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SAN BENEDETTO PO (Mn). Il Correggio ritrova la sua Ultima cena. Una mostra sul Cinquecento nel monastero di Polirone.

Fino al 6 gennaio 2020, la Basilica e l’ex Refettorio Monastico di San Benedetto Po (Mantova) ospitano la mostra “Il Cinquecento a Polirone. Da Correggio a Giulio Romano“.
La mostra, curata da Paolo Bertelli, intende presentare il contesto culturale che animò il monastero di San Benedetto in Polirone a San Benedetto Po nel XVI secolo.
“La renovatio promossa da Giulio Romano all’interno degli spazi dell’edificio sacro”, si legge nella presentazione, “si colloca all’interno di un più ampio fermento innovatore che, nel corso del secolo, vide l’intervento di Correggio, dello scultore Antonio Begarelli, di Fermo Ghisoni e di altri artefici che diedero al complesso una veste moderna”.
Nel refettorio polironiano si conserva un celebre affresco giovanile di Correggio (Antonio Allegri; Correggio, 1489 circa – 1534), un’architettura dipinta, realizzata tra il 1513 e il 1514 da un allora poco più che ventenne Antonio Allegri, che doveva ospitare un’Ultima cena (un’interpretazione della famosa pittura murale di Leonardo da Vinci) dipinta nel 1514 dal veneto Girolamo Bonsignori (Verona, 1472 – Mantova, 1529). L’opera fu installata nel refettorio e vi rimase per quasi trecento anni: poi, a seguito delle spoliazioni napoleoniche, fu asportata dal monastero e oggi è conservata al Museo Baruffaldi di Badia Polesine dopo aver conosciuto varie peripezie (in Francia passò di proprietario in proprietario, fino al suo ritorno in Italia, proprio a Badia Polesine, nel 1927).
Proprio l’Ultima cena di Bonsignori è una delle opere protagoniste della mostra: tornerà infatti temporaneamente nel suo luogo di origine per riunirsi alle architetture dipinte del Correggio. L’opera, di dimensioni imponenti (è larga più di sette metri) è stata trasferita nelle scorse ore, con operazioni difficili che hanno comportato anche l’abbattimento di un muro.
La mostra esporrà inoltre pale d’altare, dipinti, documenti d’epoca, sculture, codici miniati, disegni, paramenti liturgici e tessuti del XV e del XVI secolo.
L’apertura della rassegna è affidata a un ritratto di Giulio Romano, a cui sono affiancati, nella stessa sala, un disegno di Federico Zuccari e alcune pale che appartengono al corredo cinquecentesco della basilica. Qui, Giulio Romano aveva sottoscritto, pochi anni prima della sua scomparsa, un contratto per la realizzazione delle varie pale d’altare, che furono, perlopiù, realizzate da Fermo Ghisoni.
Il percorso prosegue quindi con il Correggio, presente in Polirone nel 1514 per firmare un contratto per la realizzazione delle ante e del podium dell’organo.
Per contestualizzare l’Ultima cena di Bonsignori ci saranno anche una grande Ultima cena di Lorenzo Costa il Giovane, già all’interno del Refettorio polironiano, e alcuni disegni di Giulio Romano (come il bozzetto preparatorio per uno degli ottagoni della Loggia di Davide di Palazzo Te).
Seguono i dipinti cinquecenteschi, specie quelli della scuola veneta: un Cristo luce del mondo di Paris Bordon, una copia settecentesca di una delle pale di Paolo Veronese (anche queste vittime delle spoliazioni di Napoleone), una Madonna col Bambino di Paolo Farinati, una scultura di Antonio Begarelli presente in quanto rimando all’importante corpus scultoreo di Begarelli conservato all’interno della basilica, e quattro codici miniati cinquecenteschi provenienti dalla biblioteca polironiana.
Chiude il percorso nel refettorio una celebre incisione di Alberto Ronco raffigurante l’albero benedettino. Benché già seicentesca, l’incisione è preziosa in quanto riporta la facciata della basilica pensata da Giulio Romano, che il visitatore può vedere uscendo dal refettorio ed entrando in chiesa.
La basilica conserva ancor oggi molte opere d’arte cinquecentesche: architetture, decorazioni, pale d’altare.
L’ultima sezione della mostra, quella liturgica, è allestita nella sagrestia con l’esposizione di antichi e preziosi paramenti (ritrovati nel corso di una recente ricognizione e risalenti al XV e XVI secolo), accompagnati dai candelieri e dalle cartegloria originali del Cinquecento e dalla riproduzione dell’antica pala dell’altare maggiore, oggi conservata al Louvre.

