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MESTRE (Ve). ATTORNO A KLIMT. GIUDITTA, EROISMO E SEDUZIONE

La Fondazione Musei Civici di Venezia inaugura al Centro Culturale Candiani di Mestre il primo di una serie di suggestivi appuntamenti dedicati all’arte moderna e contemporanea che, con il titolo di ‘Corto Circuito. Dialogo tra i secoli’, presenteranno di volta in volta esposizioni che andranno ad attingere dal ricco patrimonio della Città di Venezia conservato nelle collezioni civiche.
Un progetto fortemente voluto dal Sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, che ha inteso così proporre alla cittadinanza un programma culturale di alto valore coinvolgendo lo straordinario patrimonio custodito nei Musei Civici e appartenente a tutto il territorio veneziano, Laguna e Terraferma.
Il ciclo di mostre, concepito appositamente per il Centro Culturale Candiani da Gabriella Belli, Direttore della Fondazione Musei Civici di Venezia, apre al pubblico il 14 dicembre 2016 con l’esposizione ‘Attorno a Klimt. Giuditta, eroismo e seduzione’, che resterà poi aperta fino al 5 marzo 2017.
La mostra, il cui progetto di allestimento è stato affidato a Pierluigi Pizzi, architetto e scenografo di fama internazionale, è incentrata attorno a uno dei miti più affascinanti della tradizione biblica, quello di ‘Giuditta’.
Fulcro dell’esposizione, che presenta oltre ottanta opere provenienti dalle collezioni della Fondazione Musei Civici di Venezia (Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro, Museo Correr, Ca’ Rezzonico – Museo del Settecento veneziano, Museo Fortuny, Museo di Palazzo Mocenigo), da alcuni musei come il Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto e da varie collezioni private nazionali e internazionali, è rappresentato dal capolavoro di Gustav Klimt Giuditta II (Salomè). che giunge per l’occasione da Ca’ Pesaro.
Intorno a questa potente icona del XX secolo, realizzata dal grande artista viennese nel 1909 per la Biennale Internazionale d’Arte del 1910 e acquisita proprio in quell’anno dal Municipio di Venezia per la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro – un’opera che letteralmente ‘ammalia’ per la sua carica sensuale e per le sue evocative reminiscenze bizantine – si articoleranno una serie di suggestioni tra antico e contemporaneo che, dalla figura biblica di Giuditta e dalla sua fortuna artistica tra Cinque e Seicento, arriveranno al Simbolismo ottocentesco e al clima della Secessione Viennese, fino all’interpretazione del mito che il padre della psicanalisi, Sigmund Freud, diede nel 1917 con Il tabù della verginità.
Il passaggio da femme fatale a demone del ‘900 sarà inoltre evidente anche nel linguaggio cinematografico. Come nel video Giuditta: metamorfosi sullo schermo, realizzato da un team di ricercatori dell’Università degli Studi di Padova, coordinati dal prof. Gian Piero Brunetta, in cui sono montati insieme brani delle più celebri ‘Dive’ passate sul grande schermo nei primi vent’anni del secolo scorso.
La mostra sarà inoltre accompagnata da un prezioso catalogo edito da Linea d’Acqua (Venezia, 2016), che raccoglie interventi di Gabriella Belli, Flavio Caroli, Gian Piero Brunetta, Elisabetta Barisoni, Elena Marchetti e Matteo Piccolo.

Info:
Fondazione Musei Civici di Venezia
T +39 0412405225 / 32 – M +39 346 0844843 – press@fmcvenezia.it
Mestre, Centro Culturale Candiani, dal 14 dicembre 2016 al 5 marzo 2017

ROMA. Artemisia Gentileschi e il suo tempo.

