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Tecnologie Ecocompatibili per i Beni Culturali.

Chimica Verde Bionet, in collaborazione con Kyoto Club, promuove* il corso di formazione coordinato dal prof. Luigi Campanella su: *Tecnologie Ecocompatibili per i Beni Culturali.*

“La natura e le biotecnologie mettono a disposizione composti di origine vegetale, che tramite opportune metodologie innovative, garantiscono ottimi risultati dell’opera, rispettando la salute dei restauratori e l’ambiente.”
Il corso, in partenza il prossimo 15 ottobre 2020 (fino al 3 dicembre 2020), è riservato ad un massimo di 100 partecipanti e prevede 16 lezioni per un totale di 24 h, da svolgersi nei mesi di Ottobre, Novembre e Dicembre 2020 sulla piattaforma webinar GoToWebinar <https://www.gotomeeting.com/it-it/webinar?sc_lang=it-it> messa a disposizione dal Kyoto Club <https://www.kyotoclub.org/>.

Info:
info@chimicaverde.it oppure sito web: http://www.chimicaverde.it/corso_formazione-tecnologie-ecocompatibili-beni-culturali/

In allegato programma e docenti del corso: Corso Beni Culturali_Presentazione

In allegato Locandina: Locandina CVB_beni-culturali

Fonte:
Segreteria Chimica Verde Bionet
Via Ristoro d’Arezzo n° 79/81 – Arezzo
fax 0575/259154
tel +39 0575.401898
www.chimicaverde.it
info.chimicaverde@gmail.com

Guido ACCASCINA. Automi.

Gli automi sono tra i pochi manufatti costruiti dall’uomo capaci di unire in un solo oggetto il talento artistico, l’inventiva dell’ingegno e un movimento programmabile, prevedibile e controllabile.
Automi è il primo libro completo su questo argomento edito in Italia, e ripercorre la storia di queste invenzioni e dei loro autori, dall’Egitto dei Tolomei ai nostri giorni, con una descrizione dettagliata di vari progetti.
Agli automi sono state affidate, nel corso del tempo, funzioni diverse: così, oltre che per intrattenere un pubblico, gli automi sono stati usati per fare, come si direbbe oggi, ricerca e sviluppo in ambito naturalistico, per misurare il tempo in modo condiviso, per sperimentare la meccanica e la pneumatica, per personificare gli dei, per fare musica, per mescere bevande, per predire gli spostamenti degli astri, per mettere in movimento scene teatrali, attori e a volte il teatro stesso, per imitare il verso degli animali, per dar vita ai simboli del potere laico e religioso, per spaventare e intimorire un pubblico, per consolare un re intristito o per regalargli dei fiori, per rallegrare un giardino o una tavola principesca, per servire il tè, per offrire un dono pregiato a un sultano, per studiare strumenti e protesi ortopediche, per contribuire ad affermare l’idea di scienza, per sperimentare la programmazione e il controllo delle macchine, per costruire gioielli meccanici, per fare arte, per insegnare letteratura e meccanica e in ultimo, ma non per importanza, per ironizzare, fantasticare e giocare.
Questo volume contiene nuove interpretazioni grafiche e nuove traduzioni.
Una intera sezione è dedicata al Modern Automata Museum, alle sue collezioni e ai corsi di istruzione per ragazzi e adulti.
Prefazione di Eugenio Lo Sardo.

Guido Accascina, ingegnere e nato a Palermo e vive in Sabina. È il curatore del Modern Automata Museum, un Museo dedicato agli automi contemporanei, inserito dal Mibac tra i “Luoghi della Cultura Italiani” e premiato dalla Regione Lazio sia per le “Buone pratiche” che per la “Buona gestione”. Un suo profilo biografico è nel volume: Il talento e la passione, Ritratti Italiani, di Aldo Carboni, Ed. Laterza, Bari, 2006, prefazione di Salvatore Settis.

