Archivi categoria: Legislazione

Alessandro FERRETTI (Soprintendenza Regionale per i beni e le attività culturali dell’Umbria): Il codice dei beni culturali.

Il primo maggio 2004 ha segnato una data fondamentale per la tutela dei beni culturali del nostro Paese. Per la prima volta, dopo anni e anni di interventi normativi, il legislatore ha deciso di realizzare un vero e proprio Codice dei beni culturali (d. lgs. n. 42/2004). Il provvedimento è stato accompagnato, prima ancora di venire ad esistenza per l’ordinamento giuridico, da polemiche di carattere allarmistico, che hanno provocato disagio e malumore tra i cittadini, tanto da far pensare – e, diciamolo subito, erroneamente – addirittura a vendite incontrollate di monumenti storici nazionali o ad una dismissione generalizzata del patrimonio pubblico culturale.

In realtà, questo pericolo non sussiste, o quantomeno non è questa la situazione a rischio, che dovrebbe provocare allarme tra i cittadini, semmai altre sono le difficoltà che potrebbero presentarsi nell’applicazione delle norme del Codice e che devono essere tenute presenti ai fini di un efficace controllo della materia.

Procedendo con ordine, era davvero necessario adottare un Codice per la tutela dei beni culturali? Il quesito non è di poca importanza ove si rifletta sul fatto che pochi anni fa – nel 1999, con il d. lgs. n. 490 – è stato adottato un Testo Unico, diretto a riorganizzare l’intera materia. Ci si può chiedere perché il legislatore ha preferito procedere alla redazione di un codice, invece che alla revisione del Testo Unico.

La risposta è conseguente: adeguare la normativa sui beni culturali ai dettami imposti dalla revisione del Titolo V della Costituzione, che ha innovato il riparto di competenze tra Stato e Regioni in materia di tutela e valorizzazione dei beni culturali, attribuendo la prima a livello centrale e la seconda a livello periferico.

In realtà – e questo è il primo mito da sfatare – parallelamente ad una serie di novità di rilievo contenute nel Codice permangono, in molti casi, le stesse norme che erano presenti nel precedente T.U. o in altra normativa di settore. Il legislatore delegato non ha innovato completamente la materia, limitandosi a razionalizzarla con alcune novità. Questa operazione poteva essere ben condotta anche con una revisione della normativa di settore, senza procedere ad una presunta codificazione, ingenerando nella collettività la falsa convinzione di una radicale riforma della regolamentazione esistente. Probabilmente, in questo modo, sarebbe stato anche minore l’allarme suscitato, basato più sulla apparenza della novità che sulla sua effettività.

Una vera novità, invece, è rappresentata dai primi articoli del provvedimento che forniscono per la prima volta tutta una serie di definizioni – fondamentali – per la materia. Si scopre così che anche il paesaggio fa parte del patrimonio culturale dello Stato, costituendo espressione dei valori storici, culturali, naturali e morfologici del territorio.

Si individua una sorta di prevalenza della tutela – garantire la protezione e la conservazione del bene culturale per fini di pubblica fruizione – nei confronti della valorizzazione – promuovere la conoscenza del patrimonio culturale ed assicurarne le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione pubblica – dovendo quest’ultima essere attuata in forme compatibili con la prima, senza pregiudicarne le esigenze.

Si riconosce in capo ai privati un vero e proprio obbligo di conservazione dei beni culturali di appartenenza. Si tratta di una responsabilizzazione del privato che è tenuto in prima persona ad intervenire nell’attività di tutela, ricevendo anche contributi dello Stato e sgravi fiscali.

E’ prevista la possibilità di dare in comodato il bene culturale a strutture museali statali che, pertanto, finiscono per togliere al privato ogni onere di custodia e di restauro del bene, seppur per un tempo limitato.

Un impulso importante è diretto alla possibilità di outsourcing, di esternalizzazione delle attività e dei servizi “culturali”, ai fini di garantirne una migliore efficienza, così come alla costituzione di fondazioni e al ricorso a strumenti contrattuali, come la sponsorizzazione, per valorizzare in modo adeguato il patrimonio culturale.

A fronte di tali novità, sicuramente positive, permangono dei dubbi, soprattutto a livello interpretativo, di alcune norme; dubbi che si sono rivelati dei veri e propri tormentoni, capaci di coinvolgere a tutto tondo l’attenzione della collettività.

Opinionisti ed esperti del settore – come ad esempio il Prof. Settis – pur apprezzando in generale l’intervento del legislatore per la sua azione di razionalizzazione della materia, ritengono che alcuni meccanismi normativi possano o debbano essere migliorati.

E’ il caso, ad esempio, di quel procedimento che prende il nome di verifica dell’interesse culturale dei beni demaniali, al quale, in buona sostanza, devono essere sottoposte >I>tutte le cose immobili e mobili appartenenti allo Stato, alle regioni, agli altri enti pubblici territoriali, nonché ad ogni altro ente ed istituto pubblico e a persone giuridiche private.

L’oggetto della critica non è tanto puntato sulle modalità attuative del procedimento, quanto sul limite temporale imposto dal legislatore e denso di conseguenze negative, che sono riassunte nella formula del “silenzio-assenso”. Nel caso in cui, dopo 120 giorni, dall’inizio del procedimento di verifica , l’Amministrazione non fornisca alcuna risposta in merito alla sussistenza dell’interesse culturale del bene, il silenzio sarà equivalente ad un esito negativo. Seguendo il ragionamento della critica appare chiaro che il verificarsi di questa evenienza non sembra prevedibile come del tutto isolata o episodica, considerata l’endemica carenza di personale delle Soprintendenze territoriali e l’immensità del patrimonio da sottoporre a verifica.

Sta di fatto che il richiamo operato dall’ultimo comma dell’art. 12 del Codice al decreto legge n. 269/2003 – che introduce il concetto di silenzio assenso appena delineato – rappresenta – a detta di alcuni esperti – una vera spada di damocle che il legislatore avrebbe fatto meglio a tenere fuori del sistema, al fine di evitare inutili imbarazzi interpretativi ed applicativi.

