusto, quindi, sono stati finalizzati a restituire visibilità e visitabilità a questo luogo, oltre a una migliore percorribilità e alla creazione apparati multimediali.
A partire dall’installazione permanente sulle cesate del cantiere, un racconto per immagini che si estende per circa 300 metri lineari sui lati est, nord e ovest: lungo il recinto si trovano testi e figure color oro su fondo nero che narrano della vita di Augusto e del Mausoleo nelle varie ere storiche. Inoltre, dodici pannelli in stampa lenticolare aggiungono dinamismo e tridimensionalità al racconto. L’intera installazione è immersa in un’atmosfera musicale con brani attinti dal periodo dell’Auditorium Augusteo. Un percorso esterno che permette al visitatore di apprendere tutto ciò che c’è da sapere sul sito in modo coinvolgente e creativo, semplicemente passeggiando attorno al suo perimetro.
Un altro importante intervento di Fondazione Tim è stato l’illuminazione notturna del Mausoleo, che si attiva ogni giorno a partire dal crepuscolo, animando il monumento attraverso 55 corpi a led di varie dimensioni dalla luce modulabile in vari colori e creando immagini suggestive. Fondazione Tim ha anche realizzato un sito web dedicato interattivo e innovativo, con il supporto di immagini in tecnologia 3D, per scoprire tutto su questo patrimonio dell’antichità anche da casa. Ancora una volta, lo sviluppo digitale è stato uno dei tasselli fondamentali nell’intero progetto, con produzioni messe a disposizione dalla direzione Brand Strategy, Media & Multimedia Entertainment di Tim guidata da Luca Josi.
Un lavoro riconosciuto a livello internazionale tramite l’assegnazione di vari premi: per il sostegno al recupero del Mausoleo di Augusto, infatti, Fondazione TIM ha vinto il Corporate Art Awards, mentre per il sito www.mausoleodiaugusto.it si è aggiudicata il Site of the day, il Favourite Website Award, il CSS Design Awards e il Webby Awards.
Il Mausoleo di Augusto è il più grande sepolcro circolare del mondo antico, con un diametro di quasi 90 metri e un’altezza massima conservata di 17 metri (che si ipotizza arrivasse a 45 metri nell’assetto originario). Il monumento, collocato in prossimità della riva del Tevere, fu edificato per volontà dello stesso Augusto a partire dal 28 a.C., con l’intenzione che potesse essere visibile da gran parte della città. Dopo aver accolto le sepolture di numerosi imperatori e familiari, nel III secolo cambia la sua destinazione d’uso, ricoprendo diverse funzioni attraverso le epoche: dapprima fortilizio della famiglia Colonna, poi cava di marmo e di materiali preziosi per nuove costruzioni, giardino monumentale, locanda, arena per corride e rappresentazioni pirotecniche, fino a teatro di prosa e Auditorium all’inizio del Novecento.
Durante il regime fascista, fu recuperato in occasione delle celebrazioni per il bimillenario della nascita di Augusto: per volere di Mussolini, l’Auditorium e altre costruzioni di epoca medievale e rinascimentale edificate attorno al monumento, furono abbattute con l’intenzione di riportare l’area alla sua conformazione più antica.
Dopo la guerra l’intera piazza perde tutta la sua aura, diventando uno snodo trafficato nel centro della città privo di valorizzazione. I recenti lavori di riqualificazione hanno riportato in auge 13.000 metri quadrati di muri – dei quali quasi la metà risale all’epoca augustea – tenendo conto delle stratificazioni della storia, dalle murature costruite in età medioevale e rinascimentale al restauro degli anni 30 del ‘900.

Fonte: www.artribune.com, 11 apr 2021

MILANO. Le opere di Mario Mafai alla Pinacoteca di Brera.

