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SPOLETO (Pg). Ricomposto e visibile per la prima volta il trittico del maestro della Madonna Straus.

E’ stato riunito e sarà visibile per la prima volta il trittico composto dalla Madonna in trono con il Bambino e gli angeli, attualmente custodito nel Museo Diocesano di Spoleto, e dagli scomparti laterali con le raffigurazioni di Santa Paola Romana e Santa Eustochio scampati alla furia del terremoto del 1703.
La mostra, dal titolo “Incanto tardogotico. Il trittico ricomposto del Maestro della Madonna Straus” è aperta al pubblico dal 15 giugno al 7 novembre 2021 è curata da Adele Breda, Curatore del Reparto per l’Arte Bizantino-medievale dei Musei Vaticani, da Stefania Nardicchi, Conservatore del Museo Diocesano di Spoleto, e da Anna Pizzamano, Dottoranda in “Storia e Beni Culturali della Chiesa” presso la Pontificia Università Gregoriana.
In occasione del recente restauro dei due scomparti laterali conservati all’interno della Collezione Vaticana, riportanti la ricercata iconografia di due sante poco note, Paola Romana ed Eustochio, madre e figlia che vissero all’epoca di San Girolamo (fine IV secolo), se ne è approfondito lo studio e si è cercato di trovare lo scomparto centrale perduto. Le ricerche hanno individuato al Museo Diocesano di Spoleto una tavola frammentata, dove è rappresentata una Madonna in trono col Bambino tra due angeli reggicortina. Il dipinto, seppur mutilo della parte inferiore, appare stilisticamente affine ed è stato riconosciuto come parte centrale del trittico. L’opera ornava in origine l’altare della chiesa di Santa Maria presso il castello di Abeto di Preci, da cui l’appellativo di “Maria Santissima di Piè di Castello”.
Al fine di comparare i tre elementi del trittico, si sono rese necessarie accurate indagini scientifiche: per questo motivo, la Madonna di Spoleto è stata trasferita al Gabinetto di Ricerche Scientifiche applicate ai Beni Culturali dei Musei Vaticani, dove i diversi componenti sono stati esaminati a fondo: l’essenza lignea, i pigmenti, le incisioni e i punzoni ne hanno confermato la piena compatibilità. Il Reparto per l’Arte Bizantino-medievale ha proseguito le ricerche storico-artistiche ed è arrivato all’ipotesi ricostruttiva che viene qui presentata.
Con l’intento di approfondire lo studio di un pittore di elevatissima qualità non abbastanza noto, è stata selezionata anche un’opera più tarda del medesimo maestro da mettere a confronto, la Madonna in trono col Bambino tra due angeli, oggi custodita presso il Museo di Arte Sacra e Religiosità Popolare “Beato Angelico” di Vicchio del Mugello.
Sono diversi i motivi che hanno condotto a questa scelta. Si tratta, infatti, di polittici realizzati da una delle botteghe fiorentine più raffinate e ricercate del tempo, destinati all’arredo liturgico di cappelle e pievi delle zone rurali di Umbria e Toscana (successivamente smembrati, riconfigurati in parte come opere autonome e in parte dispersi). La sopravvivenza della sola tavola con la Madonna, sia nel caso di Abeto di Preci che in quello di Vicchio, attesta, altresì, una devozione mai interrotta e un legame affettivo e plurisecolare con il territorio, che ha resistito anche alla dispersione degli scomparti laterali. Grazie a questo accostamento è anche possibile intuire le dimensioni originarie della Madonna di Spoleto, gravemente danneggiata nel terremoto del 1703.
Due momenti del percorso stilistico del Maestro della Madonna Straus, attivo a Firenze tra il 1385 e il 1415, un pittore che, da un iniziale neogiottismo, lentamente si apre al nuovo stile internazionale, accogliendo in parte i modi di Lorenzo Monaco e di Gherardo Starnina, ma mantenendo sempre una sua originale arcaicità.
Il catalogo della mostra , a cura di Adele Breda e Anna Pizzamano, è edito da Quattroemme, Perugia.

Info: Spoleto, Museo Diocesano. www.duomospoleto.it

Fonte: www.qaeditoria.it, 21 giu 2021

CASTELSARDO (Ss). I dimenticati dell’arte. Il Maestro di Castelsardo.