Info:
Il Museo Civico Polironiano apre, in periodo estivo, dal martedì al venerdì dalle 9 alle 12 e dall 15 alle 18, il sabato, la domenica e i festivi dalle 9:30 alle 12:30 e dalle 15 alle 18. In periodo invernale, dal martedì al venerdì dalle 9 alle 12 e dalle 14:30 alle 17:30, il sabato, la domenica e i festivi dalle 9:30 alle 12:30 e dalle 14:30 alle 17:30. Chiuso il lunedì, il 25 dicembre e il 1° gennaio.
Biglietti (compresa visita alla basilica): 8 euro l’intero, 7 euro il ridotto, 5 euro il ridotto per le scuole. Visita al solo museo: 5 euro intero, 4 euro il ridotto. Biglietto speciale famiglia: per ogni adulto, un bambino gratis fino ai 17 anni. Per info è possibile visitare il sito del Museo Civico Polironiano di San Benedetto Po.
La mostra, che concorre a celebrare l’anno dedicato a Giulio Romano (che culmina con la grande mostra di Mantova in apertura a ottobre) nasce dalla collaborazione del Comune di San Benedetto Po, della Parrocchia di San Benedetto Po e degli Amici della Basilica di San Benedetto Po Onlus, con il supporto della Diocesi di Mantova e del Complesso Museale Palazzo Ducale di Mantova.

Nell’immagine: un dettaglio delle architetture dipinte dal Correggio. Ph. Credit Carlo Perini

Fonte: www.finestresullarte.info, 8 sett 2019

LIBERA L’ARTE. La statua di Artemide. Votare per il restauro.

“Libera l’Arte è un interessante progetto dedicato alla valorizzazione delle opere nel nostro bel Paese. Un progetto sponsorizzato da Sanex per il restauro di un’opera tra 8 sculture in tutta Italia.
Fino al 9 ottobre 2019, otto opere d’arte, dislocate in cinque regioni d’Italia (Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna, Toscana e Lazio), sono in gara per tornare all’originario splendore, grazie alla partecipazione attiva di chi ha a cuore l’arte e la cultura.
Per Torino partecipano i Musei Reali con la statua di Artemide, collocata nel cortile d’onore del Palazzo Reale di Torino.“
La Redazione di ArcheoMedia è di Torino e conosciamo molto bene la nuova realtà dei Musei Reali e la bellezza della Statua di Artemide. Ci aiutate a sostenerla votando per quest’opera che accoglie i visitatori nel cortile d’onore di Palazzo Reale?”

Per votare vai a: http://www.liberalarte.org/index.html
Info: Sito internet dei Musei Reali

EXPRESSION – L’antropologia concettuale.

