Archivi categoria: Beni da salvare

MiC. la nuova campagna per destinare l’8×1.000 al patrimonio culturale.

“C’è un patrimonio da portare alla luce, c’è un patrimonio da tutelare, c’è un patrimonio da restaurare, c’è un patrimonio da studiare, e c’è un patrimonio che continua a sorprendere. È il tuo patrimonio culturale”.
È questo il testo dello spot istituzionale realizzato dal Ministero della cultura per invitare gli italiani a destinare l’8×1.000, il 5×1.000 e il 2×1.000 alla tutela e valorizzazione del patrimonio artistico ed alle attività delle associazioni culturali.

Il video è disponibile a questo indirizzo: https://cultura.gov.it/destinazionecultura.

Per destinare l’8×1.000 dell’IRPEF ai Beni culturali, il contribuente deve apporre la propria firma nel riquadro dedicato allo Stato e scrivere il codice 5.
Per destinare il 5×1.000 dell’IRPEF alle attività di tutela, promozione e valorizzazione dei Beni culturali e paesaggistici, il contribuente deve apporre la propria firma nel riquadro corrispondente e, se preferisce, indicare anche il codice fiscale di uno specifico soggetto beneficiario.
Per destinare il 2×1.000 dell’IRPEF a favore di una delle Associazioni culturali, il contribuente deve apporre la propria firma nel riquadro indicando il codice fiscale del soggetto beneficiario. La scelta deve essere fatta esclusivamente per una sola delle Associazioni beneficiarie riportate qui: https://www.governo.it/it/articolo/pubblicazione-degli-elenchi-della-associazioni-culturali-ammesse-e-non-ammesse-al-riparto#documenti)
Maggiori informazioni sull’8×1.000, il 5×1.000 e il 2×1.000 sul sito dell’Agenzia delle Entrate: https://www.agenziaentrate.gov.it/portale/web/guest/scelte-8-5-e-2-per-mille-irpef-2021/infogen-scelte-8-5-e-2-per-mille-irpef-2021

NAPOLI. Maschio Angioino: dai sotterranei emerge un tesoro d’arte dimenticato da decenni.

Era dimenticato da decenni, nei sotterranei di Maschio Angioino a Napoli, un prezioso patrimonio di circa 400 dipinti (ma anche sculture, parti di arredamento), ritrovato per caso grazie a dei sopralluoghi effettuati a novembre 2020 per verificare se fossero avvenuti allagamenti e danni a seguito del maltempo. Ciò che i tecnici del Comune hanno rinvenuto, una volta scesi nel piano che si trova sotto al calpestio del cortile, sono state opere di Luca Giordano, Paolo De Matteis, Jacopo Cestaro, Giacinto Diano, Francesco De Mura, Giuseppe Bonito, Agostino Beltrano, Giacinto Diano, Onofrio Avellino e altri pittori appartenenti alla scuola napoletana, molte di queste in grave stato di deterioramento. Particolarmente significativo è stato il ritrovamento di una Madonna del Rosario e Santi Domenicani di Luca Giordano, larga 4 metri e alta 2,64 metri, che sarà prossimamente sottoposto a restauro con lo scopo di essere esposto, appena possibile, nel Museo di Castel Nuovo.
Al momento del ritrovamento sono stati prontamente avvertiti il sindaco Luigi De Magistris, il Comune e la Soprintendenza, intervenuta per mettere in sicurezza le opere, catalogarle e valutarne le condizioni. La collezione entrerà naturalmente a far parte del patrimonio del Comune – una speciale commissione tecnica è stata incaricata per stimarne l’esatto valore – che nel frattempo ha stanziato 150mila euro per i primi interventi.
Ma come è possibile, ci si domanda, che un nucleo di tale importanza sia finito nel dimenticatoio, abbandonato in un luogo tutt’altro che appropriato? I documenti stilati a seguito delle ispezioni parlano di opere “custodite in inadeguati depositi”, constatando “il degrado del patrimonio artistico custodito nei depositi in pessime condizioni di Castel Nuovo”.
L’ipotesi più probabile è che la collocazione del tesoro d’arte nei sotterranei di Maschio Angioino sia avvenuta nel 1980 a seguito del Terremoto dell’Irpinia. In quell’occasione il Comune, in accordo con la Soprintendenza, prelevò le numerose opere della collezione civica dai loro edifici, affidandole ai musei cittadini per metterle al riparo da furti e ulteriori danni. Le opere furono distribuite in varie sedi, come Capodimonte, Palazzo Reale, Palazzo San Giacomo e infine al Maschio Angioino, dove sarebbero state dimenticate del tutto. Una strategia che, messa in atto per tutelare il patrimonio, ha finito per rivelarsi ancora più dannosa.

Autore: Giulia Ronchi

Fonte: www.artribune.com, 1 mag 2021

Michele SANTULLI. Cataldi e Biondi alla Galleria Nazionale di Roma.

