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LIBERA L’ARTE. La statua di Artemide. Votare per il restauro.

“Libera l’Arte è un interessante progetto dedicato alla valorizzazione delle opere nel nostro bel Paese. Un progetto sponsorizzato da Sanex per il restauro di un’opera tra 8 sculture in tutta Italia.
Fino al 9 ottobre 2019, otto opere d’arte, dislocate in cinque regioni d’Italia (Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna, Toscana e Lazio), sono in gara per tornare all’originario splendore, grazie alla partecipazione attiva di chi ha a cuore l’arte e la cultura.
Per Torino partecipano i Musei Reali con la statua di Artemide, collocata nel cortile d’onore del Palazzo Reale di Torino.“
La Redazione di ArcheoMedia è di Torino e conosciamo molto bene la nuova realtà dei Musei Reali e la bellezza della Statua di Artemide. Ci aiutate a sostenerla votando per quest’opera che accoglie i visitatori nel cortile d’onore di Palazzo Reale?”

Per votare vai a: http://www.liberalarte.org/index.html
Info: Sito internet dei Musei Reali

EXPRESSION – L’antropologia concettuale.

L’antropologia concettuale è la disciplina che analizza cause e moventi del comportamento umano attraverso tendenze sociali, comportamentali, rituali, espressioni intellettuali, credenze o creatività artistica; associa vari settori delle scienze umane e sociali per considerare il significato del comportamento, le abitudini e altri indicatori culturali. Ogni corrente e ogni espressione sociale ha un suo significato e permette di comprenderne le tendenze e le potenziali prospettive. L’antropologia concettuale è un nuovo campo di ricerca, che ha preso forma durante un congresso dell’Unione Internazionale delle Scienze Preistoriche a Florianopolis, in Brasile, nel 2011.
Il centro di ricerca Atelier, con sede in Valcamonica, Italia, è il centro mondiale di questa nuova disciplina. Recenti sviluppi hanno portato alla creazione di un settore editoriale dedicato all’antropologia concettuale che in sei anni ha prodotto oltre 50 volumi e la rivista trimestrale EXPRESSION in inglese, che giunge a ricercatori e istituzioni in 80 Paesi. Gli oltre 200 autori provengono da 42 nazioni di 5 continenti.
L’obiettivo di questa nuova disciplina è una vasta comprensione del comportamento umano e degli indirizzi culturali, fenomeni ricorrenti e isolati, evoluzioni e cambiamenti prevedibili e imprevedibili, non solo in economia e tecnologia, ma anche in tendenze sociali, etiche,
estetiche e spirituali, basandosi su l’associazione di conoscenze di varie discipline, dalla psicologia alla storia, dall’archeologia alla sociologia. È un viaggio permanente di ricerca e scoperta per una comprensione del pensiero e del comportamento umano. Il potere della mente sta nella capacità di capire, che si amplia unendo le conoscenze di discipline diverse.
Ogni disciplina ha la sua memoria come base per la ricerca e il progresso della disciplina stessa. La combinazione delle discipline è anche un’unione di conoscenze e concetti per una base più ampia di ricerca e cultura. Ogni operatore sociale, economico o politico aumenterebbe la propria efficienza approfondendo la conoscenza dell’antropologia concettuale.
Oggi i media accumulano la memoria tecnica e storica. Ma le intuizioni e le associazioni della mente umana sono ancora insostituibili. Il nostro essere e le nostre azioni sono radicati nella memoria. Il comportamento umano si basa sulla memoria. Quando si commettono errori, spesso questi derivano dall’annebbiamento della memoria. D’altra parte, i risultati positivi provengono dal suo buon uso. Non di memoria elettronica si tratta, ma del tipo di memoria che si trasforma in intuizione e riscoperta, la memoria proveniente dal profondo pozzo delle menti umane.
Di fronte alla moda dell’estrema specializzazione, che rischia di ridurre gli studiosi a tecnici e gli operatori a robot, l’antropologia concettuale va controcorrente. Senza dubbio i tecnici sono necessari, ma l’antropologia concettuale propone una nuova, anche se antica, tendenza della ricerca, imperniata sulla panoramica sapienza delle tendenze umane e sociali approfondite dalla vasta gamma delle discipline umanistiche e delle scienze sociali. Lasciamo che i tecnici e gli antropologi concettuali siano consapevoli dei loro diversi ruoli, lasciamo che facciano il loro lavoro e poi si arricchiscano a vicenda attraverso i risultati del loro impegno.
La ricerca ha una vera funzione sociale quando produce cultura. Quando la cultura è creativa e innovativa, promuove la crescita dell’intelletto e stimola inediti indirizzi del pensiero.
L’antropologia concettuale apre la mente a nuove prospettive di analisi sociale e concettuale, è una fonte di consapevolezza provocatoria e stimolante, è un arricchimento sano e benefico dell’intelletto per i giovani di tutte le età.
Il nostro mondo odierno, alla ricerca non sempre chiara del proprio domani, ha profondo bisogno di questo genere di cultura. Le pubblicazioni di Atelier presentano studi e ricerche di antropologia concettuale.
Aiutano ad apprendere senza insegnare.

