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ROMA. Intervista a Panorama: Arte e Sponsor parla il Ministro Giancarlo Galan Chi fa un’offerta avrà il suo nome sui monumenti.

E, poi, benefici fiscali a chi investe nella cultura e opere da adottare.
Sono alcune delle proposte del ministro per una «rivoluzione liberale» nel suo dicastero. Anche in tempi di crisi finanziaria.
Da governatore mi capitava di sognare una legge di notte e approvarla per davvero di giorno. Ecco, della Regione Veneto mi manca proprio la potestà decisionale. A Roma è una cosa insopportabile, non si decide mai niente». Soffre Giancarlo Galan. E soffre due volte per la politica economica di Giulio Tremonti, che ha «pubblicamente condannato in tempi non sospetti». E per lo stato della rivoluzione liberale «Il Pdl deve osare di più, ma ho fiducia che AngelinoAlfano lo farà».

Galan, lei è ministro della Cultura dal 23 marzo. A che punto è la sua rivoluzione?
Il passo d’inizio è stato ristabilire il primato della politica. Qui c’è una burocrazia di altissimo livello, che punta a dominare tutto, forte della sua competenza. Purtroppo, però, resiste pure una forma mentis assai conservatrice. E c’è pochissima coesione, non si fa squadra. lo lavoro per crearla, la squadra, a costo di scontrarmi con gli apparati.

Pesano pure i colletti bianchi delle sovrintendenze.
Si, ma a fronte di stipendi da fame hanno grandi motivazioni personali e una eccellente preparazione culturale. E però li vorrei più manager non sanno fare i bandi, non riescono a spendere i fondi e spesso dicono «no» a prescindere. Invece i sovrintendenti devono essere capaci di accompagnare i «si». Certo: anche tra loro ci sono i fuoridasse e quelli scarsi. Comunque al contrario di Vittorio Sgarbi, non li considero miei dipendenti. Anzi, li ringrazio.

Anche il sovrintendente di Pompei? L’Unesco ha criticato la gestione degli scavi.
Bah, io talvolta faccio appunti peggiori. A Pompei, per dirne una, c’è un solo ristoro in 60 ettari. La verità è che l’Unesco era venuta per togliere al sito l’etichetta di patrimonio dell’umanità. E non l’ha fatto.

Però la Finanziaria ha tagliato parte dei fondi per gli scavi.
Ma sono previsti comunque 80 milioni per la manutenzione straordinaria e l’assunzione di circa 30 persone. Lo rivendico: a Pompei ho fornito tutte le condizioni possibili pe rla rinascita.

Almeno c’è un ritorno in biglietti. Gli enti lirici, invece, sono un disastro.
Ma no, i bilanci sono più o meno in ordine. Ciononostante, un nuovo regolamento è più che mai opportuno. Una sinergia tra i vari teatri pure. Così come la fine di certi sindacalismi assurdi, quelli che garantiscono, per esempio, l’indennità di frac. Intanto abbiamo stabilizzato il Fondo unico per lo spettacolo: è già un buon risultato.

Arcus la Socierà per io sviluppo dell’arte, è spesso criticata. Lei cosa ne pensa?
Che è un’opportunità. A patto, però, di rivedere i contributi a pioggia. Arcus dovrebbe finanziare dieci interventi, non 380. È vero, le pressioni della politica sono pesantissime. Ma noi siamo stati votati proprio per fare la rivoluzione liberale. Anche nei Beni culturali.

A proposito, nel ministero si parla di Adotta un monumento. Che cos’è?
Per carità, devo prima consultarmi con un paio di colleghi ministri. Posso però anticipare che è un progetto pilota per scuole, centri per anziani e associazioni locali. Insomma, per tutti i gruppi sociali che vogliano occuparsi concretamente di un singolo sito culturale, piccolo o grande che sia.

Un buon modo per ovviare all’assenza di fondi. Un suo sottosegretario, Francesco Giro, dice che siete al verde.
Questa è soltanto una scusa per «non fare». Si sostiene che il ministero non ha soldi, però 600 milioni di stanziamenti residui non vengono spesi.

