Archivi categoria: Arte e istituzioni

La Grammatica e la Pratica

Da fine ottobre chi si occupa di Beni Culturali non deve più farsi strada a fatica in una giungla di centinaia di leggi spesso contrastanti o contraddittorie, accumulate in sessant’anni di attività legislativa, ma ha di fronte a sé un Testo Unico di 166 articoli e una cinquantina di pagine. Il Testo Unico (il primo realizzato in questa legislatura) è stato definitivamente approvato dal Consiglio dei Ministri del 22 ottobre scorso. Delle oltre 900 leggi prese in esame sono state armonizzate e spesso abrogate decine di leggi e snellite numerose procedure amministrative che toccano la vita dei cittadini. Secondo il Ministero, i punti principali del Testo Unico sono questi. In primo luogo si amplia il concetto di bene culturale, poiché la tutela viene estesa a fotografie, audiovisivi, spartiti musicali, strumenti scientifici e tecnici e altri beni " testimonianza avente valore di civiltà" . In secondo luogo, ai tradizionali concetti di tutela e conservazione, che hanno ispirato la legislazione dei decenni passati, si affiancano i concetti di valorizzazione e promozione, sui quali si basa la collaborazione con i privati, con un forte ruolo per le Regioni e gli Enti locali. Per quel che riguarda la semplificazione delle procedure, d’ora in poi, per esempio, i proprietari di immobili di interesse storico-artistico da ristrutturare non dovranno più attendere il complesso e lunghissimo esame degli organi centrali del Ministero: basterà una sola autorizzazione delle locali Sovrintendenze, autorizzazione che varrà anche per essere ammessi a tutte le procedure semplificative previste dalla legislazione urbanistica nonché per ottenere contributi e agevolazioni fiscali, senza ulteriori domande. Forti semplificazioni sono previste anche per i commercianti di opere d’arte che avranno minori adempimenti amministrativi da sbrigare, anche se il Ministero promette di non diminuire i controlli sulla loro delicata attività. Oltre al Testo Unico dei Beni Culturali, altre importanti normative stanno arrivando in porto. Il Regolamento di attuazione della riforma del Ministero è prossimo al varo definitivo. All’esame finale del Consiglio di Stato è il Regolamento sulle Fondazioni, frutto del Comitato propositivo per l’impresa culturale, che consentirà al Ministero di trasformare i propri beni, compresi i grandi musei e i grandi siti archeologici, in Fondazioni di diritto privato con il concorso di capitali privati per favorire una gestione più autonoma e imprenditoriale. L’Ufficio legislativo del Ministero sta licenziando il Regolamento per la cessione a privati, oggi impossibile, dei beni artistico-culturali degli enti locali. Il Regolamento prevede due categorie di beni. Quelli di maggior pregio artistico, che potranno essere ceduti a privati con autorizzazione del Ministero, purché ne sia valorizzata la funzione culturale a pena di nullità del contratto di cessione. E quelli di minor pregio che potranno essere ceduti con autorizzazione della Sovrintendenza anche per utilizzi prevalentemente commerciali, purché sia preservata l’integrità del bene. Enti locali e Ministero avranno cinque anni per procedere al censimento di questi beni, ma sono previste procedure transitorie per consentire le cessioni già dai prossimi mesi. La Conferenza sul Paesaggio, che si è svolta a metà ottobre a Roma, ha infine fornito linee condivise di intervento normativo che possono ora tradursi in norme più moderne ed efficaci anche per la tutela dei beni ambientali. All’aggiornamento del quadro normativo si affianca un’interessante evoluzione del quadro sindacale. Il 21 ottobre è stato siglato da Federculture e Cgil-Cisl-Uil il primo contratto nazionale per la gestione dei servizi culturali, turistici e sportivi degli enti locali. Il contratto, che si applicherà alla Biennale di Venezia e al Palazzo delle Esposizioni di Roma, nonché alle centinaia di musei, teatri, biblioteche e aree archeologiche controllate dagli enti locali, è di natura privatistica e prevede un’elevata flessibilità: l’orario di lavoro è infatti conteggiato su base annuale in modo da poterlo " modulare" nelle ore del giorno e nei mesi dell’anno in cui la domanda è più elevata. Tutte queste evoluzioni normative e contrattuali sono indispensabili per realizzare quel miglioramento complessivo dell’offerta culturale che è l’obiettivo primario della collaborazione pubblico-privato. Sono necessario, anzi necessarissime. Ma purtroppo non sono ancora, da sole, sufficienti. Occorre che ad esse si affianchino forti volontà e comportamenti coerenti. Non arriviamo a dire, come nel vecchio proverbio, che " val più la pratica che la grammatica" . Ma certo la pratica conta in questo caso almeno quanto la grammatica.

