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VIENNA. Tutto Gustav Klimt da oggi fruibile online. Il nuovo progetto di Google Arts & Culture.

La più grande e completa retrospettiva su uno dei degli artisti più amati di tutti i tempi, Gustav Klimt, è adesso fruibile online, grazie al nuovo progetto firmato da Google Arts & Culture, piattaforma di Google dedicata all’approfondimento delle arti.
Belvedere-_Jurisprudence_-in-colour_on-Google-Arts-_-Culture-282x420Klimt vs. Klimt è il titolo della mostra virtuale che mette insieme oltre 120 capolavori più noti dell’artista “provenienti” da oltre 30 istituzioni culturali di tutto il mondo (tra cui il Belvedere, l’Albertina, la Klimt Foundation, la Neue Galerie New York e il Metropolitan Museum of Arts), e non solo: attraverso il Machine Learning – un sottoinsieme dell’Intelligenza Artificiale – e un’applicazione unica di realtà aumentata e 3D, sono state riportate in vita (seppur virtualmente) tre opere andate perdute di Klimt di cui erano rimaste soltanto fotografie in bianco e nero scattate ai primi del Novecento, i Quadri della Facoltà, realizzati dall’artista su commissione dell’Università di Vienna.
Tra le opere esposte nella galleria virtuale di Google Arts & Culture sono anche il celeberrimo Bacio (catturato ad altissima risoluzione con l’Art Camera di Google) e il Ritratto di Adele Bloch Bauer I, anche se i riflettori sono naturalmente puntati su Filosofia, Medicina e Giurisprudenza, i tre dei quattro pannelli realizzati da Klimt per il ciclo dei Quadri della Facoltà, allegorie realizzate tra il 1899 e il 1907 per il soffitto dell’Aula Magna dell’Università di Vienna e rifiutate da quest’ultima perché ritenute scandalose.
Neue-Galerie-New-York-_Adele-Bloch-Bauer-I_-1903_1907_on-Google-Arts-_-Culture-417x420Ciò che rimane di queste opere andate perdute nel 1945 durante un incendio scoppiato al castello di Immendorf in Austria, sono solo alcune immagini fotografiche in bianco e nero. La sfida di Google Arts & Culture è stata quindi di riscostruire digitalmente, attraverso il Machine Learning e la consulenza del dott. Franz Smola, tra i maggiori esperti di Klimt al mondo, i pannelli a colori.
“I tre ‘Quadri di Facoltà’ di Klimt sono tra le opere più grandi che Klimt abbia mai creato e nel campo della pittura simbolista rappresentano i capolavori dell’artista”, spiega Franz Smola. “Per l’effetto travolgente di questi dipinti i colori sono stati essenziali e hanno fatto scalpore tra i contemporanei di Klimt. Perciò la ricostruzione dei colori è sinonimo di riconoscimento del vero valore e significato di queste eccezionali opere d’arte. Sono colpito dalle fantastiche immagini scattate con la Art Camera di Google”, continua Smola, “ti permettono di esplorare veramente un’opera d’arte, di saltare nella sua applicazione di texture e colori e di scoprire ogni dettaglio nel modo più semplice possibile. Mi piace anche come la tecnologia permetta di dare vita a idee che sono sempre state solo ipotetiche – penso alla Pocket Gallery che abbiamo creato, che contiene una selezione di quadri di Klimt tra cui alcuni che sono andati persi, o la creazione dei Faculty Paintings ricolorati. E il progetto stesso ha aperto molte nuove prospettive e processi creativi”.

Info:
Per visitare “Klimt vs Klimt – The Man of Contradictions” vai su g.co/klimtvsklimt o scarica l’app gratuita di Google Arts & Culture su iOS o Android

Autore: Desirèe Maida

Fonte: www.artribune.com, 7 ott 2021

MILANO. La grande mostra su Claude Monet: oltre 50 opere dal Musée Marmottan di Parigi.