Presentiamo il catalogo delle pubblicazioni di Atelier
(https://drive.google.com/open?id=0B6OYA4FSZhTOaVhFS3hCbUJobDg) – Atelier-Catalogo italiano-inglese febbraio 2017
e un numero omaggio della rivista EXPRESSION
(https://drive.google.com/open?id=1IRbttQWNHo1HkFCDat2tAFbGCfg2CssQ) – Expression 23
auspicando che voglia scoprire, ed anche contribuire a diffondere, questa nuova disciplina.

Autore: Emmanuel Anati

Info:
Atelier – Research Center for Conceptual Anthropology
Città della Cultura – Via Marconi 7, Capo di Ponte, 25044, Italy +39 0364/42392
www.atelier-etno.itatelier.etno@gmail.com

Alberto ZEI. Sensazionale scoperta di un quadro attribuibile a Derain.

Come quasi sempre avviene, ancora una volta è stato un caso che per una serie di strane circostanze sicuramente irripetibili, è uscito allo scoperto un quadro apparentemente insignificante e abbandonato. Si tratta di una pittura rinvenuta nel centro di Roma, considerata probabilmente di scarsa importanza, anche, come si dirà, per la contraddizione temporale che lo stile del dipinto esprime. Non era infatti, verosimile ritenere che quel quadro fosse invece, un’ autentica opera d’arte.

Leggi tutto nell’allegato: Sensazionale scoperta di un quadro

ROMA. “Luca Signorelli e Roma. Oblio e riscoperte”.