Un’ultima critica, infine, viene rivolta alla assenza della previsione di un adeguato periodo transitorio nel passaggio dal vecchio sistema al nuovo, che inevitabilmente può comportare difficoltà per chi quotidianamente è chiamato ad applicare le norme relative.

In conclusione, il Codice rappresenta una novità nel panorama della legislazione sui beni culturali che, a fronte di alcune innovazioni significative, necessiterà di un adeguato periodo di rodaggio per verificare eventuali punti di criticità da correggere nel tempo previsto dalla normativa, fissato in due anni dalla sua entrata in vigore.

Autore: Alessandro Ferretti

Fonte:Il Corriere dell’Umbria

Cinzia DAL MASO: I reperti recuperati sono detraibili dalle tasse.

Firmato un accordo tra costruttori edili e soprintendenze archeologiche per le antichità nel sottosuolo.

Ha tutta l’aria di essere un accordo epocale. Soprintendenza e costruttori uniti e non nemici, pronti a stabilire assieme regole di collaborazione. Per dire fine, una volta per tutte, all’incubo (per il costruttore) del “signor no” archeologo che blocca i lavori e impone gli scavi, e (per l’archeologo) al rischio di danni irreparabili ai nostri beni ancora nascosti. E’ accaduto il 7 aprile scorso nelle Marche, ad Ancona. Il soprintendente per i beni archeologici Giuliano De Marinis e il presidente della consulta regionale delle costruzioni Alfredo Mancinelli, si sono impegnati a promuovere assieme una proposta di legge che prevede sgravi fiscali e procedure più snelle per il costruttore che deve sostenere la spesa dello scavo archeologico. Un piccolo passo ma concreto. In un mare di anarchia, un vero far west.

Perché si sa, nel nostro Paese chi scava trova sempre un tesoro, non solo nei centri urbani ma un po’ ovunque nel “paesaggio storico” italico. Soprattutto da quando (qualche decennio) la moderna archeologia ha imparato a individuare anche le tracce più labili del nostro passato. Ha persino coniato dei termini ad hoc: “scavo di emergenza” se la scoperta archeologica avviene casualmente durante uno scavo del sottosuolo per fini edilizi, “scavo preventivo” se si eseguono indagini archeologiche preliminari alla costruzione. Quest’ultima sarebbe in realtà la procedura più corretta, che consente di programmare gli interventi ed evitare pericolosi blocchi a lavori edilizi già avviati. E, a dire il vero, il Codice Urbani la contempla, ma solo per i lavori pubblici. Per tutto il resto la legge italiana è ancora ferma al 1939: le scoperte archeologiche avvengono solo per scavi programmati di ricerca o casualmente, tertium non datur. Così, nei tanti piccoli interventi edilizi d’Italia, ognuno si arrangia come può. Spesso le soprintendenze usano l’arma del vincolo per imporre scavi preventivi. E anche quando i lavori edili cominciano senza indagine archeologica, oramai i costruttori sanno di dover prevedere tra i “rischi” la spesa di un eventuale scavo archeologico con conseguente dilatazione dei tempi di lavoro e a volte persino blocco definitivo. Ma non tutti sanno o possono affrontare tali spese a cuor leggero, e non è difficile immaginare che spesso i costruttori tacciono di ritrovamenti per non generare intoppi al loro lavoro. E chi esegue tali lavori? Le imprese di archeologia ormai pullulano, vista la grande richiesta, ma l’archeologia come libera professione non è riconosciuta né regolamentata in nessun dove.

La proposta di legge di matrice marchigiana vuole, in primis, ovviare ai problemi finanziari dei costruttori con lo strumento dello sgravio fiscale. Certamente un atto di correttezza. Stabilisce poi che gli scavi archeologici possono essere realizzati anche dall’impresa edile stessa, se si serve di personale specializzato (e comunque sotto l’imprescindibile direzione scientifica della soprintendenza). Per accelerare i lavori, ma chiarendo al contempo l’urgenza di un inquadramento della professione di archeologo. Pone dunque pochi paletti ma chiari. A prima vista persino troppo pochi, come commenta il soprintendente archeologo per l’Emilia Romagna Luigi Malnati, invitando a non perdere di vista il vero obiettivo dell’obbligo dell’indagine preventiva per tutti. “Tuttavia è un passo importante con buone prospettive di riuscita perché concepito nell’interesse reciproco”, osserva De Marinis. E comunque i due firmatari si sono impegnati a promuovere riflessioni e dibattiti sulla proposta ovunque nello stivale. Chiunque abbia a cuore il patrimonio culturale della penisola è invitato a pronunciarsi.

Autore: Cinzia Dal Maso

Fonte:Il Sole – 24 Ore

SILENZIO-ASSENSO? No problem.

Tutti sanno che dell’alienabilità dei beni culturali si parla da molti anni. Sicuramente dalle due Finanziarie del 1997 e 1999 (quest’ultima legge diede poi vita al regolamento n. 283/2000).

Il Codice Urbani conferma e rafforza la disciplina dei regolamenti perché:
a)individua i beni sottratti in modo assoluto alla possibilità di vendita, aumentando le tipologie di beni inalienabili già individuate dal regolamento del 2000. Infatti, a quelle già previste dal regolamento, sono state aggiunte quelle degli archivi e delle raccolte museali;
b)per i beni demaniali stabilisce che l’autorizzazione ministeriale possa essere rilasciata sole se dalla vendita non derivi danno alla loro conservazione, non risulti menomata la loro pubblica fruizione e nel provvedimento autorizzativo devono essere indicate le destinazioni d’uso compatibili con il carattere storico-artistico degli immobili e comunque tali da non recare danno alla loro conservazione;
c)il ministero con propri decreti fissa i criteri e le modalità di predisposizione degli elenchi di beni da sottoporre a verifica e la documentazione da inviare a corredo degli stessi. Per i beni demaniali dello Stato è previsto il concerto con l’Agenzia del demanio.