A Palazzo Reale di Milano un percorso di 53 opere racconta la vicenda umana e artistica del più noto esponente della corrente impressionista, Claude Monet (Parigi, 1840 – Giverny, 1926).
monet 2Un prestito eccezionale, avvenuto grazie alla collaborazione con il Musée Marmottan Monet di Parigi che possiede il nucleo più grande al mondo di opere dell’artista, frutto di una generosa donazione di Michel, suo figlio, avvenuta nel 1966.
La mostra, promossa dal Comune di Milano-Cultura e prodotta da Palazzo Reale e Arthemisia, rientra nel progetto museologico Musei del mondo a Palazzo Reale, nato con l’intento di far arrivare a Milano le collezioni e la storia dei più importanti musei internazionali.
monet 3MONET, organizzata in un percorso cronologico, ripercorre i momenti salienti della parabola del Maestro impressionista attraverso le opere che lui stesso considerava fondamentali, private, tanto da custodirle gelosamente nella sua abitazione di Giverny. Tra queste ci sono le sue Ninfee (1916-1919), Il Parlamento. Riflessi sul Tamigi (1905) e Le rose (1925-1926), l’ultima tela dipinta. Suddivisa in 7 sezioni e curata da Marianne Mathieu – storica dell’arte e direttrice scientifica del Musée Marmottan Monet di Parigi – la mostra accompagna il visitatore alla scoperta di opere chiave dell’Impressionismo e della produzione artistica di Monet sul tema della riflessione della luce e dei suoi mutamenti, riscontrabili in opere come Sulla spiaggia di Trouville (1870), Passeggiata ad Argenteuil (1875) e Charing Cross (1899‐1901).

monet 4Info:
Monet – Dal Musée Marmottan Monet di Parigi
Durata fino al 30/01/2022
PALAZZO REALE – Piazza Del Duomo 12 – Milano

Autore: Giulia Ronchi

Fonte: www.artribune.com, 20 set 2021

PESCARA. Aperto il Museo dell’Ottocento: 270 dipinti dalla collezione Di Persio e Pallotta.