Quante volte abbiamo informato il lettore delle peripezie che per anni hanno afflitto la grandiosa scultura dei ‘Saturnali’ di Ernesto Biondi (†1917) collocata, sin dagli inizi del 1900, nel chiostro di sinistra della Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma. Peripezie autentiche in quanto fino ad una certa epoca, gli anni ‘cinquanta del Novecento, la scultura era nel suo posto ben curata e mantenuta come le altre opere d’arte della Galleria: era così particolarmente significativa che i due corridoi ad angolo retto che scandiscono il chiostro si chiamavano Galleria dei Saturnali e, mi sembra di ricordare, Corte dei Saturnali.

Leggi tutto nell’allegato: CATALDI E BIONDI ALLA GALLERIA NAZIONALE DI ROMA

Autore: michele@santulli.eu

Michele SANTULLI. Amleto Cataldi, lo scultore di Roma … umiliato.

Amleto Cataldi (1882-1930) alla sua epoca considerato uno dei punti di riferimento di eccellenza del Novecento Europeo, è lo scultore di Roma: infatti nessun artista è rappresentato nella Città Eterna da tante opere quanto Cataldi, sia nelle due Gallerie d’arte Nazionale e Comunale, sia nei palazzi istituzionali, sia in giro per la città.
Nella scultura europea del primo Novecento già ai suoi tempi lo scultore ciociaro veniva collocato in posizione apicale e preminente. Ma avviene anche per Cataldi quanto avviene per altri personaggi: non sono profeti in patria, non li si capisce, quindi li si accantonano. Per esempio al Palazzo del Quirinale si trova una sua opera di altissima qualità, donata dai partigiani al Presidente Saragat nel 1966 per i suoi meriti nella Resistenza Italiana: si sarebbe ritenuto normale che il visitatore del Quirinale la incontrasse nel suo percorso di visita, invece l’Arciere, questo è il nome dell’opera, alta cIrca 190 cm, in bronzo, non si incontra: in alcune riprese televisive si è visto che questa prestigiosa opera d’arte è sistemata attualmente in una rientranza dello scalone che porta alla cucina, visibile dunque solamente, è già una consolazione, ai camerieri e ai cuochi dei fortunati inquilini del palazzo.
Tre o quattro anni fa il Comune di Roma Capitale, dietro iniziativa dello scrivente, si avvide del torto arrecato al grande artista avendolo totalmente ignorato nel proprio stradario cosicché, recepita la doglianza, Roma Capitale quasi quale ammenda intestò a ‘Largo Amleto Cataldi’ lo spazio più pittoresco e più spettacolare della Città Eterna: il Pincio a Villa Borghese, a pochi metri dalla Casina Valadier, a qualche diecina di metri da Palazzo Medici!
Infatti qui si leva una delle sue opere più ammirate: la Fontana della Ciociara, fino ad oggi erroneamente nota come l’Anfora. Ora è successo che, così dicono, ‘un colpo di vento’ abbia infranto la tabella di marmo sulla palina di sostegno, mandando la targa in frantumi! E’ passato più di un anno e le autorità cittadine fino ad oggi sono state ignare al riguardo e il nome è rimasto solo nello stradario cittadino. In realtà a mio avviso, deve essersi trattato di un ‘vento’ alquanto bizzarro e malizioso perché delle decine di targhe segnaletiche nelle vicinanze ha infuriato solamente sulla targa di Cataldi! Le autorità responsabili come pure i carabinieri con una denuncia, sono stati da tempo investiti del fatto.
A Via dei Delfini, in Ghetto, sotto il balcone della palazzina dove abitava il poeta celebre di Roma Giggi Zanazzo, Amleto Cataldi realizzò una edicola con il volto del poeta ed a fianco due putti, uno con la lira simbolo della poesia e della musica e l’altro… senza nulla! Anche qui qualche specie di ‘vento’ deve avergli tolto dalla mano il simbolo artistico che inizialmente lo individuava. E lo stato di fatto perdura tale da anni!
Il ‘Monumento agli studenti della Sapienza caduti in guerra’ realizzato da Amleto Cataldi, che si leva a pochi metri dalla scala di accesso alla Facoltà di Giurisprudenza, fu inaugurato nel 1920 dal re in persona e dal presidente del Consiglio dell’epoca, Salandra, e dalle autorità accademiche della Sapienza: un fatto dunque del massimo significato oltre che prestigioso riconoscimento del valore artistico dell’opera: oggi si presenta allo sguardo dell’osservatore ricoperto di ossidazione e con la scritta del basamento illeggibile: cioè da allora fino ad oggi mai curato e mai ripulito! Gli avvocati, e il loro Ordine, così sensibili e attenti… quale occasione ancora persa, per un atto di munificenza e di mecenatismo, da pochissimi soldi in verità, tra l’altro! Per ridare splendore al monumento e onore a loro stessi…
Alla Galleria Nazionale a Valle Giulia di opere del Cataldi ve ne sono cinque: nelle sale non se ne vede nessuna, da anni! sicuramente giacciono nel deposito, per far posto, si perdoni la polemica, alle… vacche impiccate!
E’ visibile solo la ‘Portatrice d’Acqua’ ma fuori del Museo, sotto il finestrone del Caffè della Galleria.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

FABRIANO (An). Chiesa del Crocifisso abbandonata.