La collezione della Pinacoteca di Brera a Milano si amplia con 22 opere di Mario Mafai (Roma, 1902-1965), grazie alla donazione fatta nel 2018 dall’ing. Aldo Bassetti, collezionista e ex presidente degli Amici di Brera, che è stato recentemente sostituito da Carlo Orsi.
mafai 2Un significativo nucleo di opere a cui è stata dedicata un’intera parete della sala 18 del museo. Le fantasie di Mafai costituiscono una denuncia nei confronti degli orrori provocati dal nazifascismo: dipinti di matrice espressionista realizzati tra e il 1939 e il 1944 che raffigurano massacri, grida e violenze perpetrati nei confronti degli ebrei e di tutti coloro considerati ostili al regime. Una collezione a cui Aldo Bassetti è legato profondamente poiché richiamano esperienze traumatiche da lui vissute in gioventù.
ALDO BASSETTI, MARIO MAFAI E GLI ORRORI DEL FASCISMO
mafai 3Aldo Bassetti aveva appena 14 anni quando fu chiamato a riconoscere il cadavere di sua zia Lotte Froehlich Mazzucchelli, vittima della strage dell’Hotel Meina sul Lago Maggiore nel 1943: in quell’albergo soggiornavano 16 ebrei, che furono identificati durante una retata tedesca, trattenuti per alcuni giorni in una stanza e infine uccisi e gettati con zavorre nel lago. “Un’esperienza che ha cambiato completamente la mia sensibilità morale, politica e sociale. Ecco allora che Mafai diventa un simbolo della mia vita”, afferma il collezionista. “Il mio acquisto e il mio regalo hanno un significato strettamente politico”, prosegue. “Questi lavori rappresentano un uomo Mario Mafai, che come artista aveva avuto la priorità di descrivere le tristezze e le infamie dei campi di concentramento. Qui c’è il mio pensiero… un pensiero antifascista. Io desidero che si conosca quanto è accaduto nella storia, affinché sia ricordato per sempre”.
PINACOTECA DI BRERA ANTIFASCISTA
mafai 4Del resto, lo stesso Mafai fu all’epoca con la sua famiglia sotto il mirino delle discriminazioni razziali: non a caso iniziò a dipingere Le Fantasie nel periodo del suo soggiorno a Genova, dove si era trasferito da Roma con la famiglia, nel 1939, per timore di ripercussioni nei confronti della moglie Antonietta Raphaël, ebrea, all’indomani delle leggi razziali del 1938. Con questa donazione, la Pinacoteca vuole quindi affermare il suo ruolo di promozione culturale e antifascista, capace di agire nel proprio tempo presente, riflettendo sul passato in virtù della costruzione del futuro, continuando a informare e a formare coscienze.
MARIO MAFAI DIVENTA UN DOCUMENTARIO SU BRERA+
mafai 5Il progetto, a cura di Alessandra Quarto e Marco Carminati, diventerà un documentario fruibile dal 29 marzo sulla piattaforma Brera Plus+, un servizio offerto dalla Pinacoteca braidense per fidelizzare il proprio pubblico: si tratta di un abbonamento che sostituisce il biglietto di ingresso e permette di tornare più volte nel corso di un anno, e accedere inoltre a tutta la programmazione digitale del museo. Le opere esposte verranno in seguito trasferite a Palazzo Citterio, futuro Brera Modern, dove entreranno a far parte della collezione di arte moderna. “Questa è una occasione per iniziare a celebrare la generosità e la sensibilità dei donatori che hanno contribuito ad arricchire le collezioni del museo”, ha affermato James Bradburne, direttore della Pinacoteca di Brera e della Biblioteca Nazionale Braidense. “Il 2021, attraverso una serie di appuntamenti, renderà omaggio ai donatori di Brera”.

mafai 6Autore: Giulia Ronchi

Fonte: www.artribune.com, 28 feb 2021

Info:
https://pinacotecabrera.org/

mafai 7

Cos’è il mecenatismo. Intervista con Elisa Bortoluzzi Dubach e Chiara Tinonin.