E ora il tormentone del silenzio assenso. A tutti, proprio tutti, è sfuggito che il regolamento del 2000 – considerato una specie di Magna Charta dell’inalienabilità dei beni culturali – all’articolo 9 recita testualmente che il Soprintendente regionale delibera sulla richiesta di autorizzazione con provvedimento espresso da adottarsi nel termine di centoventi, o addirittura di novanta giorni, dal ricevimento dell’istanza. Dunque il silenzio assenso era già presente nel sistema e, in qualche caso, era operativo dopo soli novanta giorni (articolo 8).

Ma si deve aver paura del silenzio assenso? Mi pare proprio di no. Infatti, l’istituto del silenzio assenso, espressamente, vale solo in via di prima applicazione; a regime, dunque, opereranno le sole disposizioni del Codice. La procedura assoggettata a termine riguarda i soli beni demaniali. Ne restano fuori, perciò, tutti gli altri beni pubblici, mobili e immobili, nonché i beni di soggetti privati senza fine di lucro (come, ad esempio, quelli degli enti ecclesiastici). Per tali beni, quindi, non si applica l’istituto del silenzio. Una consistente parte del patrimonio pubblico ha interesse storico-artistico già accertato da tempo e consacrato in documenti ufficiali depositati presso il ministero, come le schede di catalogazione e, in casi limitati, i decreti di vincolo. Un’altra parte non indifferente dello stesso patrimonio è di valore culturale solo perché risalente a oltre cinquanta anni: si pensi, ad esempio, a tutta l’edilizia economica e popolare degli anni 50. Tale regime di tutela presuntiva può essere eliminato attraverso una rapidissima istruttoria, così da consentire di perseguire, senza il minimo danno per il patrimonio artistico, le esigenze di acquisizione di risorse con la dismissione di tali cespiti. La verifica dell’eventuale interesse culturale impone la predisposizione degli elenchi e delle schede descrittive, secondo criteri e modalità da convenire con il ministero. Tale decreto, che sta per essere sottoscritto, contiene il modello di scheda che è necessario riempire. E’ sufficiente scorrere le voci che compongono la scheda per rendersi conto del grado di approfondimento delle conoscenze richieste per procedere alla valutazione dell’interesse culturale. Sarà quindi necessario che il bene sia accuratamente descritto sotto tutti gli aspetti (topografico, catastale, architettonico, storico, tipologia d’uso, presenza di elementi decorativi di pregio interni o esterni) e che sia trasmessa tutta la documentazione, anche fotografica, necessaria.

Chi pensa quindi che le scrivanie dei soprintendenti verranno invase da elenchi di immobili contenenti poco più che i nomi degli stessi, commette quindi un grossolano errore.

Ecco quindi una prima conclusione: l’alienabilità dei beni culturali pubblici è assistita da maggiori cautele e garanzie di quante non ne avesse nel procedimento previsto dal regolamento n. 283 del 2000.

E veniamo alla questione del paesaggio.

Nel sistema attuale alle commissioni edilizie dei comuni è stato affidato il compito di giudicare la conpatibilità paesaggistica dei singoli progetti presentati, di regola al di fuori di un quadro di riferimento complessivo in grado di dare razionalità alla valutazione. Con il crescere dell’estensione delle aree tutelate, si sono inevitabilmente accentuati il soggettivismo, per non dire l’arbitrarietà delle scelte, dando così anche impulso al ricorso all’abusivismo. Il risultato è davanti agli occhi di tutti. Di fronte a ciò, le Soprintendenze non hanno avuto a disposizione nient’altro che il potere di annullare l’autorizzazione per soli vizi di legittimità; ma ormai tutti dovrebbero aver capito che si tratta di un’arma spuntata, perché si tratta di una valutazione che non può entrare nel merito della compatibilità paesaggistica, interviene solo dopo il rilascio dell’autorizzazione, quando spesso le opere sono già state eseguite o comunque si sono consolidate le aspettative dei proprietari e determina quindi un notevole contenzioso (che vede il ministero spesso soccombente).Uno strumento, in sintesi, destinato a divenire sempre più ininfluente. Occorre perciò tentare di fare un salto di qualità.

L’obiettivo sta nella graduale trasformazione della portata dei vincoli, nel senso di arricchirli sempre più con i cosiddetti criteri di gestione, adatti alle caratteristiche paesaggistiche e alle esigenze di tutela e valorizzazione delle singole zone del territorio.

In questa prospettiva, il Codice Urbani conserva la possibilità per il ministero di imporre i vincoli nel caso in cui le commissioni regionali o gli assessorati competenti non provvedano; prevede l’elaborazione e l’adeguamento dei piani paesaggistici, dei quali per la prima volta viene indicato il contenuto minimo, attraverso la concertazione tra regioni e ministero; afferma più chiaramente la prevalenza dei piani paesaggistici sugli altri strumenti di pianificazione del territorio, a cominciare dai piani regolatori dei comuni.

Autore: Mario Torsello

Fonte:Il Sole – 24 Ore

TUTELARE IL PAESAGGIO? UN AFFARE.

I limiti del nuovo “codice dei beni culturali”.

Il nuovo “Codice dei beni culturali”, così battezzato facendo pensare a qualche tentazione napoleonica o giustinianea del ministro Urbani, è un insieme di norme per la tutela e la gestione delle “cose mobili e immobili di interesse artistico, storico, archeologico, archivistico e bibliografico”, nonché dei Beni paesaggistici. Questo codice, destinato a sostituire il testo unico del 1999 che raccoglieva e aggiornava le leggi del 1939, paternità Bottai, ha fatto parlare di sé dalla nascita. Ha però tardato ad arrivare alla pubblica conoscenza in forma definitiva. Si aspettava la firma del Presidente della Repubblica, arrivata ieri. Circolavano intanto indiscrete anticipazioni, si facevano commenti polemici. Più severi quelli di Italia Nostra, del Fai, del Wwf. Il professor Settis definiva il codice “ambiguo e confuso”, anche pericoloso. Erano i giorni dello scontro sulla “Patrimonio Spa” cui lo Stato avrebbe potuto cedere beni inalienabili. Però oggi Urbani sottolinea le note positive: bandita la possibilità di autorizzare “in sanatoria” (un mostro giuridico) e ritirata la depenalizzazione dei reati per abusi edilizi.