Se la sua identità rimane avvolta nel mistero, il suo talento è indiscutibile, anche se per scoprirlo bisogna percorrere un itinerario nel cuore della Sardegna, alla scoperta di capolavori nascosti in chiese perse nei campi o cripte di cattedrali affacciate sul mare.
Per trovare traccia di questo gigante dimenticato dell’arte italiana del tardo Quattrocento bisogna tornare indietro al lontano 1926, quando lo storico dell’arte Carlo Aru pubblica uno studio che mette insieme per la prima volta pale d’altare, retabli e tavole disseminate tra Sardegna, Corsica e Barcellona, realizzate tra il 1490 e il 1510, sotto un unico nome: il Maestro di Castelsardo, così chiamato perché il nucleo maggiore di opere si trovava nella cattedrale di Sant’Antonio Abate a Castelsardo, il borgo costruito su uno sperone roccioso affacciato sulla costa orientale dell’isola.
Tavole di soggetto religioso che dimostrano da parte dell’artista una conoscenza molto ampia, che va dai ritratti di Antonello da Messina alle figure eleganti del catalano Jaime Huguet, la compostezza del ligure Nicolò Corso fino a spingersi addirittura alla corte di Federico da Montefeltro a Urbino, grazie a una possibile vicinanza con lo spagnolo Perdo Berruguete, in contatto con le conquiste prospettiche di Piero della Francesca.
Un singolare incrocio fra tardo gotico e Rinascimento, che ha portato gli studiosi ad avanzare attribuzioni diverse: chi lo identifica con il pittore cagliaritano Gioacchino Cavaro, chi con l’artista maiorchino Martí Torner, ma le ipotesi continuano.
In un articolo scientifico pubblicato nel 2014, lo storico dell’arte Luigi Agus ricostruisce in maniera plausibile la formazione di un anonimo artista viaggiatore, che si sposta tra Sardegna, Corsica, Liguria e Catalogna per assorbire le ultime novità artistiche, su rotte che vedono l’isola sarda al centro di una fitta rete di scambi culturali e commerciali.
“Una spiegazione più plausibile nella stessa natura geografica dell’isola nient’affatto periferica, ‘diversa’ rispetto alla produzione figurativa moderna inaugurata dall’avanguardia fiorentina, ma non per questo inferiore”, scrive Agus. “Ed è da ascrivere proprio alla circolazione culturale del Mediterraneo Occidentale – dalla Valenza a Genova, da Pisa a Palermo, passando per Napoli – la formazione del nostro pittore”, conclude.
Maestro-di-Castelsardo-La-Trinita.-Courtesy-Diocesi-di-Tempio-–-Ampurias-Sistema-Museale-Diocesano.-Photo-Giuseppe-OrtuChi avesse voglia di ammirare dal vero i capolavori del misterioso artista dovrà partire dalla Cattedrale di Sant’Antonio Abate a Castelsardo: sull’altare maggiore troneggia la maestosa Madonna in trono, mentre nella cripta della chiesa, adibita a Museo Diocesano, sono conservati una Trinità e un San Michele che al centro dello scudo mostra lo stemma Guzman, imparentato con i Borgia, committente dell’opera.
Nella pinacoteca di Cagliari sono conservati i 14 frammenti del Retablo della Porziuncola, proveniente dalla Chiesa di San Francesco a Stampace, mentre nella Basilica di Saccargia, in provincia di Sassari, si conserva il Retablo della Trinità. Un altro capolavoro attribuito al maestro e datato 1500 è il magnifico e imponente Retablo di Tuili, conservato nella Chiesa di San Pietro a Tuili e commissionato dai coniugi Giovanni e Violante Santa Cruz, feudatari del paese nel 1489, anno d’inizio dell’opera.
Un’opera riferibile allo stesso ambito artistico ma più tarda, realizzata dal pittore Giovanni Muru nel 1515, è il Polittico di Ardara, conservato nella Chiesa di Nostra Signora del Regno ad Ardara: un altro capolavoro del Rinascimento sardo, dominato dalla figura del Maestro di Castelsardo, pittore sconosciuto ma di straordinario talento.

Autore: Ludovico Pratesi

Fonte: www.artribune.com, 20 giu 2021

ROMA. La pala d’altare di San Giacomo il Maggiore. Restauro straordinario.

