Archivi categoria: Arte e istituzioni

Archeologi delle fabbriche

Dopo decenni di indifferenza e talvolta di oscurantismo, l’archeologia industriale sta vivendo un periodo di crescente attenzione da parte dell’opinione pubblica, e può vantare successi notevoli nel riuso di edifici e capannoni, nel recupero urbanistico di grandi complessi produttivi e nella salvaguardia di macchinari e archivi aziendali. Anzitutto, cosa si intende per " archeologia industriale" ? " E’ la memoria dell’industrializzazione" , dicono i più categorici; " è la materia che si occupa di preservare le testimonianze dei processi produttivi del passato" , affermano i più avvertiti. In realtà, di definizioni ne sono state date molte, a partire da quella coniata nel 1957 dal " Council of British Archaeology" ; e sono tutte più o meno accettabili purché la loro interpretazione tenga conto della molteplicità di fattori – scientifici, storici, sociali, letterari, artistici, economici, ambientali – che sono parte legittima della materia. Purtroppo ancora oggi molti ritengono inconciliabile il connubio tra scienza e umanesimo: e altri sono convinti – a torto – che i contenuti culturali di questa disciplina si esauriscano nella valenza architettonica (quella dei " contenitori" ) ignorando o mortificando i contenuti tecnici dei processi e dei mezzi di produzione, ossia gli elementi indispensabili per una lettura organica del contesto originario.Per il nostro Paese, il compito di definire i campi d’azione e le strategie da seguire era stato affidato dal ministero dei Beni Culturali a una Commissione nazionale creata nel 1994. Tre anni dopo, quest’organismo ha cessato di funzionare senza aver potuto fornire gli attesi riscontri, e lasciando un vuoto che non e stato ancora colmato. Sulla necessita di un intervento in questo senso si e discusso nel convegno sui " Beni culturali della civiltà industriale" organizzato da Icsim (Ist. Momigliano per la cultura d’impresa) e Aipai (Ass. per il patrimonio archeo-industriale) tenutosi a Terni dal 28 al 30 settembre, presenti i sottosegretari Enrico Micheli e Giampaolo D’Andrea. Altro argomento di dibattito e stato quello della legislazione riguardante i beni culturali: il parere più condiviso e quello che auspica il ruolo-guida dello Stato, garantendo l’autonomia regionale ed il rispetto delle caratteristiche territoriali attraverso strumenti operativi omogenei. Si e detto che, nella formulazione dei Piani regolatori, la tutela dei beni archeologici industriali non deve essere considerata come un elemento di disturbo ma come un arricchimento sostanziale della progettazione. Per il recupero delle grandi aree impiantistiche dismesse (che in Italia occupano circa 46.000 ettari) si avverte l’opportunità di attivare procedure partecipative, coinvolgendo capitali privati e dando la preferenza ad installazioni produttive o, comunque, capaci di trasformare un onere in una risorsa. Altra chiara esigenza e quella di tutelare il paesaggio nella sua essenza e nel suo contesto. Ovviamente, non tutto si può (o si deve) salvare ma gli interventi di recupero devono, in ogni caso, evitare di cancellare o di falsare le testimonianze dell’attività industriale preesistente. Buona parte di questi concetti è in accordo con i risultati del convegno 2000 dell’International Committee for the Conservation of the Industrial Heritage tenutosi a Londra all’inizio di settembre; dimostrando che le molte realizzazioni in corso nel mondo (ricordiamo soltanto quella del recupero del grande bacino della Ruhr, in Germania) seguono, ormai, una filosofia che si va consolidando. Un argomento che, per la sua vastità non ha trovato spazio nel nutrito programma del convegno di Terni, è quello della formazione degli archeologi industriali. I docenti delle prime cattedre di archeologia industriale (sorte sin dal 1995 nelle Facoltà di Beni Culturali delle Università di Lecce e Viterbo) hanno dovuto definire autonomamente il proprio indirizzo metodologico; ma il poter accreditare una metodologia pedagogica razionale, riguarda, ora, anche altre cattedre sorte di recente e dovrebbe armonizzarsi con il nuovo ordinamento universitario. In sintesi, l’archeologia industriale soffre di alcuni mali di crescita che occorre rimediare al più presto. Speriamo che lo si faccia nello spirito che gia fu del poeta-ingegnere Leonardo Sinisgalli.