L’antropologia concettuale è la disciplina che analizza cause e moventi del comportamento umano attraverso tendenze sociali, comportamentali, rituali, espressioni intellettuali, credenze o creatività artistica; associa vari settori delle scienze umane e sociali per considerare il significato del comportamento, le abitudini e altri indicatori culturali. Ogni corrente e ogni espressione sociale ha un suo significato e permette di comprenderne le tendenze e le potenziali prospettive. L’antropologia concettuale è un nuovo campo di ricerca, che ha preso forma durante un congresso dell’Unione Internazionale delle Scienze Preistoriche a Florianopolis, in Brasile, nel 2011.
Il centro di ricerca Atelier, con sede in Valcamonica, Italia, è il centro mondiale di questa nuova disciplina. Recenti sviluppi hanno portato alla creazione di un settore editoriale dedicato all’antropologia concettuale che in sei anni ha prodotto oltre 50 volumi e la rivista trimestrale EXPRESSION in inglese, che giunge a ricercatori e istituzioni in 80 Paesi. Gli oltre 200 autori provengono da 42 nazioni di 5 continenti.
L’obiettivo di questa nuova disciplina è una vasta comprensione del comportamento umano e degli indirizzi culturali, fenomeni ricorrenti e isolati, evoluzioni e cambiamenti prevedibili e imprevedibili, non solo in economia e tecnologia, ma anche in tendenze sociali, etiche,
estetiche e spirituali, basandosi su l’associazione di conoscenze di varie discipline, dalla psicologia alla storia, dall’archeologia alla sociologia. È un viaggio permanente di ricerca e scoperta per una comprensione del pensiero e del comportamento umano. Il potere della mente sta nella capacità di capire, che si amplia unendo le conoscenze di discipline diverse.
Ogni disciplina ha la sua memoria come base per la ricerca e il progresso della disciplina stessa. La combinazione delle discipline è anche un’unione di conoscenze e concetti per una base più ampia di ricerca e cultura. Ogni operatore sociale, economico o politico aumenterebbe la propria efficienza approfondendo la conoscenza dell’antropologia concettuale.
Oggi i media accumulano la memoria tecnica e storica. Ma le intuizioni e le associazioni della mente umana sono ancora insostituibili. Il nostro essere e le nostre azioni sono radicati nella memoria. Il comportamento umano si basa sulla memoria. Quando si commettono errori, spesso questi derivano dall’annebbiamento della memoria. D’altra parte, i risultati positivi provengono dal suo buon uso. Non di memoria elettronica si tratta, ma del tipo di memoria che si trasforma in intuizione e riscoperta, la memoria proveniente dal profondo pozzo delle menti umane.
Di fronte alla moda dell’estrema specializzazione, che rischia di ridurre gli studiosi a tecnici e gli operatori a robot, l’antropologia concettuale va controcorrente. Senza dubbio i tecnici sono necessari, ma l’antropologia concettuale propone una nuova, anche se antica, tendenza della ricerca, imperniata sulla panoramica sapienza delle tendenze umane e sociali approfondite dalla vasta gamma delle discipline umanistiche e delle scienze sociali. Lasciamo che i tecnici e gli antropologi concettuali siano consapevoli dei loro diversi ruoli, lasciamo che facciano il loro lavoro e poi si arricchiscano a vicenda attraverso i risultati del loro impegno.
La ricerca ha una vera funzione sociale quando produce cultura. Quando la cultura è creativa e innovativa, promuove la crescita dell’intelletto e stimola inediti indirizzi del pensiero.
L’antropologia concettuale apre la mente a nuove prospettive di analisi sociale e concettuale, è una fonte di consapevolezza provocatoria e stimolante, è un arricchimento sano e benefico dell’intelletto per i giovani di tutte le età.
Il nostro mondo odierno, alla ricerca non sempre chiara del proprio domani, ha profondo bisogno di questo genere di cultura. Le pubblicazioni di Atelier presentano studi e ricerche di antropologia concettuale.
Aiutano ad apprendere senza insegnare.

Presentiamo il catalogo delle pubblicazioni di Atelier
(https://drive.google.com/open?id=0B6OYA4FSZhTOaVhFS3hCbUJobDg) – Atelier-Catalogo italiano-inglese febbraio 2017
e un numero omaggio della rivista EXPRESSION
(https://drive.google.com/open?id=1IRbttQWNHo1HkFCDat2tAFbGCfg2CssQ) – Expression 23
auspicando che voglia scoprire, ed anche contribuire a diffondere, questa nuova disciplina.

Autore: Emmanuel Anati

Info:
Atelier – Research Center for Conceptual Anthropology
Città della Cultura – Via Marconi 7, Capo di Ponte, 25044, Italy +39 0364/42392
www.atelier-etno.it – atelier.etno@gmail.com

Alberto ZEI. Sensazionale scoperta di un quadro attribuibile a Derain.

Come quasi sempre avviene, ancora una volta è stato un caso che per una serie di strane circostanze sicuramente irripetibili, è uscito allo scoperto un quadro apparentemente insignificante e abbandonato. Si tratta di una pittura rinvenuta nel centro di Roma, considerata probabilmente di scarsa importanza, anche, come si dirà, per la contraddizione temporale che lo stile del dipinto esprime. Non era infatti, verosimile ritenere che quel quadro fosse invece, un’ autentica opera d’arte.