Le parti più discusse: quella sull’alienazione o vendita, non del Colosseo ma di qualche palazzo antico o di qualche lembo di costa, e quella sul paesaggio. Confine invalicabile: non possono essere venduti i monumenti nazionali, le aree archeologiche, le raccolte di musei, gli archivi. In determinati casi, qualora il Bene non rientri nella categoria vietata, la vendita può avvenire su autorizzazione del soprintendente, purché non ne derivino danni e siano indicate le destinazioni d’uso compatibili. Ad esempio, un castello non può diventare sede di un ipermercato. Nei centri storici è pericoloso l’articolo 21 che prevede la demolizione, subordinata ad autorizzazione del ministero.

La parte terza, Paesaggio, farà discutere per molto tempo. Anzitutto si specifica: “Una parte omogenea del territorio i cui caratteri derivano dalle interrelazioni della storia umana e della natura”. Paesaggio antropizzato, modellato e vissuto dall’uomo, non soltanto paesaggio naturale allo stato più o meno vergine. Sono dunque beni culturali le dune di Buggerru e di Is Arenas in Sardegna o le Dolomiti, ma anche le colline della Val d’Orcia, i vigneti e gli uliveti del Chianti, le colline umbre e marchigiane, quelle venete tra Padova e Treviso. Anche le coste liguri, con i relativi borghi collinari, come Cervo. L’articolo 136 è esplicito: sono di notevole interesse pubblico le “cose immobili aventi cospicui caratteri di bellezza naturale”, le ville, i giardini e i parchi, i centri storici, gli antichi castelli, i villaggi e i borghi.

Il codice prevede anche la tutela per legge di tutti i territori costieri fino a 300 metri dalla battigia, dei territori contermini ai laghi, dei fiumi e torrenti, delle montagne nella parte eccedente i 1600 metri sul mare per la catena alpina e i 1200 metri per la catena appenninica. Dei ghiacciai, dei parchi e delle riserve nazionali e regionali, delle zone umide, dei vulcani, delle zone archeologiche. L’elenco, ripreso dalla legge Galasso, è seguito dall’obbligo per le Regioni di darsi il piano paesaggistico, con previsioni di sviluppi urbanistici ed edilizi compatibili, tali da non diminuire il “pregio paesaggistico” del territorio. Due o tre palazzine con autorimesse diminuiscono il pregio paesaggistico di un parco? Sappiamo come andarono le cose con i piani territoriali delle Regioni, quando e dove vennero fatti. Difficile credere al giudizio di compatibilità, anche se alla redazione dei piani paesaggistici dovrebbero partecipare le associazioni di tutela.

I proprietari di aree comprese nell’elenco e quindi tutelate per legge devono sottoporre alla Regione o all’ente locale delegato (il Comune) i progetti delle opere che intendono eseguire. L’ente trasmette la richiesta alla Soprintendenza e questa deve dare il proprio parere entro trenta giorni. Facile immaginare come questo possa avvenire col personale e con i mezzi a disposizione. Il Comune finirà con autorizzare tutto, ignorando il parere della Soprintendenza.

Rimane il potere del ministero di impedire che si eseguano lavori senza autorizzazione (fatto che non dovrebbe mai avvenire, neppure sulla carta). La Regione può anche ordinare la sospensione dei lavori qualora “pregiudichino il Bene”. Siamo fermi alla discrezionalità di qualche funzionario chiamato a decidere se c’è danno oppure no. Funzionario inevitabilmente soggetto a pressioni, spaventato dall’idea di opporsi a qualcosa che ha il favore dell’amministrazione locale, che promette lavoro e ricchezza. Si tratta della lottizzazione di un giardino o di un parco, o di un’ultima area coltivata.

Il vecchio sistema faceva acqua. Lo denunciavamo da decenni. Ma una sua riforma avrebbe richiesto anzitutto il potenziamento delle Soprintendenze, dotandole di persone e di mezzi almeno per controllare quel che avviene sul territorio. Richiede anche un quadro di indirizzi culturali per la loro azione. Richiede infine il superamento del vecchio antagonismo tra conservazione e valorizzazione, o sviluppo (idea che serpeggia nel Codice, affidando la valorizzazione alle Regioni). Come se conservare significasse sempre rinuncia e mortificazione. Eppure basti pensare a un caso classico: Portofino. Perfettamente conservata vale un tesoro, anche in termini di mercato.

Altri paesi l’hanno capito. In Francia (si di ripetermi ma è utile) opera il Conservatoire National du Littoral: acquista con denaro pubblico isole e isolette, tratti di costa, dalla Bretagna alla Provenza e alla Corsica. Così l’isola di Porquerolles è stata sottratta ai “promoteurs” e la foresta arriva fino alle spiagge, con un successo turistico fuor di misura. Salvati Cap d’Antibes e la costa occidentale corsa. Ma da noi non ci sarebbero i soldi, così si dice. In Gran Bretagna 1508 chilometri di coste, dalla Scozia a Sud, sono stati conservati allo stato di natura grazie ai “conservation agreements” con enti locali e proprietari privati (accordi fondati su incentivi fiscali e finanziari). In Svezia hanno preferito la politica dura dei divieti, netti: vietato costruire qualsiasi cosa entro trecento metri dalla riva del mare. Così si sono conservate le mille isole dell’arcipelago di Stoccolma, una meraviglia della natura, paradiso per gli abitanti della capitale. Ma da noi c’è il terrore del divieto, pur salutare e indispensabile se vogliamo davvero salvar qualcosa.

Autore: Mario Fazio

ROMA: Come siamo caduti in basso: ormai solo lo 033% ai beni culturali

Mentre condono più silenzio-assenso espongono il nostro patrimonio a possibili speculazioni, la Finanziaria 2004 destina ai beni culturali 2,2 milioni di euro, lo 0,33% delle risorse di Bilancio.

