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MAMIANO DI TRAVERSETOLO (Pr). L’ultimo romantico. Luigi Magnani il signore della Villa dei Capolavori.

Fino al 12 luglio 2020, la Fondazione Magnani-Rocca, col titolo “L’’ultimo romantico”, propone un ricchissimo omaggio espositivo al suo Fondatore, e lo fa nella dimora che Luigi Magnani trasformò in una casa-museo sontuosa e sorprendente, la ‘Villa dei Capolavori’ a Mamiano di Traversetolo, nel parmense. Uomo di cultura tra i grandi della sua epoca, Magnani può essere legittimamente assunto a testimone di ‘Parma Capitale Italiana della Cultura 2020’, sotto la cui egida la mostra si svolge.
Luigi Magnani (1906-1984), uno dei massimi collezionisti di opere d’arte al mondo, nella sua casa delle meraviglie realizzò un vero Pantheon dei grandi artisti di ogni epoca, un tempio che si andò animando lentamente con l’acquisizione di dipinti e arredi unici, dai Morandi e i fondi oro degli inizi, poi il Tiziano, il Goya, fino al Monet, ai Renoir e al Canova degli ultimi anni della sua vita, in un processo di identificazione spirituale con le opere che giungevano ad abitare la sua dimora presso Parma come la scena della sua vita intellettuale.
La mostra, con oltre cento magnifiche opere provenienti da celebri musei e prestigiose collezioni, intende raccontare nei saloni destinati alle mostre temporanee – in parallelo alla sua Raccolta d’arte permanente, allestita nei saloni storici della Villa – la figura di Luigi Magnani, che amava il dialogo tra la pittura, la musica, la letteratura, attraverso i suoi interessi e le personalità che frequentò o alle quali si appassionò. Intellettuale di primo piano nella cultura italiana del Novecento, nonché frequentatore dei più esclusivi salotti del suo tempo, fu tra i fondatori di Italia Nostra. L’esposizione – a cura di Stefano Roffi e Mauro Carrera – presenta dipinti, ritratti, autoritratti e documenti autografi dei celeberrimi artisti, critici, musicisti, letterati, registi, aristocratici, capitani d’industria frequentati da Magnani, da Bernard Berenson a Margaret, sorella della regina d’Inghilterra, da Eugenio Montale allo stesso Giorgio Morandi; inoltre omaggi pittorici alla passione per la musica di Magnani, resi dai più grandi artisti italiani del Novecento, da Severini a de Chirico a Guttuso a Pistoletto; importanti strumenti musicali antichi; i segreti della Villa, svelati eccezionalmente al pubblico. Infine, il sogno di altri ‘capolavori assoluti’ inseguiti da Magnani ma non conquistati, che in occasione della mostra raggiungeranno la Villa dei Capolavori e verranno svelati; il primo grande sogno realizzato è il celeberrimo dipinto Il cavaliere in rosa di Giovan Battista Moroni, capolavoro cinquecentesco, gemma di Palazzo Moroni a Bergamo, che, dopo la Frick Collection di New York, viene ora esposto alla Fondazione Magnani-Rocca per la durata della mostra.
Quella che ora è chiamata ‘Villa dei Capolavori’ è tuttora abitata dallo spirito della bellezza, e mostra ancora purezza e forma sublimi, così come la volle Magnani, del quale rappresenta il compiuto autoritratto, come lo è per Peggy Guggenheim la collezione conservata a Venezia; nella Villa si è realizzato un ‘museo dell’anima’ in cui quadri dei grandi maestri del passato, degni dei più importanti musei del mondo, accanto ad arredi del primo Ottocento degni di una residenza napoleonica, raccontano di sé e della vita di chi li ha raccolti e custoditi, in dialettica con alcune delle opere simbolo della contemporaneità.
Attraverso le cose tornano a vivere gli incontri memorabili e le conversazioni finissime che lì ebbero luogo, quando insieme a Magnani, davanti a un piatto di fumanti anolini, Morandi e Arcangeli trovavano magicamente argomenti di condivisione poco tempo prima della clamorosa rottura fra il pittore e il critico, o quando Ungaretti, dopo una passeggiata nel parco, lasciava una poesia per l’amico Luigi, o ancora quando Guttuso festeggiava il Capodanno nella Villa omaggiando Magnani con la carnalità delle sue opere. L’élite culturale e aristocratica europea è passata per questi saloni, ha commentato un dipinto, ha ascoltato gli affascinanti racconti del padrone di casa, mentre le note di Mozart facevano da contrappunto ai capolavori dei celeberrimi maestri antichi e contemporanei, testimoni della grande storia d’Europa.
Un dipinto da solo varrebbe il viaggio alla Villa di Luigi Magnani: è il grande quadro di Francisco Goya La famiglia dell’infante don Luis (1783-1784), forse il ritratto di corte più rivoluzionario di tutta la storia della pittura. Eccezionali sono anche le tre Madonne col Bambino di Filippo Lippi, Albrecht Dürer, Domenico Beccafumi, dipinte a cinquant’anni l’una dall’’altra; altre opere imperdibili sono il Ghirlandaio, il Carpaccio, il Rubens, il Van Dyck, i Tiepolo, il Füssli, ma unici sono il preziosissimo Stimmate di San Francesco di Gentile da Fabriano e l’’indimenticabile Sacra conversazione di Tiziano (1513). La magnificenza dei capolavori pittorici si traduce in scultura nella Tersicore di Canova e nelle due figure femminili di Bartolini.
Il nucleo contemporaneo è dominato dalle ben cinquanta opere di Giorgio Morandi, riunite durante la vita del pittore all’interno di un rapporto di stima e di amicizia con Magnani. Altro pittore emiliano presente nella collezione è Filippo de Pisis, con un gruppo di dipinti intensi e drammatici. Tra le altre opere di artisti italiani spiccano una stupefacente Danseuse futurista di Gino Severini, una piazza metafisica di Giorgio de Chirico, alcuni lavori di Renato Guttuso e considerevoli sculture di Giacomo Manzù e Leoncillo. Importantissimo anche il Sacco di Alberto Burri del 1954, che Magnani considerava il proprio baluardo avanguardistico. Fra i non italiani, la Villa ospita l’unica sala di opere di Paul Cézanne in Italia; incantevole è il paesaggio marino di Claude Monet e splendide le opere di Renoir, Matisse, de Staël, Fautrier, Hartung.
Capolavori che continuano a suscitare emozioni profonde, altissima espressione dell’intimo e commosso stupore dell’uomo di fronte al segreto della bellezza. Segreto che Magnani, leggendo l’’amato Doctor Faustus di Thomas Mann, riconosceva nella tensione tra il prorompente impulso creativo e le inviolabili leggi strutturali dell’’arte; per questo volle per la propria raccolta un’’opera di Rembrandt raffigurante proprio il Doctor Faustus. Della capacità dell’’arte di conchiudere significati assoluti Magnani era convinto, come pure del suo afflato metafisico; per questo, dopo un lungo soggiorno romano dedicato all’’insegnamento, si era ritirato nella sua Villa di Mamiano, fra gli amici eletti e le amate opere d’arte.
Qui come già per Magnani, dimora per noi tutti la gioia silenziosa del posare lo sguardo su questi sublimi frammenti della vicenda umana, raccolti fino alla morte, avvenuta nel 1984 a settantotto anni, dopo una vita trascorsa in dialogo spirituale con i grandi della cultura, ospiti reali o ideali della sua splendida residenza. Il percorso della Fondazione Magnani-Rocca era stato avviato con la sua istituzione da parte di Magnani nel 1977, nel disegno di destinare i suoi tesori d’’arte al godimento di tutti, nel ricordo dei propri genitori, donando a Parma e all’’Italia una piccola Versailles.
L’’apertura al pubblico della Villa avvenne trenta anni fa, nell’’aprile 1990. Venivano così svelate le opere di una raccolta quasi leggendaria appartenuta a una delle più eclettiche personalità culturali del XX secolo: Magnani fu infatti scrittore, saggista, storico dell’’arte, compositore, critico musicale e, con le sue ricerche e i suoi scritti su Correggio, Morandi, Mozart, Beethoven, Goethe, Stendhal, Proust, seppe, come pochi, ricongiungere le ragioni del sentimento e quelle dell’’intelletto.