Info:
Guido Accascina – Automi
Stefania Baldazzi – ufficio stampa Iacobellieditore – 333 3288420 – – stefania.baldazzi@iacobellieditore.it
pag. 328 – euro 25,00

Il Salvator Mundi e Leonardo da Vinci, tra enigmi e conferme.

Trattiamo qui di seguito un tema complesso, dibattuto e affascinante che riguarda la storia del dipinto noto con il titolo di Salvator Mundi attribuito a Leonardo e oggetto di riflessioni da parte di grandi storici dell’arte. In sostanza il tema è centrato su quali elementi lo individuino come un Leonardo, di sua mano, o come un Leonardo concettualmente e certamente da lui ideato e architettato, con interventi pittorici, coevi e non, non tutti di sua mano.
Il Salvator Mundi è un dipinto a olio su tavola, formato 66 x 46 cm. Il legno della tavola è il noce. La datazione lo colloca tra il 1490 e il 1519, essendo quest’ultimo l’anno della morte di Leonardo.
Il dipinto riprende l’iconografia bizantina del Cristo Pantocratore. In luogo del classico libro con le lettere Alfa e Omega, la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto greco, l’inizio e la fine (“Io sono l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il Principio e la Fine”, Apocalisse, 22), Cristo regge in mano una sfera di cristallo, meravigliosa, che contiene, nell’infinitamente piccolo, ogni cosa vivente nel Mondo, come l’Aleph di Borges. Una sfera di vetro riempita d’acqua, il mare da cui viene la vita; una lente, in uso già dall’epoca medievale. Come detto in apertura, vi sono elementi a favore della attribuzione certa a Leonardo, di sua mano, da parte di studiosi di fama e scienza mondiali e indiscutibili (i ricami della veste, la forma delle unghie, i pentimenti, l’uso della luce e dello sfumato, superbi), altri contrari (lo stato del dipinto prima del restauro, cattivo e sfregiato da interventi pittorici successivi, la freddezza schematica dei boccoli del Cristo, l’incarnato della mano benedicente, sezioni della veste poco leggibili). Per alcuni è un capolavoro di Leonardo e del lavoro straordinario della restauratrice.
salvator mundiLa ideazione da parte di Leonardo sembra certa mentre il suo intervento diretto sulla tavola è fonte di dubbi. Certo il dipinto è stupendo, certo un soggetto simile è stato dipinto da Caprotti (Salaì, uno dei suoi fidanzatini), da Cesare da Sesto, dalla Bottega di Leonardo (versioni Napoli, de Ganay, Worsley) dal Giampietrino, da Marco d’Oggiono…
“Nel caso del Salvator Mundi il bene è unico e irripetibile, l’utilità marginale del compratore è massima, la scelta, ossia la decisione di acquisto, non è sensibile (o lo è in misura minima) alla variazione del prezzo del bene”.
Ora, analizziamo la sequenza di crescita di valore economico del dipinto. Il punto, ossia l’opera d’arte più costosa della Storia acquistata da un privato, è tutt’altro che secondario. L’opera è stata acquistata per la cifra, da capogiro, di 450,3 milioni di dollari, inclusi i diritti d’asta. Battuta da Christie’s a New York, Rockefeller Center, il 15 novembre del 2017. Ecco la sequenza cronologica dei valori economici dell’opera oggi conosciuti: 1958, 75 sterline; 2005, 1.175 dollari; 2013, 75.000.000 dollari; 2017 450.300.000 dollari. Il dipinto viene battuto dopo poco meno di 19 minuti di rilanci di 2 (lo sfidante) e 10 (il vincente) milioni di dollari al colpo.
L’acquirente, secondo fonti di Intelligence USA, sarebbe il principe saudita Badr bin Abdullah bin Mohammed bin Farhan Al Saud per conto dell’erede al trono, il principe Mohammed bin Salman (nell’ottobre del 2018 Jamal Khashoggi, uno dei più celebri giornalisti contemporanei, editorialista del Washington Post, voce prima vicina al potere della famiglia reale saudita, poi divenuta quella di un dissidente, viene assassinato e fatto a pezzi all’interno del consolato saudita a Istanbul. Si sospetta che il mandante sia Mohammed bin Salman).