Vendita più facile per gli immobili di valore culturale: la trappola non si annida tra le pieghe della prossima Finanziaria ma nel provvedimento d’urgenza varato dal Governo per rilanciare l’economia e correggere i conti pubblici. I due provvedimenti solo formalmente sono indipendenti avendo il legislatore stabilito che era utile e giusto ricondurre entro i confini originari i contenuti della Finanziaria. Ha perciò deciso di prevedere una serie di interventi in un decreto a sé stante, noto ormai come decretone (DL n. 269/2003), il cui iter procede parallelo all’approvazione della legge finanziaria e ne è, di fatto, il motore.

Nel decretone è finito di tutto, dal ritorno dei cervelli in Italia alla difesa del salame doc, dal condono edilizio ai beni culturali. Si tratta di una serie di misure che dovrebbero permettere al Governo di far cassa iß svendere pezzi importanti del nostro patrimonio paesaggistico e artistico-culturale. L’articolo 27 impone, infatti, alle Soprintendenze la verifica dell’interesse artistico, storico, archeologico ed etnoantropologico dei beni mobili e immobili appartenenti allo Stato, alle Regioni, alle Province, ai Comuni e ad altri enti pubblici. Si tratta di beni attualmente sottoposti a tutela, in base all’articolo 2 del Testo Unico e che, a breve, potrebbero essere derubricati, perdere cioè il loro carattere di beni culturali, essere «sdemanializzati» (se appartenenti allo Stato) e posti sul mercato per essere venduti.

Ciò che solleva maggiori critiche, anche da parte di esponenti della maggioranza, sono i tempi ristrettissimi assegnati a ogni fase del procedimento: emanazione del decreto ministeriale contenente i criteri in base ai quali l’Agenzia del Demanio dovrà comporre gli elenchi e le schede descrittive di ciascun bene, invio di elenchi e schede alle competenti Soprintendenze regionali che li passeranno, poi, alle Soprintendenze competenti per settore che dovranno istituire la pratica, dare il proprio parere affinché a livello regionale si possa completare l’iter. Di fatto, le Soprintendenze avranno appena 60 giorni a disposizione, un tempo ristrettissimo che diventa proibitivo in quelle realtà dove esiste una carenza di organico. Per quanto riguarda invece i beni culturali degli Enti locali, spetterebbe a questi ultimi richiedere la valutazione dell’interesse culturale. A peggiorare la situazione era poi giunto un emendamento (fortunatamente bocciato in Senato) che prevedeva il principio del silenzio-assenso in caso di non completamento dell’iter da parte delle Soprintendenze. Con esso si stabiliva una pericolosa inversione di prospettiva e si dava per scontato che il bene non avesse valore culturale se non per espressa dichiarazione degli organi competenti. Il principio risultava ancora più rischioso se applicato ai beni mobili con collezioni museali che avrebbero potuto essere smembrate, e singoli pezzi essere venduti con conseguenze, di fatto, irreversibili. L’emendamento che introduceva il silenzio-assenso aveva scatenato furibonde polemiche all’interno della stessa compagine governativa. Il ministro Urbani aveva preso carta e penna e scritto a Berlusconi per dichiararsi “assolutamente contrario”, quello per l’Ambiente, Altero Matteoli, aveva chiesto, perentoriamente, il ritiro dell’emendamento. Nella polemica si era inserito anche un piccolo giallo: il relatore, Ivo Tarolli, senatore Udc, “padre” dell’emendamento incriminato, aveva dichiarato di averlo presentato su sollecitazione del Ministro dell’Economia, il quale smentiva categoricamente. Tale, comunque, è stata l’ampiezza delle proteste contro il silenzio-assenso che l’emendamento ha vissuto solo pochi giorni per essere poi bocciato in Commissione Bilancio, al Senato, con soddisfazione di maggioranza e opposizione. Ma anche se il peggio è stato scongiurato (salvo sorprese dell’ultima ora), resta intatto il senso della misura proposta con l’art. 27 del decretone, che mette a rischio di svendita la grande ricchezza dell’Italia minore fatta di edifici storici, rocche, forti e che, combinandosi con le norme (anch’esse presenti nel decretone) sul condono edilizio, prefigurano un Paese esposto ai venti di ogni possibile speculazione. Che cosa succederà, ad esempio, di quei terreni di interesse archeologico su cui il privato ha eretto un abuso edilizio? Il ministro Urbani ha dichiarato in Commissione Cultura del Senato che non c’è da preoccuparsi perché risulterebbero esclusi dal condono gli interventi realizzati su beni culturali vincolati e sulle aree con vincolo di inedificabilità assoluta mentre ai Soprintendenti spetterebbe una sorta di «diritto di veto» sugli abusi da condonare. Ma ogni timore è lecito. Né le norme previste dall’art. 32 del medesimo decreto per la riqualificazione urbanistica, ambientale e paesaggista conseguenti all’abusivismo edilizio potranno fare gran che per raddrizzare il timone.

La portata di queste disposizioni è molto ampia, e, a giudizioni di molti, è grave che il Governo abbia scelto la strada della decretazione d’urgenza in materie così delicate (il decreto è in vigore dal 3 ottobre e attende la conversione in legge). Tutto ciò fa impallidire lo strumento della Finanziaria che rischia di rivelarsi, quest’anno, un guscio quasi vuoto.

Unico articolo di rilievo contenuto nel documento finanziario, relativamente ai beni culturali, riguarda il blocco del turn over e la proroga di un anno dei contratti di lavoro a tempo determinato (art.11) che mantiene il personale in una condizione di costante precarietà. Anche il blocco del turn over assume caratteri di maggior rigidità e non prevede più la deroga a favore degli addetti con compiti di tutela dei beni culturali come è avvenuto lo scorso anno.

Quanto alle risorse destinate al dicastero dei Beni culturali per l’anno finanziario 2004, esse ammontano, in termini di competenza, a 2.180.219 milioni di euro pari allo 0,33 per cento delle risorse finanziarie iscritte nel disegno di legge di Bilancio con un modestissimo aumento (meno di 33 milioni di euro) ripartito tra spese in conto capitale e correnti mentre si contrae la voce relativa a interventi a favore di enti pubblici e privati.