Fonte:Impresa Cultura

Le ragioni dell’arte e quelle della pubblicità

Non sono un nostalgico dell’ancien regime, come implicitamente mi accusa di essere il soprintendente di Firenze Antonio Paolucci, in un articolo apparso recentemente sul Giornate dell’arte. Ho firmato, non lo nego, insieme ad altri colleghi tra cui Paola Barocchi, Michael Hirst, Willibaid Sauerlaender e Salvatore Settis, una lettera di protesta contro il movimento perpetuo con cui si mettono a rischio opere d’arte di prestigio assoluto per far da testimonial in eventi espositivi motivati più da ragioni politico-diplomatiche che culturali. Ma non per questo mi auguro di vedere gli Uffizi deserti come quando li visitava Berenson, nè vorrei che le mostre fossero frequentate da pochi e scelti conoscitori. Anche a me hanno insegnato che non si sputa nel piatto in cui si mangia. Ma dirò di più: di tutte le accuse, velate o esplicite, che Paolucci rivolge a me e ai cofirmatari di quella lettera (chi abbia voglia di leggerla per intero la troverà sul Giornale dell’Arte di gennaio), quella che più mi sorprende, non essendo versato in Studi psicanalitici, ma meno mi tocca, è quella relativa alla " latitanza vergognosa dell’Università" , che secondo Paolucci impedirebbe ai giovani meritevoli di pubblicare le proprie ricerche. Sono ben altri i guasti dell’Università italiana di cui mi vergogno, primo fra tutti la mediocre demagogia con cui garantisce a chiunque l’opportunità di iscriversi a qualsivoglia corso di laurea, ma non quella di uscirne con un diploma in tasca dopo un ragionevole lasso di tempo ed un impegno individuale adeguato. Ma quanto a pubblicazioni – periodiche e non – di giovani e di meno giovani, l’università italiana, e il nostro settore in particolare, è fin troppo prodiga, come da sempre testimoniano i cori d’invidia dei colleghi stranieri – americani, ma non solo – per la quantità di riviste e di pubblicazioni scientifiche che produciamo in Italia. Diverso sarebbe il discorso se si parlasse di qualità, ed è su questo terreno che Paolucci dovrebbe confrontarsi senza divagare o coprirsi dietro un fuoco di sbarramento indirizzato contro bersagli di comodo. Ma davvero considera positiva per la ricerca la congerie di testi che affolla gli ipertrofici cataloghi delle nostre mostre? O non pensa come me, dato che è fra i pochi capaci di produrre sia ricerca che godibilissima divulgazione, che da noi la maggior parte dei cataloghi sono invariabilmente fallimentari sul piano della divulgazione dei contenuti della ricerca (peccato veniale, se in alternativa si predisponessero specifiche pubblicazioni rivolte al grande pubblico, il che non accade quasi mai), ma sono spesso carenti anche sul piano scientifico, perché disorganici, raffazzonati e occasionali nel senso peggiore del termine? Ma venendo al merito della questione che abbiamo posto con la nostra lettera, poiché, come anche Paolucci ci concede, non siamo in assoluto contro gli spostamenti di opere d’arte, ma ci auguriamo semplicemente che siano concessi con discernimento, torna a proposito proprio l’esempio della mostra sul cardinal Ferdinando che si tiene in questi giorni a Villa Medici. Paolucci, giustamente, rivendica il merito (e il coraggio) di essersi assunto la responsabilità, contro il parere dei Direttori dei Musei direttamente interessati, di prestare alla mostra il Mercurio di Giambologna e due statue del gruppo dei Niobidi. Ma quella mostra, come ricorderà chi ha letto su queste pagine la mia entusiastica recensione, si sforza di ricostituire, sia pure temporaneamente, il contesto originario della collezione del cardinale Ferdinando de’ Medici nella sua villa romana: di qui l’importanza rivestita dalla presenza di opere come quelle prestate da Paolucci, che di quel contesto originario erano gli elementi di maggior spicco. Il problema, insomma, non è quello di negare i prestiti ad ogni costo, ma di concederli a ragion veduta, e questa ragione non può essere di pura opportunità politica, perché il compito di un Conservatore non è quello di accondiscendere incondizionatamente alle richieste della politica e nemmeno quello di contrastarle per principio, ma quello di orientare le decisioni politiche in modo che siano in sintonia con le ragioni della cultura. E queste ultime consigliano che un Paese come il nostro sia geloso della salvaguardia dei contesti storici e della propria identità culturale, piuttosto che assecondare la tendenza alla dissipazione spettacolare e all’omologazione che è già di per sé così forte nell’era della globalizzazione. Alla nostra richiesta di salvaguardare questa identità e di impedire che il nostro paese dia il triste spettacolo di svendita all’ingrosso che stanno dando proprio in questi anni paesi di più modesta cultura e tradizione, Paolucci risponde che bisogna arrendersi di fronte alle ragioni della promozione pubblicitaria e all’inarrestabile tendenza alla mitizzazione di massa delle opere d’arte, " pallidi soli" che sostituiscono nell’immaginario delle masse " le declinanti religioni, la politica che non c’è più, le identità sociali sempre meno riconoscibili" . Molto ben detto: ma io continuo a pensare che il compito di un intellettuale non sia quello di demonizzare i " segni dei tempi" , ma nemmeno di assecondarlo acriticamente. Se c’è, come c’è, una deriva mitizzante, proprio perché se ne intendono le motivazioni profonde, spetta a chi fa il nostro mestiere contrastarne gli effetti di appiattimento unidimensionale, inoculando dosi massicce del vaccino di cui dovremmo essere i depositari: lo spirito critico.