Leggi tutto nell’allegato: Sensazionale scoperta di un quadro

ROMA. “Luca Signorelli e Roma. Oblio e riscoperte”.

Per la prima volta i Musei Capitolini, dedicano una grande rassegna a uno dei principali protagonisti del primo Rinascimento, Luca Signorelli (1450 – 1523), fra i giganti di quella stagione irripetibile che avrebbe segnato la storia dell’arte occidentale, prima del turbine rappresentato da Raffaello e Michelangelo.
“Fu ne’ suoi tempi tenuto in Italia tanto famoso e l’opere sue in tanto pregio, quanto nessun altro in qualsivoglia tempo sia stato già mai”, scrive Giorgio Vasari nelle “Vite dei più eccellenti, scultori e architetti” pubblicata a Firenze da Giunti nel 1568. La biografia dell’artista era corredata da un’immagine (che mancava nella prima edizione del 1550). E’ da questa che prende le mosse la mostra. Per uno strano caso Vasari utilizza come modello il ritratto eseguito da Luca di Vitellozzo Vitelli. Un volto ben diverso da quello che compare nella lunetta con l’Anticristo della Cappella di San Brizio a Orvieto. Fra i personaggi rappresentati ve ne sono due appartati vestiti di nero, il Beato Angelico e Signorelli che si ritrae con capelli lunghi e biondi. Ma nonostante l’evidenza, Vasari docet, bisognerà aspettare l’Ottocento per avere la vera effigie di Signorelli, opera di Pietro Tenerani esposta nella prima sala accanto a quella di Pietro Pierantoni che si ispira all’immagine utilizzata da Vasari.
Il titolo della mostra “Luca Signorelli e Roma. Oblio e riscoperte”, curata da FederIca Papi e Claudio Parisi Presicce (Catalogo De Luca Editori D’Arte), esprime bene i concetti guida illustrati da una sessantina di opere di grande qualità storico-artistica, distribuite in sette sezioni, alcune esposte per la prima volta a Roma. Se Signorelli occupa la posizione centrale della scena e le sue opere tra oblio e riscoperte rappresentano il filo conduttore della sua presenza nell’urbe almeno in tre periodi diversi, cooprotagonista è anche la città eterna, la Roma di papa Sisto IV della Rovere, il papa francescano e teologo, “restaurator urbis”. A lui, in vista del Giubileo del 1475, si devono chiese, strade, acquedotti, ponti. Come Ponte Sisto, l’antico Ponte Aurelio, realizzato in tre anni, e la rinascita dell’Ospedale di Santo Spirito in Sassia, con la splendida corsia sistina affrescata, per l’assistenza gratuita a tutti i bisognosi. In mostra il grande plastico ricostruttivo in legno, stucco e vetro. Sulle pareti vedute a volo d’uccello della città piante anonime, incisioni, acqueforti di Roma di Giovan Battista Falda, vedute di van Wittel, monete e medaglie sistine.
Nel 1471 Sisto IV decide di trasferire sul Campidoglio, sede del potere amministrativo e giudiziario della città, gli antichi bronzi romani, lo Spinario, la Lupa, i frammenti del Colosso di Costantino e la Zingara, riconoscendo i romani legittimi eredi della città e degni conservatori delle sue preziose testimonianze. Una data che segna la nascita del più antico museo pubblico del mondo.
E quale promotore delle arti a lui si deve la rifondazione della Biblioteca Vaticana arricchita di centinaia di codici latini e greci che affida al Platina, la costruzione della Cappella Magna, la Cappella Sistina, che prima degli interventi di Michelangelo verrà decorata sulle pareti laterali nel 1481 – 82 anche da Luca Signorelli con l’affresco “Testamento e morte di Mosè” . E’ il primo soggiorno di Luca a Roma, la sua prima commissione documentata. Ma bisognerà aspettare venticinque anni per avere notizie certe di un suo ritorno, anche se si pensa che sia venuto più volte. Roma e lo studio dell’antico, che tanto ha nutrito la