È un libro importante quello che Elisa Bortoluzzi Dubach e Chiara Tinonin hanno dato alle stampe alla fine del 2020. Importante per chi ha necessità e desiderio di costruire un dialogo aperto ed efficace con i filantropi. Importante però anche per la luce che porta su una serie di stereotipi e pregiudizi. Come quello, legittimo ma semplicistico, che Milena Gabanelli ha ribadito sul Corriere della Sera qualche giorno fa. Proprio da questo spunto siamo partiti nell’intervistare le autrici.
mecenate 2La filantropia è storicamente una strategia del potere economico per guadagnare rispettabilità sociale e orientare la politica. È quanto scrivono Milena Gabanelli e Francesco Tortora nell’articolo pubblicato nella rubrica Dataroom del Corriere della Sera il 20 gennaio. Vorrei partire proprio da questa critica massimalista e chiedervi: quali sono i rischi reali e attuali di ingerenza della filantropia nella politica? In altre parole: è possibile distinguere una sana filantropia dal filantrocapitalismo più freddo e calcolato (soprattutto dal punto di vista fiscale) e dal paternalismo filantropico?
Per rispondere concisamente, dobbiamo focalizzare tre punti.
Il primo: la filantropia è un’attività umana che si muove nello spazio della volontà e delle libertà personali.
Il secondo: nel tempo si è consolidata come un fenomeno globale con specificità del tutto locali.
Il terzo: l’attività delle fondazioni e quella dei mecenati non sono coincidenti. Sono due segmenti diversi con alcune aree di sovrapposizione. Osservare le polarità della filantropia e farne una regola è un esercizio che non restituisce la complessità del fenomeno e riduce l’effettiva capacità delle persone di orientarsi in un settore che in molti contesti è ancora poco trasparente. La filantropia poggia su uno scambio che è, nella maggior parte dei casi, un trasferimento di denaro, anche se oggi vediamo aumentare interventi filantropici che includono scambi di beni immateriali come il know-how e la condivisione di reti.
Soffermiamoci sul denaro.
Nella misura in cui le elargizioni dei mecenati non coinvolgono le competenze centrali degli Stati ma sono a supporto delle iniziative delle istituzioni pubbliche, e concertate con gli stakeholder di riferimento, queste ultime non sono problematiche da un punto di vista democratico. Tuttavia, ogni volta che dei compiti fondamentali dello Stato vengono trasferiti al settore privato, sono indispensabili un intenso dibattito e una valutazione politica approfondita. Come mostrano i risultati di questo dibattito in vari Paesi, si può arrivare a conclusioni molto diverse fra loro.
Parliamo dell’“oligopolio”.
La concentrazione di grandi patrimoni nelle fondazioni può costituire di per sé una minaccia per la democrazia, soprattutto se i filantropi cominciano a esercitare un’influenza duratura sulla politica? È assolutamente legittimo porsi la questione, ma ogni società deve rispondere da sola a questa domanda e affrontare le conseguenze corrispondenti. La situazione americana non è sovrapponibile a quella italiana, la nostra filantropia ha caratteristiche diametralmente diverse. Per ridurre i rischi, occorre che la filantropia diventi un tema di discussione stabile all’interno delle istituzioni democratiche e lavorare per una maggiore collaborazione tra Stato, mercato e Terzo Settore, affinché gli interventi siano concertati e sinergici.
FILANTROPI, MECENATI, GENEROSITÀ
Facciamo un passo indietro. Il vostro libro si intitola La relazione generosa. E, poiché si tratta di un libro su filantropi e mecenati, il primo pensiero è che la generosità sia soltanto quella espressa dai donatori. E invece c’è addirittura un paragrafo dal titolo La generosità del richiedente. Ci spiegate di cosa si tratta?
In questo libro sfatiamo molti miti sul mecenatismo, in primis la posizione diciamo “subalterna” di chi cerca una donazione rispetto a chi la elargisce. Secondo il nostro punto di vista, l’artista o il professionista del Terzo Settore che necessita di supporto per realizzare il proprio progetto sta soprattutto offrendo al mecenate l’opportunità di entrare in contatto ravvicinato con un universo di valori e di significati, e di pratiche, di cui non avrebbe modo di godere altrimenti. L’atto di donare è legato alla soggettività dell’individuo, alla sua personalità e storia di vita. Per questo motivo ci siamo tanto soffermate sulla dimensione relazionale del mecenatismo, chiamando all’appello la psicologia, l’economia comportamentale e le neuroscienze.
