Archivi autore: Redazione

VENEZIA. Martini, Morandi, de Pisis. Al Palazzo Cini.

Entrando nel piano nobile della Galleria di Palazzo Cini si ha la sensazione di varcare la soglia di una casa, più che di uno spazio espositivo. Una dimora in cui un raffinato ed estroso collezionista custodisce gelosamente opere e oggetti straordinari.
La scala ripida e stretta, gli spazi raccolti, la luce soffusa, gli arredi contribuiscono a rafforzare l’impressione di trovarsi in un luogo privato, intimo. Per certi aspetti in netto contrasto con l’idea di museo alla quale siamo oggi abituati, in cui le opere sono allestite alla giusta distanza, nel giusto ordine, sotto la giusta luce, per valorizzarne ogni dettaglio, scandagliarne ogni segreto.
Cini 2In queste sale invece irrompe la vita, caotica e irriducibile: si posa sulle opere preservandone il mistero, le tracce evidenti ma insondabili delle esistenze che hanno incrociato, toccato, posseduto quegli oggetti. È in un ambiente così connotato che si colloca la selezione di opere provenienti dal lascito di Franca Fenga Malabotta alla Fondazione Cini, per la prima volta esposte al pubblico. Sette capolavori che non sono solo oggetti di studio, ma testimoni un po’ malinconici di un certo modo di fare collezionismo che ha accompagnato per quasi un secolo la vita del notaio, poeta e critico Manlio Malabotta prima e della moglie Franca poi.
All’indomani della morte del marito, Franca Fenga Malabotta si ritrova improvvisamente a essere custode e ambasciatrice di una collezione vastissima, che annovera un corpus straordinario di opere di Filippo de Pisis, numerosissimi libri d’artista, incisioni sciolte e volumi di pregio, nonché un significativo nucleo di lavori di Arturo Martini.
Cini 3Nel catalogo Manlio Malabotta e le Arti, pubblicato in occasione dell’omonima mostra inaugurata a Trieste nel 2013, Franca Malabotta scrive: “Rimasta sola, iniziai a guardare le esposizioni con altri occhi. […] qualcosa era cambiato, gli amati de Pisis erano diventati soltanto miei, ero io che avrei dovuto custodirli, farli conoscere, accompagnarli alle mostre […], proteggerli come meravigliose creature da cui non avrei potuto separarmi con facilità”.
La valorizzazione della collezione, soprattutto attraverso l’avvio di collaborazioni con istituti ed enti di ricerca, diventa quasi una missione. Per Franca Malabotta le opere devono viaggiare ed essere esposte, nella consapevolezza che il vero collezionismo non equivale a rinchiudere gli oggetti in un castello dorato. Ed è così che nel 1996 viene istituzionalizzata la donazione dell’intero corpus di de Pisis alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara, città natale dell’artista. Del 2015 invece è la decisione di lasciare al Museo Revoltella di Trieste il nucleo di lavori di interesse giuliano.
Nel medesimo anno Franca Malabotta decide di conferire alla Fondazione Cini la collezione di libri d’artista e la raccolta d’arte grafica, al fine di promuoverne lo studio e la catalogazione.
Lo straordinario corpus di opere donate comprende volumi illustrati, fra gli altri, da Carrà, Rosai, Guttuso e de Chirico, nonché da esponenti dell’Espressionismo tedesco come Grosz e Kokoschka; incisioni di Chagall, Marini e Vedova, a cui si aggiunge il nucleo di lavori di Arturo Martini.
Cini 4Una collezione attraverso cui è possibile ricostruire la mappa delle frequentazioni – geografiche e intellettuali – che hanno accompagnato Manlio Malabotta e la sua pratica di collezionista, dal Friuli Venezia Giulia al Veneto, da Giovanni Comisso a Umberto Saba e Giovanni Scheiwiller.
Nella casa museo della Galleria, fra la collezione permanente di dipinti toscani dal XIII al XVI secolo, sono incastonati con grazia, perfettamente amalgamati, sette lavori provenienti dal lascito. Morandi, l’immancabile de Pisis, Martini: autori particolarmente rappresentativi dell’interesse di Malabotta, anche in qualità di critico, nei confronti dell’arte figurativa italiana a cavallo fra le due guerre.
Tre artisti accomunati dall’impossibilità di essere ricondotti a una corrente specifica o a una tendenza di mercato dell’epoca. Tutti e tre protagonisti di una ricerca personalissima, dagli esiti talvolta inaspettati: l’intensità dei chiaroscuri nelle acqueforti di Morandi in contrasto con l’evanescenza dell’acquerello dipinto l’anno prima della morte; il tratto morbido e trepidante di de Pisis nelle prove di stampa per l’edizione de I Carmi di Catullo, quasi “a servizio” delle atmosfere evocate dal poeta latino; la Morte di Ofelia di Martini, plasmata a viva forza nella terracotta, così diversa dai lavori appartenenti alla medesima sequenza scultorea.
Le opere d’arte come epifenomeni progressivi della vita: degli artisti che le hanno create e dei collezionisti che le hanno amorevolmente conservate e consegnate a noi.