Autore: Vichi De Marchi

Fonte:Il Giornale dell’Arte

AOSTA – Pronto il «condono edilizio» regionale

L’ultima giunta regionale del 2003 ha varato la nuova disciplina in materia di «riqualificazione urbanistica, ambientale e paesaggistica e di definizione degli illeciti nel territorio della Valle d’Aosta».

Il disegno di legge, che dovrebbe andare all’esame dell’assemblea legislativa entro febbraio, è stato proposto e illustrato dall’assessore al Territorio Alberto Cerise. «Questo disegno di legge – ha detto Cerise – vuole essere un primo, di certo non esaustivo, tentativo di affrontare i problemi ambientali presenti sul territorio regionale mediante, da un lato, una compiuta e organica disciplina di riordino degli illeciti e degli abusi edilizi di modesta entità e, dall’altro, mediante la promozione e la realizzazione di interventi di riqualificazione e sviluppo ambientale, urbanistico e paesaggistico, anche in un ottica di valorizzazione turistico-culturale e nel rispetto del principio di sviluppo sostenibile».

L’approvazione della legge statale 24 novembre 2003 n. 326 aveva aperto in Valle d’Aosta un dibattito sul condono edilizio. La discussione si era concretizzata in una proposta di legge del gruppo dell’Arcobaleno che in due soli articoli chiedeva in sostanza che «in Valle d’Aosta la legge 326 non trovasse applicazione in virtù della competenza primaria regionale in materia urbanistica» e in una mozione approvata, senza il voto del gruppo della Casa delle Libertà, nell’ultimo Consiglio regionale del 2003.

«Il provvedimento approvato dall’esecutivo – ha detto l’assessore Cerise nell’illustrare il disegno di legge – è molto più restrittivo rispetto alle norme statali e ammette al condono alcuni abusi di modesta entità, che nelle aree vincolate devono essere conformi con gli strumenti urbanisti, e esclude la possibilità di sanatoria amministrativa per gli illeciti aventi maggiore impatto ambientale e paesistico». Otto gli articoli del disegno di legge per «definire mediante sanatoria amministrativa gli illeciti edilizi e sviluppare, riqualificare e valorizzare i beni artistici, ambientali e paesaggistici situati nel territorio regionale».

Il divieto generale di sanatoria è sancito dall’articolo 2: «Non è ammessa la sanatoria di interventi urbanistici o edilizi abusivi, ad eccezione di quanto previsto dall’articolo 84 della legge regionale 6 aprile ’98 n. 11 (normativa urbanistica e di pianificazione territoriale della Valle d’Aosta)». I casi per i quali non è consentita sanatoria sono contemplati dall’articolo 3 e comprendono «le zone A di Prg (Piano regolatore generale), i siti di importanza comunitaria, le aree all’interno delle zone E di Prg qualificate di particolare pregio paesaggistico, ambientale, naturalistico o di particolare interesse agricolo, i beni dichiarati monumento nazionale, i beni culturali isolati, gli edifici censiti come ”documento” nei Prg».

La parte propositiva della nuova normativa inizia con l’articolo 5, che disciplina le iniziative «per la prevenzione di situazioni di alterazione dell’equilibrio ambientale e paesaggistico, il ripristino ambientale e paesaggistico completo da realizzarsi anche attraverso l’ammodernamento delle urbanizzazioni e dell’arredo urbano, il riordino di insediamenti esistenti e il riuso di aree dismesse o degradate». Nel disegno di legge è prevista anche la «predisposizione di un Piano degli interventi in concerto con i Comuni e le Comunità montane». La legge per il 2004 ha una dotazione di 50 mila euro, che serviranno per la preparazione del Piano, mentre per gli anni successivi verranno destinati agli interventi 350 mila euro annui.

Fonte:La Stampa

URBANI: IL CODICE DEI BENI CULTURALI DIFENDE I TESORI ITALIANI

Di fronte alla crescente complessità nello sviluppo del territorio italiano e al cambiamento del quadro istituzionale con la modifica del Titolo V della Costituzione – ha spiegato il ministro per i Beni e le Attività Culturali, Giuliano Urbani – è stato necessario aggiornare le norme riguardanti la tutela del patrimonio culturale e paesaggistico nazionale, risalenti al 1939.

Il codice, con una decisa semplificazione legislativa, fornisce uno strumento unico e certo per difendere e promuovere il tesoro degli italiani, coinvolgendo gli enti locali e definendo in maniera irrevocabile i limiti dell’alienazione del demanio pubblico, che escludera’ i beni di particolare pregio artistico, storico, archeologico e architettonico’. Il cardine attorno al quale ruota il Codice e’ l’art. 9 della Costituzione, in forza del quale la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

All’interno del ‘patrimonio culturale nazionale’. Ma da oggi cosa cambia? ‘La riforma del Titolo V della Costituzione – ha spiegato Urbani – ha distinto l’attivita’ di tutela da quella di valorizzazione, cosa che, dal punto di vista scientifico, non appare giustificata e, dal punto di vista amministrativo, crea non pochi problemi.

Soprattutto essa ha, in una certa misura, amputato la stessa funzione di tutela, sottraendole quell’insieme di attivita’ che della tutela stessa rappresentano lo sbocco necessario: si individua, si protegge e si conserva il bene culturale affinche’ possa essere offerto alla conoscenza ed al godimento collettivi.

Il codice, quindi, ha avuto l’arduo compito di ricomporre la materia sulla base dei nuovi equilibri costituzionali. E’ stata ricercata una soluzione equilibrata prevedendo – ha proseguito il ministro – in primo luogo, ampi margini di cooperazione delle regioni e degli enti territoriali nell’esercizio dei compiti di tutela; dall’altro, distinguendo concettualmente la fruizione dalla valorizzazione propriamente detta e privilegiando, nell’esercizio di entrambe le funzioni, il modello convenzionale: Stato, regioni ed enti locali agiscono sulla base di programmi concordati con l’obiettivo di costituire un sistema integrato di valorizzazione’.