Qual è la differenza tra donazione e sponsorizzazione? Vi pongo questa domanda pensando ad esempio alle “donazioni” che alcuni artisti, anche dal nome altisonante, effettuano a “beneficio” degli spazi pubblici, e che le pubbliche amministrazioni spesso accettano con la disarmante motivazione che “non costano nulla”. Il problema, al di là del valore artistico o meno dell’opera donata, mi pare risieda nel fatto che qui si tratta piuttosto di sponsorizzazioni, di ricerca di visibilità da parte dei donatori, e che manchi totalmente il dialogo sia con la politica che con la comunità.
Vi è una differenza normativa e di contenuto. La sponsorizzazione è un contratto a prestazioni corrispettive: tendenzialmente dietro compenso economico, un’azienda acquisisce visibilità nel supportare un’iniziativa artistico-culturale, di utilità sociale o sportiva. La donazione, invece, è un atto spontaneo e personale che in alcuni casi può anche essere influenzato da un atteggiamento opportunistico o autocelebrativo da parte del donatore, ma ricordiamo che dall’altra parte ci sono centinaia di mecenati che donano nell’anonimato. Osserviamo, poi, che c’è una crescente attenzione da parte dei mecenati alle ricadute delle proprie scelte filantropiche sulla collettività. Si guarda sempre di più ai risultati dei progetti finanziati e, anche in un campo immateriale e simbolico come quello artistico-culturale, vi è una crescente tendenza a definire indicatori che misurino l’impatto sociale degli interventi.
“La concentrazione di grandi patrimoni nelle fondazioni può costituire di per sé una minaccia per la democrazia, soprattutto se i filantropi cominciano a esercitare un’influenza duratura sulla politica?”
Mi ha colpito la ripetuta sottolineatura, da parte vostra, del fatto che il filantropismo non è democratico e che la donazione è arbitraria. Sono affermazioni “forti”, che però aiutano a definire il ruolo del mecenate, che si colloca – o meglio, che si dovrebbe collocare – accanto e non in sostituzione del mercato e della politica, in un’ottica collaborativa e non competitiva.
Riteniamo questo un punto fondamentale. Quando scriviamo che la filantropia non è democratica, intendiamo che non funziona secondo la regola della maggioranza/minoranza.
Il mecenate dispone del proprio denaro in modo arbitrario, soggettivo e personale, non secondo il desiderio dei più. Perché senza libera scelta non c’è generosità. Ancora una volta, questa non va intesa come una limitazione, ma come un vero punto di forza. Il mecenate esercita una libertà creativa attraverso l’elaborazione di una visione personale, e che si traduce tanto nel sostenere l’esistente, quanto nell’immaginare il possibile e nel creare le condizioni perché venga a esistere. La storia della filantropia ci mostra come questa autonomia non debba essere guardata in modo antitetico rispetto ai bisogni di una comunità, al contrario: in molti casi sono stati proprio i filantropi a intervenire in modo innovativo nella risposta a emergenze sociali. Dalla prima biblioteca pubblica di Roma promossa da Ottavia, sorella di Augusto, alla prima fondazione ospedaliera di Berna, l’Inselspital di Anne Seiler del 1354, al lavoro nelle carceri femminili di Giulia Colbert di Barolo nella Torino ottocentesca. Gli esempi sono innumerevoli, ma parlano tutti di forza di volontà, impegno per gli altri, intelligenza e grande capacità di visione.
NON PROFIT E FUNDRAISING
Spesso le piccole organizzazioni non profit hanno una scarsa consapevolezza di sé, e non parlo soltanto di accountability. La necessità del fundraising, e quindi di costruire rapporti trasparenti e duraturi con i filantropi, può aiutare retroattivamente ad acquisire quella consapevolezza? Magari “sbattendoci il naso”, ovvero: non ottenere donazioni proprio a causa della mancata consapevolezza di sé può convincere le organizzazioni non profit a dedicare più tempo alle attività interne e istituzionali – attività che inizialmente erano magari considerate solo perdite di tempo?