Info:
L’’ultimo romantico. Luigi Magnani il signore della Villa dei Capolavori
Fondazione Magnani-Rocca, via Fondazione Magnani-Rocca 4, Mamiano di Traversetolo (Parma).
Fino al 12 luglio 2020. Aperto anche tutti i festivi.
Orario: dal martedì al venerdì continuato 10-18 (la biglietteria chiude alle 17) – sabato, domenica e festivi continuato 10-19 (la biglietteria chiude alle 18). Aperto anche lunedì di Pasqua, 25 aprile, 1° maggio, 2 giugno. Lunedì chiuso (aperto Lunedì di Pasqua).
Ingresso: € 12,00 valido anche per le raccolte permanenti – € 10,00 per gruppi di almeno venti persone – € 5,00 per le scuole.
Informazioni e prenotazioni gruppi: tel. 0521 848327 / 848148 info@magnanirocca.it www.magnanirocca.it
Il sabato ore 16.30 e la domenica e festivi ore 11.30, 16.00, 17.00, visita alla mostra ‘L’’ultimo romantico’ e alle opere più celebri delle raccolte permanenti con guida specializzata; è possibile prenotare a segreteria@magnanirocca.it , oppure presentarsi all’ingresso del museo fino a esaurimento posti; costo € 17,00 (ingresso e guida).
Mostra e Catalogo (Silvana Editoriale) a cura di Stefano Roffi e Mauro Carrera,
saggi e testi in catalogo di Luigi Magnani, Mariolina Bertini, Giovanna Bonasegale, Mauro Carrera, Fabrizio Clerici, Carlo Mambriani, Gian Paolo Minardi, Stefano Roffi, Alberto Savinio, Vittorio Sgarbi.
Ufficio Stampa: Studio ESSECI, Stefania Bertelli gestione1@studioesseci.net tel. 049 663499 Cartella stampa e immagini: www.studioesseci.net
La mostra è realizzata grazie al contributo di: FONDAZIONE CARIPARMA, CRÉDIT AGRICOLE ITALIA.
Media partner: Gazzetta di Parma. Con la collaborazione di: AXA XL Art & Lifestyle, parte di AXA XL, divisione di AXA, e di Aon – Angeli Cornici, Cavazzoni Associati, Fattorie Canossa, Società per la Mobilità e il Trasporto Pubblico.