E la fiscalità di vantaggio?
È un concetto persino scontato, in Italia ancora di più: alle imprese che sostengono grandi progetti culturali bisogna concedere benefici fiscali. La nostra ricchezza culturale va intesa anche come business, lo confermano gli sponsor internazionali che ho alle porte. Certo, già otto ministri si sono spesi su un disegno di legge simile, lo sto facendo anch’io. Provarci almeno è un dovere.

Ci riuscisse, verrebbe realmente ricordato come un rivoluzionario.
Ma io ho già lasciato ai posteri il 5 per mille. Mi gioco la faccia, ma sono sicuro che gli italiani lo destineranno in massa ai beni culturali. Tuttavia, per indole guardo sempre avanti: vorrei che i musei italiani diventassero i più belli del mondo. In particolare gli Uffizi di Firenze, cui sto lavorando.

Ministro, tra i corridoi ho origliato di un progetto sui piccoli investitori privati.
Si, per ora è ancora presto. Ma un giorno, a fronte di una donazione per un restauro, si otterrà il diritto di una targhetta ricordo sul monumento. Pompei è perfetta per questo.

Gianni Alemanno accusa: non ci sono più i metal detector al Colosseo.
Sono stati disattivati due anni fa. Lunghe file congestionavano l’area, creando problemi di sicurezza. L’ordine pubblico, paradossalmente, peggiorava. Ma oggi siamo vicini a un importante bando per la riqualificazione del Colosseo, reso possibile dal mecenatismo di Diego Della Valle. Rendiamolo un’opportunità. Avviamo con il Comune di Roma un piano per la sicurezza che coinvolga anche l’area circostante, degradata e invasa da venditori ambulanti, guide abusive e finti centurioni. Tutte figure che certo non valorizzano l’anfiteatro.

Lei è un ottimista. Rassicura, per esempio, che Cinetittà non verrà smantellata. Ma Riccardo Muti sostiene che prima o poi i cinesi compreranno i nostri teatri.
Mi permetto di dissentire. L’Europa, non soltanto l’Italia, è in difficoltà. Ma al maestro replico che come la nobiltà non è stata distrutta dal Terzo stato, così l’Italia resisterà ancora per molto tempo all’avanzata dei paesi emergenti. In Cina ci sono 30 milioni di pianisti e 15 milioni di violinisti. Però Muti è sempre più bravo di tutti loro.

Ma il mondo cambia…
E con esso merci, costumi e abitudini. La certezza è che poche cose ci saranno anche tra 500 anni: il Colosseo, Pompei, le nostre arti, la musica, il cinema. L’Italia è una pianta con 3 mila strati di storia straordinaria. Le epoche passano, insomma, ma i nostri beni culturali restano. Per sempre.

Redattore: RENZO DE SIMONE

Autore: Carlo Puca

Fonte:MiBAC – Ministero per i Beni e le Attività Culturali

Luca NANNIPIERI. SALVATORE SETTIS La bellezza ingabbiata dallo Stato.