Entrare in relazione con un mecenate significa compiere un grande esercizio di valutazione e di autovalutazione: quali sono i valori reali che il progetto tocca e quali i messaggi che veicola? Chi beneficerà del progetto e per quanto tempo? Ci si attende un cambiamento a raggiungimento dello scopo del progetto? Come verrà misurato? Chi partecipa al progetto e con quali competenze? Queste sono solo alcune domande-chiave di un processo di analisi e narrativo che La relazione generosa affronta in dettaglio. L’obiettivo ultimo è certamente arrivare a una piena consapevolezza di chi si è e di che cosa si fa e si progetta di fare: solo questo permetterà di trovare il mecenate giusto e costruire con lui una relazione produttiva e felice.
“Entrare in relazione con un mecenate significa compiere un grande esercizio di valutazione e di autovalutazione”.
Ho trovato particolarmente interessante, nell’ambito del Moves Management, la parte dedicata alla stewardship e al caso particolare della “sindrome rancorosa del beneficato”. Anche in questo caso, siete riuscite a ribaltare la prospettiva dalla quale abitualmente si guarda al fenomeno del dono, sottolineando come il beneficato – singolo o organizzazione – talora infici la relazione con il donatore a causa di una sorta di complesso di inferiorità più o meno esplicito. Ci spiegate meglio questa dinamica e questo rischio?
La fase di stewardship, che potremmo un po’ sbrigativamente definire come il momento in cui si ringrazia il mecenate per la donazione ricevuta, è la fase che si trascura più facilmente, anche se è quella che influisce maggiormente sulla possibilità di donazioni successive. Ci sono casi, però, in cui il ringraziamento non avviene per un motivo preciso: chi ha ricevuto la donazione la considera come un atto dovuto, e addirittura sviluppa un sentimento di rigetto verso chi ha supportato il progetto con denaro. Questo avviene per svariati motivi, tra cui l’incontro di personalità troppo antitetiche fra loro e la scarsa capacità di adottare una visione distaccata del progetto da parte del suo creatore. La psicologa Parsi di Lodrone ha codificato questa condizione come una “sindrome rancorosa”. Noi crediamo che ci siano diversi modi per evitare di cadere in questo problema, come investire di più nei processi di indagine interna ed esterna per valutare attentamente il proprio grado di predisposizione verso la relazione con un mecenate; affidarsi a consulenti e organizzazioni intermedie; investire nell’acquisizione di nuove competenze in materia filantropica, finalizzate a trovare il giusto equilibrio e distacco per le attività di raccolta fondi.
Torniamo infine alla relazione generosa. Il libro insiste sull’importanza della relazione: da quella fra donatore e beneficato, in senso biunivoco, a quella fra mecenati, politica e mercato, a quella fra organizzazioni, comunità e filantropi, fino all’importanza delle relazioni costruttive che si possono e si devono instaurare fra organizzazioni e fra mecenati. In quest’ultimo caso, pensavo alle attività della rete delle Fondazioni per l’Arte Contemporanea italiane. In questo contesto, l’attività di lobbying può essere produttiva e consigliabile in un’ottica sistemica e di lungo periodo, pur sempre affiancata alle attività di breve-medio periodo?
Certamente sì. Le crisi economiche, come quella del 2008 e quella che ci attende nello scenario post-pandemico, impongono tagli alla cultura nella spesa pubblica e anche le risorse che provengono dai privati sono gestite sempre più in maniera attenta e mirata. In questi giorni Cicerchia e Montalto hanno analizzato su La Voce i primi dati relativi agli effetti della crisi sanitaria sull’occupazione nel settore culturale: “In Italia […] il settore culturale ha perso il 10,5% delle posizioni lavorative. […] Si tratta del peggior calo registrato, dietro a quello del settore turistico”. Non solo non è più tempo per un eventuale sperpero di risorse, ma sarà la capacità di fare sistema a fare la differenza. Siamo persuase che proprio lo slancio, la creatività, la capacità di generare visioni saranno le colonne portanti del cambiamento che verrà.