Info:
Martini | Morandi | De Pisis – Il Lascito Franca Fenga Malabotta, fino al 31/10/2021
Autori: Giorgio Morandi, Filippo De Pisis, Arturo Martini
Spazio espositivo: GALLERIA DI PALAZZO CINI A SAN VIO – Dorsoduro 864 – Venezia – Veneto

Autore: Irene Bagnara

Fonte: www.artribune.com, 17 ott 2021

TORINO. Fondazione Maeght. Un atelier a cielo aperto.

La Pinacoteca Agnelli di Torino propone da sabato 16 ottobre 2021 sino a domenica 13 febbraio 2022 la mostra Fondazione Maeght. Un atelier a cielo aperto. L’esposizione si terrà in parte negli storici locali della Pinacoteca e in parte nel nuovo parco pensile del Lingotto divenuta oggi Pista 500.
La mostra è curata da Daniela Ferretti e organizzata dalla Pinacoteca Agnelli in collaborazione con Fondation Marguerite et Aimé Maeght e MondoMostre, con FIAT quale main partner del progetto. L’allestimento è a cura di Marco Palmieri.
In mostra settantasette opere di grandi artisti del XX secolo, tra cui Braque, Calder, Chagall, Giacometti, Léger, Matisse e Miró, che hanno condiviso con altri maestri la passione e la visione dello straordinario progetto di Aimé Maeght e sua moglie Marguerite dando vita a un vero e proprio “atelier a cielo aperto” sulle colline di Saint Paul de Vence. L’esposizione si incentra infatti attorno a quel nucleo di artisti che per primi hanno intuito il potenziale di una giovane coppia che, mossa da una genuina passione per l’arte espressa in tutte le sue forme e dotata di una rara capacità manageriale, si sarebbe costruita una posizione di primissimo piano nel mercato dell’arte mondiale.
“Il titolo scelto per la mostra, “Atelier a cielo aperto”, merita qualche parola. – spiega la curatrice Daniela Ferretti – Appare capace di evocare a un tempo il profondo coinvolgimento degli artisti nel progetto dei fondatori, la luminosa atmosfera mediterranea che si respira a Saint Paul de Vence e l’essenza stessa della visione dei coniugi Maeght: creare un luogo per l’art vivant“.
In omaggio alla variegata poliedricità delle scelte artistiche della famiglia Maeght, la curatrice ha selezionato le opere della mostra torinese ponendo l’accento sulla possibilità per gli artisti ospitati a Saint Paul de Vence di misurarsi con i più diversi medium, impiegando talvolta anche tecniche e materiali diversi da quelli tipici della loro produzione abituale. Il disegno gioca qui un ruolo fondamentale: lungo il percorso espositivo si incontrano ad esempio magnifici progetti a carboncino di Raoul Ubac per i suoi ieratici monoliti in pietra nera, disegni di Christo per la Mastaba da costruire nella Cour Giacometti, invenzioni poetiche e ironiche di Saul Steinberg, incantevoli delicate matite di Pierre Bonnard e lo sconfinato talento artistico di Matisse espresso attraverso il carboncino, l’inchiostro, la matita.
Anche di Alberto Giacometti e Eduardo Chillida vi sono privilegiate opere grafiche: disegni a matita per lo scultore svizzero e incisioni per quello spagnolo-basco.
Una sala è interamente dedicata a Georges Braque, del quale si espongono oltre a un importantissimo olio su tela della serie degli Atelier, anche sculture in bronzo, in pietra e un tondo in ceramica.
Joan Miró nei lunghi mesi trascorsi ogni estate a Saint Paul ha potuto lavorare con la ceramica, il cemento, la lamiera metallica. La varietà di tecniche e dimensioni delle opere dell’artista catalano presenti in mostra sono un significativo esempio della sua incessante attività di sperimentatore.
Nove sculture saranno collocate all’aperto nel parco di Pista 500 in un allestimento curato da Marco Palmieri: queste opere rappresentano una piccola ma raffinata scelta di lavori di artisti del secolo scorso intimi della coppia di collezionisti, che comprende due bronzi e una lamiera di Miró, i grandi bronzi di Ossip Zadkine e Jean Arp, con importanti opere di Jean-Paul Riopelle, Claude Viseux, Norbert Kricke e Barbara Hepworth.
In questo modo il nuovo parco sul tetto del Lingotto sperimenta così sin da subito in ogni aspetto la sua vocazione di punto d’incontro tra una concezione innovativa del verde urbano, una gloriosa tradizione industriale e la funzione di custodia e condivisione dell’arte già da molti anni esercitata dalla Pinacoteca Agnelli, ora in grado di proporre ai visitatori anche grandi opere ambientate en plein air.