sua arte “perfetta fusione fra civiltà classica e cristiana”, non è generosa con lui. Anche l’elezione di un papa Medici come Leone X delude le sue speranze. Probabilmente è tornato a Roma per un lavoro in un ambiente privato di Giulio II e verso il 1507 insieme a Perugino e Pinturicchio per una “cena di lavoro” da Bramente che avrebbe dovuto favorirli presso il Papa Giulio II, tutti soppiantati da Raffaello. Come ricorda in un volume su Vitruvio del 1536 (in mostra) Gianbattista Caporali. Infine la terza volta nel 1513 come testimoniato da un documento dell’Archivio Capitolino e da una fonte autorevole, Michelangelo che ricorda un prestito non pagato di 40 Giuli. Signorelli va a trovarlo nella sua casa romana a Macel de Corvi.
Dalla fama sancita da Vasari “primo chiaro lume che fece scorta a Raffaello, a Michelangelo, a Leonardo e agli valenti artefici del secol d’oro per condurre l’arte verso la perfezione”, alla perdita di memoria nei secoli seguenti, al ritrovato credito nel Settecento con l’affermarsi del purismo e delle correnti preraffaellite romanticismo, quando si riscopre la Cappella Nova, visitata da Füssli, Overbeck, i Nazareni, Freud, Canova. Una rivalutazione a tutto campo che riguarda anche la storiografia e il mercato antiquario. E le sue opere finiscono all’estero fino a quando non viene approvata nel 1902 una legge e un catalogo di oggetti di sommo pregio in mano privata che lo impedisce. “La corte di Pan” distrutta da un bombardamento nell’ultima guerra era al Museo di Berlino.
La mostra si snoda su percorsi paralleli, da un lato l’artista e le sue opere, l’oblio e la riscoperta, dall’altro la città, i suoi monumenti, i suoi protagonisti. Dopo la sala introduttiva ecco lo Spinario in bronzo dei Capitolini e in sequenza lo Spinario Medici in marmo della prima età imperiale, da cui l’artista ha tratto più volte ispirazione. Dallo studio dell’antico Luca ricava un repertorio di figure e nudi maschili e una varietà di pose che animano le sue classiche composizioni. Sulle pareti lo spettacolare Martirio di San Sebastiano dipinto per la Cappella Brozzi nella chiesa di San Domenico di Città di Castello, restaurato per l’occasione (in un piccolo video le fasi del restauro), con rovine, scorci del Colosseo e dell’Arco di Costantino. Del capolavoro del Duomo di Orvieto, la Cappella Nova o di San Brizio, iniziata dall’Angelico e terminata da Luca nel 1504, è possibile avere una visione nei dettagli,. attraverso immagini retroilluminate di grande effetto. In mostra anche una discussa tegola dipinta con i ritratti di Luca e di ser Niccolò di Angelo camerlengo del Duomo. In una saletta rossa tre Madonne col Bambino, tra le più belle e originali. Un tema a lui caro che preferiva realizzare in formato tondo. Così doveva essere anche la Madonna Pallavicini Rospigliosi e quella del Museo Jaquemart-André diventata ovale. E’ un “unicum” nel catalogo dell’artista la “Vergine col Bambino” o “Madonna Bache” del Metropolitan Museum, donata con altri beni nel 1507 alla figlia Gabriella. La Madonna dal profilo severo che rivolge uno sguardo malinconico verso il figlio è dipinta su uno sfondo dorato costituito da atletici putti alati segnati con sottili smalti rossi, azzurri e verdi che si muovono gioiosamente su nastri e girali e all’interno di cerchi.

Info:
Musei Capitolini Palazzo Caffarelli, piazza del Campidoglio.
Orario : tutti i giorni dalle .30 alle 19.30. fino al 3 novembre 2019.
tel. 060608 e www.museicapitolini.it

Autore: Laura Gigliotti

Fonte: www.qaeditoria.it, 25 lug 2019

Foto:
Luca Signorelli, Madonna col Bambino, 1505-1507, olio e tempera su tavola, New York, Metropolitan Museum of Art.