salvator mundi 3E il dipinto dov’è finito? Da New York forse vola a Zurigo, in uno dei freeport della città, come suggerisce la superlativa restauratrice dell’opera Dianne Dwyer Modestini (in Svizzera esistono 245 depositi doganali analoghi a quello di Zurigo. A parere dell’Economist, i soli Freeport di Ginevra e Zurigo custodiscono beni di pregio, incluse molte opere d’arte, per circa 10 miliardi di dollari). Il Salvator dovrebbe essere esposto al Louvre Abu Dhabi nel settembre del 2018, sino a oggi non si è ancora visto. 2019, anno leonardiano: il dipinto avrebbe dovuto essere esposto alla super-mostra del Louvre, ma il dipinto non arriverà a Parigi. O forse è stato a Parigi per essere analizzato dal Centro di Ricerca e di Restauro dei Musei di Francia; pare sia stato, in quella sede, attribuito a Leonardo e riconosciuto come proprietà del Ministero della Cultura del Regno dell’Arabia Saudita. È d’uopo sottolineare che il solo costo assicurativo del dipinto varrebbe quanto l’investimento per la realizzazione di una mostra di alto livello e, a specchio, assicurarlo a un valore inferiore equivarrebbe a svalutarlo e quindi a metterne in dubbio l’attribuzione. Un serpente uroboro realmente diabolico.
Ora consentitemi una succinta digressione connessa alla scienza economica, e in particolare alla cosiddetta microeconomia, ossia lo studio del comportamento dei singoli operatori e del funzionamento dei singoli mercati. In microeconomia, con il concetto di elasticità della domanda rispetto al prezzo di mercato – definibile come reattività della quantità domandata di un bene in seguito a una variazione del prezzo di tale bene – si indica quella misura che mette in relazione la variazione percentuale della quantità domandata con la variazione percentuale del prezzo, data una certa funzione di domanda. Il grande economista inglese Alfred Marshall (ma da tempo si postula che il genio vero sia stata la moglie, Mary Paley) nel 1890 rese popolare l’utilizzo delle funzioni di domanda e offerta come strumenti per la determinazione del prezzo; un altro dei suoi (?) contributi fu l’idea che i consumatori tendano a eguagliare i prezzi alla loro utilità marginale e la stessa nozione di elasticità della domanda rispetto al prezzo veniva presentata da Marshall come estensione di questi concetti.
Nel nostro caso, paradossalmente, abbiamo una funzione di domanda definita anelastica rispetto al prezzo, infatti la domanda dei beni di lusso (yacht, gioielli, fashion di alta gamma, automobili sportive… opere d’arte) è poco sensibile alle variazioni di prezzo del bene. Nel caso del Salvator Mundi il bene è unico e irripetibile, l’utilità marginale del compratore è massima, la scelta, ossia la decisione di acquisto, non è sensibile (o lo è in misura minima) alla variazione del prezzo del bene.
Infine: non ho gli strumenti scientifici e tecnici per giudicare, né mi permetterei mai di dire una sciocchezza su un tema così complesso, specialistico e delicato. Trasferisco l’interrogativo ai lettori, attraverso tre immagini: il dipinto oggi, il dipinto prima del restauro, una fotografia in bianco e nero eseguita nel 1912 (di quest’ultima la fonte non è certa al 100%). Ho calcolato, ampiamente per difetto, che nel corso della mia vita lavorativa (e non solo lavorativa) a oggi ho visto circa 1.500.000 immagini di opere d’arte, architettura, design. Molte ripetute centinaia o decine di volte, naturalmente, molte stupende, altre meno. Sono abituato a lavorare con le immagini, amo le immagini.
Il Salvator Mundi è enigmatico, magico, inquietante (forse si potrebbe leggere, nella veste, una piega a forma di Omega sul lato sinistro, ossia la Fine) potente e bellissimo. Un mistero affascinante. Speriamo di poter rivedere il dipinto “live”, prima o poi.