Autore: Antonio Pinelli

La riflessione scaturita dal discorso del presidente italiano a Luxor

Le novità della presidenza Ciampi non sono solo di stile, sono di sostanza. Lo mostra, fra le molte altre cose, la recente dichiarazione del Presidente a Luxor, durante la sua recente visita ufficiale in Egitto, sulla sfida del patrimonio culturale del Mediterraneo. Ecco una cosa che davvero in Italia non si era mai vista: un Presidente della Repubblica che si pronuncia in prima persona sul patrimonio culturale, e non come se si trattasse di qualcosa di opzionale o esornativo, ma al contrario prendendo di petto il punto cruciale: non si dà politica senza identità culturale, e per la definizione delle identità è assolutamente centrale il patrimonio culturale. Parliamo qui di identità in un momento delicato e importante, sulla soglia dell’Europa. In che senso si può parlare di identità nazionale italiana mentre stiamo cercando di contribuire a costruire quella europea? E, d’altra parte: come definire un’identità culturale europea che non pretenda di cancellare le identità nazionali forti, ma nemmeno si limiti a genericissimi principi? E come costruirla senza le tristi albagie di un’immagine dell’Europa come centro del mondo e culla privilegiata della civiltà? In altri termini: come si può definire 1′ " essere europei" , in un’età postcoloniale e multiculturale, senza ricadere nella trappola (per usare il linguaggio politically correct d’oltre Oceano) di essere eurocentrici? È sullo sfondo di domande come queste che la scelta del Presidente di incentrare la sua " dichiarazione di Luxor" sul Mediterraneo prende il suo senso compiuto, e indica una direzione: un’identità non isolazionista, ma che punta, al contrario, sulla complementarietà, sugli scambi. Incentrata non sull’esclusione, ma su un principio di reciproca inclusione. Il Mediterraneo non vuol dire solo Europa, vuol dire Africa e Asia; vuol dire cristianesimo (anche ortodosso), e vuol dire Islam. Vuol dire non un confine fra il Nord e il Sud del mondo, ma piuttosto un fitto reticolo di comunicazioni, con amplissime e vitali zone di transizione, che possono essere l’Africa settentrionale romanizzata o la Spagna e la Sicilia islamizzate; o una città che è al tempo stesso la Bisanzio dei coloni greci, la Costantinopoli degli imperatori cristiani, la turca Istanbul. Perché la stessa storia si può raccontare in modi diversi e anzi opposti: per fare un esempio anche troppo facile in tempi di " fine millennio" , la storia del calendario che usiamo ogni giorno può essere raccontata come quella del calendario di Giulio Cesare riformato da papa Gregorio XIII, e dare l’impressione della centralità di Roma. Ma l’altra storia (quella vera) è che il calendario giuliano non sarebbe stato possibile senza le osservazioni e i computi astronomici di Babilonesi, Egiziani, Greci: e che di tutte queste fasi esso (dunque il nostro calendario) ingloba tracce ben chiare. E’ significativo che questo richiamo forte al ruolo del patrimonio culturale nella definizione dell’identitaria venga dall’Italia: un Paese nel quale si è ben visto quanto le apparenti spinte separatistiche canalizzassero di fatto superficiali e poco elaborate forme di protesta; ma anche come l’accesso alla moneta unica europea (che va in direzione del tutto opposta) sia stato largamente vissuto come un successo non solo dello Stato, ma dei cittadini. Ma nei processi di ampia integrazione, dei quali siamo più o meno consapevoli e convinti protagonisti, non ci sono solo economia e tecnologia, ed è proprio Ciampi a ricordarcelo: " La globalizzazione ci deve spronare a valorizzare e a promuovere tutte le singole culture nella loro diversità e originalità. La riscoperta delle nostre radici, in parte comuni, ci permetterà di comprendere e di apprezzare in pieno il valore delle nostre diversità" .Ora, il più grave errore possibile nel processo di definizione di un’identità europea sarebbe l’adozione di un modello di " omogeneizzazione" , come gli stati nazionali europei hanno fatto nelle loro fasi di formazione. Al contrario, l’identità culturale europea deve concentrarsi sulla diversità e le differenze, nonché sulle relazioni fra i vari popoli, sia in Europa (comunque definita) che fuori. E’ qui che gli intellettuali di professione sono chiamati a un compito alto e significativo, se vorranno aiutare a comprendere e a mostrare la storia di queste diversità e di questi scambi, non tenendo solo per sé il momento della ricerca e della