Arte non come investimento, ma come mecenatismo. È questo il pensiero dei coniugi pescaresi Venceslao Di Persio e Rosanna Pallotta (e dell’omonima fondazione), che in oltre trent’anni hanno sapientemente collezionato centinaia di opere d’arte napoletane e francesi per poter, un giorno, condividere con la comunità lo sguardo sulla bellezza di dipinti che hanno tracciato la storia della pittura figurativa del XIX secolo. Un sogno coronato ora nell’apertura del Museo dell’Ottocento, dopo anni di fatiche e rallentamenti causati da ostacoli burocratici e amministrativi. Talent scout di questa coppia così fortemente legata alla visione dell’arte come veicolo di arricchimento culturale su larga scala, è il professore Stefano Papetti, direttore dei Musei Civici di Ascoli Piceno, che nel 2015 realizzò una mostra dedicata al dipinto di De Nittis, prestito del collezionista pescarese.
Pescara-Museo-dellottocento-Gioacchino-Toma-Ritratto-di-famiglia-533x420Gustave Coubert, Charles Francois Daubigny, Alexandre Gabriel Decamps, Charles Emile Jacques, Pierre Etienne Theodore Rousseau, Anton Sminck van Pitloo, Giuseppe De Nittis, Joseph Rebell, gli abruzzesi Valerico Laccetti, Giuseppe Palizzi, Gabriele Smargiassi, il pescarese Basilio Cascella, i triestini Pietro Fragiacomo e Giuseppe Pogna; i veneziani Antonio Canella e Federico Zandomeneghi; e ancora il napoletano Domenico Morelli, il pugliese Saverio Altamura, e molti altri dialogano in francese e napoletano: 260 tele, tutte rigorosamente con cornici antiche anche rinascimentali, che testimoniano la Scuola di Barbizon e la Scuola di Posillipo in un confronto con pennellate impressioniste e pellicole pittoriche veriste al seguito del capolavoro di Antonio Mancini Ritratto di Mrs Fly (1907), che nel 1987 fu il primo acquisto di Di Persio a cui seguirono altri due dipinti: Prevetariello in preghiera (1873) e Verità (1873), opere prestigiose di un Maestro oggi conteso per mostre retrospettive da musei tra Europa e Stati Uniti.
Narcisse-Virgile-Diaz-De-La-Pena-LInnocence-tentee-par-trois-Amours-1867-383x420Inizia così il collezionismo di questo mecenate e di sua moglie, che dalla “amorosa folla di maestri dell’Ottocento stretti nelle stanze di un moderno appartamento di Pescara” (nelle parole di Vittorio Sgarbi) trova la residenza nel palazzo che ospitò da inizio Novecento la Banca d’Italia: Di Persio individua in questo edificio il conservatore del suo patrimonio artistico che acquista, ristruttura e destina a sede museale.
Il Museo dell’Ottocento – Fondazione Di Persio – Pallotta è “il più importante del centro – sud Italia”, prosegue Sgarbi, che ha partecipato all’apertura assieme al Ministro del Turismo Massimo Garavaglia e al sindaco di Pescara Carlo Masci. “Si tratta, a Pescara, per esclusiva tenacia e volontà dei collezionisti, della invenzione di un museo, che nessuno altro, dopo Giuseppe Ricci Oddi a Piacenza e Peggy Guggenheim a Venezia, avrebbe saputo prima costituire, poi istituire”, conclude. “Per la prima funzione occorrono conoscenza, passione, amore per la caccia e, da ultimo, denaro; per la seconda ci vogliono doti di pazienza sovraumana, di gentilezza e di determinazione per la comunità”.
Non solo dipinti, ma anche sculture e antichi tavoli arredano le quindici sale poste su tre piani collegati da una scala in marmo bianco. L’edificio neoclassico risalente alle importanti trasformazioni architettoniche e urbanistiche del primo ventennio del Novecento, ospita nell’ampio atrio la biblioteca con una vasta raccolta di libri di storia dell’arte e monografie d’artista e le tre sale dedicate alla storia della pittura napoletana del XIX secolo. Indaco e amaranto sono i colori che contraddistinguono le pareti di tutte le sale museali con l’attenzione alla gestione dello spazio: ampie e non sovraccariche di opere, la visione è agevolata dalla discreta quanto appropriata illuminazione e la conoscenza è supportata dalle integrazioni di brevi didascalie e pannelli descrittivi.
Una particolare attenzione è riservata alle cornici, “perché i dipinti siano vestiti per presentarsi in società” che, in questo progetto di restauro e musealizzazione, richiama l’enunciato brandiano di “raccordo spaziale fra osservatore e dipinto, fra dipinto e fondo”.
Al primo piano, di particolare interesse sono i dipinti della Scuola di Resina con il celebre Rovine di Pompei di Alceste Campriani e le sale monografiche dedicate a Antonio Mancini e Michele Cammarano con l’importante opera Incoraggiamento al vizio del 1868. Il secondo piano ospita la pittura di storia, quella di genere e il ritratto: si trovano le opere di De Nittis, i fratelli Palizzi, Federico Zandomeneghi e i pittori della Scuola di Barbizon con i paesaggi Le rive della Loue (1862) e Le ruisseau entre les rochers (1876) di Gustave Coubert. Inoltre, le interpretazioni della foresta di Fontainbleau di Narcisse Virgilio Diaz de la Pena e Vaches à l’abreuvoir di Constant Troyon.
Non percorso espositivo: il Museo dell’Ottocento, infatti, è dotato anche di una sala studio e di una ricca biblioteca, in cui sono conservati volumi rari e riviste specializzate relativi al periodo storico di pertinenza delle collezioni. Ci sono anche uno spazio per conferenze e una foresteria, ospitati all’ultimo piano dell’edificio, in vista di accogliere eventi e istituire premi e borse di studio indirizzati ai giovani studiosi. Insomma, un polo culturale specializzato, in piena regola.

Autore: Tiziana Ovelli

Info:
Il Museo dell’Ottocento – Fondazione Di Persio-Pallotta
Via Gabriele D’Annunzio 128 – Pescara
Aperto dal martedì alla domenica dalle ore 10 alle ore 13 e dalle 16 alle 19
Tel. 085-73023
https://museodellottocento.eu/

Fonte: www.artribune.com, 19 sett 2021

Giovanni Falconetto. I Mesi e il Cinquecento.