Un recupero inatteso e straordinario è avvenuto durante questo anno che tutti ricorderemo. Tra aperture e chiusure, tra zone rosse, gialle e bianche, è andato avanti indefesso il restauro per il recupero conservativo della pala d’altare presente nella Chiesa di San Giacomo alla Lungara nel quartiere di Trastevere. Lungo la storica via Santa, i pellegrini sin dal Medioevo muovevano i loro ultimi passi verso San Pietro. E sin dal Medioevo questa chiesa è sempre stata sul bordo del Tevere. Con la risistemazione voluta da Papa Giulio II, a opera del Bramante, la via ha assunto l’aspetto odierno, mentre la Chiesa dovette aspettare il 1600 per poter essere rialzata rispetto al livello del Tevere ed essere completata nelle decorazioni.
La grande pala d’altare è opera infatti di Francesco Romanelli. Pittore osannato in vita e praticamente dimenticato in età contemporanea, viterbese di nascita, dimostrò il suo talento sin da piccolo, tanto che i genitori si convinsero di mandarlo a Roma per apprendere i rudimenti della pittura dallo zio materno. Ma fu l’incontro con il Domenichino a cambiargli la vita per sempre, perché quest’ultimo lo indirizzò verso la scuola di Pietro da Cortona. E così Francesco Romanelli per ben sei anni, fino al 1637, fu al fianco del maestro cortonese nel cantiere di Palazzo Barberini, prendendo parte soprattutto alla realizzazione dell’enorme volta del salone centrale. Negli ambienti di questo nuovo palazzo incontra il cardinal nipote Francesco Barberini, che divenne il suo protettore garantendogli prestigiosi incarichi anche da Papa Urbano VIII e permettendogli, come artista della corte barberiniana, di frequentare sempre più da vicino Gian Lorenzo Bernini. Le sue opere sono disseminate tra la Basilica di San Pietro, gli appartamenti del palazzo pontificio e la Galleria delle carte geografiche, per non parlare delle diverse tele indirizzate, come doni diplomatici, a personalità politiche, che accrebbero la sua fama anche in Europa.
Con l’elezione al soglio pontificio di Innocenzo X Pamphilj, i mutati equilibri portarono Romanelli a seguire i Barberini, fuggiti oltralpe a Parigi protetti dalla corona francese e dal cardinale ministro Giulio Mazzarino, per il quale il pittore viterbese realizzò importanti decorazioni nel suo palazzo. È in Francia che ottenne un successo straordinario, tanto che, rientrato in patria, era oberato da numerosissime e importanti commissioni, come quella per le decorazioni dei Palazzi Costaguti, Lante e Altemps. Nuovamente invitato a Parigi dalla regina madre Anna d’Austria, Romanelli realizzò la decorazione dell’appartamento estivo nel palazzo del Louvre. Alla fine della sua vita tornò a lavorare per i Barberini realizzando, tra le tante cose, il monumentale quadro di Bacco e Arianna, dono diplomatico per i reali inglesi. Morì a Viterbo all’età di cinquant’anni, lasciando in eredità un patrimonio straordinario di creazioni artistiche, una delle quali è emersa recentemente dopo un accurato restauro.
La pala d’altare raffigurante San Giacomo il Maggiore era pressoché illeggibile: strati di sporco, ridipinture e ritocchi invadenti e alterati ne oscuravano la cromia. Tale era la stratificazione degli interventi effettuati da rendere necessaria una complessa fase di analisi e ricerca svolta su alcune porzioni di affresco per individuare i materiali costitutivi e comprendere meglio la tecnica esecutiva del Romanelli, che si è rivelata estremamente rapida e di grande qualità. I 12 metri quadrati di affresco sono stati eseguiti in soli 7 “momenti di lavoro”, un gioco da ragazzi per le capacità del viterbese. Partendo dall’alto e procedendo verso destra, come da prassi, l’artista, su uno strato di intonaco, ha riportato il disegno preparatorio utilizzando le incisioni, quindi sulla porzione del “momento di lavoro” ha steso un velo di calce, sulla quale ha applicato le stesure di colore, meno sovrapposte per le vesti, su cui lascia volutamente a vista lo strato bianco, ben visibile in alcune parti della veste azzurro lapislazzuli, e più sovrapposte per gli incarnati. Su questi ha continuato a lavorare fino alla completa asciugatura, rendendo quindi meno carbonatata la superficie degli ultimi strati, che sono risultati più fragili e anche più danneggiati. Lo studio e i diversi saggi eseguiti hanno consentito di mettere a punto le corrette miscele con le quali eseguire la pulitura, che è stata estremamente delicata e complessa, come la fase della reintegrazione delle lacune e della presentazione estetica. Dopo la pulitura dell’opera è stato deciso, infatti, di rispettare la ritrovata ariosità della superficie dipinta, stuccando e reintegrando il minimo indispensabile.
Ogni intervento è frutto di un lavoro di squadra e anche per questo è stato così. Il progetto infatti è stato ideato, curato nelle sue fasi di autorizzazioni e coordinato dall’associazione che chi scrive presiede da nove anni ‒ Verderame progetto cultura ‒, che ne ha sostenuto i costi realizzando anche una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Eppela, per garantire una partecipazione dal basso. Ma soprattutto l’associazione ha messo in campo un progetto, oltre che di recupero, di valorizzazione dell’intero quartiere dove la chiesa sorge, attraverso un piano di comunicazione strutturato con video alla scoperta del territorio, articoli e pillole informative, che hanno accompagnato l’intervento di restauro creando un collegamento tra il passato e il presente.
Seguito inoltre in tutte le sue fasi da Alessandra Acconci ed Eleonora Leprini, funzionarie della Soprintendenza speciale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Roma, eseguito dalle restauratrici Valentina White, Lucia Morganti e da Zeno Colantoni, fotografo d’arte straordinario, questo recupero conservativo è stato davvero il frutto di una sinergia positiva, grazie al lavoro di una squadra eccezionale e appassionata. Sarà stato il momento storico, sarà che tutti noi ne avevamo bisogno, questo lavoro ci resterà nel cuore.