riflessione. La cultura accademica deve comunicare con la cultura popolare sui grandi temi della società civile, specialmente nell’urgenza di scelte e determinazioni politiche che coinvolgono tutti i cittadini, e possono avvantaggiarsi di un più alto grado di informazione e di consapevolezza. La definizione dell’identità culturale richiede uno sforzo concertato e multidisciplinare, e ha inevitabilmente una dimensione politica, tanto più evidente quando il tema sia applicato all’Europa in un momento formativo e fondativo come il presente. In Europa i vari gruppi etnici, linguistici e culturali, presenti da millenni, si sono combinati e distinti con meccanismi e dinamiche di lunghissimo periodo. Le singole identità culturali europee si sono formate mediante processi di osmosi e di interscambio; ciascuna di esse non va definita " per distinzione" dalle altre, ma piuttosto mediante l’analisi degli elementi che la compongono, molti dei quali sono presenti in altre culture. In altri termini, si può dire che l’identità culturale è scomponibile, perché risulta da un processo di interscambio, in cui ciascuna cultura " riceve" e " dà" .L’identità culturale europea non è né una somma delle singole identità nazionali, dei Paesi europei, né un " blocco omogeneo" da cui quelle identità singole si possano ritagliare. Essa risulta anzi da una serie di fenomeni o di fattori " trasversali" : per esempio, la convergenza di tradizione greco-romana e tradizione giudaico-cristiana non è privilegio di nessun Paese, ma si è compiuta in Europa. L’Europa però non è sufficiente a spiegare o a " raccontare" questo fenomeno, dato che in esso ebbe parte assai importante la sponda meridionale e orientale del Mediterraneo, già parte dell’impero romano e poi islamizzata. In tutti i Paesi europei, i cittadini convivono quotidianamente con segni forti della loro identità culturale, opere d’arte vecchie di secoli o di millenni, che sono ancora là dove furono create, anche se volte con mutamento di funzione (il Pantheon trasformato in chiesa). Ma questi " segni forti" trasmettono essi stessi il messaggio cruciale di un’identità culturale molteplice perché nata da interscambi: templi greci in Sicilia, città romane in Africa settentrionale, artisti fiamminghi a Genova e italiani a Fontainebieau e a Pietroburgo; e così via.Perché l’Italia possa contribuire a questo processo, la prima mossa è naturalmente una riflessione sulla propria identità, a sua volta frutto di sovrapposizioni e scambi. Nonostante certe retoriche nazionalistiche un tempo assai abusate, le sue radici non coincidono affatto con la tradizione romana: non meno importante è la componente greca, in Italia meridionale e in Sicilia; ma. anche altre componenti, principalmente quella etrusca, quella celtica, e quella delle varie civiltà italiche (Osco-Umbri, Siculi, Piceni…) sviluppatesi in parallelo alla più antica storia di Roma. Questo per dire solo dell’antichità: ma le successive invasioni e i domini " stranieri" , tante volte deprecati in quanto avrebbero impedito un’unità nazionale che di fatto solo assai tardi divenne un vero fine politico degli Italiani, portarono in Italia il lievito di componenti culturali rilevantissime, dalla Provenza a Napoli come da Creta a Venezia. Il rovescio della medaglia è che dall’Italia partirono correnti e fenomeni culturali che hanno avuto un’importanza straordinaria per la storia dell’Europa e non solo: basti pensare alla diffusione del latino da dialetto di un villaggio chiamato Roma a lingua dell’impero, fino alle lingue neolatine oggi parlate. Ma quest’Italia " che dà" ad altri il latino o il Rinascimento non è diversa da quella che " riceve" da altri: Greci, bizantini, arabi, longobardi, francesi, spagnoli e così via. Anche i necessari scambi di esperienze professionali e di tecnologie, ivi incluso il restauro, le tecniche museali e informatiche (a cui allude la dichiarazione del Presidente) vanno visti su questo sfondo secolare di scambi, di un perpetuo " dare e avere" ; ne sono, per così dire, la nuova versione. Ma è importante ricordarsi dei precedenti storici, comprendere che la propria cultura include elementi significativi che provengono da altre culture. Se comunicato nelle forme più efficaci e opportune, questo dato semplice e incontrovertibile trasmette un messaggio culturale e politico del quale il nostro mondo ha assoluto bisogno, specialmente in un momento di forti migrazioni dal Sud al Nord del mondo: un messaggio di apertura e di tolleranza.