Per la prima volta i Musei Capitolini, dedicano una grande rassegna a uno dei principali protagonisti del primo Rinascimento, Luca Signorelli (1450 – 1523), fra i giganti di quella stagione irripetibile che avrebbe segnato la storia dell’arte occidentale, prima del turbine rappresentato da Raffaello e Michelangelo.
“Fu ne’ suoi tempi tenuto in Italia tanto famoso e l’opere sue in tanto pregio, quanto nessun altro in qualsivoglia tempo sia stato già mai”, scrive Giorgio Vasari nelle “Vite dei più eccellenti, scultori e architetti” pubblicata a Firenze da Giunti nel 1568. La biografia dell’artista era corredata da un’immagine (che mancava nella prima edizione del 1550). E’ da questa che prende le mosse la mostra. Per uno strano caso Vasari utilizza come modello il ritratto eseguito da Luca di Vitellozzo Vitelli. Un volto ben diverso da quello che compare nella lunetta con l’Anticristo della Cappella di San Brizio a Orvieto. Fra i personaggi rappresentati ve ne sono due appartati vestiti di nero, il Beato Angelico e Signorelli che si ritrae con capelli lunghi e biondi. Ma nonostante l’evidenza, Vasari docet, bisognerà aspettare l’Ottocento per avere la vera effigie di Signorelli, opera di Pietro Tenerani esposta nella prima sala accanto a quella di Pietro Pierantoni che si ispira all’immagine utilizzata da Vasari.
Il titolo della mostra “Luca Signorelli e Roma. Oblio e riscoperte”, curata da FederIca Papi e Claudio Parisi Presicce (Catalogo De Luca Editori D’Arte), esprime bene i concetti guida illustrati da una sessantina di opere di grande qualità storico-artistica, distribuite in sette sezioni, alcune esposte per la prima volta a Roma. Se Signorelli occupa la posizione centrale della scena e le sue opere tra oblio e riscoperte rappresentano il filo conduttore della sua presenza nell’urbe almeno in tre periodi diversi, cooprotagonista è anche la città eterna, la Roma di papa Sisto IV della Rovere, il papa francescano e teologo, “restaurator urbis”. A lui, in vista del Giubileo del 1475, si devono chiese, strade, acquedotti, ponti. Come Ponte Sisto, l’antico Ponte Aurelio, realizzato in tre anni, e la rinascita dell’Ospedale di Santo Spirito in Sassia, con la splendida corsia sistina affrescata, per l’assistenza gratuita a tutti i bisognosi. In mostra il grande plastico ricostruttivo in legno, stucco e vetro. Sulle pareti vedute a volo d’uccello della città piante anonime, incisioni, acqueforti di Roma di Giovan Battista Falda, vedute di van Wittel, monete e medaglie sistine.
Nel 1471 Sisto IV decide di trasferire sul Campidoglio, sede del potere amministrativo e giudiziario della città, gli antichi bronzi romani, lo Spinario, la Lupa, i frammenti del Colosso di Costantino e la Zingara, riconoscendo i romani legittimi eredi della città e degni conservatori delle sue preziose testimonianze. Una data che segna la nascita del più antico museo pubblico del mondo.
E quale promotore delle arti a lui si deve la rifondazione della Biblioteca Vaticana arricchita di centinaia di codici latini e greci che affida al Platina, la costruzione della Cappella Magna, la Cappella Sistina, che prima degli interventi di Michelangelo verrà decorata sulle pareti laterali nel 1481 – 82 anche da Luca Signorelli con l’affresco “Testamento e morte di Mosè” . E’ il primo soggiorno di Luca a Roma, la sua prima commissione documentata. Ma bisognerà aspettare venticinque anni per avere notizie certe di un suo ritorno, anche se si pensa che sia venuto più volte. Roma e lo studio dell’antico, che tanto ha nutrito la sua arte “perfetta fusione fra civiltà classica e cristiana”, non è generosa con lui. Anche l’elezione di un papa Medici come Leone X delude le sue speranze. Probabilmente è tornato a Roma per un lavoro in un ambiente privato di Giulio II e verso il 1507 insieme a Perugino e Pinturicchio per una “cena di lavoro” da Bramente che avrebbe dovuto favorirli presso il Papa Giulio II, tutti soppiantati da Raffaello. Come ricorda in un volume su Vitruvio del 1536 (in mostra) Gianbattista Caporali. Infine la terza volta nel 1513 come testimoniato da un documento dell’Archivio Capitolino e da una fonte autorevole, Michelangelo che ricorda un prestito non pagato di 40 Giuli. Signorelli va a trovarlo nella sua casa romana a Macel de Corvi.
Dalla fama sancita da Vasari “primo chiaro lume che fece scorta a Raffaello, a Michelangelo, a Leonardo e agli valenti artefici del secol d’oro per condurre l’arte verso la perfezione”, alla perdita di memoria nei secoli seguenti, al ritrovato credito nel Settecento con l’affermarsi del purismo e delle correnti preraffaellite romanticismo, quando si riscopre la Cappella Nova, visitata da Füssli, Overbeck, i Nazareni, Freud, Canova. Una rivalutazione a tutto campo che riguarda anche la storiografia e il mercato antiquario. E le sue opere finiscono all’estero fino a quando non viene approvata nel 1902 una legge e un catalogo di oggetti di sommo pregio in mano privata che lo impedisce. “La corte di Pan” distrutta da un bombardamento nell’ultima guerra era al Museo di Berlino.
La mostra si snoda su percorsi paralleli, da un lato l’artista e le sue opere, l’oblio e la riscoperta, dall’altro la città, i suoi monumenti, i suoi protagonisti. Dopo la sala introduttiva ecco lo Spinario in bronzo dei Capitolini e in sequenza lo Spinario Medici in marmo della prima età imperiale, da cui l’artista ha tratto più volte ispirazione. Dallo studio dell’antico Luca ricava un repertorio di figure e nudi maschili e una varietà di pose che animano le sue classiche composizioni. Sulle pareti lo spettacolare Martirio di San Sebastiano dipinto per la Cappella Brozzi nella chiesa di San Domenico di Città di Castello, restaurato per l’occasione (in un piccolo video le fasi del restauro), con rovine, scorci del Colosseo e dell’Arco di Costantino. Del capolavoro del Duomo di Orvieto, la Cappella Nova o di San Brizio, iniziata dall’Angelico e terminata da Luca nel 1504, è possibile avere una visione nei dettagli,. attraverso immagini retroilluminate di grande effetto. In mostra anche una discussa tegola dipinta con i ritratti di Luca e di ser Niccolò di Angelo camerlengo del Duomo. In una saletta rossa tre Madonne col Bambino, tra le più belle e originali. Un tema a lui caro che preferiva realizzare in formato tondo. Così doveva essere anche la Madonna Pallavicini Rospigliosi e quella del Museo Jaquemart-André diventata ovale. E’ un “unicum” nel catalogo dell’artista la “Vergine col Bambino” o “Madonna Bache” del Metropolitan Museum, donata con altri beni nel 1507 alla figlia Gabriella. La Madonna dal profilo severo che rivolge uno sguardo malinconico verso il figlio è dipinta su uno sfondo dorato costituito da atletici putti alati segnati con sottili smalti rossi, azzurri e verdi che si muovono gioiosamente su nastri e girali e all’interno di cerchi.