Autore: Gino Papuli

Fonte:La Stampa

Dalle antiche civiltà lo stimolo dell’unione

Il discorso che il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha tenuto il mese scorso a Luxor (qui sotto ne pubblichiamo uno stralcio) non ha mancato di suscitare l’attenzione degli archeologi e di chi della ricerca ha fatto una ragione di vita. L’allocuzione presidenziale – ispirata al rapporto che unisce Italia ed Egitto nel campo degli studi archeologici – è in realtà una riflessione ben più ampia e articolata, volta a sottolineare il senso profondo della ricerca archeologica come via privilegiata per migliorare la comprensione e la coesione tra i popoli, in particolare quelli che si affacciano sul Mediterraneo.Il passato è testimonianza e ispirazione per il futuro nel Mediterraneo. Avvertiamo ovunque il respiro delle grandi civiltà succedutesi senza interruzioni per millenni. In Egitto il senso del passato è più forte che mai, forse perché è proprio questa la terra che ha visto nascere la prima grande civiltà mediterranea; forse perché è una presenza così suggestiva e così fisicamente maestosa.Il tempio di Luxor, egizio, divenuto poi luogo di culto prima greco-romano e poi paleocristiano, oggi con una Moschea nel suo interno, è un simbolo impressionante di un intreccio di culture che è unico nel mondo. Le civiltà che ci hanno preceduto ci hanno trasmesso una enorme eredità. Preservarla e valorizzarla è un dovere verso l’intera umanità, e un problema ben presente in Italia, come in Egitto. La presenza di una grande eredità culturale del passato, egizia, fenicia, greco-romana, cristiana, ebrea, islamica, medioevale, rinascimentale, è patrimonio dell’intero Mediterraneo. Nasce dallo sviluppo di civiltà diverse, incontratesi e scontratesi, ma che sempre si sono influenzate e arricchite a vicenda. Il rapporto fra culture diverse e la loro capacità di coesistere e di interagire, che è uno dei problemi di fondo di questo nuovo " millennio" , trova nel Mediterraneo un habitat naturale, perché affonda nella storia.E’ quindi importante per l’Egitto, per l’Italia, per tutti i Paesi rivieraschi, prendere coscienza di questo patrimonio culturale comune che abbraccia oltre quattro millenni di storia. I monumenti dell’antichità sul nostro suolo sono le radici della nostra identità contemporanea, sono la visione che ci può accompagnare nel futuro. La riscoperta di un enorme patrimonio artistico, architettonico, archeologico che abbraccia tutte le civiltà mediterranee è una presa di coscienza che apre la via a una genuina collaborazione culturale fra Paesi europei, nordafricani e mediorientali. L’inventario dei siti e dei monumenti esistenti, il loro recupero culturale, il renderli accessibili al grande pubblico aiutano i diversi popoli a conoscersi meglio, a trovare contenuti comuni o affini. Questo è quanto la cooperazione dell’Italia con l’Egitto sta cercando di fare. Nella Valle delle Regine, come nel museo egizio del Cairo, come in passato nel salvataggio dei templi della Nubia, le nostre università e le nostre imprese hanno lavorato insieme con gli egiziani, ottenendo risultati che trascendono l’interesse nazionale dei singoli Paesi. Di tutte queste opere beneficia oggi l’intera umanità.In campo archeologico, l’Italia è presente in Egitto dall’inizio del secolo XIX. Negli ultimi anni abbiamo cercato di dare una maggiore coerenza ai nostri interventi e li abbiamo estesi a tutte le componenti del patrimonio storico e monumentale egiziano: faraonica, greco-romana, copta e musulmana. Guardiamo con grande interesse alla prospettiva di collaborare alla realizzazione del nuovo museo egizio di Giza, alla partecipazione continuativa all’attività di studio attraverso il comitato scientifico italo-egiziano e allo scambio di competenze professionali nel restauro e nella valorizzazione del patrimonio culturale. Restauriamo perché siamo convinti che il ripristino delle antichità nello stato originario sia un’infusione di linfa vitale nell’identità nazionale. Un’operazione tanto più importante nel contesto di integrazione economica e tecnologica mondiale che ci investe tutti. Dobbiamo respingere la tentazione di protezionismo culturale: una cultura che ripieghi su se stessa, che tenda a isolarsi, segna il proprio declino. La globalizzazione ci deve spronare a valorizzare e promuovere tutte le singole culture nella loro diversità e originalità. La riscoperta delle nostre radici, in parte comuni, ci permetterà di comprendere e di apprezzare in pieno il valore delle nostre diversità.