Esce nelle librerie l’11 maggio il libro ‘Salvatore Settis – La bellezza ingabbiata dallo Stato‘ di Luca Nannipieri (Edizioni ETS, 2011, euro 8).
Con questo libro Luca Nannipieri mette sotto accusa il sistema dei Beni Culturali oggi vigente in Italia, che attraverso Soprintendenze, Università e Consigli di ricerca, paralizza ogni intervento privato ed individuale su case, dimore e paesaggi, che non sia riconosciuto dallo Stato.
Il libro mette in discussione il ruolo dello Stato, delle Soprintendenze e delle Università, perché troppo bloccati e gerarchici, nella valorizzazione e nella conoscenza della bellezza del nostro patrimonio storico-artistico e del paesaggio in Italia.
Il saggio-pamphlet si confronta criticamente con una delle personalità della cultura più importanti in Italia: Salvatore Settis, direttore storico della Normale di Pisa, editorialista di Repubblica e Sole24ore, Presidente del Comitato scientifico del Museo del Louvre, esponente di quel mondo e che di quel sistema è stato ed è un esimio rappresentante.
L’esperienza e lo spessore culturale che figure come Settis hanno messo a disposizione nella gestione italiana del patrimonio artistico e culturale oggi non possono sfuggire al confronto che anche altri soggetti possono offrire in questo contesto in un’ottica meno statalista, meno ingessata, meno calata dall’alto.
Dichiara l’autore Luca Nannipieri:
‘Salvatore Settis rappresenta una cultura del Novecento che ha dato una risposta ineccepibile sulla bellezza e sul patrimonio artistico e paesaggistico; ma questa risposta ineccepibile ha una vittima: la persona. Pensare che il patrimonio storico artistico, da Pompei all’ultimo borgo dell’Umbria, possa essere difeso anzitutto e soprattutto dallo Stato e dalle leggi è come convincersi e cercare di convincere che l’acqua va dalla foce alla sorgente. Non può essere: è l’evidenza che te lo nega. E sui beni culturali, l’evidenza mostra che Stato, Soprintendenze e Università non hanno difeso e valorizzato la bellezza dei nostri luoghi: al contrario, l’hanno spenta, l’hanno ingabbiata. In altri termini, così come sono, hanno fallito. Per questo Settis, nonostante sia considerato uno dei guru indiscussi degli ambienti intellettuali europei, rappresenta un modo tutto novecentesco di concepire i beni culturali e la bellezza dei nostri luoghi’.
‘Fino a che le strutture di Soprintendenze, Comitati scientifici, Consulte universitarie, saranno chiuse in se stesse, nella loro scientifica competenza, fino a che vi saranno sui beni culturali soltanto convegni, congressi, giornate di studio e pubblicazioni, che sono fatti ad uso e consumo soltanto dei professori universitari e dei funzionari di Stato, senza che questi si aprano alle mille e mille realtà non riconosciute, eppure vivissime, sul territorio, assisteremo a quel che vediamo: superconvegni superblasonati e superspecialistici con quattro persone di pubblico, età media 65-70-75 anni, nessun giovane, nessun uomo in età produttiva, attrattiva zero verso il pubblico, e tutte le istituzioni dello Stato – dal Ministero al Comune – a offrire patrocini, spazi gratis, coffeé breack, pubblicazioni degli atti, brochure, sponsorizzazioni piccole o grandi, tramite le fondazioni bancarie affiliate. E’ un circolo vizioso, dove ciò che si perde non è solo una cospicua quantità di soldi pubblici, ma anche la possibilità di rendere effettivamente vive, potenti, palpitanti, le bellezze storico-artistiche del nostro paese e le comunità che vi stanno attorno’.
‘E’ davvero strano che i Comuni e le Province – per non parlare della Regione e del Ministero – piangano sempre che non hanno risorse e poi, improvvisamente, quando si tratta di ospitare i molteplici e quotidiani convegni di studi sui beni culturali con gli alti funzionari di Stato e le autorità universitarie o istituzionali, improvvisamente vengono trovati soldi, sponsorizzazioni, alberghi per ospitare, tipografie che stampano supremamente bene i depliant e gli atti dei convegni, uffici stampa che lavorano a tambur battente. Risultato? Lo vediamo. La mia città Pisa soffoca di convegni e dibattiti sui beni culturali pagati dallo Stato, ma i turisti sono sempre meno e gli studenti appena laureati scappano via. Vorrà dire qualcosa? E chi di voi è rimasto più di due giorni nella mia città? Rispondetemi, poi chiamate il sindaco, il rettore e il soprintendente e chiedete loro spiegazioni.’

L’autore.
Luca Nannipieri (Pisa, 1979), già collaboratore del Corriere della Sera (edizione toscana) e Resto del Carlino, è direttore e fondatore del Centro Studi Umanistici dell’abbazia di San Savino presso l’omonima abbazia medioevale a Pisa, nella quale dirige anche un festival artistico, ospitando le maggiori personalità della cultura italiana, coinvolgendo le comunità del luogo e dedicandolo ogni anno ad un pensatore del Novecento. Il festival e i dibattiti culturali che dirige sono mirati a valorizzare monumenti e bellezze storico-artistiche italiani solitamente poco riconosciuti o in degrado.