Nata da un’idea di Nicola Spinosa (curatore della sezione napoletana), la mostra “Artemisia Gentileschi e il suo tempo” si presenta come un viaggio nell’arte della prima metà del XVII secolo seguendo le tracce di una vera, grande donna.
Una pittrice di prim’ordine, un’intellettuale, non solo padrona di una tecniche pittorica sublime, ma capace di declinarla secondo le esigenze dei diversi committenti e trasformarla dopo aver assorbito il meglio dai suoi contemporanei, così come dagli antichi maestri.
Promossa e prodotta dalla Sovrintendenza Capitolina e da Arthemisia Group, organizzata da Zètema, presenta 95 opere provenienti da 80 diversi musei, gallerie e collezioni private ed è ospitata a Palazzo Braschi fino al 7 maggio 2017 (catalogo Skira).
“E’ una giornata particolare” dice facendo gli onori di casa il Sovrintendente Claudio Parisi Presicce, “perché oggi apriamo con Artemisia uno spazio nuovo, di circa 900 mq, utilizzato per la prima volta, destinato alle mostre temporanee”. Per una rassegna che non si ferma alla biografia, ai luoghi comuni della cronaca, ma indaga la personalità di un’artista che è entrata in rapporto col mondo dell’arte del suo tempo, da cui è stata influenzata e che ha influenzato. “Si è parlato di Artemisia per tirar fuori le sue qualità e i suoi valori pittorici, ma anche per allargare il confronto agli altri – precisa il professor Spinosa – per far emergere le sue qualità in rapporto con il padre, con Simon Vouet, a Firenze nell’ambiente galileiano, a Venezia con Paolo Veronese, a Napoli dove rimase fino alla morte, con Battistello Caracciolo, con Ribera, Stanzione, cosa che le mostre precedenti non hanno fatto”.
Dei 95 dipinti in mostra, 29 sono di Artemisia. Gli altri sono di artisti che hanno stabilito un dialogo, un confronto o scontro con lei. E loda la generosità dei collezionisti privati da cui vengono molte opere, a differenza di certi musei statali restii ai prestiti. Ma attenzione perché le opere non sono tutte presenti. Vanno e vengono. Per esempio “Giuditta decapita Oloferne” del 1617 del Museo di Capodimonte non c’è ancora, arriverà a febbraio, mentre “Susanna e i vecchioni”, che viene dalla Germania, sarà in mostra solo fino a Marzo.
L’esposizione ha inizio con un doppio autoritratto, “Autoritratto come suonatrice di liuto”, un olio su tela del 1617 – 1618 dal museo di Hartford e un “Autoritratto” a matita su carta azzurrina del 1613 che viene da una collezione privata londinese. Ma il capolavoro che segna il debutto è “Susanna e i vecchioni” dipinto a Roma nel 1610. Ha 17 anni, è autodidatta e mostra una capacità straordinaria di raccontare una storia in modo femminile, di dipingere un nudo naturalistico in piena controriforma,
Accanto un’altra opera del periodo romano di poco successiva, “Giuditta e la fantesca Abra” degli Uffizi, dal forte effetto drammatico, con quel volto di profilo che non ha uguali. Poche opere hanno tanta potenza evocativa. E’ degli esordi a Roma anche la “Danae” del 1612, un piccolo olio su rame che viene dal Museo di Saint Louis. E prosegue in crescendo fino ai quadri degli ultimi anni realizzati a Napoli (in collaborazione con Bernardo Cavallino “Loth e le figlie” del Museo di Toledo, Ohio, e con Onofrio Palomba “Susanna e i vecchioni” della Pinacoteca Nazionale di Bologna), seguendo un duplice filo conduttore, da un lato le diverse fasi artistiche a partire dasquo;apprendistato nella bottega del padre, dall’altro il continuo andare da un luogo all’altro. Da Roma a Firenze, Venezia, Londra, Napoli.
Un personaggio simbolo, oggi più che mai, Artemisia Gentileschi (1593 – 1653), conosciuta solo con il nome di battesimo, l’antesignana dell’affermazione del talento femminile nell’arte, espressione di libertà e indipendenza contro ogni sopruso. E’ la primogenita del pittore Orazio Gentileschi, nota al grande pubblico per essersi ribellata alla violenza dello stupro subito giovanissima da parte del pittore, collega del padre, Agostino Tassi. Una storiaccia fra violenze e gelosie di mestiere, una biografia romanzata che ha rischiato di oscurare i suoi meriti. I documenti e le lettere usciti recentemente dagli archivi ci restituiscono un’immagine più sfaccettata. Quella di una donna e di un’artista che lotta per affermarsi nell’unico modo possibile in un mondo dominato dagli uomini. Sappiamo che non era una bambina quando conosce Tassi, che gli fu vicino per quasi un anno. Il processo, poi solo tre mesi di esilio per il colpevole e alla fine Artemisia sposa Pierantonio Stiattesi.