TORINO. Il MAO dedica una mostra ai Kakemono giapponesi.

A Torino, presso il MAO Museo d’Arte Orientale, sarà allestita la mostra Kakemono. Cinque secoli di pittura giapponese. La Collezione Perino, visitabile al pubblico dal 27 marzo al 28 giugno 2020.
Curata da Matthi Forrer, la rassegna è dedicata al kakemono: un genere di opera dipinta, molto diffusa in Giappone e in tutta l’Asia Orientale, che consiste in un rotolo di tessuto prezioso o di carta dipinto o calligrafato che viene appeso durante occasione speciali o viene utilizzato come decorazione in base alle stagioni dell’anno.
Hanno una struttura morbida, a differenza delle tele o tavole occidentali, e sono pensati per una fruizione limitata nel tempo: sono infatti opere che partecipano al tempo e al movimento, poiché vengono esposti nell’alcova delle case giapponesi o lasciato oscillare per qualche ora all’esterno, magari in un giardino.
Alla base dei kakemono c’è un’allusione all’impermanenza e alla mutazione, riflettendo una concezione estetica e filosofica giapponese.
In mostra saranno 125 kakemono, oltre a ventagli dipinti e a lacche decorate provenienti dalla Collezione Claudio Perino. Suddivisi in cinque sezioni tematiche (fiori e uccelli, animali, figure, paesaggi, piante e vegetali), i kakemono condurranno i visitatori in un mondo ricco di rappresentazioni precise e naturalistiche, a cui si affiancheranno immagini essenziali e rarefatte, dove la forma perde i suoi contorni.
Tra i kakemono esposti, opere dei maggiori artisti giapponesi, quali Yamamoto Baiitsu, Tani Buncho, Kishi Ganku e Ogata Korin.
L’esposizione è frutto della collaborazione tra MAO e MUSEC – Museo delle Culture di Lugano, nonché tra la Fondazione Torino Musei e la Fondazione culture e musei di Lugano, dove la mostra sarà riproposta dopo la tappa torinese.

Info: www.maotorino.it
Orari: Da martedì a domenica dalle 10 alle 18. Chiuso il lunedì.
Biglietti: Intero 10 euro, ridotto 8 euro.

Immagine: Watanabe Seitei, Usignolo giapponese su un ramo di pruno rosa fiorito (1910-19; dipinto a inchiostri e colori su seta; 118,7 x 41,2 cm)

Fonte: www.finestresullarte.info, 3 mar 2020

Michele SANTULLI. Amleto Cataldi, lo scultore di Roma … umiliato.