Autore: Stefano Piantini

Fonte: www.artribune.com, 9 lug 2020

NOTO (Sr). Io, Renato Guttuso, a cura di Giuliana Fiori.

Museo Civico di Noto – Ex Convento di Santa Chiara, Corso Vittorio Emanuele 147 – Noto (SR) – fino al 11 ottobre 2020
Fino a ottobre sarà possibile visitare la mostra Io, Renato Guttuso a cura di Giuliana Fiori. Si tratta del primo evento espositivo organizzato da Sikarte, associazione culturale siciliana che si propone come punto d’unione tra location d’eccezione e artisti storicizzati e contemporanei su scala nazionale cercando di rendere più fruibili al pubblico i luoghi unici del territorio isolano anche attraverso l’ideazione di mostre d’arte.
«Sikarte – spiega la presidente dell’associazione culturale siciliana, Graziana Papale – vuole rendere il mondo dell’arte accessibile a tutti, coinvolgendo il pubblico a trecentosessanta gradi attraverso l’organizzazione di eventi e attività culturali. La mostra Io, Renato Guttuso intende celebrare il grande artista siciliano svelando le sue passioni e il suo animo, senza tralasciare il suo impegno politico e artistico».
IO, RENATO GUTTUSO_ALLESTIMENTO NOTO_3Nasce così, Io, Renato Guttuso, un’iniziativa che s’inserisce all’interno del Settore VIII – Programmazione Turistica e Cultura, dell’Assessorato al Turismo e allo Spettacolo e dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Noto, nell’ambito della “tematica artistica” scelta per l’anno 2020 “La Sicilia, i Siciliani e la sicilitudine”.
«La mostra dedicata al maestro Renato Guttuso – dichiara il Sindaco di Noto, Corrado Bonfanti – s’incastra nel progetto di Noto Città d’Arte proprio nell’anno in cui il tema scelto è proprio l’arte siciliana. Un’arte che è stata capace di mostrare l’essenza di una Sicilia viva e profonda, che ha una sua propria identità da raccontare e far conoscere. Ecco perché riteniamo che una mostra così, curata nei dettagli e negli allestimenti, sia un altro tassello importante dell’offerta artistico-culturale della nostra Noto, città dove l’arte è di casa».
Intento dichiarato della mostra è scandagliare l’animo forte e poliedrico di Renato Guttuso, il suo Io più profondo e intimo. Sarà, infatti, realizzato un racconto visivo attraverso un’accurata selezione di opere – oli e disegni – che sveleranno il Guttuso uomo, artista, intellettuale, politico e scenografo. Ogni lavoro esposto mostrerà un lato pubblico o privato della sua vita. Dalla sua nostalgia per la Sicilia (paesaggi isolani) al suo trasferimento a Roma (i suoi “tetti”); dai suoi affetti/amori (i ritratti della moglie, di uomini politici con cui aveva rapporti personali oltre che professionali) all’eros (i nudi di modelle). E ancora, al suo impegno politico palesato nelle sue nature morte e nelle tele dal taglio storico in cui racconta le battaglie per l’uguaglianza sociale. Infine, la sua prolifica produzione di scenografie per il teatro, e la cospicua collezione di bozzetti dei costumi di scena, risalente al decennio che va dagli anni ’60 ai ’70.
«La mostra – spiega la curatrice, Giuliana Fiori – ha l’intento di svelare allo spettatore, attraverso trentaquattro opere, le passioni che hanno mosso l’animo di Renato Guttuso. Io, Renato Guttuso non è solo un’esposizione dal forte impatto visivo ma anche documentaristico, che consente di conoscere Guttuso come uomo, artista, scenografo, intellettuale e politico. Al contempo, la mostra si propone anche come un “mezzo” per raccontare Renato Guttuso nella sua intima quotidianità di cui si ripercorre l’iter emotivo, intenso e passionale che trasfuse a piene mani nella sua avventura creativa. Una duplice chiave di lettura delle sue opere dalle quali traspare sempre una densa vitalità e una libera (e spesso trasgressiva) partecipazione a tutto tondo alla realtà del suo tempo».
La location è parte integrante della mostra. Entrando al Museo Civico di Noto – Ex Convento di Santa Chiara, il visitatore si ritrova ad ammirare insieme ai reperti antichi custoditi del museo, le opere di Renato Guttuso. Circondati dagli antichi resti, si potrà “camminare” dentro la vita del grande artista siciliano ammirando i suoi dipinti, sopra passerelle che rendono possibile l’unione tra passato e presente, attraverso un percorso culturale unico, concepito come un’esperienza formativa a 360 gradi. Parte dell’allestimento, dalla biglietteria ai pannelli espositivi è ecosostenibile. L’organizzazione, molto attenta alla questione ambientale, ha affidato la progettazione di questi spazi e supporti a un partner tecnico del settore, Archicart, – architettura di cartone – azienda siciliana, di Catania, che aderisce a un nuovo modo di concepire l’architettura contemporanea più sensibile all’impatto ambientale con l’ambizione di ridurre al minimo l’impronta di ogni lavorazione e che ha scelto per questo il cartone ondulato, un materiale completamente riciclabile, utilizzato in modo che ogni intervento risulti completamente reversibile.
Si ringraziano, infine, l’ARS (Assemblea Regionale Siciliana), la Land Rover di Sergio Tumino S.P.A., la Galleria d’arte De Bonis e Archicart e Home Art Decò, ossia, gli sponsors che hanno supportato tutte le fasi della mostra contribuendo alla sua realizzazione.