Francesca Baldassarri, curatrice della sezione fiorentina, sottolinea come la presenza di questa “donna d’acciaio” a Firenze sia legata alla sua biografia, non poteva rimanere a Roma. Durante i quasi otto anni trascorsi nella capitale del granducato, Artemisia, lontano dal padre, acquisisce un proprio stile originale. Lavora per la corte di Cosimo II e ama furiosamente un suo coetaneo, il nobile Francesco Maria Maringhi a cui scrive lettere appassionate, lei che era analfabeta. Allora impara a leggere e scrivere, frequenta il mondo della cultura, partecipa ai balli di corte. Suo mecenate e protettore Michelangelo Buonarroti il Giovane, nipote del genio (suo il soffitto di Casa Buonarroti), che la mette a contatto con i pittori fiorentini, con le grandi famiglie, con Galileo. Per Laura Corsini, moglie di Jacopo Corsi l’inventore della Camerata de’ Bardi, dipinge la “Giuditta”, ora a Capodimonte, gemella dell’altra oggi agli Uffizi, per Galileo l’”Aurora” in mostra, di collezione privata.
Temi colti e lei si rappresenta come suonatrice di liuto. E’ la prima donna ad essere accolta all’Accademia delle Arti e del Disegno di Firenze fondata da Vasari. Accanto nella stessa sala i pittori che operano a Firenze Giovanni Bilivert, Francesco Furini, Giovanni Martinelli, Felice Ficherelli in un “legame bivalente di reciproco scambio”, di dare e avere.
Propone una nuova lettura della pittura di Artemisia, l’interesse per le vicende dello stupro hanno portato fuori strada, anche Judith Mann che ha curato la sezione romana. Artemisia “non è una pittrice camaleonte, non ha scimmiottato gli altri. Quando opera al meglio è una grande pittrice drammatica e narrativa, una pittrice di narrazione e di sfumature”.
Dopo Firenze il ritorno a Roma nel 1620. Un rientro non propriamente trionfale, anche se vi ritorna da donna sposata, abita a via del Corso e può permettersi dei servitori. In questo periodo il pittore che esercita la maggiore influenza su di lei è Simon Vouet che la ritrae in un dipinto, ma ha rapporti anche con altri artisti. Nella sezione dedicata agli anni 1620 -1627 sono presenti opere di Nicolas Regnier, Charles Mellin, Vouet, Giuseppe Vermiglio. E del padre Orazio “Sibilla” dal Museo di Houston, mentre di Artemisia sono in mostra una serie di ritratti che non ti aspetti: “Santa a mezzo busto” di collezione privata, “Ritratto di gonfaloniere” dalle Collezioni comunali d’arte di Bologna e “Ritratto di dama con ventaglio” del Sovrano Militare ordine di Malta.
Artemisia verso il 1638 si trasferisce a Londra (era a Napoli) per raggiungere il padre Orazio malato che aveva lavorato per il duca di Buckingham e poi per Carlo I Stuart e per la regina Henrietta Maria. Un viaggio misterioso, vi rimane poco più di un anno, e torna in Italia subito dopo la morte del padre. Era stata preceduta dalla sua fama e da un dipinto raffigurante “Tarquinio e Lucrezia” andato disperso. Delle tele attribuite a Artemisia registrate negli inventari reali è identificabile solo l’”Allegoria della Pittura” di proprietà della Royal Collection. Le altre sono andate perdute alla vendita dei beni della corona dopo la decapitazione di Carlo I nel 1649. In mostra di questo periodo il bellissimo “Loth e le figlie” di Orazio Gentileschi dal Museo di Bilbao e di Artemisia “Cleopatra” dalla Galerie G. Sarti di Parigi.
Lungo, importante, intenso il periodo trascorso dalla pittrice a Napoli dove giunge, lasciata Venezia e dopo una breve sosta romana, nel 1629 su invito del viceré duca di Alcalà che era stato ambasciatore presso la Santa Sede, suo committente e collezionista. E qui incontra artisti che portano avanti una riforma del naturalismo caravaggesco, del calibro di Stanzione, Ribera, Battistello Caracciolo. E Domenichino chiamato a Napoli a decorare la cappella del tesoro dei quaranta patroni della città. Che ne aveva bisogno, nel 1631 c’era stata l’eruzione del Vesuvio, poi Masaniello e la peste, ricorda fra il serio e il faceto il professor Spinosa, studioso e napoletano doc. E qui realizza insieme a Stanzione una serie di tele su incarico del viceré per il Buen Retiro di Madrid.
Con Stanzione, Ribera e altri tre tele per il duomo di Pozzuoli, restaurato dopo l’eruzione. E si avvale della collaborazione del giovane Bernardo Cavallino e di Onofrio Palomba. L’artista anche nelle opere degli ultimi anni confermava il mito, oggi più che mai attuale, di essere capace di imporsi in un ambiente come quello delle arti che sarebbe stato ancora a lungo dominato dalla prevaricante presenza della sola figura maschile. Ma sarà la sua vita travagliata, fra amanti, debiti, nuove case e nuovi amici, da Roma a Firenze, quindi di nuovo a Roma per passare a Venezia, a Londra, a Napoli dove rimane venti anni, ad attrarre generazioni di appassionati d’arte e non solo.