Fonte:Salvatore Settis

Benvenuti turisti purché responsabili

Il turismo è considerato per definizione un’attività leggera e disimpegnata. Non a caso è ricorrente il confronto tra i viaggiatori dei secoli passati, che si suppone fossero mossi da serissime motivazioni spirituali e inesauribile sete di conoscenza, e il turista contemporaneo, che cercherebbe invece soltanto distrazioni e svago. C’è in tutto questo un fondo di verità, e molti luoghi comuni. Ma se l’ambito disimpegno può essere conseguito abbastanza facilmente nell’abituale villeggiatura o nei viaggi a corto e medio raggio, tutto cambia quando il turista lascia l’Occidente e si spinge in Paesi lontani. Il sogno di paradisi esotici sottratti alla contaminazione della storia svanisce infatti al primo contatto con la miseria, il sottosviluppo, la fame, le malattie. Il turismo è talora responsabile di gravi forme di degrado materiale e morale – pensiamo al turismo sessuale – ma più spesso il turista scopre in viaggio responsabilità e complicità dell’Occidente, le dure leggi dell’economia globale spogliate da tutte quelle regole e quei freni culturali e morali che da noi ne limitano gli effetti negativi. Particolarmente delicato è il tema del rapporto tra turismo e diritti umani, al centro di un’interessante tavola rotonda che si terrà a Milano il 7 maggio (“La coscienza degli struzzi: turismo e diritti umani”, ore 11, Palazzo delle Stelline, nell’ambito del ricco programma della Settimana del viaggio/I viaggi di Outis, che si svolgerà a Milano dal 3 al 9 maggio, www.assoexpo.com/outis); in molti Paesi infatti, anche tra quelli preferiti dai turisti, i diritti umani sono sistematicamente violati da governi autoritari e dittatoriali. Che fare? Molti turisti, da buoni struzzi, scelgono di non vedere, assecondati dall’industria turistica e dalle autorità locali. Si muovono in compatte comitive, limitando i contatti con i locali a pochi scaltriti intermediari; oppure si rinchiudono nella bolla dei villaggi vacanze, isole d’Occidente nei luoghi più remoti del mondo. Ma chi sceglie di viaggiare a occhi aperti può comunque fare molto. Ad esempio lo scorso anno ha avuto notevole successo il boicottaggio del turismo in Birmania promosso dall’Associazione italiana del turismo responsabile (per inf.: 0185773061, www.solidea.org) per protestare contro la violazione dei diritti umani; e il timore delle possibili testimonianze negative dei turisti è comunque un deterrente per i governi, che non vogliono rinunciare alla pregiata valuta straniera. Sono le difficoltà e le contraddizioni del turismo contemporaneo, almeno da quando è diventato la prima industria mondiale e si svolge su scala globale. E’ possibile superarle? Sempre più spesso una via d’uscita è ricercata nel turismo responsabile, una formula che conosce un crescente successo: dopo essere stato a lungo un fenomeno " di nicchia" , è triplicato negli ultimi cinque anni e interessa oggi 30 mila persone, tanto che l’offerta è ormai inferiore alla domanda. E anche l’Organizzazione mondiale del turismo nella riunione plenaria del 1999, svoltasi a Santiago del Cile, ha proposto per la prima volta nella sua storia, un codice di comportamento (Global Code of Ethics for Tourism) rivolto ai soggetti centrali dell’industria turistica – Stati e comunità locali, tour operator e turisti – perché un corretto esercizio del " diritto al turismo" diventi fonte di sviluppo economico e di riaffermazione delle libertà civili. Ma cos’è concretamente il turismo responsabile? Si tratta di viaggi preparati da associazioni e organizzazioni non governative secondo ben precisi criteri. Prima di partire ad esempio i viaggiatori " responsabili" hanno la possibilità d’informarsi approfonditamente sulle condizioni politiche, sociali e culturali del Paese che visiteranno. Troppi turisti infatti partono senza sapere nulla (talora nemmeno la geografia elementare); altri, è vero, studiano libri e guide con autentico furore, ma si limitano troppo spesso ai soli aspetti storici, nozioni che poi sul luogo verificano ansiosamente, gli occhi ben fissi sulla guida… Giunti nel Paese prescelto, il turista responsabile soggiorna in alberghi a piccole dimensioni, o anche presso le famiglie, per facilitare il contatto con la società che lo ospita. Infatti ognuno ha sperimentato come i viaggi " tutto compreso" non prevedano e spesso non consentano il contatto con le popolazioni e le culture locali, se non nelle forme false e stereotipate delle " manifestazioni tradizionali" (ad esempio le danze), inscenate per i turisti a ore fisse da professionisti stipendiati. E quando cerca di superare la barriera che lo separa dagli abitanti del luogo, provoca spesso conflitti, perché ignora usanze, tradizioni, regole religiose, rapporti sociali; si rende molesto fotografando tutto ciò che l’interessa, oppure si rende ridicolo intavolando penose contrattazioni per strappare sconti su prodotti " tradizionali" , fabbricati in realtà in Estremo Oriente. Il turismo responsabile permette invece di condividere la vita di ogni giorno nelle sue diverse dimensioni: il lavoro, la famiglia, la socialità. Certo, richiede di rinunciare alla fretta, e la disponibilità a mettere in discussione le immagini stereotipate degli " altri" . E mentre il turista impara a conoscere e rispettare l’ambiente e la cultura dei popoli visitati, dall’altro anche la popolazione locale apprende cultura e costumi degli stranieri. Proprio il coinvolgimento delle comunità locali, che offrono informazione, assistenza e intrattenimento, è il fondamento del turismo responsabile, il suo valore aggiunto. Nonostante questi vantaggi, il turismo responsabile non costa più di quello organizzato, anche se una parte molto maggiore dei guadagni resta alle comunità locali, anziché nelle mani delle grandi multinazionali del turismo. È insomma un turismo più impegnativo, ma anche più umano, che anziché rimuovere accetta con consapevolezza le inquietudini, i disagi e le ambiguità della nostra ineludibile condizione di turisti. Di fronte al senso della finitezza di un mondo tutto uguale che affligge il turismo globalizzato, conserva quella dimensione di scoperta e di formazione che invidiarne ai viaggi del passato.