Pubblicazione:
Elisa Bortoluzzi Dubach e Chiara Tinonin – La relazione generosa. Guida alla collaborazione con filantropi e mecenati
Franco Angeli, Milano 2020 – Pagg. 188, € 23
ISBN 9788835107644 – www.francoangeli.it

Autore: Marco Enrico Giacomelli

Fonte: artribune.com, 1 feb 2021

PARMA. Nuova Pilotta. La Biblioteca Palatina svela al mondo i suoi manoscritti greci.

Il Complesso della Pilotta è orgoglioso di annunciare che uno dei tesori della Biblioteca Palatina di Parma, i 35 manoscritti greci realizzati tra il X e il XVIII secolo, da oggi sono messi a disposizione degli studiosi e degli appassionati di tutto il mondo.
Ci fa piacere ricordare che dietro la pubblicazione on line si cela un lavoro scientifico ed un progetto culturale che ha richiesto anni di studi specialistici, interventi tecnici di alto livello e collaborazioni prestigiose, riunendo, accanto alla Palatina e all’Università di Parma, partner del progetto, tre realtà di gran livello: la Chiesi Farmaceutici spa, nella persona del dottor Alberto Chiesi, la Dallara spa, nella persona del dottor Andrea Toso e la ditta Memores di Firenze, nella persona del dottor Gennaro Di Pietro. Chiesi Farmaceutici e Dallara spa hanno garantito i fondi per la digitalizzazione dei preziosi manoscritti, mentre Memores si è occupata dei passaggi tecnici imprescindibili per la pubblicazione delle immagini dei manoscritti.
“Questa nuova apertura al mondo è – evidenzia Simone Verde, direttore del Complesso museale statale parmense – un segno di come stiamo realizzando la Nuova Pilotta: non un fortino chiuso di sapere per pochi, ma una piattaforma dove i saperi vengono condivisi, con gli utenti e visitatori locali ma anche con coloro che a Parma non possono venire ma che vogliono conoscere i tesori incredibili della nostra Città. Ovunque essi siano”.
Massimo Magnani, professore di Lingua e Letteratura Greca dell’Università di Parma, è il responsabile scientifico del progetto, oltre che curatore del convegno di studi sui manoscritti greci della Palatina, realizzato in Biblioteca nel novembre del 2019. Il lavoro è stato svolto in collaborazione con la Direzione della Biblioteca Palatina.
La pubblicazione è avvenuta in “Internet Culturale”, portale di accesso al patrimonio delle biblioteche pubbliche e di prestigiose istituzioni culturali italiane, curato dall’Istituto centrale per il Catalogo Unico delle biblioteche italiane e per le informazioni bibliografiche (ICCU). L’indirizzo da cui è possibile accedere alla collezione è http://www.internetculturale.it/it/41/collezioni-digitali/29848/: ogni singolo manoscritto può essere visualizzato, sfogliato, ingrandendo le pagine o particolari di pagina. Il dettaglio dell’immagine è altissimo, permettendo anche di cogliere il dettaglio fisico delle pergamene o delle carte sulle quali i testi sono stati scritti. La “esplosione” delle miniature, per altro bellissime, consente di percepire particolari che l’occhio umano non riuscirebbe a rilevare.
Ma cosa è stato messo a disposizione del mondo? A questa, che è la domanda fondamentale, risponde la direttrice della Palatina, dottoressa Paola Cirani. “Si tratta – afferma la studiosa – dell’intera raccolta di manoscritti greci della nostra biblioteca. Opere preziose e di enorme interesse, imprescindibili per studiosi di diverse discipline. 11 di essi provengono dal Fondo Palatino, nato dalla raccolta iniziata a Lucca dai Duchi di Borbone, che riunirono manoscritti acquistandoli da importanti collezioni private, come quella dei tre cardinali della famiglia Buonvisi. Uno dei pezzi più preziosi è il Ms. Pal. 5, sontuoso Tetraevangelo, datato intorno all’anno Mille.
Altri 24 manoscritti appartengono al Fondo Parmense, dove si trovano grazie all’opera di Paolo Maria Paciaudi (1710-1785), primo bibliotecario della Palatina, e di Giovanni Bernardo de Rossi (1742-1831), artefice della raccolta di quel fondo ebraico di manoscritti e stampati, che rende unica a tutt’oggi la Biblioteca. Tra i tesori di questo fondo vi è il Rotolo in pergamena (Ms. Parm. 1217/2), riunito con altri tre in una custodia, arricchita dallo stemma impresso in oro di Ferdinando di Borbone, oltre all’Etimologico di Simone Grammatico, opera di valore inestimabile.”