Info:
Nel rispetto della vigente normativa anti-COVID, l’ingresso alla mostra è subordinato alla presentazione di green pass.
La mostra sarà corredata da un catalogo edito da MondoMostre.
Pinacoteca Agnelli – Via Nizza, 230/103 – 10126 Torino, da sabato 16 ottobre 2021 a domenica 13 febbraio 2022
https://www.pinacoteca-agnelli.it

MILANO. Al Museo del Novecento la grande mostra su Mario Sironi.

Mario Sironi (Sassari, 1885 – Milano, 1961) è il fascista dall’animo bolscevico, tragico ma vigoroso, metafisico e futurista. Ieri come oggi, resta difficile interpretare l’aura dell’artista, ma se la sua è una pittura frammentaria, ogni suo frammento è monumentale.
La mostra al Museo del Novecento segue un percorso lineare che marca l’evoluzione pittorica dell’artista, mantenendo ben evidenziate le analogie, come la visione drammatica e la predilezione per le tinte cupe.
Mario-Sironi-Autoritratto-1904-©-by-SIAE-2021-416x420Si comincia con il ciclo dei paesaggi urbani sfumati e personalissimi. Sironi è l’interprete dello squallore urbano che diventa bellezza. Sintesi di paesaggio urbano, Paesaggio urbano col tram e Periferia sono connotati da un intimismo simbolista declinato nella cupa intensità milanese.
Influenzato poi dall’opera di Boccioni, sperimenta tardivamente il Futurismo ma con l’ossessione della ricerca volumetrica. Ne è un esempio Testa futurista, un volto-maschera con rifrazioni cubiste.
Proseguendo nelle sale centrali scopriamo i suoi personaggi: non sono belli ma “eroi barbarici” persi nella fluidità della materia. Ad esempio la ballerina, tema par excellence futurista, nel suo collage diventa un automa screziato dal pathos. È attraverso opere come Venere dei porti che cogliamo la sua essenza originalmente metafisica. I manichini di Sironi, infatti, sono più umani di quelli dechirichiani: il suo è un antropomorfismo che si traduce in un dispiegamento del tragico reale.
Mario-Sironi-Il-molo-Cavallo-bianco-e-molo-1921-©-by-SIAE-2021-523x420Quella di Sironi è un’arte cangiante, come dimostra la sua adesione a Novecento Italiano che lo eleva a classicista moderno. Lo è a modo suo, come sempre, e un’opera come Il pescatore dimostra che alla fine è il più antinovecentista di tutti.
Dopo la crisi espressionista della fine degli Anni Venti, con i fascistissimi Trenta si passa all’arte monumentale, di cui Sironi fu teorico e interprete, ben rappresentata dalla luminosa Vittoria alata e dal visionario Condottiero a cavallo.
Indicativo l’accostamento con Lazzaro che, per la prima volta nella secolare iconografia del soggetto, non risorge. È l’epitome laica del crollo delle illusioni, fascismo compreso.
Lasciata alle spalle la sezione della pittura murale, ci avviamo verso la fase crepuscolare. Segnato dalla fucilazione mancata ? grazie all’intervento del partigiano Rodari ? e dal suicidio della figlia Rossana, l’artista è diviso tra inquietudine e bisogno di quiete. L’Apocalisse, dipinta poco prima della morte, è la sintesi perfetta degli ultimi anni, quelli in cui sperava “dopo tante burrasche, tante tempeste, tanto bestiale soffrire […]” di arrivare “lo stesso in un porto dove per questo misero cuore ci sia pace e silenzio”.

Autore: Lucia Antista

Fonte: www.artribune.com, 11 ott 2021

Luigi Trifoglio, meteora della Scuola romana di pittura.

Tra gli artisti del gruppo della Scuola romana, Luigi Trifoglio (Roma, 1888-1939) è quasi un’apparizione, nonostante il suo indubbio talento pittorico che lo aveva portato alla ribalta nel 1921, quando aveva partecipato alla prima Biennale capitolina.
Trifoglio era nato a Roma, figlio di un’umile famiglia umbra, e fin da bambino aveva dimostrato un talento per il disegno, che lo aveva portato a formarsi presso la Scuola Libera del Nudo e a esporre le sue prime tele alle mostre della Società Amatori e Cultori negli Anni Dieci.
Luigi-Trifoglio-Natura-morta-con-uccellino-su-stele-e-vaso-di-fiori.-Courtesy-Berardi-Arte-286x420Fin dall’inizio il suo percorso si intreccia con la medicina, perché uno dei suoi maggiori collezionisti è il chirurgo romano Raffaele Bastianelli, pioniere della neurochirurgia, che durante la Prima Guerra Mondiale lo fece arruolare nella sezione medica da lui diretta.
Inizialmente la sua pittura presenta toni sfumati, che diventano più incisivi nei primi Anni Venti. Trifoglio guarda allora a maestri come Giotto e Piero della Francesca, e comincia a esporre le sue opere in rassegne pubbliche, come la Mostra di Novecento a Milano nel 1926, dove Margherita Sarfatti giudica in maniera positiva alcuni suoi disegni dal tratto preciso e tagliente, tanto da inserirlo l’anno successivo nella mostra Dieci artisti del Novecento Italiano nell’ambito della XCIII Esposizione della Società Amatori e Cultori di Belle Arti in Roma.
In quegli anni si avvicina al collega Ferruccio Ferrazzi e ne frequenta lo studio, mentre un viaggio di studio in Germania lo avvicina alla corrente del Realismo Magico e della Nuova Oggettività. Nonostante il carattere schivo e appartato dell’artista, anche nel decennio seguente gli inviti alle mostre continuano: se nel 1929 partecipa alla collettiva presso la Casa d’Arte Bragaglia a Roma, nel 1933 espone al Circolo delle Arti e Lettere di via Margutta insieme a Emanuele Cavalli e Giuseppe Capogrossi, con i quali aveva forti legami stilistici.
Luigi-Trifoglio-Natura-morta-con-vasi-e-fiori.-Courtesy-Berardi-Arte-288x420In questo periodo Trifoglio dipinge uno dei suoi capolavori, il Ritratto del chirurgo Gino Pieri (1931), quasi una rilettura in ambientazione medica del Ritratto di Silvana Cenni (1922) di Felice Casorati. “La figura ieratica del medico, la fissità profonda del suo sguardo, la gravità dell’espressione come quella del suo compito, rivelato dal corpo giacente in primo piano come in un’aulica deposizione laica, sembrano davvero investite nella loro astratta materialità dalla visione esistenziale dell’artista”, scrive di questo dipinto Stefano Grandesso, sottolineando la qualità di un’opera inserita nell’esiguo corpus del pittore, accanto a tele come Autoritratto in nero (Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma) e Maternità (Galleria Comunale d’Arte Moderna, Roma).
Nel 1939 partecipa alla Quadriennale, ma poco tempo dopo muore, stroncato dalla tubercolosi: l’anno seguente gli viene dedicata una personale postuma alla IX mostra del Sindacato Laziale, curata da Giuseppe Pensabene, che nel 1933 aveva scritto su Emporium: “Nelle ultime esposizioni romane hanno destato molto interesse le opere di Luigi Trifoglio; un artista che lavora da anni appartato, in una ricerca coscienziosa, approfondendo, per conto suo, i problemi della pittura moderna!”.