Autore: Claudio Visentin

Odissea tra gli scaffali

Orari impossibili, spazi insufficienti, impiegati che confondono manoscritti e opere stampate, volumi introvabili. I " magazzini della cultura" , nel nostro paese, sono dei luoghi di penitenza.L’ho capito da poco. Solo da qualche mese. Da quando sul mio tavolo, all’università, ho trovato un plico. Lo aprii senza emozione, e senza curiosità, quel pacchetto lindo: privo di affrancatura e di timbri. Era facile immaginare che contenesse un libro. Ma non di quelli che hai voglia di leggere. Uno di quei libri scritti per far carriera all’università, e che ogni mattina il fattorino distribuisce, affidatigli direttamente dagli autori, a discrezion di fortuna: nella speranza che il collega della porta accanto, prima di cestinare, abbia almeno la cortesia di dare un’occhiata agli indici; per poi poter fingere, l’indomani, di aver letto e apprezzato. Al gioco ci stanno tutti, chi invia e chi riceve. Ognuno se ne compiace, e vi s’acquieta. Il libro era lì, finalmente spacchettato. Mi piace annusarli, i libri, quando sono freschi di stampa. E mentre premevo il naso sul taglio delle pagine, un santino sfuggì alla pressione della copertina. Era stampato in caratteri bodoniani, eleganti e nitidi. In alto, lessi l’intestazione: University of Catania, non so che Department. E sotto, in un inglese ossequioso e americanato, i saluti omaggianti di un Chairman. Caspita. Il libro, di argomento locale, era stato interamente finanziato dall’Università. Era stato stampato da un editore, che non ha distribuzione; e che ha sede di fronte all’Università stessa. Sì e no era destinato a vivere l’emozione di un viaggio di duecento metri, tra produttore e consumatore. E per tutto questo, per tanta avventura, aveva avuto bisogno di un passaporto in lingua inglese. L’America è vicina. E l’italiano è una lingua straniera, in Italia.Del resto, con la riforma in atto, l’Università italiana guarda ormai all’America. Lavorando a ritagli, però. Perché tutto vuole cambiare: programmi, didattica, modalità di studio, e sistema di esami. Tutto vuole importare: tutorato, crediti e valutazione dei docenti da parte degli studenti. Ma su un punto sorvola e glissa. Ed è sostanziale e decisivo. Senza il quale si rischia di andare per svolazzi e avventatezze, se non a vuoto. Il modello americano si regge sulla frequenza obbligatoria degli studenti. E sull’organizzazione di studenti e professori, della loro vita nel campus e dei loro studi, attorno alla biblioteca. A non parlare della frequenza obbligatoria, che presuppone le aule (problema enorme in una università di massa), le biblioteche così come in Italia sono, e come sono gestite, non reggono al cambiamento.Anzi lo frenano, lo bloccano. E lo snaturano. In America le biblioteche delle università sono aperte fino a tarda notte. E consentono quindi agli studenti e ai professori di ritagliarsi, nell’arco lungo della giornata, spazi consistenti per la ricerca scientifica; pur tra tanti impegni didattici e burocratici. Sono aggiornatissime, ben attrezzate e funzionali. Danno l’accesso libero agli scaffali dei libri, con gran risparmio di tempo; e con la possibilità di scoprire, nei vari settori, libri che neppure si pensava che esistessero. Garantiscono inoltre studi e studioli, nei quali studenti e professori possono isolarsi e trasferire libri e riviste; e lì tenerli per tutto il tempo della ricerca. In Italia, nel migliore dei casi, le biblioteche universitarie hanno orari che coincidono con quelli delle lezioni. E’ impossibile frequentarle, se non disertando le aule. E poi hanno tantissimi tempi morti. Bisogna aspettare che gli impiegati (quando ci sono, e in numero sufficiente) raccolgano le richieste e vadano a prendere i libri. Molte biblioteche non hanno una sala di consultazione; e neppure una sala delle riviste. E alcune neppure i libri. Per deficienze economiche. O perché i professori se li sono portati a casa. O semplicemente perché, quando si tratta di sedi universitarie distaccate, quei libri non ci sono mai stati. Il pericolo è, in questa situazione, che la nuova università italiana continui a essere un esamificio, e diventi in più la bassa industria di una sperimentazione didattica senza libri e senza ricerca; e persino senza alunni, se quelli messi in grado di frequentare resteranno una minoranza rispetto alla massa degli iscritti (inevitabilmente destinata al