Lo avevano soprannominato “il Rosso di San Zeno”, perché abitava alla Beverara, il quartiere intorno alla Chiesa di San Zeno a Verona, dove era nato nel 1468.
Giovanni Maria Falconetto (1468-1535) era figlio del pittore Jacopo, che lo introdusse alla pittura nella sua bottega fin da piccolo. Ma più che ai santi e alle madonne, Giovanni era interessato al mondo dell’antico, anche se da giovane lo troviamo a dipingere con altri colleghi la decorazione ad affresco delle Cappella di San Biagio nella Chiesa dei Santi Nazaro e Celso a Verona, giusto un anno prima di sposare Elena, la figlia di un tessitore del quartiere – dal matrimonio, celebrato nel 1498, nacquero una decina di figli.
Gli affreschi sono ricchi di citazioni dall’antico; secondo quanto racconta Giorgio Vasari, Falconetto l’avrebbe studiato nel corso di uno o più viaggi a Roma, in Umbria e a Napoli nel corso degli Anni Novanta del XV secolo. Era libero e giovane, si guadagnava da vivere lavorando come disegnatore e copista per altri artisti e nel frattempo disegnava “tutte quelle mirabili antichità, cavando in ogni luogo tanto che potesse vedere le piante e ritrovare tutte le misure, né lasciò cosa in Roma, o di fabrica o di membra, come sono cornici, colonne e capitegli di qualsivoglia ordine, che tutto non disegnasse di sua mano con tutte le misure”, racconta Vasari. Ci immaginiamo il nostro Falconetto disegnare non solo grottesche, capitelli e colonne, ma probabilmente edifici interi, secondo il gusto della cultura antiquaria così in voga alla fine del Quattrocento.
È probabile che l’artista conoscesse non solo il ciclo di affreschi quattrocenteschi sulle pareti della Cappella Sistina ma anche quelli di Melozzo da Forlì nella sacrestia del Santuario di Loreto, tanto che si diceva addirittura che fosse stato allievo dello stesso Melozzo.
Il Falconetto dà il meglio di sé nella Sala dello Zodiaco, situata all’interno del Palazzo d’Arco a Mantova, abitato all’inizio del Cinquecento da Luigi Gonzaga, padre di Vespasiano Gonzaga duca di Sabbioneta. Fu lui a commissionare all’artista un ambiente rettangolare, interamente affrescato con una serie di scene legate allo Zodiaco, forse ispirate al Ciclo dei Mesi affrescato dal Pinturicchio nel palazzo di Domenico della Rovere a Roma tra il 1480 e 1490, che l’artista poteva aver visto nei suoi viaggi nella Città Eterna.
A Palazzo d’Arco i segni zodiacali compaiono tra le nuvole della scena principale, incorniciata da un arco, che inquadra un personaggio storico o mitologico con un edificio antico sullo sfondo, secondo un’iconografia assai complessa, quasi enciclopedica. Per l’Ariete è stato scelto Muzio Scevola, a indicare l’inizio delle attività militari nel mese di marzo, raffigurato insieme al re Porsenna davanti all’Arena di Verona; per il Cancro il protagonista è Ercole che uccide l’Idra e sullo sfondo troneggia il Colosseo, mentre in basso a sinistra è raffigurato un vecchio con un mantello nero, che potrebbe essere l’autoritratto del pittore. Per lo Scorpione è stato raffigurato un uomo che caccia col falcone, identificato col gigante Orione che andava a caccia con Diana, poi trasformato dalla dea in uno scorpione perché aveva tentato di sedurla: qui la scena si svolge davanti alla Chiesa di San Vitale a Ravenna.
Sotto le scene principali l’artista ha raffigurato fregi in finto marmo con rappresentazioni mitologiche, mentre sullo sfondo ci sono piccole immagini di persone impegnate nell’attività del mese corrispondente: la pastorizia in aprile, la navigazione in giugno, la mietitura in agosto, la semina per dicembre. Il tutto dipinto a fil di pennello con uno stile pittorico caratterizzato da vivaci cromatismi e descrizioni minuziose, quasi da codice miniato.
Con la Sala dei Mesi, Falconetto ci ha regalato un’enciclopedia per immagini che unisce storia e mito, archeologia e natura, in uno stato di conservazione quasi perfetto: uno strumento visivo utile per comprendere meglio un’epoca complessa come il Cinquecento.