In allegato, un’anteprima del testo.

Info:
Ufficio stampa Centro Studi Umanistici dell’abbazia di San Savino
www.centrostudisansavino.it 
Edizioni ETS, tel: 050.29544, fax: 050.20128

Link: http://www.edizioniets.com

Email: info@edizioniets.com

Allegato: settis anteprima.pdf

Paolo CAMPIDORI. Opere d’arte maggiori e opere d’arte minori (pur sempre importanti).

Lettera aperta alla Dr.ssa Clelia Arduini, Presidente Nazionale Archeoclub d’Italia ROMA.

Ho letto con interesse la Sua lettera-articolo “Regali e riflessioni sotto l’albero” su Archeoclub notizie n. 4/2008. Intanto mi congratulo con Voi per le novità che avete apportato alla Tessera Sociale 2009. Meno male che il prezzo è rimasto invariato!

Riguardo al Ministero Beni Culturali “ridotto a una sorte di agenzia”, posso dirLe che ciò non è una novità. Lei sa bene che una trentina di anni fa, forse più, il MBC (Ministero Beni Culturali) non esisteva e che tale settore era “appoggiato” al MPI (Ministero Pubblica Istruzione) dove, ovviamente, per la mentalità dell’epoca, l’istruzione scolastica era al primo posto e i Musei, ecc, erano un po’ la “Cenerentola” di questo, che veniva definito, “grosso baraccone”.
Poi, forse, per la presenza di alcuni parlamentari fiorentini “illuminati” vedi Bargellini, Spadolini, ecc, veri uomini di cultura, il settore Belle Arti si staccò dal M.P.I.  e fu creato il Ministero Beni Culturali, con proprio “portafoglio” e proprie competenze. Ma le carenze, le mancanze di fondi, delle quali parla Lei nel suo articolo, ci sono sempre state, NON SONO UNA NOVITA’. Neppure lo è il trasferimento della tutela del nostro ingente patrimonio artistico ad altri Enti, vedi Regioni, Provincie, ecc. (e si è parlato anche di privati), non è affatto nuova. Lei ricorderà in Emilia Romagna, circa trent’anni fa, la creazione dell’Istituto Beni Culturali (diretto dal Prof. Emiliani, divenuto poi Soprintendente di Bologna) che avrebbe dovuto sostituire, o, perlomeno sovrintendere le Soprintendenze Statali della Regione Emilia-Romagna.
Io lavoravo, allora, presso tale Soprintendenza Beni Artistici (per più di due anni) in qualità di segretario-documentalista (di nuova nomina) sotto l’allora Soprintendente, la romana, Prof. Maria Vittoria Brugnoli Pace, che venne a   Bologna a sostituire il Prof. Gnudi.
A questo Istituto Regionale, probabilmente, mancarono le ali per decollare e presto la cosa venne archiviata (o quasi). Ora il problema si sta ripresentando con maggiore insistenza:
BENI CULTURALI = REGIONI, PROVINCIE, ECC, ?
BENI CULTURALI = MINISTERO BENI CULTURALI ROMA?
Si tratta di una questione di lana caprina, e io Le darò il mio giudizio, anche se con un po’ di ritardo, e lo faccio,  essendo stato da Lei sollecitato a farlo   come socio Archeoclub d’Italia, nell’articolo sopra citato.
Il mio parere sarebbe che certi musei importantissimi restino strumenti di vera cultura e non si guardi (per cortesia!) a ciò che fanno all’estero, dove, in certi casi, i musei e le pinacoteche pubbliche sono diventate veri e propri mercati. Noi italiani abbiamo, come si dice a Firenze, “un cervellino”  niente male, oppure “dello gnegnero” che tutti ci invidiano. Tuttavia, possiamo  certo imparare da tutti, ma non possiamo immaginare, neppure lontanamente, di fare dei nostri maggiori musei uno “strumento” deleterio dell’economia italiana e della borsa valori del turismo presente e futuro. Il “nostro” compito è quello di tutelare le opere d’arte, e queste, si tutelano solo con certe regole. Non possiamo, ad esempio pensare agli Uffizi come ad un autobus giapponese, dove le persone vengono stipate a forza di spinte. LA CULTURA E’ CULTURA. Guai a coloro che ne vogliono fare un “Business”. I vini toscani, i panforti e i ricciarelli si possono benissimo vendere in negozi attigui,  non possiamo trasformare gli Uffizi in una Fattoria e, di conseguenza, i Soprintendenti in Fattori! (però se ci tengono….) Se i francesi fanno i vari “Centri Pompidou” oppure idiote piramidi in vetro davanti al Louvre, padroni di farlo,  ma non “scimmiottiamoli” per favore, l’Italia è l’Italia, non  è la Francia o gli Stati Uniti d’America (e vorrei aggiungere “per fortuna”, ma non lo faccio, perché sono educato)! Cultura deve equivalere a bello e cultura deve essere un patrimonio di tutti. Ovviamente, essendo il nostro mondo composto da sei miliardi di persone, non possiamo neppure pensare di farli entrare tutti insieme nella Galleria degli Uffizi. I casi sono due: o proteggiamo le opere d’arte in maniera tale da renderle invulnerabili e inattaccabili da  tutto ciò che comporta l’esposizione continuata, senza sosta, di migliaia  e migliaia di persone, o, per forza di cose dovremo limitare il numero di presenze quotidiano nei musei.
Allora: MUSEI=TURISMO? Chi l’ha detto che per forza deve essere così?
Al contrario, MUSEI=CULTURA, mi piace di più.
Quando avremo perduto le opere di Michelangelo, di Botticelli, di Raffaello, ecc., chi ce le ridarà? Le frotte di turisti giapponesi, cinesi, russe, ecc? Salviamo i nostri maggiori musei dall’inquinamento dell’aria, del pubblico, dell’inquinamento acustico dei gruppi urlanti a squarciagola.
Torniamo a far ritornare i nostri maggiori musei le “cattedrali dell’arte” italiana e straniera.
Facciamoli tornare alla loro vera vocazione! Non ho  niente contro il turismo, anzi, però ci sono delle regole da rispettare,  o, in caso contrario, perderemo per sempre tutto ciò che ci è di più caro della nostra bellissima storia nazionale.
Per quanto invece riguarda la gestione dei Musei minori, come certi musei locali della cultura contadina, dell’arte sacra  locale, ecc. che sono tuttavia importantissimi,  essi potrebbero benissimo essere dati in gestione autonoma  a Regioni, Province, Comuni, Comunità Montane,  Pro-Loco, ecc. ecc.
Ma la diatriba continua…? Penso di sì.