Info:
Museo di Roma Palazzo Braschi, ingressi da Piazza Navona, 2 e da Piazza San Pantaleo, 10 – Roma.
Orario: da martedì a domenica 10.00 – 19.00.
Giorni di chiusura: chiusura: il lunedì e 25 dicembre, 1 gennaio e 1 maggio.
tel. 06 0608, www.museidiroma.it e www.arthemisia.it

Autore: Laura Gigliotti

Fonte: www.quotidianoarte.it, 30 nov 2016

FORLI’. ART DECO. Gli anni ruggenti in Italia.

Un gusto, una fascinazione, un linguaggio che ha caratterizzato la produzione artistica italiana ed europea negli anni Venti, con esiti soprattutto americani dopo il 1929. Ciò che per tutti corrisponde alla definizione Art Déco fu uno stile di vita eclettico, mondano, internazionale. Il successo di questo momento del gusto va riconosciuto nella ricerca del lusso e di una piacevolezza del vivere, tanto più intensi quanto effimeri, messa in campo dalla borghesia europea dopo la dissoluzione, nella Grande guerra, degli ultimi miti ottocenteschi e la mimesi della realtà industriale, con la logica dei suoi processi produttivi. Dieci anni sfrenati, “ruggenti” come si disse, della grande borghesia internazionale, mentre la storia disegnava, tra guerra, rivoluzioni e inflazione, l’orizzonte cupo dei totalitarismi.
art-deco-1Dopo le grandi mostre dedicate a Novecento e al Liberty, nel 2017 Forlì dedica una grande esposizione all’Art Déco italiana.
La relazione con il Liberty, che lo precede cronologicamente, fu dapprima di continuità, poi di superamento, fino alla contrapposizione. La differenza tra l’idealismo dell’Art Nouveau e il razionalismo del Déco appare sostanziale. L’idea stessa di modernità, la produzione industriale dell’oggetto artistico, il concetto di bellezza nella quotidianità mutano radicalmente: con il superamento della linea flessuosa, serpentina e asimmetrica legata ad una concezione simbolista che vedeva nella natura vegetale e animale le leggi fondamentali dell’universo, nasce un nuovo linguaggio artistico. La spinta vitalistica delle avanguardie storiche, la rivoluzione industriale sostituiscono al mito della natura, lo spirito della macchina, le geometrie degli ingranaggi, le forme prismatiche dei grattaceli, le luci artificiali della città.
Nell’ambito di una riscoperta recente della cultura e dell’arte negli anni Venti e, segnatamente, di quel particolare gusto definito “Stile 1925”, dall’anno della nota Esposizione universale di Parigi dedicata alle Arts Decoratifs, da cui la fortunata formula Art Déco, che ne sancì morfologie e modelli, nasce l’idea di una mostra che proponga immagini e riletture di una serie di avvenimenti storico-culturali e di fenomeni artistici che hanno attraversato l’Italia e l’Europa nel periodo compreso tra il primo dopoguerra e la crisi mondiale del 1929, assumendo via via declinazioni e caratteristiche nazionali, come mostrano non solo le numerosissime opere architettoniche, pittoriche e scultoree, ma soprattutto la straordinaria produzione di arti decorative.
art-deco-tamaraIl gusto Déco fu lo stile delle sale cinematografiche, delle stazioni ferroviarie, dei teatri, dei transatlantici, dei palazzi pubblici, delle grandi residenze borghesi: si trattò, soprattutto, di un formulario stilistico, dai tratti chiaramente riconoscibili, che ha influenzato a livelli diversi tutta la produzione di arti decorative, dagli arredi alle ceramiche, dai vetri ai ferri battuti, dall’oreficeria ai tessuti alla moda negli anni Venti e nei primissimi anni Trenta, così come la forma delle automobili, la cartellonistica pubblicitaria, la scultura e la pittura in funzione decorativa.
Le ragioni di questo nuovo sistema espressivo e di gusto si riconoscono in diversi movimenti di avanguardia (le Secessioni mitteleuropee, il Cubismo e il Fauvismo, il Futurismo) cui partecipano diversi artisti quali Picasso, Matisse, Lhote, Schad, mentre tra i protagonisti internazionali del gusto vanno menzionati almeno i nomi di Ruhlmann, Lalique, Brandt, Dupas, Cartier, così come la ritrattistica aristocratica e mondana di Tamara de Lempicka e le sculture di Chiparus, che alimenta il mito della danzatrice Isadora Duncan.
Ma la mostra avrà soprattutto una declinazione italiana, dando ragione delle biennali internazionali di arti decorative di Monza del 1923, del 1925, del 1927 e del 1930, oltre naturalmente dell’expo di Parigi 1925 e 1930 e di Barcellona 1929. Il fenomeno Déco attraversò con una forza dirompente il decennio 1919-1929 con arredi, ceramiche, vetri, metalli lavorati, tessuti, bronzi, stucchi, gioielli, argenti, abiti impersonando il vigore dell’alta produzione artigianale e proto industriale e contribuendo alla nascita del design e del “Made in Italy”.