Per quanto riguarda, in particolare, la funzione di tutela, si e’ tenuto conto della necessita’ di assicurare sull’intero territorio nazionale un’azione il piu’ possibile coerente e rispondente ad una logica unitaria di intervento, in modo da non creare, in un settore cosi’ delicato, frammentazioni e disparita’.Si e’ inoltre individuato nel Ministero il titolare ‘naturale’ delle funzioni sopradette, prevedendo tuttavia la possibilita’ che il relativo esercizio avvenga anche attraverso il conferimento, sulla base di appositi atti di intesa e coordinamento, di specifici settori di attivita’ in primis alle regioni e in via subordinata anche agli enti locali, quando cio’ risponda ad una piu’ puntuale ed opportuna applicazione dei principi di sussidiarieta’ e differenziazione. Di pari passo sono state meglio definite le nozioni di ‘tutela’ e di ‘valorizzazione’, dando loro un contenuto chiaro e rigoroso e precisando in modo univoco il necessario rapporto di subordinazione che lega la valorizzazione alla tutela, cosi’ da rendere la seconda parametro e limite per l’esercizio della prima. Con questo provvedimento si e’ comunque ritenuto di confermare in capo alle regioni a statuto ordinario l’ambito oggettivo delle attribuzioni ad esse precedentemente conferite in via di delega, concernente quella parte dei c.d. ‘beni librari’. Relativamente ai beni culturali di proprieta’ privata, con il codice si e’ colta l’occasione per prevedere una forma di ‘giustiziabilita” interna della dichiarazione di interesse culturale.Lo strumento del ricorso amministrativo consente all’Amministrazione di riappropriarsi di una funzione di controllo di merito sui propri provvedimenti. In tal modo, si e’ offerta ai destinatari di un provvedimento di dichiarazione l’opportunita’ di far emergere elementi nuovi o non sufficientemente valutati o per far rilevare eventuali vizi dell’atto, soprattutto sotto il profilo tecnico. Il codice ha preso spunto dalla possibilita’ di affidare beni archivistici in temporanea custodia all’Amministrazione, al fine di estenderla ad ogni tipologia di bene culturale.Constatato che lo strumento del deposito non e’ del tutto idoneo allo scopo, si e’ ritenuto che per l’affidamento di beni culturali privati a strutture museali statali, fosse piu’ adatto l’istituto civilistico del comodato. Il codice disegna inoltre la nuova disciplina dell’alienabilita’ dei beni culturali di proprieta’ pubblica, affermando che il principio che i beni culturali appartenenti al demanio dello Stato e degli altri enti pubblici territoriali non possono essere alienati o formare oggetto di diritti a favore di terzi se non nei modi previsti dallo stesso codice, in modo da riportare unita’ e chiarezza nella disciplina di settore.Sulla base di tale principio si e’ quindi provveduto ad individuare un nucleo di beni culturali demaniali sottratti in modo assoluto alla circolazione. Il codice opera inoltre una modifica sostanziale della disciplina del controllo sulle autorizzazioni paesaggistiche, oggi soggette all’annullamento ministeriale (per soli motivi di legittimita’). ‘Dopo oltre sessanta anni dalle leggi Bottai del 1939 sulle cose d’arte e sulle bellezze naturali, – ha dichiarato il Ministro Urbani – con il Codice dei beni culturali, per la prima volta, e’ stata tentata una risistemazione aggiornata (e non solo compilativa come e’ invece avvenuto per il Testo Unico del 1999) del corpus normativo sui beni culturali. Il rispetto per l’impianto fondamentale della tradizionale disciplina dei vincoli in tema di beni culturali in senso stretto non ha impedito l’introduzione di importanti riforme dei singoli istituti.Sono inoltre stati introdotti nuovi modelli di gestione e di valorizzazione capaci di coniugare al meglio le esigenze prioritarie della tutela con una visione moderna del bene culturale, inteso anche come risorsa. Per quanto riguarda il paesaggio, e’ stata operata una vera rivoluzione copernicana che permettera’ di superare l’empasse amministrativa dovuta al continuo conflitto con le istanze regionali e locali di pianificazione del territorio. Si giunge cosi’ ad una pianificazione e gestione del paesaggio in accordo con le realta’ territoriali, ma pur sempre capace di salvaguardare gli straordinari caratteri culturali dei paesaggi italiani come patrimonio identitario dell’intera collettivita’ nazionale’.

Autore: Redazione

Fonte:CulturalWeb

PERCHE’ E’ IMPORTANTE DISCUTERE DI UNA LEGGE CHE MODIFICA LA 266/91 SUL VOLONTARIATO

Nessun dubbio che 12 anni sono tanti per una società cambiata e per la crescita e qualitativa – di allora – del volontariato organizzato.

E’ cambiato il 5° titolo della Costituzione, introducendo più forti poteri regionali e – esplicitamente – i valori di sussidiarietà e solidarietà; e lo scenario è cambiato per la presenza di altre leggi con le quali il volontariato ha a che fare. Il mondo del volontariato, autoconvocandosi nell’aprile del 2002, pose all’Osservatorio e al Governo una serie di proposte. Il colloquio volontari – ufficio del Ministro è proseguito alla conferenza di Arezzo (ottobre 2002) e poi c’è stata una interruzione di dialogo fino alla presentazione di un testo nel luglio di quest’anno da parte del Ministero, che ha subito diverse variazioni proposte dal documento promosso dal “gruppo per il volontariato” riunito presso il Forum Permanente del Terzo Settore al quale anche noi e i Centri di Servizio abbiamo collaborato, e in più tempi.

Si è giunti così al progetto di legge presentato il 17 settembre scorso dal Governo all’Osservatorio profondamente rinnovato, e poi a ulteriori modifiche del 29 ottobre e del 5 novembre.

Quest’ultimo testo è stato presentato dalla Sottosegretaria Grazia Sestini agli “stati generali del volontariato” – Roma, 8 novembre 2003; un testo certamente modificato in relazione ai precedenti, ma sul quale rimangono molti elementi di perplessità e contrarietà.

Circa i principi di partecipazione democratica e di gratuità delle cariche (3 bis), viene riproposto un meccanismo di deroghe concesse dal Ministro, che lascia ampi spazi di discrezionalità.