Autore: Carlo Azeglio Ciampi

Fonte:Il Sole 24 Ore

Produrre libri è un servizio pubblico

Produrre, libri, promuoverne la lettura e lo studio, è un servizio pubblico: tanto più oggi, in un momento di grandi trasformazioni economiche e sociali che richiedono un elevamento del livello medio di istruzione in tutto il paese. La cultura italiana, gli editori italiani sono pronti, ognuno per la loro parte, a contribuire a questo servizio; saprà l’autorità amministrativa assolvere dal canto suo alla parte che le compete, e assicurare strutture nuove che traducano nella realtà questa immagine della “lettura come servizio pubblico?”.Questa domanda io la rivolgo non solo all’autorità governativa, ma anche alle autorità provinciali e locali, e in particolare ai sindaci, che oggi sono convenuti numerosi e la cui presenza testimonia della loro sensibilità alle esigenze delle popolazioni con cui sono in quotidiano contatto. La biblioteca che tra poco sarà inaugurata è uno studio, non teorico ma pratico, col quale ci siamo proposti di offrire un contributo alla soluzione del problema della pubblica lettura. Auspichiamo che questo nostro esperimento venga discusso, criticato, perfezionato: solo così potrà diventare un prototipo di biblioteca che noi ci auguriamo di veder ripetuto nei mille e mille comuni italiani che di biblioteca sono privi. Il progetto della nuova biblioteca dimostrerà tra l’altro che, fatti gli opportuni ritocchi, la spesa per l’edificio e la spesa per il fondo librario si equivalgono e che la loro somma si contiene in limiti ragionevoli. Dimostrerà anche, noi speriamo, che la funzionalità del disegno, la modernità e razionalità dell’impianto, la luminosità e cordialità dell’ambiente, sono elementi essenziali al successo della biblioteca, concepita non come un burocratico deposito di libri polverosi, ma come un luogo vivo di ritrovo, di curiosità culturale, di stimoli all’attività intellettuale. Abbiamo voluto che la biblioteca, già nella sua architettura, suggerisse l’idea d’un luogo aperto, democratico, di facile e invitante accesso, di gradevole sosta. L’abbiamo voluta legata alla vita del paese, inserita spontaneamente in essa, familiare agli abitanti. Noi pensiamo infatti che una biblioteca modernamente intesa, coi suoi libri e le sue attività culturali collegate, possa essere uno dei centri fondamentali della vita associata, di una comunità media o piccola. Non si risolverà mai interamente il problema della scuola se accanto alla scuola non si farà sorgere una biblioteca, che avrà tra i suoi compiti più importanti quello di impedire che i giovani, una volta usciti dalla scuola dell’obbligo, ricadano irrimediabilmente in quella sorta di “analfabetismo culturale di ritorno”, che costituisce uno dei più dolorosi dispendiosi sprechi a cui si espone la società italiana attuale. Siamo in un’epoca di trasformazioni e di sviluppi, che richiede una coraggiosa visione dei problemi.Io vorrei poter dire qui, oggi, in questa riunione di autorità e di amici interessati e solidali, che gli investimenti per le scuole e per le biblioteche e per ogni altra attrezzatura culturale intesa alla formazione dell’uomo, debbono essere idealmente – e nella misura del possibile praticamente – considerati prioritari, come quelli che condizionano e rendono efficaci tutti gli altri investimenti.Per un paese moderno la cultura e l’istruzione non sono un lusso: senza di esse anche l’economia ed ogni altra attività si svilupperanno o più lentamente, o in modo precario e illusorio.

Autore: Giulio Einaudi

Fonte:La Stampa

Regioni all’attacco. Ghigo: facciamo la tutela partecipata.