Info:
http://www.bibliotecapalatina.beniculturali.it
Ufficio Promozione Culturale e Comunicazione
Complesso Monumentale della Pilotta
dott.ssa Carla Campanini E. carla.campanini@beniculturali.it T. +39 0521 220420
Annalisa Scimia E. annalisa.scimia@beniculturali.it T. +39 0521 220424
In collaborazione con Studio ESSECI, Sergio Campagnolo www.studioesseci.net
Rif: Simone Raddi gestione2@studioesseci.net +39 049663499

UDINE. Digitalizzato il Codice Florio della Divina Commedia: ora è a disposizione degli studiosi.

Uno dei più preziosi manoscritti conservati nella Biblioteca Florio dell’Università di Udine, il codice della Divina Commedia datato fra il XIV e il XV secolo, noto agli studiosi come Codice Florio, dal 17 dicembre, in vista del centenario della morte di Dante (1321-2021), sarà a disposizione dei ricercatori di tutto il mondo grazie alla copia digitale consultabile su Teche.uniud (https://teche.uniud.it), la biblioteca digitale dell’Ateneo di Udine.
Un passo importante se si considera che, negli ultimi due secoli, il Codice è stato maneggiato concretamente da pochi ricercatori o è stato per lo più consultato mediante riproduzioni fotografiche non eccellenti. La digitalizzazione del Codice potrà facilitare la consultazione e la tutela di questo documento. Si aprono, così, nuove prospettive per far luce su alcuni importanti interrogativi ancora aperti: dove fu trascritto, l’epoca e la strada attraverso cui giunse in Friuli prima di arrivare nelle mani dei Florio, ma anche quale fu il suo ruolo nel quadro più generale della storia e della cultura locale.
Il Codice Florio digitale è stato presentato in un incontro online, aperto a tutti. La presentazione verrà resa disponibile online anche su PlayUniud (www.uniud.it/playuniud), il canale YouTube dell’Università di Udine dedicato alla divulgazione scientifica.
Il Codice Florio è parte del patrimonio della Biblioteca Florio, costituita dai fratelli Daniele e Francesco Florio nel corso del Settecento, che comprende oltre 13 mila volumi a stampa – la gran parte dei secoli XV-XVIII, ma molti anche dei secoli XIX-XX, che rispecchiano il meglio della cultura settecentesca italiana ed europea – e alcuni preziosi manoscritti tre-quattrocenteschi, cui si aggiungono i classici greci e latini e la poesia arcadica, oltre a opere di storia naturale, di archeologia e di agronomia.
La Biblioteca è riconosciuta fra le dieci biblioteche di interesse regionale presenti in regione e costituisce uno dei più cospicui e preziosi patrimoni storico-culturali del Friuli Venezia Giulia. Con le sue eleganti originali scaffalature lignee e parte della quadreria, la Biblioteca Florio fu donata nel 2013 all’Università di Udine dal professor Attilio Maseri. Da allora ha ritrovato la sua collocazione nel contesto originario del palazzo di residenza dei Florio, oggi sede dell’Ateneo.
La biblioteca digitale di Ateneo “Teche.uniud” è un progetto che vuole far conoscere il materiale bibliografico, archivistico, documentario e fotografico conservato nelle Biblioteche dell’Ateneo. Attraverso la digitalizzazione e messa a disposizione degli studiosi di ogni parte del mondo, l’obiettivo è anche quello di valorizzare collezioni, pezzi unici e materiali che raccontano la storia dell’Università di Udine. Inoltre, permette di accedere, direttamente o da remoto, a banche dati, e-journals e e-books sottoscritti dall’Ateneo.