Autore: Ludovico Pratesi

Fonte: www.artribune.com, 10 ott 2021

ROMA. Il nuovo allestimento di Palazzo Barberini. Le nuove sale dedicate al Cinquecento.

Continua il progetto di riallestimento di Palazzo Barberini a Roma, avviato nel 2017 con il riallestimento dell’Ala Sud e continuato nel 2019 con le sale del Seicento. A essere protagonista dell’ultimo intervento a cura della direttrice del museo Flaminia Gennari Santori con Maurizia Cicconi e Michele Di Monte (con progetto di allestimento di Enrico Quell), è il piano nobile del Palazzo (tra le sedi, insieme a Palazzo Corsini, delle Gallerie Nazionali di Arte Antica), in particolare le sale dedicate all’arte del Cinquecento.
PalazzoBarberini_SaleDelCinquecento_Sala14_FotoAlbertoNovelli-3-630x420“L’intento è quello di restituire al pubblico un percorso organico e facilmente leggibile”, sottolinea Gennari Santori, “in una struttura espositiva narrativa che metta in risalto anche la storia del palazzo e delle sue collezioni”. Le sale interessate all’ultimo intervento di rinnovamento e riallestimento vanno dalla 12 alla 18, per un totale di 42 opere esposte provenienti dalle collezioni delle Gallerie e da collezioni pubbliche e private come prestiti temporanei. Il nuovo allestimento segue un criterio cronologico-geografico, anche se non mancano approfondimenti tematici e monografici.
Il nuovo percorso prevede l’ingresso dall’atrio Bernini, dove si trova la Velata di Antonio Corradini del 1743. La prima opera del percorso espositivo è l’iconico Galata, scultura romana antica appartenente alla collezione Barberini. La sala 12, sul tema Tradizione e devozione, ospita la Sacra Famiglia di Andrea del Sarto, la Madonna con Bambino e san Giovannino del Beccafumi, la Sacra Famiglia di Perin del Vaga e la Madonna Hertz di Giulio Romano.
La sala 13 invece è dedicata a Lorenzo Lotto, di cui è esposto il Matrimonio mistico di santa Caterina con i santi Girolamo, Giorgio, Sebastiano, Antonio Abate e Nicola di Bari.
La sala 14 approfondisce la pittura ferrarese con opere di Garofalo e Dosso Dossi; la sala 15 quella senese con lavori di Marco Bigio, Girolamo Genga e il Sodoma.
È invece dedicata al genere del ritratto la sala 16, intitolata Lo sguardo del Rinascimento, con alcune delle opere più celebri delle Gallerie Nazionali, dalla Fornarina di Raffaello al Ritratto di Stefano IV Colonna del Bronzino, dalla Maria Maddalena di Piero di Cosimo all’Enrico VIII attribuito a Hans Holbein, oltre ai ritratti di Niccolò dell’Abate, di Quentin Metsys e di Bartolomeo Veneto. La pittura della Maniera centro-italiana è il tema della sala 17, dove è esposta la grande pala di Giorgio Vasari e bottega con l’Allegoria dell’Immacolata Concezione, recuperata dal deposito del Museo Statale di Arezzo. L’opera sarà fruibile al pubblico durante le prime due settimane di esposizione, per poi essere sottoposta a un intervento di restauro.
PalazzoBarberini_SaleDelCinquecento_Sala12_FotoAlbertoNovelli-630x420La sala 18, infine, ovvero la Sala Sacchi detta anche della Divina Sapienza, presenta opere che ritraggono i protagonisti della famiglia Barberini, come i ritratti dipinti e scolpiti di Urbano VIII e dei suoi nipoti realizzati da Gian Lorenzo Bernini, Giuliano Finelli, Lorenzo Ottoni. Al centro della sala sono, inoltre, i due Globi della sfera celeste e terrestre di Matthäus Greuter, testimonianza dell’interesse che i Barberini nutrirono per le discipline ottiche, fisiche e astronomiche. Ecco le immagini del nuovo allestimento.

Info:
www.barberinicorsini.org

Autore: Desirèe Maida

Fonte: www.artribune.com, 7 ott 2021