Paolo Campidori – Presidente Archeoclub d’Italia – Sede Fiesole, Mugello, Alto Mugello e Val di Sieve.

Autore: Paolo Campidori

Email: paolo.campidori@tin.it

SARDEGNA. Sito monumento paesaggio.

La Sardegna, con le sue particolarità ambientali e storiche, si inserisce a pieno titolo nel dibattito sul rapporto fra i cosiddetti beni culturali “locali” e quelli di valenza “nazionale”, legato anche alla valorizzazione delle culture locali come nodo essenziale di radicamento e riappropriazione di identità nei processi di globalizzazione,
Il passo da compiere, ancor prima della comunicazione, è quello della conoscenza, derivante dalle attività di censimento e catalogazione degli stessi beni. In questa sede ci limitiamo a ricordare che esiste un sistema di catalogazione dei beni culturali messo a punto dall’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione (ICCD) del Ministero per i Beni e le Attività Culturali imperniato su due concetti fondamentali: 1. l’oggetto culturale sta al centro del sistema di catalogazione e la semplicità o complessità non è interna alla sua natura, ma valutabile in base allo stato nel quale si presenta e alla quantità di informazioni disponibili 2. Esistono diversi livelli di approfondimento delle informazioni che corrispondono alle fasi di inventariazione, precatalazione e catalogazione. Il sistema, a prima vista complesso e pesante, si rivela nella pratica dotato di una profonda e sostanziale duttilità, e il recente sviluppo dei livelli inventariali contribuisce a renderlo più snello. Ma gli spunti di riflessione non sono dettati tanto dal sistema, quanto dall’impostazione concettuale che esso, nella forma della singola scheda, recepisce.
In Sardegna, nel corso degli ultimi 20 anni, si sono susseguiti vari programmi di catalogazione, spesso accompagnati dal dibattito sulla necessità di un Centro di Catalogazione Regionale che ancora oggi stenta a decollare. In tali occasioni è sempre emersa la specificità del territorio della Sardegna, soprattutto riguardo ai beni immobili archeologici e architettonici censiti in aree extraurbane e al legame inscindibile fra monumento, sistema insediativo e contesto ambientale. Il concetto dell’inscindibilità fra monumento e contesto e della reticolarità del patrimonio culturale italiano è presente nella letteratura recente: fra tutti, Salvatore Settis (Italia S.p.A. L’assalto al patrimonio culturale, Einaudi, Torino 2002) dove si sottolinea (p. 10) come la caratteristica e la forza del “modello Italia” sia “….tutta nella presenza diffusa, capillare, viva di un patrimonio solo in piccola parte conservato nei musei, e che incontriamo invece, anche senza volerlo e anche senza pensarci, nelle strade delle nostre città, nei palazzi in cui hanno sede le abitazioni, scuole e uffici, nelle chiese aperte al culto…” E, aggiungeremmo noi, nel territorio extraurbano.
Tra i pionieristici esperimenti di catalogazione informatizzata avviati in Sardegna negli anni ’80, vi fu l’elaborazione di una scheda “Sito” caratterizzata da presenze e manufatti antropici, fossero essi archeologici (monumenti o reperti), architettonici o storico artistici (Progetto SITAG, Sistema Informativo Territoriale Archeologico Gallurese).
Il passaggio dalla definizione catalografica di “sito” tout court di fine anni ’80 a quella attuale dell’ICCD di “sito archeologico” non sembra cogliere e raccogliere appieno la complessità e la reticolarità delle presenze culturali in genere e, per quanto ci riguarda, della Sardegna. La prima versione sperimentata negli anni dalla RAS in collaborazione con l’IBC – Istituto Beni Culturali Emilia Romagna, proponeva unicamente l’uso di una scheda “Sito archeologico” che nella sostanza identificava quest’ultimo con il monumento archeologico, eliminando la possibilità di inserire nel contesto presenze monumentali diverse. La versione attuale della scheda “Sito archeologico” dell’ICCD, pur apportando notevoli migliorie nella possibilità di contenere in tale unità territoriale più monumenti, mantiene questo limite, recuperando le relazioni con monumenti di tipologia differente solo nell’ambito dei riferimenti orizzontali fra schede di diversa tipologia. Manca la possibilità di rilevare elementi di contesto comuni ad unità monumentali di diversa tipologia o, per meglio dire, di rilevare un “paesaggio culturale”.