La legislatura in corso ha portato grandi cambiamenti nelle Regioni, il più vistoso dei quali è stato l’elezione diretta dei Presidenti, nonché un intensificarsi del dibattito sulla " devolution" , il trasferimento da parte dello Stato alle Amministrazioni regionali di funzioni in diverse aree di competenza. Il 27 e il 28 ottobre il Coordinamento degli assessori regionali ai Beni culturali si è dato convegno a Torino (la Regione Piemonte ha infatti delega in materia di beni culturali e ambientali). Un’occasione anche per dar modo gli Assessori di conoscersi di persona, viste le molte nuove nomine. Gli argomenti all’ordine del giorno riguardavano, tra le altre cose, la normativa di tutela e la proposta di modifica dell’articolo 117 della Costituzione; il trasferimento della gestione dei musei statali, e il loro funzionamento, alle Regioni e agli enti locali; i rapporti con il Ministero per i Beni e le Attività culturali. All’incontro erano presenti 17 dei 20 assessori, segno questo di un’attenzione reale verso tematiche che ancora un decennio fa sarebbero state considerate di serie B. Ne abbiamo parlato con Enzo Ghigo, presidente della Regione Piemonte e attuale presidente della Conferenza dei Presidenti.Presidente Ghigo, i politici si sono finalmente accorti dei beni culturali?I beni culturali sono di moda, piacciono, e la partecipazione massiccia degli assessori all’incontro da noi organizzato mi è parsa un chiaro segnale di una nuova sensibilità delle Amministrazioni nei confronti del patrimonio e dell’ambiente. Quello dei beni paesaggistici e ambientali poi, e a maggior ragione adesso con l’alluvione, sta diventando un tema prioritario, che avrà molti sviluppi in futuro. Dall’incontro è scaturita un’agenda da proporre al Governo, in cui esprimiamo la volontà di creare politiche interregionali su progetti formativi, iniziative che riguardano la scuola e la valorizzazione del patrimonio. Mi auguro che l’intesa raggiunta continui nel tempo, la divisione crea soltanto debolezza. I rapporti col ministro Melandri sono altrettanto idilliaci? Quest’estate le aveva fatto indossare la maglia nera. Troppo accentratrice, ha detto.Col Ministro i rapporti sono cordialissimi, ci consultiamo spesso, e la comunicazione, sia a livello amministrativo sia personale, è eccellente. Con tutto ciò resto dell’idea che lo spirito, più che l’azione, del Ministero sia orientato al centralismo. Non a caso col 112 (il decreto legislativo Bassanini 112/98) non ci sono stati sostanziali trasferimenti di compiti, e non a caso la stessa riforma del Ministero accentra molti poteri su Roma anziché darli al Soprintendente regionale. Molti pensano che solo operando dal centro sia possibile fare un ‘efficace tutela. Personalmente ritengo che sia un errore ma mi rendo conto che è un ‘opinione diffusa e condivisa da molti. In materia di beni culturali, il decreto Bassanini non delega o trasferisce nessuna funzione, anzi; la tutela dei beni culturali rimane potere esclusivo dello Stato.Ma le Regioni quali impegni vorrebbero assumersi in materia di tutela?Certo nessuno si sogna di dire allo Stato " Va’ via, faccio io" . Molte attività di tutela, cosa che forse non tutti sanno, come la conservazione, la catalogazione, il restauro e così via sono attribuite in concorso tra Regione, Stato, Province e Comuni. Quella riservata allo Stato è quindi l’autorizzazione amministrativa non l’azione concreta di tutela, oggi ampiamente svolta anche dagli Enti locali. Il problema è capire che cosa esattamente si intenda per tutela. Se, come dice il 112, tutela è " ogni attività diretta a riconoscere, conservare e proteggere i beni culturali e ambientali" questa è un’attività che da sempre è svolta non solo dalle istituzioni regionali, provinciali e comunali ma anche dai privati, quando conservano, restaurano, proteggono, valorizzano il proprio patrimonio. Le Regioni oggi hanno possibilità di esproprio, iniziativa sui vincoli, svolgono attività di