Autore: Ludovico Pratesi

Fonte: www.artribune.com, 5 sett 2021

VENEZIA Le Gallerie dell’Accademia inaugurano due nuove sale.

63 opere, molte mai esposte prima, alcune appena restaurate e due nuove acquisizioni che vanno a completare il percorso espositivo al pianterreno. Una maxi operazione culturale resa possibile dalla collaborazione fra pubblico e privato. È quanto è successo alle Gallerie dell’Accademia di Venezia con l’inaugurazione di due nuove sale.
Secondo quanto riportato dal presidente Roberto Cicutto, la Biennale di Architettura conta a oggi il 16,5% di ingressi in più rispetto all’edizione pre-Covid del 2018. I dati raccolti dall’Osservatorio Turistico Regionale del Veneto sul primo semestre del 2021 registrano una flessione nelle presenze in laguna rispetto al 2020.
A uno sguardo più attento ci si accorge tuttavia che a essere in calo sono i visitatori provenienti dall’Italia e dall’Europa, mentre sono in aumento quelli che arrivano dagli Stati Uniti e dai Paesi asiatici. Un dato interessante, se si pensa alle limitazioni negli spostamenti ancora in vigore e al fatto che, globalmente, la pandemia sembra tutt’altro che in recessione.
I numeri sembrano suggerire una generale seppur timida ripartenza per la Laguna, dopo i lunghi mesi di chiusura che hanno stremato l’economia di una città che ha fondato la propria fortuna sul turismo. Secondo il Governatore Zaia e l’Assessore al Turismo Venturini, Venezia starebbe vivendo una sorta di nuovo “rinascimento”, di cui l’ampliamento delle Gallerie dell’Accademia è un chiaro segnale.
venezia 2Al di là della retorica, se di rinascita si vuole parlare, a Venezia questa non può essere disgiunta dalla valorizzazione e dalla tutela del suo straordinario patrimonio artistico e culturale. In questo senso, il fatto che la più importante collezione d’arte veneta al mondo possa disporre di due nuovi ambienti per colmare quella che era una lacuna nel percorso espositivo – ossia la produzione pittorica della scuola locale fra Sei e Settecento – è una notizia gradita a tutti, turisti e non. Non solo perché va a grande vantaggio dell’allestimento scientifico del museo, ma soprattutto perché rende nuovamente fruibili opere rimaste a lungo nei depositi, o per mancanza di spazio o perché talmente danneggiate da dover essere restaurate prima di venire esposte.
L’operazione fa parte di un generale ripensamento e ampliamento del museo, che aveva già portato nel 2015 all’apertura delle prime cinque sale del piano terra, proseguito nel 2019 con l’inaugurazione dell’area dedicata al Rinascimento nell’ala palladiana. Come sottolinea il Direttore delle Gallerie, Giulio Manieri Elia, il restauro degli ambienti e delle opere ora esposte è stato reso possibile grazie alla straordinaria mole di professionisti e competenze messe in campo.
230 metri quadrati di superfici pittoriche restaurate, 330 metri lineari di cornici ripristinate o realizzate ex novo, 12 ditte di restauro coinvolte per un totale di almeno 31 restauratori altamente formati attivi nel progetto. Alla faccia di chi sostiene, per usare un altro po’ di retorica, che “con la cultura non si mangia”.
Originariamente adibiti a deposito, in seguito utilizzati per le lezioni dell’Accademia di Belle Arti, i due monumentali saloni vanno a completare il percorso che dal Seicento all’Ottocento si snoda attraverso le 13 sale complessive del pianterreno. L’allestimento dei due nuovi ambienti è il tassello finale di un puzzle funzionale a far comprendere meglio l’evoluzione della scuola pittorica locale.