Ad esempio, per catalogare un sito pluristratificato come quello S. Sabina di Silanus (NU) dove, in un’immagine di vivo effetto sono presenti, nello spazio di poche decine di metri, un ben conservato nuraghe a tholos, la caratteristica chiesa a impianto circolare e le relative cumbessias, saremmo costretti ad operazioni farraginose: è evidente che la perdita dell’unità base – sito che è sempre, per sua natura (e in Sardegna questo si può apprezzare appieno senza mediazioni), reticolare e pluristratificata con livelli cronologici e tipologie monumentali differenti e non tutte riconducibili al solo ambito archeologico, crea una frammentarietà forzata nella lettura del territorio con una serie di conseguenze a catena nei diversi livelli di tutela così come nello studio e nell’interpretazione scientifica. Una perdita secca di unitarietà.
Un riscontro di quanto appena esposto si può trovare nella recente Legge Regionale del 20/9/2006, n. 14 – Norme in materia di beni culturali, istituti e luoghi della cultura: dopo la definizione di parco archeologico come “ambito territoriale caratterizzato dalla presenza di importanti testimonianze archeologiche, insieme a valori storici, paesaggistici o ambientali, organizzato e gestito per assicurarne la fruizione e la valorizzazione a fini scientifici e culturali” (art. 10), si prosegue dichiarando che “ …sono equiparati ai parchi archeologici i complessi monumentali e, in particolare, santuari, chiese campestri, luoghi di culto, torri e sistemi di difesa costiera, edificati anche in epoche diverse e che, con il tempo, hanno acquisito per la Sardegna, come insieme, una autonoma rilevanza artistica, storica ed etnoantropologica”. E’ evidente l’importanza a buon diritto assegnata dalla legge non solo al monumento in sé, ma anche al suo contesto ambientale. Si evidenziano però alcune tensioni logiche: ad esempio, l’equiparazione a parco archeologico di monumenti e contesti di altra natura può apparire forzata. Il parco archeologico, in ogni caso, anche se orientato verso una dimensione aperta, non può corrispondere all’unità sito, ovvero si definisce attraverso la prevalenza di monumenti archeologici forti. Una conseguenza di ciò potrebbe essere lo scollamento fra la definizione di parchi archeologici come unità territoriali e il sistema di catalogazione regionale attraverso unità territoriali di tipo diverso.
In conclusione, siamo in presenza di un momento cruciale nel quale vengono informati i criteri di base di una attività di catalogazione regionale su standard nazionali, e dove le differenze di approccio non appaiono ininfluenti e senza conseguenze. La perdita di una visione unitaria del sito – e dunque del paesaggio culturale – non solo rischia di inficiare la possibilità di leggere il paesaggio culturale sardo nella sua piena configurazione attuale passando per le modalità di formazione dello stesso, ma anche di dirigersi verso una frammentazione tipologica e quindi concettuale; una conseguenza può essere, ad esempio, una maggiore difficoltà nel recepire, sul piano della conoscenza e su quello della tutela, la normativa europea sui paesaggi culturali, che troverebbe invece in Sardegna, a nostro avviso, una piena consonanza, con interessanti riflessioni in relazione agli strumenti del Piano Paesaggistico Regionale e alla Conservatoria delle coste di recente costituzione.