La richiesta di un mercato sempre più assetato di novità, ma allo stesso tempo nostalgico della tradizione dell’artigianato artistico italiano, aveva fatto letteralmente esplodere negli anni Venti una produzione straordinaria di oggetti e di forme decorative: dagli impianti di illuminazione di Martinuzzi, di Venini e della Fontana Arte di Pietro Chiesa, alle ceramiche di Gio Ponti, Giovanni Gariboldi, Guido Andloviz, dalle sculture di Adolfo Wildt, Arturo Martini e Libero Andreotti, alle statuine Lenci o alle originalissime sculture di Sirio Tofanari, dalle bizantine oreficerie di Ravasco agli argenti dei Finzi, dagli arredi di Buzzi, Ponti, Lancia, Portaluppi alle sete preziose di Ravasi, Ratti e Fortuny, come agli arazzi in panno di Depero.
arte-art-deco-gli-anni-ruggenti-forli-lkObiettivo dell’esposizione è mostrare al pubblico il livello qualitativo, l’originalità e l’importanza che le arti decorative moderne hanno avuto nella cultura artistica italiana connotando profondamente i caratteri del Déco anche in relazione alle arti figurative: la grande pittura e la grande scultura. Sono qui essenziali i racconti delle opere di Galileo Chini, pittore e ceramista, affiancato da grandi maestri, come Vittorio Zecchin e Guido Andloviz, che guardarono a Klimt e alla Secessione viennese; dei maestri faentini Domenico Rambelli, Francesco Nonni e Pietro Melandri; le invenzioni del secondo futurismo di Fortunato Depero e Tullio Mazzotti; i dipinti, tra gli altri, di Severini, Casorati, Martini, Cagnaccio di San Pietro, Bocchi, Bonazza, Timmel, Bucci, Marchig, Oppi, il tutto accompagnato dalla straordinaria produzione della Richard-Ginori ideata dall’architetto Gio Ponti e da emblematici esempi francesi, austriaci e tedeschi fino ad arrivare al passaggio di testimone, agli esordi degli anni Trenta, agli Stati Uniti e al Déco americano.
Non si è mai allestita in Italia una mostra completa dedicata a questo variegato mondo di invenzioni, che non solo produce affascinanti contaminazioni con il gusto moderno – si pensi per esempio al quartiere Coppedè a Roma o al Vittoriale degli Italiani, ultima residenza di Gabriele d’Annunzio – ma evoca atmosfere dal mondo mediterraneo della classicità, così come la scoperta nel 1922 della tomba di Tutankhamon rilanciò in Europa la moda dell’Egitto. E poi echi persiani, giapponesi, africani a suggerire lontananze e alterità, sogni e fughe dal quotidiano, in un continuo e illusorio andirivieni dalla modernità alla storia.
Trattandosi di un gusto e di uno stile di vita non mancarono influenze e corrispondenze col cinema, il teatro, la letteratura, le riviste, la moda, la musica. Da Hollywood (con le Parade di Lloyd Bacon o le dive, come Greta Garbo e Marlene Dietrich o divi come Rodolfo Valentino) alle pagine indimenticabili de Il grande Gatsby (1925), di Francis Scott Fitzgerald, ad Agata Christie, a Oscar Wilde, a Gabriele D’Annunzio.
La mostra è curata da Valerio Terraroli, con la collaborazione di Claudia Casali e Stefania Cretella, ed è diretta da Gianfranco Brunelli. Il prestigioso comitato scientifico è presieduto da Antonio Paolucci.
Sarà dedicato all’Art Decò l’evento espositivo che i Musei San Domenico di Forlì ospiteranno nel 2017. L’annuncio è stato dato dall’organizzatore e coordinatore delle rassegne Gianfranco Brunelli, nella conferenza di verifica sulla mostra “Piero della Francesca, indagine di un mito”,
Se la mostra ”Liberty. Uno stile per l’Italia moderna” ha indagato sull’esuberante movimento cultural-artistico sorto in Europa fra la fine dell’Ottocento e i primi due decenni del Novecento, “come risposta concreta e tangibile all’esigenza di superare lo storicismo e il naturalismo che avevano dominato gran parte del XIX secolo”, l’Art Decò (nome derivato per estrema sintesi dalla dizione di “Esposizione internazionale di arti decorative e industriali moderne” tenutasi a Parigi nel 1925) è stato un fenomeno del gusto che ha interessato sostanzialmente la seconda e terza decade del XX secolo. L’Art déco è uno stile sintetico e al tempo stesso aerodinamico, turgido e opulento, evidentemente “toccato” dall’austerità imposta dalla prima guerra mondiale fino alla grave crisi del 1929. Alcuni degli artisti che si faranno ammirare al San Domenico nel 2017 sono Pablo Picasso, Henri Matisse (entrambi con 2 o 3 opere in stretta relazione con l’Art Dèco) e Tamara De Lempicka, senza dimenticare gli italiani Giò Ponti, Felice Casorati e Arturo Martini. Come già avvenuto con il Liberty, l’Art Déco non sarà solo pittura ma anche decorazione, cinema, architettura e moda. Questa fascinazione decorativa non toccò solo la Francia e l’Italia, ma altri paesi occidentali come gli Stati Uniti d’America (il Chrysler Building di New York è uno degli edifici simbolo del movimento) e il Canada. Matthew Barney racconta l’Art Dèco ambientato al Chrysler Building con l’opera The Cremaster Cycle 3.