La sala 5 infatti è dedicata alla pittura seicentesca ecclesiastica di grande formato, per mano di artisti “foresti” giunti a Venezia. Opere come la Strage degli Innocenti del fiorentino Sebastiano Mazzoni o l’ovato di Padovanino Parabola delle Vergini sagge e delle Vergini stolte – il primo appena acquisito e l’altro appena restaurato – testimoniano le innovazioni introdotte da pittori stranieri in una tradizione artistica, quella veneziana, poco incline al cambiamento.
Le colossali pale di Pietro da Cortona, Daniele nella fossa dei Leoni, e Luca Giordano, Deposizione di Cristo dalla Croce, raccordano questa sala all’attigua poiché contribuiscono all’affermarsi in laguna di alcune tendenze stilistiche che si propagheranno per tutto il secolo successivo: il gusto barocco per la decorazione nel primo caso, l’uso di tonalità cupe e forti contrasti chiaroscurali tipici del tenebrismo nel secondo.
Nella sala 6 la struttura a navate è utilizzata per raccogliere i dipinti in nuclei tematici. A sinistra troviamo la pittura di paesaggio di Ricci, Zais e Zuccarelli; al centro, in un ambiente raccolto, gli interni di Longhi e le scanzonate, forse un po’ provocatorie, scene di genere di Piazzetta e Giuseppe Angeli.
L’infilata destra è dedicata alla pittura storica: dall’appena restaurata Giuditta e Oloferne di una delle rarissime artiste donne del periodo, Giulia Lama, passando per quattro mitologie giovanili tiepolesche, si arriva al capolavoro del Castigo dei serpenti, dipinto da Tiepolo fra il 1732 e il 1734. La tela, che supera i 13 metri di lunghezza, è un susseguirsi di corpi umani e animali avvinghiati, di movimenti concitati, di tentativi inutili di scampare alla punizione divina. Il restauro appena concluso ha colmato le numerose lacune, restituendo al dipinto tutta la sua potenza espressiva.
L’intera operazione di restauro delle sale e delle opere è stata resa possibile grazie al supporto di enti e fondazioni private. Venetian Heritage, un’organizzazione non profit che dal 2015 collabora con le Gallerie, ha destinato oltre mezzo milione di euro al restauro delle sale Selva-Lazzari e delle opere di Tiepolo, Piazzetta e Giordano, a cui si somma il sostegno della Borsa Italia per il dipinto di Giulia Lama e il supporto di iGuzzini per la realizzazione della nuova illuminazione a LED dei due ambienti.
Questa capacità di attivare reti collaborative fra pubblico e privato dimostra “quanto siano cambiate le cose all’indomani della riforma dei musei del 2014, che li ha dotati di autonomia giuridica e amministrativa, e dell’introduzione dell’Art Bonus, uno dei migliori incentivi fiscali al mecenatismo in Europa”, sottolinea il Ministro della Cultura Franceschini.
“All’inizio si pensava che collaborare con i privati nella gestione e nella valorizzazione del patrimonio artistico-culturale significasse dissacrarlo”, svenderlo a chi fosse in grado di trarne profitto, continua il Ministro. È necessario abbattere queste barriere ideologiche per tutelare un patrimonio che rimane di tutti solo nella misura in cui è gestito, conservato e maneggiato da professionisti. E la professionalità richiede risorse.
“Con l’Art Bonus abbiamo raccolto in questi anni circa 500 milioni di donazioni”, conclude Franceschini, “ma non è ancora abbastanza. L’articolo 9 della Costituzione sancisce la tutela del patrimonio artistico come principio fondamentale della Repubblica. Ma è una cosa che spetta a tutti, non solo allo Stato”.
E se fosse il mecenatismo una delle chiavi per la ripartenza? Allora forse si potrebbe veramente parlare di un nuovo “rinascimento”. Questa volta senza retorica.

Autore: Irese Bagnara

Fonte: www.artribune.com, 4 sett 2021