Amleto Cataldi (1882-1930) alla sua epoca considerato uno dei punti di riferimento di eccellenza del Novecento Europeo, è lo scultore di Roma: infatti nessun artista è rappresentato nella Città Eterna da tante opere quanto Cataldi, sia nelle due Gallerie d’arte Nazionale e Comunale, sia nei palazzi istituzionali, sia in giro per la città.
Nella scultura europea del primo Novecento già ai suoi tempi lo scultore ciociaro veniva collocato in posizione apicale e preminente. Ma avviene anche per Cataldi quanto avviene per altri personaggi: non sono profeti in patria, non li si capisce, quindi li si accantonano. Per esempio al Palazzo del Quirinale si trova una sua opera di altissima qualità, donata dai partigiani al Presidente Saragat nel 1966 per i suoi meriti nella Resistenza Italiana: si sarebbe ritenuto normale che il visitatore del Quirinale la incontrasse nel suo percorso di visita, invece l’Arciere, questo è il nome dell’opera, alta cIrca 190 cm, in bronzo, non si incontra: in alcune riprese televisive si è visto che questa prestigiosa opera d’arte è sistemata attualmente in una rientranza dello scalone che porta alla cucina, visibile dunque solamente, è già una consolazione, ai camerieri e ai cuochi dei fortunati inquilini del palazzo.
Tre o quattro anni fa il Comune di Roma Capitale, dietro iniziativa dello scrivente, si avvide del torto arrecato al grande artista avendolo totalmente ignorato nel proprio stradario cosicché, recepita la doglianza, Roma Capitale quasi quale ammenda intestò a ‘Largo Amleto Cataldi’ lo spazio più pittoresco e più spettacolare della Città Eterna: il Pincio a Villa Borghese, a pochi metri dalla Casina Valadier, a qualche diecina di metri da Palazzo Medici!
Infatti qui si leva una delle sue opere più ammirate: la Fontana della Ciociara, fino ad oggi erroneamente nota come l’Anfora. Ora è successo che, così dicono, ‘un colpo di vento’ abbia infranto la tabella di marmo sulla palina di sostegno, mandando la targa in frantumi! E’ passato più di un anno e le autorità cittadine fino ad oggi sono state ignare al riguardo e il nome è rimasto solo nello stradario cittadino. In realtà a mio avviso, deve essersi trattato di un ‘vento’ alquanto bizzarro e malizioso perché delle decine di targhe segnaletiche nelle vicinanze ha infuriato solamente sulla targa di Cataldi! Le autorità responsabili come pure i carabinieri con una denuncia, sono stati da tempo investiti del fatto.
A Via dei Delfini, in Ghetto, sotto il balcone della palazzina dove abitava il poeta celebre di Roma Giggi Zanazzo, Amleto Cataldi realizzò una edicola con il volto del poeta ed a fianco due putti, uno con la lira simbolo della poesia e della musica e l’altro… senza nulla! Anche qui qualche specie di ‘vento’ deve avergli tolto dalla mano il simbolo artistico che inizialmente lo individuava. E lo stato di fatto perdura tale da anni!
Il ‘Monumento agli studenti della Sapienza caduti in guerra’ realizzato da Amleto Cataldi, che si leva a pochi metri dalla scala di accesso alla Facoltà di Giurisprudenza, fu inaugurato nel 1920 dal re in persona e dal presidente del Consiglio dell’epoca, Salandra, e dalle autorità accademiche della Sapienza: un fatto dunque del massimo significato oltre che prestigioso riconoscimento del valore artistico dell’opera: oggi si presenta allo sguardo dell’osservatore ricoperto di ossidazione e con la scritta del basamento illeggibile: cioè da allora fino ad oggi mai curato e mai ripulito! Gli avvocati, e il loro Ordine, così sensibili e attenti… quale occasione ancora persa, per un atto di munificenza e di mecenatismo, da pochissimi soldi in verità, tra l’altro! Per ridare splendore al monumento e onore a loro stessi…
Alla Galleria Nazionale a Valle Giulia di opere del Cataldi ve ne sono cinque: nelle sale non se ne vede nessuna, da anni! sicuramente giacciono nel deposito, per far posto, si perdoni la polemica, alle… vacche impiccate!
E’ visibile solo la ‘Portatrice d’Acqua’ ma fuori del Museo, sotto il finestrone del Caffè della Galleria.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

Michele SANTULLI, Due personaggi favolosi della civiltà occidentale.