conservazione, catalogazione, restauro ecc. Certo, c’è poi chi lo fa meglio e chi lo fa peggio… Ma è già un’attribuzione. La Bassanini quindi in qualche modo si contraddice.Quali cambiamenti prospetta invece per le Regioni la modifica dell’articolo 117 della Costituzione?Il testo emanato dalla Camera ribadisce che la tutela è esclusiva dello Stato mentre la valorizzazione spetta alle Regioni. Di nuovo una situazione contraddittoria. Addirittura potremmo parlare di un arretramento perché le Regioni già esercitano la tutela dei beni paesaggistici e quella dei beni librari (in attuazione del decreto legislativo 490/99 ndr). Se il 117 ribadisce che la tutela viene esercitata come potere esclusivo dello Stato, io mi immagino che il giorno in cui la modifica all’articolo dovesse essere approvata le due tutele ci verrebbero tolte. Probabilmente il testo non passerà in questa legislatura e quindi il problema non si pone al momento in maniera così drammatico, però mi piacerebbe che sull’argomento si aprisse un dibattito prima che venga presa una decisione definitiva.Voi Regioni quale alternativa proponete?La nostra proposta è che la tutela diventi una materia di potere concorrente: lo Stato fa le normative quadro, ha i suoi organi di vigilanza e di surroga ma l’azione di tutela è potenzialmente delegabile, magari anche gradualmente. Posso capire che lo Stato dica: " Ma se una Regione decide di vendere il Colosseo io devo avere uno strumento per fermarlo" . Giustissimo. Garantire la salvaguardia, la protezione dei beni è una funzione statale irrinunciabile. E infatti non chiediamo di darci un potere esclusivo, ma di emanare una normativa nazionale in cui si dica che le funzioni di conservazione sono delegate, delegabili, trasferite alle Regioni. Il Ministero può surrogare, sostituire, può decidere di far rimanere il soprintendente come agenzia di vigilanza, riservarsi in ultima istanza il diritto alle autorizzazioni, mentre l’azione concreta spetta alle Regioni. In realtà c’è un gruppo di persone di cui fanno parte il Fai, Italia Nostra e altri che dice: " Orrore, un sindaco padrone del Colosseo, chissà che cosa ne farà!" . Ma che cosa vuole che ne faccia? Tra l’altro il fatto che la tutela sia affidata allo Stato se per un verso dà la garanzia di neutralità nelle scelte allontana in un certo senso gli amministratori dalla decisione, li deresponsabilizza. Mi rendo conto che il tema della tutela è delicatissimo, e che si possono fare dei danni irreparabili, però la divisione tutela allo Stato, il resto agli enti locali è molto debole, non libera energie, proposte, volontà, risorse, soldi… Il problema è trovare dei meccanismi, anche normativi che facciano partecipare, rendano consapevoli, responsabili i Comuni, le Province, le Regioni del problema della conservazione del patrimonio culturale perché è un problema importante. Però come lei stesso diceva prima, c’è chi è in grado di farlo bene e chi meno.Sì, questa è una delle obiezioni più comuni. C’è chi dice: d’accordo per il Piemonte, la Lombardia, l’Emilia, ma in altre Regioni? Ci sono posti in cui non funziona neanche lo Stato… Io però penso che se la tutela diventa un compito su cui l’amministrazione, a tutti i livelli, anche locale, viene chiamata a rispondere in prima persona, si determina una responsabilizzazione molto più alta.Ancora a proposito di deleghe e di trasferimenti di funzioni. Le Regioni fanno anche parte della Commissione paritetica istituita nel 1998 allo scopo di valutare la possibilità di trasferire a Regioni, Province e Comuni la gestione di musei statali e di altri beni culturali. A che punto sono i lavori?La Commissione paritetica ha una composizione prevalentemente tecnica (è composta da 5 rappresentanti del Ministero, 2 delle Regioni, 2 dei Comuni e 1 delle Province, presieduta dal Ministro, ndr). Le Regioni, le Province e i Comuni hanno proposto che la valutazione del possibile trasferimento dei musei si basasse su progetti di