Info:
Musei San Domenico, 11 febbraio – 18 giugno 2017
tel. 0543.191 20 30-031

MATISSE e i suoi modelli della Valcomino.

Eppure non si immagina quanti e quali capolavori presenti nei musei del pianeta sono dirette e immediate ispirazioni di quegli uomini e di quelle donne in posa, faticosissima, davanti ad un artista. Donne e uomini che si chiamano modelle e modelli.
matisse-2Oggi sono tutte modelle e top-model e a pochi è noto che la professione, il mestiere, la parola medesima di ‘modella’ sono una invenzione e scoperta autentiche e vere delle ragazze e ragazzi in posa davanti agli artisti stranieri che affollavano Roma agli inizi del 1800, abbagliati da quegli stracci variopinti e sgargianti che erano i loro abiti e da quei corpi mai visti in giro: erano i ciociari della Valcomino, regione sconosciuta di Alta Terra di Lavoro: la terra della miseria e dell’arretratezza ma anche, quale contrappasso, della bellezza dei corpi, incredibile che possa sembrare: un tema avvincente e inimmaginabile ma reale che auspico che uno studioso possa sentire la curiosità di approfondire e vieppiù far conoscere. Provenivano quasi interamente da certi paesetti e frazioni sperduti sui monti e nei boschi delle Mainarde e delle pendici del Monte Meta.
Tutto nacque a Roma, a cavallo tra 1700 e 1800, all’epoca agglutinante non solo cattolico ma anche artistico del mondo occidentale. Le scoperte archeologiche che avvenivano quasi giorno dopo giorno non fecero che accentuare vieppiù il ruolo di richiamo della Città Eterna ed ecco quindi il celebrato Grand Tour.
Ma lo sviluppo e il successo planetario delle creature ciociare è a Parigi che si ebbero, a partire, per fissare una data, dal venti settembre 1870, la fine della Roma secolare. Parigi in quegli anni divenne il crogiuolo del mondo intero, tutto e tutti confluivano a Parigi: non era pensabile che si potesse vivere senza andare a Parigi: divenne infatti il centro mondiale della cultura e dell’arte ma anche del bel e del buon vivere: artisti di ogni disciplina, diplomatici, imprenditori, aristocratici e ereditieri, politici vivevano la esigenza irrinunciabile di Parigi! Effettivamente ogni aspetto della esistenza umana vi era al superlativo!  E la pittura ne fu per così dire lo stendardo, il corifeo: la immagine artistica classica e tradizionale venne letteralmente sconvolta e rivoluzionata, una rivoluzione copernicana dell’arte, si chiamavano: gli impressionisti, poi Cézanne, Van Gogh, poi Matisse, poi Picasso: tutto è nato da questi pionieri. E’ a Parigi, dunque, nel mondo scintillante e sfavillante degli artisti -pittori, scultori, poeti, scrittori, attrici ed attori, cantanti…- che verrà scritto il capitolo glorioso del modello di artista. E le cronache del tempo ci informano che tra questi i più ricercati e più considerati erano quelli italiani, ciociari.
I lettori desiderosi e curiosi del mondo affascinante dei modelli possono consultare il testo: MODELLE E MODELLI CIOCIARI a Roma, Parigi e Londra, nel 1800-1900” e attingervi molto altro, anche sui modelli di Matisse.
matisse-figura-228x300-art-decoIn passati contributi ci siamo affacciati nell’atelier di Rodin, poi in quello di Van Gogh, ora entriamo in quello di Henri Matisse. Molti artisti producono da fantasia e immaginazione, altri solo da modelli davanti a loro o da oggetti. Matisse lavorava solo da modelli.
Si sa che l’artista gli ultimi anni dell’Ottocento e i primi del Nove frequentava assiduamente lo studio di Rodin che a quell’epoca era ormai divenuto una vera industria della scultura e quanto lo colpiva maggiormente era la presenza dei modelli e soprattutto delle modelle in posa sulle pedane o che si muovevano liberamente nello studio. A quell’epoca sappiamo bene chi fossero: Libero e Cesidio entrambi dal fisico apollineo stando a quanto ci illustrano le opere che li ritraggono e poi le ragazze che secondo le parole stesse di Rodin erano una gioia degli occhi grazie alle loro movenze e alle loro forme: Adele, Anna, Carmela, senza contare le altre, perdute nell’anonimato. Carmela Caira, di Gallinaro, detta la venere di Montparnasse, procace e giunonica, era modella amatissima del vecchio Whistler, di Emile Bernard, di Alice Pike Barney, di Pascin. E in questo momento, inizi 1901, Matisse imbevuto e impregnato della rivoluzione cromatica delle opere di Van Gogh esposte la prima volta a Parigi, ingaggiò Carmela Caira e dalla donna sfolgorante di forme davanti a lui in posa sulla pedana realizzò un’opera sconvolgente nella sua ricchezza dei colori e nella sua atmosfera, che lui, quasi in uno scherzo di parole, intitolò ‘Carmelina’ oggi gloria del Museo di Boston: il corpo nudo della modella è offerto quasi in faccia al visitatore, in uno scintillio e riverberi di colori puri, che anticipano il periodo che lo qualificherà nei pochi anni a venire, il periodo cosiddetto ‘fauve’. E nello stesso periodo, preda della medesima atmosfera, ingaggia un altro modello conosciuto nello studio di Rodin, Cesidio Pignatelli pure di Gallinaro da oltre venti anni presso Rodin. E questo rapporto con Cesidio che si espresse attraverso numerose opere pittoriche, fu particolarmente impegnativo e lungo poiché Matisse iniziò con lui a cimentarsi con l’arte della scultura appresa appunto presso Rodin: e, dicono i ricercatori, dopo centinaia di sedute venne alla luce una opera plastica intitolata ‘Il servo’ -circa un metro di altezza- enormemente sofferta, sintesi del mondo di Rodin, di Van Gogh, di Cézanne, del cubismo incipiente. E poi conosce Rosa Arpino, anche da Gallinaro e ne fece la protagonista di un’opera importante oggi a Philadelphia, intitolata la ‘Gioia di vivere’ una inebriante fantasia e capriccio di colori. Con Rosa, diciottenne, mantenne i rapporti per qualche anno: la ritrasse anche in numerosi disegni e in qualche piccola scultura. Ed esattamente dieci anni più tardi, nel 1916, Matisse entra in contatto, grazie a Rosa, con Loreta, la sorella.
Questo incontro segna in verità un momento decisivo e determinante nella vita dell’artista in quanto la presenza davanti a lui di Lorette, così la chiamava, marcò il graduale trapasso dal mondo pittorico che abbiamo descritto a quello più dolce, più delicato, più ricco di colori, soprattutto alla prevalenza degli interni, della natura morta e ancora di più, della figura umana e della decorazione: vale a dire quel mondo tipico di Matisse che lo accompagnerà per i successivi quarantanni. E Loreta fu la sua musa ispiratrice veritiera. Matisse in sette-otto mesi di quasi clausura con la sua modella in un appartamento al quarto piano lungo la Senna, un rapporto professionale ritenuto il più ricco di risultanze e di conseguenze nella vita artistica del pittore, la fece protagonista di almeno cinquanta dipinti: non esiste un caso analogo in tutta la storia dell’arte.