Come si sa il collezionismo moderno, quello che fa muovere soldi e opere d’arte e cultura, si è consolidato e diffuso negli Stati Uniti agli inizi del  secolo scorso: i maggiori musei non sono che l’eredità e i lasciti dei collezionisti mecenati. E i più sensibili e più accaniti compratori furono gli imprenditori di tutte le categorie, i cui nomi oggi sono quasi leggenda: Frick, Morgan, Havemeyer, Rockfeller, Rothschild, Mellon, Getty, Chester Dale, Guggenheim per ricordarne solo pochi… e alcune donne inimmaginabili, da conoscere di più da parte del lettore:  Gertrude e Sarah Stein, le sorelle Cone,  Louisine Havemeyer, Isabella Stewart Gardner…

Uno di questi collezionisti agli inizi del Novecento fu il dr. Albert Barnes di Philadelphia (1872-1951) il quale era arricchito enormemente grazie ad un medicinale per gli occhi da lui scoperto e messo in vendita. Quando arrivava a Parigi per i suoi acquisti d’arte agli inizi del Novecento, davanti all’albergo la mattina era una folla di mercanti e galleristi che lo attendava. Infatti il dr. Barnes non acquistava un quadro degli artisti che prediligeva, ma cinque, dieci, venti. Si racconta un episodio: il suo mercante e consigliere di fiducia parigino, Paul Guillaume, il novo pilota dell’infelice Modigliani come scrisse su uno dei quadri nei quali lo ritrasse, lo condusse nello studio di un geniale ed originale artista, ma morto di fame e incompreso come tanti, grande amico di un altro genio incompreso, Modigliani appunto.

Si racconta che la miseria e il degrado personali erano così grandi che nelle orecchie gli si erano costituiti nidi di pulci o del genere! Ebbene il dr. Barnes entrò nella sua stalla-studio e rimase colpito dalla vitalità e quasi violenza dei colori e dei soggetti delle opere e acquistò… tutto l’esistente, si dice circa 180 opere: iniziò la gloria di Chaim Soutine, così si chiama l’artista, che incassata la moneta, immediatamente partì per la  Costa Azzurra, a godere, finalmente! Il dr. Barnes mise assieme una collezione incredibile: 181 di soli Renoir (oli e non stampe!) e 22 di Cézanne (oli e non stampe o altro!) e poi 8 Picasso, 8 miracolosi Modigliani, De Chirico, Gauguin, perfino 3 Van Gogh, Soutine in quantità e centinaia di altre opere, anche antiche, anche di artisti americani.

Fece costruire un museo apposito nei sobborghi di Philadelphia per ospitare le sue opere ed ecco l’aspetto incredibile: a nessuno era consentito  entrare! Il museo anzi la Barnes Foundation era aperta solo agli studenti e agli studiosi e a coloro che attraverso l’arte volevano e vogliono maturare e migliorare la propria cultura e personalità: il suo intendimento era, ed è, aprire le porte alla gente comune per educarla all’arte e alla cultura! Turisti e curiosi non entrano! Basti pensare che il suo consulente e collaboratore era il massimo studioso di pedagogia dell’epoca, John Dewey. Con la morte del dr. Barnes, oggi la situazione  si è un po’ addolcita.

Un sole splendente lo incontriamo a Roma a partire dal 1929 all’incirca. Una donna di origini ciociare di Carpineto, pronipote di papa Leone XIII il quale vegliò molto sulla sua educazione: si chiama Anna Letizia Pecci, il cognome del papa. Qualche anno prima, nel 1919, aveva impalmato un ricchissimo banchiere americano, un Blumenthal, ebreo sefardita, divenuto poi per ragioni politiche Blunt. E perciò Anna Letizia Pecci Blunt, nota come  Mimì  (1885-1971), la favolosa. Già il luogo della abitazione romana è un marchio: il palazzo cinquecentesco, con gli affreschi di Taddeo Zuccari, che si vede ai piedi dell’Aracoeli e alle scale del Campidoglio dove ancora oggi è scritto: Blunt, è un segno della posizione sociale di Mimì. Dopo il matrimonio visse per alcuni anni a Parigi in una villa principesca del 1700 dove nel suo salotto accoglieva l’élite intellettuale e artistica del momento: Cocteau, Braque, Picasso, Gide, Claudel…

A Roma continuò accanitamente l’attività culturale e artistica già iniziata a Parigi: i celeberrimi  ‘concerti di primavera’ tenuti  nel suo palazzo dove si esibirono i maestri dell’epoca, alcuni la prima volta a Roma: Goffredo Petrassi, Igor Stravinskij, Arthur Honegger, Paul Hindemith, Arthur Rubinstein, divennero un richiamo internazionale.