gestione e di sviluppo elaborati localmente, valutando la qualità del progetto di crescita del museo, senza impegolarsi nella discussione, insostenibile e anche culturalmente assai difficile, su che cosa sia un museo di interesse locale e che cosa un museo di interesse nazionale. Come Regioni, Anci e Upi insieme abbiamo anche proposto per i maggiori musei italiani, penso a Torino al Museo Egizio, una conduzione " partecipata" in modo che l’attività del museo non venga decisa da un funzionario ma da un organismo di amministrazione che ne consenta il cofinanziamento anche da parte di Regioni, Province, Comuni, Fondazioni bancarie, e che nell’amministrazione di questi musei vi sia una rappresentanza, per esempio, del sindaco, che partecipi agli indirizzi generali che presiedono appunto all’attività del museo. Un museo statale con un comitato di gestione in cui, per dire, la Regione mette un miliardo, il Comune un altro miliardo, le Fondazioni bancarie altrettanto sarebbe un museo con tre miliardi a disposizione anziché zero lire come adesso. E se la domenica il sindaco decidesse di aprirlo non si sentirebbe più rispondere da Roma che non ci sono i soldi per pagare i custodi. Oggi questo è inaccettabile, perché i musei per una città sono un patrimonio che determina anche la qualità della vita, richiama turismo, fa cultura, scuola, scambio… Su quest’impasse la commissione è rimasta bloccata per molto tempo, ma si sta lavorando per superare le pregiudiziali delle posizioni e sbloccarle caso per caso prendendo due o tre regioni alla volta. Il Piemonte sarà tra i primi ad essere esaminato, chissà che con questo meccanismo pragmatico-operativo non si riesca a trovare la soluzione.Circa la sua proposta di investire 600 miliardi per la riqualificazione del patrimonio culturale piemontese, in particolare le residenze sabaude ma anche istituzioni museali, in vista delle Olimpiadi del 2006. La proposta ha concrete possibilità di essere realizzata? Quali interventi verrebbero attuati?La Regione Piemonte ha già stipulato un’intesa Stato-Regione in cui figurano anche i beni culturali. Stiamo lavorando alla messa a punto di un accordo di programma-quadro con il Ministero che attua l’intesa e in quella sede abbiamo proposto di investire 600 miliardi da impiegare principalmente per le residenze di storia sabauda, ma anche per musei. La Regione investirebbe 200 miliardi, attingendoli ai fondi strutturali del 2001-2006; al Ministero chiediamo di metterne altri 200 (dai fondi del Lotto o del proprio bilancio o del Cipe) e alle Fondazioni bancarie di completare l’investimento. In questo modo, in base alla stima fatta dai miei uffici dei Beni culturali insieme alle Soprintendenze ai Beni artistici e ai Beni architettonici, sentiti anche il Comune di Torino e gli altri comuni interessati, tutte le residenze sabaude, da Stupinigi a Venaria, da Agliè a Racconigi, a Covone e a Valcasotto (che abbiamo recentemente acquisito esercitando il diritto di prelazione), potrebbero essere restaurate, riordinate e rese ampiamente fruibili, costituendo un vero e proprio " pacchetto" di proposta, di immagine internazionale. Dal Ministro ho già avuto un consenso, nello stesso convegno e in colloqui successivi; quanto alle Fondazioni bancarie, credo di aver avvertito dei segnali positivi che verificherò prossimamente.Restando in argomento, lei personalmente quale destinazione vedrebbe con favore oggi per la Reggia di Venaria? Io sono stato tra quelli che hanno sostenuto l’ipotesi di collocare il Museo Egizio nella Reggia, soluzione che invece ha suscitato nella Città di Torino una forte opposizione. Al momento sulle possibili destinazioni d’uso della residenza è in corso uno studio diretto dal prof. Paolo Leon; mi sembra corretto rimanere in silenzio fintanto che non ne verranno resi noti i risultati. Ovviamente mi auguro per Venaria una destinazione in grado di suscitare un forte interesse internazionale e che la valorizzi come merita.