fuoricorso, che la riforma vorrebbe eliminare). L’America è vicina. Certo. Come per quel libro senza smercio che, esibendo un pass in lingua inglese, sembrava voler dire meticciamente: vado per il mondo, anch’io da parte mia. La frequentazione delle biblioteche italiane è un buon esercizio di penitenza. Da raccomandare e propagandare. Gli americani ce lo invidiano. E noi, riottosi e sconfortanti, irsuti più che mai, non sappiamo apprezzarlo. E ce ne lamentiamo, addirittura. Vado a Torino, alla Biblioteca Nazionale. Compilo la cedolina e chiedo in lettura le Rime e le prose di Claudio Achillini nell’edizione veneziana del 1673. Il servizio non è poi tanto lento. Dopo mezz’ora il libro è già sul bancone. Con rigida compostezza, una impiegata mi accompagna nella sala riservata. Il libro è antico, e bisogna che qualcuno ne sorvegli la lettura. Giusto, giustissimo. Tanti libri preziosi sono stati mutilati, purtroppo. Pagine strappate e segnacci con penna lo dimostrano. Il sorvegliante, al quale vengo affidato, è di pensierosa concisione. Mi squadra, borbotta, e smozzica fra i denti: " questo è un manoscritto" . Rimango allibito. E lui, da cordiale diventa diffidente. Insiste. E per amor di pace, e di lettura, tra il sì e il no confuso, sono costretto ad ammettere che quel libro, stampato a Venezia da Nicolo Pezzana, è proprio un manoscritto. Un manoscritto stampato. Un ossimoro barocco, ingegnoso, degno del più sbardellato dei secentisti. Di quell’Achillini che, nei suoi versi, aveva fatto sudare i fuochi. Fa spettacolo, e impressione, che il sorvegliante della sala riservata, di una grande biblioteca, neppure sappia cosa sia un libro, e cosa un manoscritto. Mi è andata peggio a Roma. Alla Biblioteca Nazionale. Arrivo in mattinata, poco prima delle dieci. Mi sembra un orario ragionevole. Vado ai cataloghi. Prendo la collocazione, e chiedo in lettura il De origine et statu Bibliothecae Ambrosianae di Pietro Paolo Bosca, anno di pubblicazione 1672. Dal bancone di accettazione mi mandano alla sala riservata. Rieccoci. Vado di corsa. La sala è disagiata per i lavori in corso.Solo quattro impiegati, adagiati nella penombra, si dimenano in una fitta discussione. Sono discreto, e aspetto che si accorgano di me, con la richiesta in mano. Tossisco. E non succede niente. Torno a tossire. E mi ignorano. Butto giù un saluto. Lo lascio cadere in mezzo ai torneamenti e alle giostre di un fitto repertorio gestuale. Finalmente si accorgono della mia presenza. Un impiegato mi esibisce il braccio sinistro, e con un dito della mano destra picchietta sul suo orologio. Non capisco. Si spazientisce con un " ah vedi, questo" . E poi, pacatesi, con piglio didattico e scandendo le parole, mi spiega che sono in ritardo, e quindi inopportuno.Le richieste dei libri vanno presentate entro le dieci. Sono ormai le dieci e un quarto. Fuori orario massimo. Non mi lascia scelta. Debbo tornare l’indomani. Ritorno alle nove, stavolta. Prendo la richiesta, e mi dicono di tornare il giorno dopo. Avevano dimenticato di dirmi che i libri della sala riservata si chiedono un giorno per l’altro. O così mi sembra di capire, perché non è che spendano molto in parole. Non hanno tempo da perdere. Il loro lavoro è arduo, in mezzo allo sfacelo della ristrutturazione. Capisco e immedesimo. Tuttavia guardo attorno per la saletta. Continua a essere vuota. Insisto perché mi prendano il libro. Spiego che sono in partenza per New York e che ho già disdetto la camera dell’albergo. Improvvisamente diventano comprensivi. Si commuovono quasi, quando aggiungo che sono sulle spese; e sulle spine, per il tempo. Diventano velocissimi. Dopo manco un quarto d’ora, ho il libro fra le mani. Finalmente. Mi serve riscontrare una citazione. Lo faccio in cinque minuti. Ma c’erano voluti due giorni d’attesa. Tanto trambusto. E tante emozioni.Diceva Nicole che le biblioteche sono " i magazzini delle fantasie degli uomini" . Si riferiva ai " sogni" che i libri custodiscono e tramandano. A quel tanto di aereo che loro rinserrano; e che altrimenti svaporerebbe. Non avrebbe mai pensato, Nicole, a un altro genere di " fantasie" . A quelle elaborate per dar stanchezza ai lettori. E meriti di un faticoso vincere; o di un eroico soccombere. Esco la mattina presto per andare in biblioteca. Il singolare è fuori posto, in questo caso. La Biblioteca Regionale di Catania è una e quadrupla. E’ divisa in quattro sedi