A fianco della attività musicale ne iniziò una espositiva e letteraria in un piccolo spazio fuori del palazzo, dove nel 1933/35 aprì al pubblico la sua indimenticabile galleria d’arte la Cometa diretta da un altro grande, il ciociaro Libero de Libero: qui espose la crema degli artisti dell’epoca: Guttuso, Savinio, Cagli, De Chirico, Mafai, Ianni, i futuristi e si avvicendarono gli artisti e poeti più all’avanguardia: Moravia, Bontempelli, Ungaretti, Carlo Levi, Quasimodo, Pirandello…

Le leggi razziali famigerate e assassine del 1938 interruppero tale ineguagliabile impresa e obbligarono Mimì e famiglia ad emigrare in America: Cecil, il marito, come detto più sopra, era ebreo. A New York Mimì continuò con la sua passione nel far conoscere l’arte italiana e l’attività riprese col solito impegno e passione. Vi rimase fino a guerra conclusa.

Autore: Michele Santulli –  michele@santulli.eu

Michele SANTULLI, Miracolo a Frosinone.

Si sa che questa parte della nobile terra di Ciociaria, la provincia di FR, è stata da sempre feudo inattaccabile di Giulio Andreotti buonanima: la sua presenza era capillare: i battesimi e le cresime e eventi analoghi erano, si racconta, suo appannaggio preferito; la sua presenza era quanto di più sicuro e affidabile si potesse immaginare. Alcuni seguaci lo adoravano: uno di questi, sindaco di un paesino arroccato in cima ad una montagna, si racconta che ogni mattina faceva in modo che il suo beneamato ricevesse le sue ricottine fresche di giornata, di cui l’esimio politico era particolarmente ghiotto. Ogni mattina!
Rendo testimonianza che anni addietro trovandomi nel principato di detto sindaco – ‘regnò’ per circa 50 anni! un autentico primato! – notai che le due porte dei gabinetti pubblici (in questo paesino di qualche centinaio di abitanti anche i gabinetti pubblici!) erano porte in noce massello, come nemmeno nei paesi dei petrolieri si vedono in un gabinetto!, a dimostrazione della benevolenza andreottiana. Un altro, un noto costruttore, lo aveva sistematicamente ospite nel suo antico castello: risultati? in tutta la zona finanziamenti continui per costruire strade, perfino nelle località più inaccessibili, per praterie di asfalto, per palazzi pubblici, lampioni e fognature e marciapiedi in continuazione, ecc.. Che grande! E poi la Fiat a Cassino coi soldi degli Italiani, la industrializzazione della Valle del Sacco sempre coi soldi degli Italiani, e con quali risultati: ma che vuoi che sia, basta lavorare e mangiare, soleva sentenziare il beneamato!
Ospedali in quantità dovunque, ancora se ne vedono in giro, inutilizzati! Cementificazione inaudita, a libertà e a piacimento di ognuno! E quindi la mentalità di tutta una certa provincia è quella infusa da questo beneamato politico… Naturalmente tutti gli altri ‘politici’ della zona venuti prima e dopo di lui, non sono stato altro – e ancora sono – che il guano e il letame di questa regale quercia, come soleva dire!
Ora invece il miracolo, un nuovo mondo si apre, l’orizzonte della cabina di comando si amplia, al di là ormai degli stadi e piscine olimpionici, delle rotatorie stile Abu Dhabi, della cementificazione: si inizia, parrebbe, a cominciare ad occuparsi, e seriamente questa volta, di arte e cultura e, ancora più incredibile, di arte nata in Ciociaria e diffusa in tutto il mondo. Non più dunque materiale indigesto ai palati politici, come fino ad oggi. Cioè, in breve: fonti serie propalano la notizia che il Comune di Frosinone, saggiamente retto da una lungimirante compagine amministrativa amata ed apprezzata, è in fase di seria trattativa per acquisire al pubblico patrimonio quella bella palazzina neoclassica della Banca d’Italia sotto la Prefettura! Ed ecco la novella rivoluzionaria, miracolosa: il Comune avrebbe la volontà di installarvi una pinacoteca e più esattamente la pinacoteca del costume ciociaro! Una rivoluzione! Un miracolo!
Ecco, dico, il modo più serio e sperimentato per risalire, e a razzo, fino ai primi posti le posizioni che attualmente tengono relegata Frosinone in coda ai capoluoghi italiani, da sempre.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu