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MiC. la nuova campagna per destinare l’8×1.000 al patrimonio culturale.

“C’è un patrimonio da portare alla luce, c’è un patrimonio da tutelare, c’è un patrimonio da restaurare, c’è un patrimonio da studiare, e c’è un patrimonio che continua a sorprendere. È il tuo patrimonio culturale”.
È questo il testo dello spot istituzionale realizzato dal Ministero della cultura per invitare gli italiani a destinare l’8×1.000, il 5×1.000 e il 2×1.000 alla tutela e valorizzazione del patrimonio artistico ed alle attività delle associazioni culturali.

Il video è disponibile a questo indirizzo: https://cultura.gov.it/destinazionecultura.

Per destinare l’8×1.000 dell’IRPEF ai Beni culturali, il contribuente deve apporre la propria firma nel riquadro dedicato allo Stato e scrivere il codice 5.
Per destinare il 5×1.000 dell’IRPEF alle attività di tutela, promozione e valorizzazione dei Beni culturali e paesaggistici, il contribuente deve apporre la propria firma nel riquadro corrispondente e, se preferisce, indicare anche il codice fiscale di uno specifico soggetto beneficiario.
Per destinare il 2×1.000 dell’IRPEF a favore di una delle Associazioni culturali, il contribuente deve apporre la propria firma nel riquadro indicando il codice fiscale del soggetto beneficiario. La scelta deve essere fatta esclusivamente per una sola delle Associazioni beneficiarie riportate qui: https://www.governo.it/it/articolo/pubblicazione-degli-elenchi-della-associazioni-culturali-ammesse-e-non-ammesse-al-riparto#documenti)
Maggiori informazioni sull’8×1.000, il 5×1.000 e il 2×1.000 sul sito dell’Agenzia delle Entrate: https://www.agenziaentrate.gov.it/portale/web/guest/scelte-8-5-e-2-per-mille-irpef-2021/infogen-scelte-8-5-e-2-per-mille-irpef-2021

ROMA. I mille volti del genio Rembrandt, in un capolavoro ritrovato.

Un evento casuale è alla base del riconoscimento di una Adorazione dei Magi come autentica opera di Rembrandt (Leida, 1606 – Amsterdam, 1669). Il quadro era custodito in una collezione privata a Roma, quando ebbe bisogno di un restauro; ma la restauratrice, Antonella Di Francesco, si accorse di qualcosa. Da quel momento iniziò una serie di accertamenti sulla paternità dell’opera, fino alla conclusione, presentata all’Accademia di Francia, a Villa Medici, nel corso di un simposio: il quadro è opera del grandissimo pittore olandese.
Il presidente della Fondazione Patrimonio Italia, Guido Talarico ha aperto l’incontro di presentazione: “La Fondazione sostiene i giovani artisti contemporanei con il Talent Prize. Con il progetto Discovering Masterpiece, vogliamo, invece, contribuire a far riemergere tanti tesori sconosciuti”, spiega Talarico. “Trovare un Rembrandt in Italia non è cosa di tutti i giorni”, prosegue, “ma questa scoperta è il frutto di studi durati anni”. Il professor Marco Mascolo, storico dell’arte e autore del volume “Rembrandt, un artista nell’Europa del Seicento”, ha inquadrato storicamente e iconograficamente l’opera, che, secondo lo studio, iniziato nel 2016, risale al 1633: “È l’anno in cui Rembrandt si trasferisce da Leida ad Amsterdam, all’epoca la seconda capitale d’Europa per numero di abitanti, una città che vive anche del mercato artistico”, racconta Mascolo. In quel periodo il pittore olandese inizia a realizzare una serie di grisalle, di acqueforti e oli su carta e cartoncino che rappresentano le cosiddette serie a tema di Rembrandt: la Crocifissione, San Giovanni Battista, l’Ecce Homo e anche l’Adorazione dei Magi. Il quadro scoperto nella collezione romana è un olio su carta applicato su tela, composto con diverse velature sovrapposte su un disegno di base.
Di questa composizione de L’Adorazione dei Magi di Rembrandt sono note altre tre versioni: due sono conservate all’Hermitage di San Pietroburgo ed una al Konstmuseum di Göteborg. Prosegue il professor Mascolo: “Sono emersi anche una serie di “ripensamenti” da parte dell’autore, tanti disegni diversi e veloci fino a giungere ad una solidità formale della composizione. Questi studi, benché approfonditi, sono solo un primo passo. Il dipinto dovrà essere confrontato a lungo con le altre versioni”, conclude lo storico dell’arte. Peter Matthaes, a Milano dirige il Museo di Arte e Scienza, che possiede (oltre ad una nutrita collezione d’arte della famiglia Matthaes) macchinari di ultima generazione per l’analisi scientifica delle opere, soprattutto dal punto di vista fotografico: dalla macchina fotografica con un sensore da sei milioni di pixel, per immagini ad altissima risoluzione, fino al microscopio trinoculare. Con questi strumenti si è proceduto alla scoperta dei vari strati di materiali usati per il dipinto. Stefano Ridolfi, fisico per i Beni Culturali e docente all’università La Sapienza di Roma, ha parlato di un nuovo brevetto anticontraffazione messo a punto proprio in occasione dello studio effettuato sul dipinto della collezione romana. “Una sorta di impronta digitale dell’opera”, spiega Ridolfi. Francesca Bottacin, storica dell’arte e docente di Storia dell’arte fiamminga e olandese all’Università di Urbino “Carlo Bo”, riconduce il discorso sul ruolo del critico e dello storico dell’arte: “Rembrandt stesso si faceva beffa della critica della sua epoca; e spesso firmava i quadri dei suoi allievi per aumentarne il valore. Tuttavia, possiamo dire che i criteri scientifici provano ciò che non è; per stabilire fino in fondo ciò che è, è necessario l’occhio dello storico dell’arte”. Infine, il presidente della Fondazione Abraham Teerlink e presidente dell’Advisory board di Fondazione Patrimonio Italia, Alessandro Caucci Molara, ha concluso l’incontro evidenziando una serie di elementi che accrediterebbero la superiorità stilistica dell’opera di Roma, rispetto a quelle analoghe conservate nei musei: “Il dipinto romano mostra un numero altissimo di velature; i disegni sottostanti ai dipinti di Göteborg e dell’Hermitage si rivelano una copia degli schizzi di Roma. Inoltre, le diverse versioni del disegno testimoniano un lavoro che sarebbe stato impossibile per una semplice replica”, conclude Caucci Molara.