diverse, dislocate in quattro punti lontani della città. Prima di mettermi in moto è bene che sappia decidermi sulle urgenze. Se mi servono delle riviste andrò nella sede tale (aperta solo un giorno la settimana; e per mezza giornata: chi sa perché qualcuno ha deciso che gli studiosi possano fare a meno delle riviste per sei giorni la settimana). Se ho bisogno di consultare dei libri dell’Ottocento, dovrò fare un altro percorso. E così via. In ogni caso non potrò mai usufruire, nello stesso giorno, dei vari fondi della Biblioteca. Scelgo di andar per riviste? È rischioso, lo so. E lo metto in conto. Se c’è mancanza di personale, troverò tutto chiuso. Mi avventuro lo stesso. Le saracinesche sono abbassate. Non c’è nessuno. Mi informo. Nella sezione ci sono stati dei lavori di adeguamento strutturale. Moderni e funzionali. Ma le autorità non hanno riconosciuto l’agibilità dei locali. Risultato: la sezione è chiusa a tempo indeterminato. Addio riviste. I libri antichi /e di storia dell’arte sono nella sede storica della Biblioteca. In un bel palazzo. Di anno in anno la sala di lettura è diventata sempre più piccola. Il personale stesso, ingrossatosi, non sa più come distribuirsi negli spazi angusti. Lavora male, in sacrificio; ed è sofferente. Con ragione. Eppure si fa in quattro, per quello che può. Che faccio? Vado nella sede storica? Qualcosa mi trattiene. Un ricordo di qualche anno fa. Forse tragico, forse comico. Ilarotragico, diciamo, o eroicomico. Una folla fittissima faceva tappa all’ingresso, Non c’era modo di entrare. Ed era inutile lavorare di gomiti. Un varco, per quanto sottile, era un’ipotesi di lusso. A un certo punto un coro si alza, or crescendo or decrescendo. Un doppio coro, alternante e dialogante: dentro e fuori della Biblioteca. Non era facile capirci qualcosa, in quel confluire di voci pingui e spremute. Venne l’unisono. E fu il responso della Sibilla. Per quel giorno (e per altri ancora) la Biblioteca era inagibile. Era regolarmente aperta. Non c’era nessun sciopero in atto. Era avvenuto, semplicemente che da Palermo erano stati mandati in massa i custodi. Tanti, tantissimi custodi. Mancavano però i distributori. E il coro di custodi informava che non si potevano prendere i libri, per mancanza di personale.Se mi decido ad andare, voglia il caso che il libro non sia posto in alto, negli scaffali. In questa sciagurata eventualità, è proibito prenderlo, il libro, per motivi di sicurezza. Anche se la disponibilità fattiva del personale, ha trovato modo di aggirare l’inciampo legale. Va fatta la richiesta. Ma bisogna tornare qualche giorno dopo. Nel frattempo qualcuno, autorizzato (presumo), e con tutte le precauzioni, tenterà di arrampicarsi. E’ solo questione di tempo. Che non è poco. E di fegato e resistenza. Ci vuole pacatezza e coraggio, a intraprendere una ricerca nelle nostre biblioteche. Che custodiscono sì le " fantasie degli uomini" . Ma per renderle sempre più inaccessibili.Un sogno aveva un mio amico, conservatore di biblioteca. Peraltro bravissimo, nel suo lavoro. Si scervellava di trovare la maniera di imbracare i libri dentro custodie delicate e preservative, con tanto di lucchetto. Era convinto di diventare ricco, brevettando l’invenzione. Ma il denaro gli interessava fino a un certo punto. La sua era una missione. Aveva aperto una crociata per la salvaguardia dei libri nelle biblioteche. Non sopportava nemmeno il fruscio delle pagine sfogliate, in una sala di lettura. Trabalzava e gli si accapponava la pelle. Per lui i libri andavano chiusi a chiave, uno per uno. Mi mostrò i disegni della sua invenzione. E ci rimase male, quando dissi che quegli oggetti celibi mi ricordavano le cinture di castità. Da allora, non l’ho più visto. Intanto è nato un nuovo turismo. Discreto e riservato. Molti dei nostri studiosi preferiscono prendere l’aereo, e rifugiarsi per qualche tempo a studiare nelle biblioteche americane. L’America è vicina, dopo tutto. E vero che, nella scalinata d’ingresso della New York Public Library, i due leonacci di pietra di Clark Potter simboleggiano la Pazienza e la Fortitudine. Ma se ne stanno accucciati lì, per anglosassone autoironia. Come i mostri gotici acquattati nelle rientranze e nelle sporgenze della Sterling Memorial Library della Yale Unversity. Nessuna virtù di resistenza è messa alla prova nella New York Public Library.

Autore: Salvatore Silvano Nigro

Fonte:La Stampa