Info:
Visitabile tutti i giorni dal lunedì alla domenica.
Ingresso: biglietto intero: €. 10,00; biglietto ridotto: €. 7,00 utenti muniti della carta del turista: “Noto Card”
biglietto ridotto:€. 7,00 utenti over 65, gruppi di almeno 6 persone
biglietto ridotto: €. 7.00 utenti residenti, universitari, ragazzi sino ai 18 anni;
biglietto ridotto: €. 5.00 scuole
Categorie beneficiarie d’ingresso gratuito:
Giornalisti iscritti all’ ordine;
Guide turistiche regolarmente autorizzate all’esercizio della professione;
Membri dell’I.C.O.M. (lnternational Council of Museum);
Disabili e gli invalidi riconosciuti dalla legge ed i loro accompagnatori;
Insegnanti accompagnatori degli studenti delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado pubbliche o private, regolarmente prenotati ed autorizzati dal capo d’istituto.
Ospiti dell’Amministrazione comunale.
Personalità dello Stato e della politica in rappresentanza ufficiale.
SIKARTE – www.sikarte.it – info@sikarte.it +39 334 199 9072

Elenco opere esposte: ELENCO OPERE IN MOSTRA PRESS

ROMA. Il Novecento di De Pisis.

Dopo la mostra su Medardo Rosso e prima di quella su Alberto Savinio, prevista in autunno, Palazzo Altemps a Roma ospita Filippo De Pisis. Questo museo pieno di archeologia sta diventando uno degli spazi d’arte moderna più interessanti d’Italia. Doveva inaugurare a marzo ma, causa Covid, la mostra ha aperto mercoledì 17 giugno e proseguirà fino al 20 settembre. Insieme a Rosso e Savinio, De Pisis fa parte della trilogia scelta da Palazzo Altemps (una delle quattro sedi del Museo Nazionale Romano), in collaborazione con la Galleria d’Arte Moderna e il Museo del Novecento di Milano, per portare l’arte del secolo scorso nello spazio dedicato alla scultura classica. A marzo, al Museo del Novecento di Milano, si è conclusa la più vasta retrospettiva di Filippo De Pisis, realizzata, come la tappa romana, in collaborazione con l’Associazione per Filippo De Pisis, con l’organizzazione e il catalogo di Electa. Un’ampia sezione grafica caratterizza la mostra di Palazzo Altemps, oltre a un’accurata scelta di dipinti che dialogano con l’ambiente classico e rinascimentale.
de pisis 2LA MOSTRA SU FILIPPO DE PISIS
Filippo De Pisis (Ferrara, 1896 – Brugherio, 1956), come Medardo Rosso e Alberto Savinio, ha un rapporto speciale con la classicità, spesso oggetto dei suoi quadri. Quando inizia la sua vita artistica, oltre a essere un abile pittore, De Pisis possiede già una profonda cultura e ama l’archeologia. L’esposizione inizia proprio con la tela del 1928 dal titolo L’archeologo, che campeggia al centro del primo ambiente del percorso. Davanti al quadro, sulla parete opposta, si apre la vista della “sala della stufa”, parte della residenza privata cinquecentesca di Roberto Altemps e sua moglie Cornelia Orsini. Di recente, in questa stanza affrescata, durante i lavori di restauro, sono emersi i resti di un antico impianto di riscaldamento.