Autore: Letizia Riccio

Fonte: www.artribune.com, 26 giu 2021

ROMA. Il tempo nell’età barocca. La mostra a Palazzo Barberini.

LA QUARANTINA DI OPERE ESPOSTE AL PIANTERRENO DI PALAZZO BARBERINI CHIAMANO IN CAUSA LE METAFORE E LE ALLEGORIE DEL TEMPO IN EPOCA BAROCCA. SPAZIANDO DALLA VANITAS AL SOGNO.
Il tempo, enigma e mistero dell’esistenza che, suo malgrado, ne è tragicamente innervata, sfugge, con implacabile puntualità, a ogni reiterato tentativo di imbrigliamento: l’ossessivo meccanismo giaculatorio dell’orologio, e la lambiccata codifica spaziale sussidiata da simboli, metafore e allegorie, ne sono ingegnosi esempi. Al pianterreno di Palazzo Barberini si inaugura un nuovo, grande spazio (otto sale completamente restaurate e rinnovate) destinato alle esposizioni temporanee, con la mostra Tempo Barocco ‒ curata da Francesca Cappelletti, neodirettrice della Galleria Borghese, e da Flaminia Gennari Santori, direttrice delle Gallerie Nazionali Barberini e Corsini ‒, che ha il pregio di sollecitare nel riguardante un’indagine e una riflessione sulla concezione e sulla percezione del tempo, sebbene circoscritte alla visione estetica del Seicento Barocco: una visione pregna di teatralità e di sognante dinamismo plastico.
roma 2La suddivisione didascalica in cinque sezioni delle circa quaranta opere in mostra (realizzate, in prevalenza, da artisti residenti a Roma, e provenienti, in buona parte, da musei prestigiosi quali ‒ per fare solo qualche esempio ‒ Gli Uffizi, il Museo del Prado, la National Gallery di Londra, il Kunsthistorisches Museum di Vienna) è cadenzata dalla sapiente disposizione di orologi preziosi e ricercati, congegnati da rinomate manifatture dell’epoca come la bottega dei fratelli Campani a Roma. Ci avventuriamo tra i capolavori con piglio filosofico, fomentati dai pannelli di sala, alla ricerca di un simbolo, di un’allegoria, di una metafora che impigliasse tra i grumi della tela l’inafferrabile, inquietante protagonista.
Con la circolare sincronicità delle quattro età dell’uomo, il caravaggesco Valentin de Boulogne allegorizza il mistero in una tenebrosa scena di taverna; in un olio pensoso e sensuale di Guido Cagnacci una giovane donna seminuda attorniata dai classici segni dell’impermanenza volge lo sguardo all’uroboros, mitico simbolo d’eternità; ecco, più oltre, le eleganti e minuziose nature morte del tedesco Christian Berentz fissate, vanitas vanitatum, un istante prima di venir divorate dall’incalzante oscurità che le attornia. Ma l’opera che più ci ha attratti è la scultura in marmo nero di Alessandro Algardi, titolata Allegoria del sonno, uno dei pezzi più suggestivi dell’intera mostra. Nel sonno, nel sogno ‒ leggiamo nella metafora del fanciullo dormiente ‒ accediamo a uno spazio e a un tempo differenti (lo spazio e il tempo ‒ la scienza lo riconosce, l’arte lo evidenzia – sono variabili mutuamente dipendenti): sperimentiamo l’enigma, sfioriamo il mistero.