Info:
Musei Capitolini Palazzo Caffarelli, piazza del Campidoglio.
Orario : tutti i giorni dalle .30 alle 19.30. fino al 3 novembre 2019.
tel. 060608 e www.museicapitolini.it

Autore: Laura Gigliotti

Fonte: www.qaeditoria.it, 25 lug 2019

Foto:
Luca Signorelli, Madonna col Bambino, 1505-1507, olio e tempera su tavola, New York, Metropolitan Museum of Art.

AA.VV. Pietra di Finale. Una risorsa naturale e storica del Ponente ligure.

In questi giorni, da parte del Museo Archeologico del Finale, della sezione finalese dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri e del Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente e della Vita dell’Università di Genova, è stato pubblicato un atteso libro dedicato alla “Pietra di Finale”.
Si tratta di una pubblicazione dal titolo: “Pietra di Finale. Una risorsa naturale e storica del Ponente ligure”, edita a cura di Giovanni Murialdo, Roberto Cabella e Daniele Arobba.
Fig_02Dopo la presentazione di Vincenzo Tinè, fino a pochi giorni fa Soprintendente ai Beni Archeologici, Belle Arti e Paesaggio della Liguria, il volume contiene alcuni importanti contributi riguardanti gli aspetti geologici e naturalistici della Pietra di Finale. Particolare attenzione è stata rivolta agli ambienti del mare miocenico dal quale tra 28 e 11 milioni di anni fa si formò questa roccia ed ai fossili che caratterizzano le formazioni della Pietra di Finale e di quella di Verezzi. Tra questi, un capitolo specifico riguarda l’importante testimonianza ossea di balenide proveniente dalla cava dell’Aquila, recentemente acquisita ed esposta nel Museo Archeologico del Finale.
Segue una fitta sequenza di capitoli dedicati alle tecniche estrattive, all’impiego ed alla diffusione della Pietra di Finale nei vari periodi storici, a partire dalla Preistoria e soprattutto in Età romana e tardoantica, quest’ultima caratterizzata dalla produzione di tipici sarcofagi diffusi in tutta la Liguria tra V e VII secolo.
Fig_03Particolare rilievo ha ovviamente l’impiego di Pietra di Finale durante il Medioevo e nella costruzione di importanti edifici rinascimentali da parte dei Del Carretto tra la metà del Quattrocento e i primi decenni del Cinquecento.
In Età moderna, la Pietra di Finale – e in particolare quella estratta a Verezzi – furono usate a Genova in prestigiosi edifici civili e religiosi riconducibili alle grandi famiglie dell’aristocrazia locale, così come nella vicina Loano, feudo dei Doria.
Infine, vengono ripercorse le vicende delle principali figure che tra Otto- e Novecento segnarono le vicende estrattive di questi materiali e il loro impiego da parte di prestigiosi nomi dell’architettura e della scultura italiana del XX secolo, quando la Pietra di Finale conobbe una diffusione che raggiunse anche altri continenti.
Il capitolo conclusivo sottolinea le potenzialità offerte da un recupero delle antiche cave nell’ambito di una suggestiva valorizzazione di questi esempi di archeologia industriale.
La pubblicazione, di oltre 570 pagine, rientra tra le iniziative di valorizzazione del territorio finalese nell’ambito del progetto per la creazione di un Museo Diffuso del Finale – MUDIF, sostenuto dalla Compagnia di San Paolo.
In attesa della presentazione ufficiale al pubblico, prevista nel prossimo mese di settembre, la pubblicazione è già reperibile presso il Museo Archeologico del Finale a Finalborgo e presso alcune delle principali librerie locali.

Illustrazioni:
Figura 1- La copertina della pubblicazione dedicata alla Pietra di Finale.
Figura 2- Fossili della Pietra di Finale.
Figura 3- Una delle Virtù Cardinali della lunetta in Pietra di Finale sulla facciata del Palazzo del Tribunale a Finalborgo (1462).