Autore: Michele Santulli

Fonte: www.quotidianoarte.it, 22 nov 2016

ROMA. Dopo 50 anni torna a Roma la mostra di Ligabue.

Leoni, iene, leopardi, tigri, gazzelle, serpenti, aquile sullo sfondo di una vegetazione lussureggiante. Sono impegnati in una disperata lotta per la vita. Sono gli animali mai visti dal vero nel loro ambiente, di cui con grande accuratezza decorativa dipinge il mantello e le penne, i soggetti preferiti di Antonio Ligabue. La forza tragica dello scontro e l’incanto della decorazione. E ama allo stesso modo scoiattoli, leoni, gufi e gli animali domestici come tacchini, cavalli, buoi e gli onnipresenti cani. E non disdegna immagini che raccontano altre storie, le corride, i circhi, l’aratura dei campi, i fiori, la caccia al cinghiale e i postiglioni che arrivano come in un sogno nei castelli svizzeri dell’infanzia e dell’adolescenza impressi nella memoria. C’è anche una Crocefissione, senza data, di un privato, come la maggior parte delle opere in mostra. Perché nelle collezioni pubbliche c’è ben poco di Ligabue, l’etichetta di “naïf” gli ha nuociuto.
A cinquantacinque anni dalla prima mostra di rilievo internazionale, che gli dette la notorietà, torna a Roma al Vittoriano Antonio Ligabue (1899 – 1965). Nel 1961 a ospitare il genio di Gualtieri, che Cesare Zavattini condensava in due parole “angoscia e mistero”, fu la Galleria La Barcaccia. Il catalogo che l’accompagnava era di Giancarlo Vigorelli. Ma il vero promotore dell’esposizione era stato Marino Mazzacurati, lo scopritore che lo avvia alla pittura a olio. Raccontava che nell’inverno freddissimo del ’28-’29 tornando a casa aveva visto un covone che saltava sulla terra innevata, si fermò e scoprì che vi era nascosto un uomo. Il successo della mostra a La Barcaccia voleva dire anche benessere. E così Ligabue acquistò una Gilera, lui che si rappresentava con un berretto da motocilista e poi dopo tanti rifiuti e tanta emarginazione si materializzò il sogno di un’automobile e di un’autista a sua disposizione, Sergio Terzi detto “Nerone”.
Nato nella Svizzera tedesca a Zurigo nell’Ospedale delle donne” ha solo il cognome della madre, Costa, un’emigrata bellunese. Avrà una vita travagliata, tra la madre naturale che non se ne può occupare e quella affidataria che lo cura con eccesso morboso, e poi l’istituto per “idioti” e “deficienti”, così si chiamava. Quindi la ribellione, le cliniche psichiatriche fino all’espulsione dalla Svizzera nel 1919, quando viene portato come un pacco postale a Gualtieri il paese del marito della madre di cui portava il cognome, Laccabua.
Sta per compiere vent’anni e non conosce una parola d’italiano. Si apre allora una seconda vita. Respinto, trattato come un reietto, vive ai margini della società, unici amici gli animali, soprattutto i cani randagi (veri) che nutre e cura e quelli che crea la sua fantasia, gli animali feroci della foresta che combattono contro altri animali per sopravvivere. Il rischio nel parlare di Antonio Ligabue è di essere trascinati nel gorgo dell’aneddotica, di non resistere al fascino del personaggio che assume contorni leggendari da tragedia e al limite della follia, come le sue manie. Ascoltare continuamente Beethoven, fare il verso del cane per farsi venire l’ispirazione prima di iniziare a dipingere o osservare i suoi quadri chiudendosi le orecchie per ottenere il massimo della concentrazione. Nel ’77 uno sceneggiato televisivo di successo lo farà conoscere all’Italia e al mondo. Autore Zavattini insieme ad Arnaldo Bagnasco, regia di Salvatore Nocita, nella parte del protagonista Flavio Bucci.
Ma Toni, “al mat”, “il vagabondo”, “il tedesco” è un artista molto particolare e come tale va giudicato. Dalle sue creazioni. Viene spesso accomunato ai “naïf”, ma già Lorenza Trucchi nel ’61 presente all’inaugurazione alla Barcaccia scriveva: “Ligabue è un pittore ‘altro’, non è assolutamente un ‘naïf’…è come alcuni altri un irregolare…i veri ‘naïf’ sono tra il dilettante e l’ingenuo”.