roma 3Autore: Luigi Capano

Fonte: www.artribune.com, 24 giu 2021

Gianfranco Munerotto, pittore di marina.

Cesenatico, Museo della Marineria, dal 26 giugno al 5 settembre 2021
Le mostre del Museo della Marineria di Cesenatico riprendono questa estate con una personale di Gianfranco Munerotto, da sabato 26 giugno fino a domenica 5 settembre 2021.

Munerotto – che è nato e vive a Venezia – è restauratore e illustratore, oltre ad essere noto anche per i suoi libri molto accurati sulle barche e navi della sua città (tra i quali uno dedicato proprio ai colori della marineria veneta), corredati da dettagliatissime tavole. I suoi soggetti e la tecnica si riallacciano alla grande tradizione della “pittura di marina”, che in Italia ha avuto esponenti celebri come Rudolf Claudus, del quale Munerotto può essere considerato erede e continuatore. Oltre alle barche tradizionali, egli ritrae galee e navi della Serenissima, navi militari, ed esegue anche “ship’s portraits” di yacht; notevoli per la loro bellezza anche i dipinti in cui il protagonista diventa il mare medesimo, ritratto nella forza e nei colori delle onde, o nella bianca inquietudine dei ghiacci.
La mostra si svolge nell’ambito delle attività di valorizzazione della barche e marineria tradizionale dell’Adriatico previste dal progetto europeo ARCA Adriatica (Interreg Italia-Croazia).

Gianfranco Munerotto è nato nel 1957 e vive a Venezia; professionalmente si è occupato di restauro dei dipinti antichi, pittura e illustrazione editoriale.
Da circa trent’anni anni si dedica allo studio della marineria antica e tradizionale, con ricerche basate su fonti documentarie e sull’iconografia artistica, che hanno portato a diverse pubblicazioni e ricostruzioni di materiali attinenti alle imbarcazioni venete, collaborando con varie istituzioni pubbliche veneziane e col Museo Storico Navale di Venezia.
Su incarico della Regione Veneto ha pubblicato illustrazioni a corredo di mostre e audiovisivi didattici, sempre per materiali attinenti alle imbarcazioni tradizionali e alla marineria veneziana.
È membro dell’Istituto Italiano di Archeologia ed Etnologia Navale.
Coniugando professionalità artistica e studio della marineria, esercita anche l’attività di pittore di marina, per una riproposta filologica e precisa di soggetti navali antichi e moderni, e di scomparsi esempi dell’architettura navale veneta, cercando però di rappresentare le variegate suggestioni di luci e colori tipiche dell’ambiente marino.
Ha avuto incarico dalla Marina Militare di realizzare vari dipinti di soggetto navale. Alcuni di essi sono esposti al Museo Navale di Venezia e al Ministero della Marina a Roma.
Nel 2015 gli è stato conferito il titolo di Pittore di Marina Benemerito.

Info: museomarineria@comune.cesenatico.fc.it

La Maddalena portata in cielo di Guido Cagnacci: la carne e lo spirito.

Conosciamo buona parte della vicenda biografica di Guido Cagnacci, il grande artista romagnolo, grazie a un nucleo di lettere e documenti raccolti alla metà del Settecento da un pittore di Rimini, Giovanni Battista Costa, che definì Cagnacci un “eccellente dipintore” fornito di “talenti meravigliosi”, la cui reputazione fu tuttavia insozzata dai racconti che correvano sulle “bocche volgari”. E sebbene le dicerie sul suo conto non gli avessero impedito d’esser chiamato dall’imperatore Leopoldo I alla corte di Vienna, dove Guido morì nel 1663, la sua pessima fama probabilmente ne determinò la sfortuna critica, fino alla completa riabilitazione nel Novecento…

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Autore: Federico Giannini

Fonte: www.finestresullarte.info, 20 giu 2021