Autore: Giulia Silvia Ghia

Fonte: www.artribune.com, 19 giu 2021

VENEZIA. Storie di draghi e cavalieri alla Galleria di Palazzo Cini.

LA FONDAZIONE CINI FESTEGGIA IL SUO 70ESIMO ANNIVERSARIO OSPITANDO IL “SAN GIORGIO E IL DRAGO” DI PAOLO UCCELLO. E ANCHE CON UNA VERSIONE RINNOVATA DELLA MOSTRA SU PIRANESI E BASILICO INAUGURATA LO SCORSO ANNO.
Abbiamo visto negli ultimi mesi quanto sia importante per i musei fare rete tra loro. La Fondazione Cini lo sa bene e infatti ha avviato da anni l’iniziativa L’ospite a Palazzo, portando in laguna opere straordinarie come L’evangelista Marco di Mantegna (2016) e la Madonna di Pontassieve di Beato Angelico (2015), frutto di scambi con altre importanti istituzioni internazionali. Questa volta il gradito ospite è San Giorgio e il drago di Paolo Uccello, prestato dal Musée Jacquemart-André di Parigi in cambio de Il giudizio di Paride di Botticelli e bottega, che verrà esposto in Francia a settembre per la mostra dedicata al maestro fiorentino.
Sala-del-Rinascimento-Galleria-di-Palazzo-Cini-Venezia.-Photo-Massimo-Pistore“Prima degli incontri virtuali, dei social network, delle iniziative online, l’arte era l’unica e più potente forma di storytelling”, afferma Luca Massimo Barbero, direttore dell’Istituto di Storia dell’Arte della Fondazione. Più duratura di un post o di una storia su Instagram, ha per secoli raccontato di luoghi e popoli lontani nel tempo e nello spazio, consentendo alle persone di viaggiare senza spostarsi. Questa volta l’opera arrivata fino a noi più che muoversi sembra tornare a casa. Non solo perché Venezia è da sempre il ponte fra Oriente e Occidente, il luogo in cui si raccontano storie di draghi e di battaglie fra bene e male, ma perché proprio San Giorgio è il simbolo della Fondazione.
Il dipinto di Paolo Uccello (Pratovecchio, 1397 – Firenze, 1475) stupisce non solo per la brillantezza dei colori, per l’accenno di impianto prospettico che sembra sfidare, quasi con timidezza, la bidimensionalità della tavola, facendo capolino soprattutto nei dettagli, dagli artigli del drago alle “borchie” che ne ornano minacciose le ali. Ancor più stupefacente è il paesaggio che, da rigoroso, di gusto senese, sulla sinistra diventa tumultuoso, onirico, quasi collassato su sé stesso a destra. A dividere questi due scenari una grotta, spogliata di ogni naturalità, quasi una tensostruttura, un’architettura contemporanea che curiosamente piomba dal passato nella Venezia della Biennale. Il drago e il santo sono impegnati in una lotta dinamica controbilanciata dalla ieraticità medievale della principessa. L’opera, a cavallo fra tardo gotico e Rinascimento, come una “navicella” che attraversa lo spazio-tempo, allunga le sue braccia fino ai giorni nostri.
Giambattista-Piranesi-Terme-di-Caracalla.-Courtesy-Fondazione-Giorgio-CiniAl piano superiore riapre Piranesi Roma Basilico, inaugurata lo scorso anno e ora arricchita di undici nuove incisioni di Giambattista Piranesi e altrettanti scatti di Gabriele Basilico. Per la mostra del 2010, Le Arti di Piranesi, la Fondazione commissionò infatti al fotografo milanese un lavoro di ripresa della serie piranesiana de Le Vedute di Roma. Non una semplice giustapposizione, un incontro d’occasione, ma un dialogo fitto, da cui emergono profonde affinità, riconosciute dallo stesso Basilico durante l’esecuzione del lavoro. Entrambi architetti, finirono per occuparsene solo indirettamente. La sensibilità comune per la costruzione dell’immagine, quasi fosse essa stessa un progetto architettonico, affiora nella rappresentazione di edifici e rovine, dimenticati per volontà o distrazione, che come frammenti restituiscono una Roma immaginaria e reale, possibile nella sua verosimiglianza. Sicuramente fuori dal tempo, tant’è che le incisioni piranesiane si fanno attualissime vicino a Basilico, e gli scatti, se non fosse per la tecnica impiegata, potrebbero tranquillamente essere rilegati in un volume del Settecento.