Fuorviante una simile definizione come quella che associa la sua pittura alla follia, anche per Sandro Parmiggiani che con Sergio Negri ha curato la mostra romana. Attilio Bertolucci nel ’75 parlava di un pittore “diverso”, che aveva adottato un linguaggio non mutuato dall’accademia, ma dalla vita, un artista capace di una “pittura visionaria ma reale fino allo spasimo”.
“Non un artista ingenuo, impreparato e incolto…ma un autentico pittore autodidatta dotato di abilissimo talento creativo”, sostiene Negri che ritiene la sua pittura espressionista. E ricorda che Ligabue frequentava i musei, consultava volumi scientifici, andava agli spettacoli dei circhi e a vedere i film con gli animali. Inoltre le amicizie con artisti colti come Mazzacurati, Arnaldo Bartoli e Andrea Mozzali gli aprirono nuovi orizzonti.
La grande rassegna romana celebra il pittore, il disegnatore, l’incisore, lo scultore. Cento opere, di cui otto inedite, fra queste “Leopardo con serpente”, copertina del catalogo Skira.
La mostra propone un exursus storico critico dell’opera di Ligabue e la sua attualità oggi, distribuendo la sua produzione in tre sezioni che corrispondono a tre periodi della sua vita. La prima connotata da una notevole incertezza grafica e coloristica e da un impianto piuttosto semplice dal ’28 al ’39, la seconda dal ’39 al ’52 in cui le forme si fanno più complesse e il colore diventa protagonista, steso con tonalità particolarmente calde e dense, tanto da far pensare alla tersa dimensione e infine l’ultimo periodo dal ’52 al’62 quando viene colpito da una paresi che gli blocca una gamba e un braccio impedendogli di lavorare e che lo condurrà alla morte. “…La bellezza delle sue opere parlerà, anche alle generazioni future, di uno spirito che soffrì ed amò con eccezionale forza dei sentimenti”, si legge nel manifesto del ricovero di mendicità Carri di Gualtieri, dove si era spento, che annunciava i funerali del pittore.
Nelle sale dell’Ala Brasini del Vittoriano, adatte a un allestimento che cerca di mettere in luce corrispondenze e differenze, ai dipinti si alternano le sculture in bronzo poste al centro tratte dalle terrecotte realizzate con l’argilla degli argini del Po, una saletta è per la grafica, acquaforte e puntasecca, a cui fu avviato dall’amico Bartoli. Ampio il settore degli autoritratti, che comincia negli anni quaranta, gli anni dei ricoveri nell’ospedale psichiatrico di Reggio Emilia (dove andrà a visitarlo anche Romolo Valli), in genere a mezzo busto, che costellano l’intera vita dell’artista. Come un metronomo che scandisce il trascorrere inesorabile del tempo che il pennello evidenzia senza pietà. Una forma di autoaffermazione, come dire sono capace di rappresentare me stesso, sono una persona che ha un’identità. Il pittore si dipinge così com’è, la barba lunga i capelli scarmigliati, gli abiti trasandati. E immancabilmente un insetto, una mosca, un calabrone, una farfalla che vola vicino a un occhio. La vita che continua oltre la morte o l’annuncio della morte? Ma si disegna anche col doppiopetto, o per intero vicino alla moto, su un cavalletto il quadro di un cane. Lo stesso che gli sta vicino in un altro dipinto e sembra volergli leccare una mano. In uno schermo all’uscita si ritrova il Ligabue intimo con le sue debolezze, le sue ingenuità, il suo bisogno d’affetto e di tenerezza. Una testimonianza filmata dal forte spessore sentimentale e umano.

Info:
Complesso del Vittoriano, Via San Pietro in Carcere. Orario: da lunedì al giovedì 9.20 – 19.30; venerdì e sabato 9.30 – 22.00; domenica 9.30 – 20.30. Fino all’8 gennaio 2017.
Informazioni e prenotazioni tel. 06 – 8715111 e www.ilvittoriano.com

Autore: Laura Gigliotti

Fonte: www.quotidianoarte.it, 14 nov 2016