Inoltre l’attuale proposta (art. 5) non salvaguarda sufficientemente il volontariato come azione gratuita che si attua, non nel mercato della gestione dei servizi, in concorrenza con altre forme di impresa sociale, ma come azione di relazione, di cittadinanza attiva, di prossimità che contribuisce a rispondere ai bisogni più profondi delle persone. Le entrate economiche delle organizzazioni debbono essere finalizzate al sostegno delle azioni necessarie a qualificare, organizzare, tutelare l’azione gratuita del volontario. Le entrate che invece compensano l’azione del volontario, come prestazione professionale, compromettono l’essenza della gratuità del volontariato e ne limitano l’azione di prossimità, di tutela dei diritti, di autonomia e sperimentazione. E si è abolita (vedi art. 10 /266) la qualificazione del volontariato, come co-progettazione, inventività, quando si accorda con le istituzioni. E’ necessario invece che la legge ribadisca con fermezza che le istituzioni promuovano l’effettiva partecipazione del volontariato, a livello nazionale e locale, alla programmazione dell’intervento e delle politiche sociali.

Tra le possibilità di entrate economiche delle organizzazioni collegate alle prestazioni del volontari, all’articolo 5 scompare la possibilità esplicita di utilizzo dei vaucher ma rimane la possibilità di accedere ad “ogni altra entrata finalizzata al raggiungimento degli scopi di cui all’articolo 1”. E quindi non limitata all’esclusione di quelle entrate che costituiscono in qualche modo per l’organizzazione un compenso per le prestazioni effettuate dai volontari, ricomprendendo quindi la possibilità di accesso ai vaucher e ad altri compensi in cambio di gestione di servizi. Pur rimanendo salda la gratuità delle prestazioni del singolo volontario, con queste modifiche e con quella dell’utilizzo di “entrate” anziché “rimborsi” alla voce “convenzioni” (art. 5 lett. 7), appare il rischio di considerare l’azione del volontariato come prestazione di attività remunerabile all’organizzazione, e non come attività da sostenere rimborsando le spese necessarie all’organizzazione per esistere e per permettere, qualificare, organizzare, tutelare l’azione gratuita del volontario. Oltre allo snaturamento delle caratteristiche extra mercato del volontario, queste aperture rischiano di alimentare un conflitto con le componenti del terzo settore. Rimangono forti contrarietà per il limitato riconoscimento dell’esperienza dei Centri di Servizio che, grazie all’impegno delle associazioni e alla collaborazione con le Fondazioni di origine bancaria, hanno sostenuto il volontariato, in attuazione del principio di sussidiarietà previsto dall’art. 118 della nostra Costituzione.

Così come non è accettabile il capovolgimento di ruolo e compiti tra questi e i Comitati di Gestione oltre ad una riduzione dei fondi che rischia di limitare la capacità di lavoro dei Centri.

Infatti:

-a) all’attività dei CSV verrebbe destinato per legge il 60% del fondo totale previsto oggi dalla 266/91;
-b) ai Comitati di Gestione verrebbe dato il ruolo i gestire il 40% per finanziare progetti delle organizzazioni di volontariato (art. 15) il necessario riconoscimento della collaborazione nei Comitati di Gestione con le regioni e gli enti locali, con le Fondazioni di origine bancaria, deve avvenire in una chiara distinzione dei ruoli tra gestione e controllo, salvaguardando il ruolo di gestione e di indirizzo sulle scelte di sostegno al volontariato e di lavoro sociale che non può che essere proprio del volontariato, il soggetto effettivamente competente in materia. Il volontariato rischia così di essere privato del suo ruolo di indirizzo che oggi esercita in quanto i Centri di Servizio sono per legge (art. 15 della legge 266/91) gestiti dal volontariato organizzato, che così sceglie in autonomia il suo sviluppo e il suo futuro.

La proposta di legge assegna la gestione di una parte significativa del fondo ad organismi (Comitati di Gestione) dove la maggioranza è delle fondazioni di origine bancaria e con una presenza significativa di Regioni ed Enti locali (Art. 15). I Comitati di Gestione svolgerebbero così contemporaneamente i ruoli di controllo, regolazione del sistema e di indirizzo e vera e propria “gestione” dei servizi.

Suscita dubbi la definizione del Comitato di Gestione come “ente di natura privatistica” (perché comprende oltre le “private” fondazioni ex bancarie e i volontari, rappresentanti del governo, delle Regioni, degli Enti locali); e ulteriore perplessità è suscitata dal fatto che per il Comitato di Gestione che gestisce il 40% dei fondi non si prevedono organismi di controllo, mentre l’attività di sostegno economico ai progetti di volontariato svolta dai CSV è soggetta, giustamente, all’approvazione preventiva e al controllo dei Comitati di Gestione.

Disponibilità a rivedere la normativa, anche con particolari aspetti che riguardano i Centri di Servizio e i Comitati di Gestione (finora inseriti nel D.M. 21.XI.91 e successive modifiche) nei loro rapporti di competenza ed economici sono stati illustrati, e l’approfondimento di questo argomento, insieme agli altri, è d’obbligo.

Al ricevimento di questi, nonostante la sua ovvia difesa dell’ultimo testo consegnato, la sottosegretaria Sestini si è detta “aperta” per continuare a riflettere sulle proposte da parte del volontariato e anche in vista del dibattito parlamentare che (essendo presentato un disegno di legge di 90 deputati dell’Ulivo – atti Camera deputati 3148) dovrà vedere un rapporto sereno in sede parlamentare che abbia un unico scopo: – una legge che non mortifichi, ma valorizzi il volontariato italiano che è, sì, erogatore di servizi, ma non solo: è difensore dei diritti, soprattutto dei più deboli, crescita della solidarietà, ed esige il rispetto della propria specificità; sono i valori che non cambiano in un mondo che appare averne sempre più bisogno.

Info: http:/www.centrovolontariato.it

Autore: Maria Eletta Martini

Fonte:Centro Nazionale del Volontariato di Pisa