Autore: Irene Bagnara

Fonte: www.artribune.com, 18 giu 2021

ROMA. La Gloria di Sant’Ignazio di Andrea Pozzo adesso è fruibile online in Haltadefinizione.

È tra i “must see” per tutti i turisti, viaggiatori e appassionati che si trovano a Roma, un capolavoro che, come se fosse una malìa, costringe lo spettatore a stare con il naso in su.
È l’affresco realizzato da Andrea Pozzo per la Chiesa di Sant’Ignazio di Loyola a Roma raffigurante la Gloria di Sant’Ignazio: un tripudio di vedute ardite, colori, illusioni prospettiche che fanno di quest’opera la quintessenza del barocco romano. Un capolavoro che, da oggi, è fruibile in ogni suo dettaglio anche in modalità virtuale grazie ad Haltadefinizione, tech company specializzata nella digitalizzazione di beni culturali che ha acquisito l’intera superficie affrescata della volta con tecnologia gigapixel su concessione del Fondo Edifici di Culto (Fec), proprietario del monumento.
La Gloria di Sant’Ignazio è solo l’ultimo dei dipinti digitalizzati e resi fruibili online da Haltadefinizione, dopo l’Ultima Cena di Leonardo da Vinci e l’intero ciclo di affreschi realizzati da Giotto all’interno della Cappella degli Scrovegni di Padova.
La digitalizzazione dell’affresco di Andrea Pozzo da parte di Haltadefinizione arriva nell’anno in cui ricorre il 500esimo anniversario dalla conversione di Sant’Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, di cui fece parte anche Andra Pozzo. Sul sito di Haltadefinizione, è così possibile zoommare su ogni dettaglio dell’affresco, ingrandendolo fino a dieci volte.
“Nell’anno delle celebrazioni mondiali per i 500 anni dalla conversione di Sant’Ignazio”, spiega Luca Ponzio, founder di Haltadefinizione, “ci uniamo alle commemorazioni offrendo la possibilità a tutti gli amanti dell’arte di scoprire l’affresco di Andrea Pozzo in formato digitale, e favorire, cosi`, la divulgazione e la conoscenza di questo capolavoro spettacolare”. Ecco a voi alcuni particolari della Gloria di Sant’Ignazio, davvero come non l’avete mai visto.

Guarda qui la “Gloria di Sant’Ignazio” di Andrea Pozzo in Haltadefinizione

Autore: Desirèe Maida

Fonte: www.artribune.com, 6 giugno 2021