La chiesa del Crocifisso di Fabriano, in via delle Fontanelle è ormai abbandonata da tanti anni. Paolo Panfili, presidente Associazione per la Tutela e Valorizzazione del Centro Storico, riaccende i riflettori su questo luogo storico, a due passi dalle vecchie cartiere e chiede al Comune di attivarsi presso la Soprintendenza. Da tempo si sollecita l’intervento delle autorità competenti per avviare un serio progetto di recupero di un luogo tanto caro ai fabrianesi.
“E’ un miracolo che non sia ancora crollata”. Conserva un affresco di Giovanni Loreti, nonno del fondatore delle Cartiere, Pietro Miliani. Situata vicino al ponte della Canizza e alla gualchiera dei Chiavelli, la chiesetta intitolata al Crocifisso è in pessime condizioni. Sull’altare l’affresco del Loreti è in stato di abbandono. E’ famoso per la scritta latina “custodisco questa città”.
“Dall’entrata, sullo sfondo, si nota anche l’opera del Crocifisso lasciata in balia delle intemperie e delle sterpaglie che occupano tutta la chiesa” denuncia il gruppo locale del Fai, Fondo Ambiente Italiano.

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“L’ultimo miracolo – dice Panfili – l’ho visto nella chiesetta, pochi giorni fa, nell’avvicinarmi alla finestrella abbattuta da qualche vandalo. Dopo tanti anni di stato di abbandono e precarietà assoluta mi aspettavo di vedere il crollo totale. Invece no, l’abside è ancora là, con i suoi magnifici affreschi la cui bellezza e l’armonia dei colori creano un contrasto vivace con la forza degli arbusti circostanti che l’aggrediscono. Non può essere che un miracolo la conservazione di quest’opera guardando la distruzione che la circonda. Forse è il Loreti che dall’alto protegge la sua opera, grazie anche all’aiuto di suo nipote Pietro Miliani?”
Il pittore, nato a Fano, nel 1686, ancora molto giovane, si trasferì a Fabriano dove svolse la maggior parte della sua attività. Probabilmente intorno al 1728, in occasione dell’elevazione della chiesa di San Venanzo di Fabriano a cattedrale, ne affrescò la conca absidale con San Venanzio. Altre sue opere si trovano in molte chiese della città.
“Viene da chiedersi perché una comunità dichiaratamente amante dell’arte e delle arti – evidenzia Paolo Panfili – lasci andare in rovina una simile opera nella chiesa del Crocifisso. Con altri amici abbiamo invano, più volte, tentato di invocare le Istituzioni e i proprietari privati ad attivare un iter che permetta la conservazione dell’opera”.
Ora ci si riprova suggerendo una modalità diversa per salvarla e metterla in sicurezza.
“L’assessorato alla Cultura del Comune di Fabriano – dichiara – si attivi affinchè la Soprintendenza emani formalmente una “Dichiarazione di interesse artistico” per gli affreschi contenuti nell’abside della chiesa del Crocifisso, come previsto dall’articolo 13 del Codice del Beni Culturali e del Paesaggio. Così godrà delle disposizioni sancite dal Decreto 42/2004 con la possibilità di applicare sanzioni penali e amministrative e perfino l’espropriazione per causa di pubblica utilità”.

Giovanni Loreti nacque il 31 maggio 1686 a Fano da Domenico e da “Donna Mattia sua moglie”. Suoi padrini furono due esponenti della nobiltà fanese: il conte Giovanni Montevecchio e Laura Boccacci. Secondo di quattro figli, rimasto orfano di padre a soli otto anni, il Loreti si avviò “giovanissimo” all’arte della pittura. Sulla vita del pittore si hanno notizie discontinue; risulta ancora incerta la cronologia di molte delle sue opere. Frequentò la scuola bolognese di Carlo Cignani e ne fu discepolo insieme con Francesco Mancini, con il quale rimase sempre in “amichevole corrispondenza”. Sassi riferisce di una “testimonianza giurata” non meglio specificata nella quale lo stesso artista avrebbe affermato che, oltre a essere stato allievo di Cignani, avrebbe condotto studi approfonditi a Bologna, a Roma e in altre città italiane, traendo ispirazione dai grandi maestri come Gentile da Fabriano, il Perugino e Raffaello, e studiando “con diligenza” i dipinti di Giotto ad Assisi. Ancora molto giovane, si trasferì a Fabriano dove svolse la maggior parte della sua attività. Seppur lacunosi, i documenti conservati nell’Archivio della diocesi di Fano indicano comunque che nel 1706 il Loreti era in questa città per contrarre matrimonio con Maria Cinzia Galari.

Autore: Marco Antonini

Fonte: www.radiogold.tv, 31 gen 2020