Si prosegue con Pane sacro del 1930, la prima della serie di tele, a tempera e a olio, che si susseguono in un ambiente raccolto e delimitato che consente di entrare appieno nella maniera di De Pisis; l’illuminazione ne sottolinea le pennellate cariche di colore. Nei suoi quadri è raccontata la vita dell’artista, dall’amore per la natura e l’archeologia alla metafisica, dai soggiorni a Roma, Venezia, Milano, Parigi, Londra, ai rientri nella sua Ferrara; fino agli ultimi tragici anni nel sanatorio di Brugherio, rappresentati in Cielo a Villa Fiorita (1952).
Ai dipinti seguono i disegni e gli acquarelli, che caratterizzano la mostra romana: pochi tratti essenziali e delicati per dar vita alle forme amate dell’universo maschile, volti, corpi, cappelli, abiti, teli. Non mancano i fiori e i frutti delle numerose nature morte, uno dei suoi temi preferiti insieme alla statuaria classica. La presenza di tante diverse opere è l’esito di prestiti da parte di numerose istituzioni italiane, dal MART di Trento e Rovereto alla GAM di Torino, dalla Fondazione Cariverona alla Galleria d’Arte Moderna di Genova, dal Musée de Grenoble alle collezioni private.
FILIPPO DE PISIS E PALAZZO ALTEMPS
La seconda parte della mostra, quella più grafica, si insinua nei saloni enormi e spettacolari del Palazzo, che contengono le grandi opere della Roma imperiale e perfino della Grecia classica (Trono Ludovisi) e dell’antico Egitto. Attorno al cortile di Antonio da Sangallo si snodano le logge affrescate che conducono ai saloni, alla suggestiva cappella di Sant’Aniceto (che conserva le spoglie del papa omonimo) e alle tante statue classiche, di fronte alle quali i volti degli acquarelli di De Pisis sembrano mimare la presenza dei visitatori contemporanei. Non c’è dubbio che questa importante e audace mostra novecentesca serva anche a riscoprire Palazzo Altemps, uno dei gioielli dell’architettura, della scultura e del collezionismo romani. Acquistato dallo Stato per una prima parte nel 1982, per una seconda nel 2006, e gestito con alterne fortune, l’edificio-museo alle spalle di Piazza Navona resta uno dei luoghi da non perdere a Roma.

Autore: Letizia Riccio

Fonte: www.artribune.com, 25 giu 2020