Autore: Giuseppina Manca di Mores

Link: http://www.manifestosardo.org/?p=314#more-314

PESARO. Apre il L.E.D.A. spazio dedicato alla divulgazione dell’arte contemporanea.

Da domenica 20 gennaio la città di Pesaro avrà un nuovo spazio dedicato all’arte.
Il Leda – Laboratorio Educational Department Accademia di Belle Arti di Urbino – allestito all’interno del centro arti visive Pescheria, fornirà un servizio pubblico interamente dedicato alla promozione e divulgazione dell’arte contemporanea, con laboratori, visite guidate e conferenze.
Il progetto, finanziato dalla Banca di credito cooperativo di Gradara, nasce dalla volontà dell’assessorato alla Cultura del comune di Pesaro in collaborazione con la Pescheria, l’associazione culturale ‘etrA, i ‘controsensi dell’arte’ e l’Accademia di Belle Arti di Urbino.
Antonella Micaletti – critica d’arte, docente di Storia dell’arte all’Accademia di Belle Arti di Urbino e presidente dell’associazione ‘etrA’ – è la responsabile del nuovo centro Leda, che si pone l’obiettivo di organizzare laboratori per famiglie, bambini, giovani e gruppi, specialmente in relazione alle mostre in programma nel centro arti visive Pescheria.

Si tratta di un servizio di didattica museale rivolto a tutti – spiega la dottoressa Micaletti – e sarà un banco di prova per il nuovo corso specialistico che l’Accademia ha intenzione di aprire. Ci tengo a dire che il Leda non è solo uno spazio per bambini: organizzeremo visite guidate alle esposizioni della Pescheria, ma anche studi, laboratori e conferenze‘.

L’intento è quello di avvicinare la gente al mondo dell’arte contemporanea con semplicità, fornendo una mediazione utile per leggere e apprezzare un’opera d’arte. Per questo l’inaugurazione è stata pensata come una festa, senza microfoni e presentazioni istituzionali, ma con artisti di strada e pane e cioccolata per tutti.

Info: 0721 387651, 3498062441