Autore: Anna Maria Farinate

Fonte:Il Giornale dell’Arte

La Grammatica e la Pratica

Da fine ottobre chi si occupa di Beni Culturali non deve più farsi strada a fatica in una giungla di centinaia di leggi spesso contrastanti o contraddittorie, accumulate in sessant’anni di attività legislativa, ma ha di fronte a sé un Testo Unico di 166 articoli e una cinquantina di pagine. Il Testo Unico (il primo realizzato in questa legislatura) è stato definitivamente approvato dal Consiglio dei Ministri del 22 ottobre scorso. Delle oltre 900 leggi prese in esame sono state armonizzate e spesso abrogate decine di leggi e snellite numerose procedure amministrative che toccano la vita dei cittadini. Secondo il Ministero, i punti principali del Testo Unico sono questi. In primo luogo si amplia il concetto di bene culturale, poiché la tutela viene estesa a fotografie, audiovisivi, spartiti musicali, strumenti scientifici e tecnici e altri beni " testimonianza avente valore di civiltà" . In secondo luogo, ai tradizionali concetti di tutela e conservazione, che hanno ispirato la legislazione dei decenni passati, si affiancano i concetti di valorizzazione e promozione, sui quali si basa la collaborazione con i privati, con un forte ruolo per le Regioni e gli Enti locali. Per quel che riguarda la semplificazione delle procedure, d’ora in poi, per esempio, i proprietari di immobili di interesse storico-artistico da ristrutturare non dovranno più attendere il complesso e lunghissimo esame degli organi centrali del Ministero: basterà una sola autorizzazione delle locali Sovrintendenze, autorizzazione che varrà anche per essere ammessi a tutte le procedure semplificative previste dalla legislazione urbanistica nonché per ottenere contributi e agevolazioni fiscali, senza ulteriori domande. Forti semplificazioni sono previste anche per i commercianti di opere d’arte che avranno minori adempimenti amministrativi da sbrigare, anche se il Ministero promette di non diminuire i controlli sulla loro delicata attività. Oltre al Testo Unico dei Beni Culturali, altre importanti normative stanno arrivando in porto. Il Regolamento di attuazione della riforma del Ministero è prossimo al varo definitivo. All’esame finale del Consiglio di Stato è il Regolamento sulle Fondazioni, frutto del Comitato propositivo per l’impresa culturale, che consentirà al Ministero di trasformare i propri beni, compresi i grandi musei e i grandi siti archeologici, in Fondazioni di diritto privato con il concorso di capitali privati per favorire una gestione più autonoma e imprenditoriale. L’Ufficio legislativo del Ministero sta licenziando il Regolamento per la cessione a privati, oggi impossibile, dei beni artistico-culturali degli enti locali. Il Regolamento prevede due categorie di beni. Quelli di maggior pregio artistico, che potranno essere ceduti a privati con autorizzazione del Ministero, purché ne sia valorizzata la funzione culturale a pena di nullità del contratto di cessione. E quelli di minor pregio che potranno essere ceduti con autorizzazione della Sovrintendenza anche per utilizzi prevalentemente commerciali, purché sia preservata l’integrità del bene. Enti locali e Ministero avranno cinque anni per procedere al censimento di questi beni, ma sono previste procedure transitorie per consentire le cessioni già dai prossimi mesi. La Conferenza sul Paesaggio, che si è svolta a metà ottobre a Roma, ha infine fornito linee condivise di intervento normativo che possono ora tradursi in norme più moderne ed efficaci anche per la tutela dei beni ambientali. All’aggiornamento del quadro normativo si affianca un’interessante evoluzione del quadro sindacale. Il 21 ottobre è stato siglato da Federculture e Cgil-Cisl-Uil il primo contratto nazionale per la gestione dei servizi culturali, turistici e sportivi degli enti locali. Il contratto, che si applicherà alla Biennale di Venezia e al Palazzo delle Esposizioni di Roma, nonché alle centinaia di musei, teatri, biblioteche e aree archeologiche controllate dagli enti locali, è di natura privatistica e prevede un’elevata flessibilità: l’orario di lavoro è infatti conteggiato su base annuale in modo da poterlo " modulare" nelle ore del giorno e nei mesi dell’anno in cui la domanda è più elevata. Tutte queste evoluzioni normative e contrattuali sono indispensabili per realizzare quel miglioramento complessivo dell’offerta culturale che è l’obiettivo primario della collaborazione pubblico-privato. Sono necessario, anzi necessarissime. Ma purtroppo non sono ancora, da sole, sufficienti. Occorre che ad esse si affianchino forti volontà e comportamenti coerenti. Non arriviamo a dire, come nel vecchio proverbio, che " val più la pratica che la grammatica" . Ma certo la pratica conta in questo caso almeno quanto la grammatica.

Fonte:Impresa Cultura