Fonte: www.messaggeroveneto.gelocal.it, 15 dic 2020

FRANCOFORTE (D). 22mila opere dello Sta¨del Museum di Francoforte sono online e scaricabili gratuitamente.

Negli ultimi mesi abbiamo assistito a iniziative promosse da istituzioni culturali di tutto il mondo finalizzate alla promozione del patrimonio attraverso le piattaforme digitali, un modo per combattere il lockdown. Al di là dell’emergenza sanitaria, già da qualche anno i musei lavorano alla digitalizzazione delle collezioni, mettendole così a disposizione di studiosi, docenti e appassionati. Tra queste iniziative rientra quella recentemente lanciata dallo Sta¨del Museum di Francoforte: l’istituzione tedesca ha reso disponibili più di 22mila opere nella propria collezione per il download gratuito con la licenza Creative Commons CC BY-SA 4.0. Questa licenza consente a chiunque lo voglia di riprodurre e condividere le immagini, di utilizzarle ed elaborarle per qualsiasi scopo, a condizione che lo Städel Museum sia citato nei crediti.
st_presse_rembrandt_1639-331x420Tra le 22mila opere della collezione digitale dello Sta¨del Museum di cui è possibile effettuare il download gratuito ci sono il Ritratto di Simonetta Vespucci (1480 circa) di Sandro Botticelli, il Cane sdraiato sulla neve di Franz Marc (1911 circa), l’Uomo sdraiato sotto un albero in fiore (1903) di Paula Modersohn-Becker, l’Autoritratto appoggiato su un davanzale di pietra (1639) di Rembrandt, il Geografo di (1669) Jan Vermeer. Inoltre, i metadati di base delle opere di pubblico dominio, ad esempio i titoli e le tecniche, e le informazioni più approfondite come tag e fonti iconografiche, sono disponibili al pubblico tramite un’interfaccia OAI (Open Archives Initiative) e sotto la licenza CC0 1.0. Ciò permette il collegamento incrociato con altri database di immagini e piattaforme di ricerca.
“Una parte sostanziale della collezione dello Städel Museum è ora liberamente accessibile tramite la licenza Creative Commons e l’interfaccia OAI”, dichiara il direttore del museo Philipp Demandt. “Ciò rappresenta un passo importante verso la più ampia fruizione dei beni culturali e il dinamico scambio internazionale di conoscenze. Rendendo le opere d’arte dello Städel scaricabili attraverso la nostra collezione digitale, abbiamo aperto la strada a una ricerca su vasta scala e approfondita di 700 anni di arte”.

st_presse_vermeer_1669-377x420Autore: Desirée Maida

Info: www.staedelmuseum.de

Fonte: www.artribune.com, 27 set 2020