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Francesca Pandimiglio. Orrore e sconcerto nell’iconografia cristiana in un capitello romanico della Chiesa di San Sisto a Viterbo.

A Viterbo la chiesa romanica di San Sisto (fig. 1), uno degli edifici ecclesiastici più antichi della città citato per la prima volta in un documento del 1068, fu costruita su un tempio pagano, dedicato forse a Venere o alla dea Fortuna, tra il IX e il XIII secolo.
I documenti, riportano che nel rione di Vico Quinzano, già alla fine dell’VIII secolo, nella zona, come ipotizzavano gli storici Pinzi e Signorelli, compresa tra le Fortezze, la Strada Romana e l’attuale chiesa in questione, c’era una piccola pieve, dedicata a San Marco. Le modifiche nel tempo sono state numerose in particolare nel XII secolo, quando l’abside venne incapsulata all’interno delle mura cittadine. Per compensare il dislivello tra il pavimento dell’edificio e le mura, il presbitero venne rialzato notevolmente e nella parte sottostante ad esso venne inglobata l’antica cripta. ..

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Autore: Francesca Pandimiglio – pandimigliofrancesca@gmail.com

Michele Santulli. Il colossale saccheggio.

Un volume non sarebbe sufficiente non ad elencare ma solamente a citare gli episodi e le cronache che costituiscono il grande saccheggio di opere d’arte: la visita ad un qualsiasi museo transalpino ad un certo momento porta a chiedersi: quante opere italiane! Come possibile? Dove sono i controlli? …

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Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

Michele Santulli. Due opere incredibili in vendita a Londra.

E’ un fatto storico, perciò incontestabile, che entrando nei musei e pinacoteche del pianeta la gran parte delle opere in esposizione, specie con riguardo a quadri antichi e a reperti archeologici, hanno origini italiane: come e quando uscite, fa parte di vicende e di avventure e di misteri che sovente hanno dell’incredibile. Ci si chiede solo: come è stato, ed è ancora oggi, possibile.
Si ritiene che il Paese che prima di tutti e in grande quantità ha acquistato anzi fatto incetta di opere d’arte italiane sia stata la Gran Bretagna: iniziatore fu re Carlo I seguito dal figlio Carlo II nel 1600 che acquistarono numerose opere rinascimentali di Maestri dell’epoca e in particolare numerosi disegni di Leonardo e alcuni di Michelangelo; la collezione d’arte della Regina vanta oggi la più ricca raccolta di disegni di Leonardo.
Il grande accaparramento, incetta vera e propria, avvenne nel 1700: a parte le opere del Canaletto da Venezia, la preda gigantesca pari a vera e propria spoliazione fu la trasferta in Inghilterra di migliaia di pezzi di archeologia restituiti dal sottosuolo di Roma e dintorni nel periodo famoso del cosiddetto Grand Tour.
L’Inghilterra a quell’epoca dominava il mondo e la ricchezza era favolosa: sorsero in quantità le celebri residenze e castelli nobiliari ovunque nel Paese, tutti abbisognevoli di oggetti di arredamento, e perciò si consolidò a Roma addirittura una organizzazione di intermediari e di agenti inglesi col compito di rastrellare e spedire in patria opere d’arte di archeologia, di ogni dimensione.
Si immagini la situazione dell’epoca, eppure migliaia di opere d’arte e di sculture a grandezza naturale in marmo arrivarono alle loro destinazioni private, senza parlare dei Musei. Alle opere archeologiche da Roma, si aggiungeranno a partire dalla fine del 1700, grazie soprattutto al loro ambasciatore a Napoli Lord Hamilton, numerose opere dagli scavi di Pompei ed Ercolano, in particolare centinaia di preziosissimi vasi greci.
Non menzioniamo quanto è avvenuto nel 1800 e di che cosa si è privata l’Italia: basti pensare che quasi tutte le opere antiche greche e romane del Museo di Boston, una realtà museale inimmaginabile per le nostre proporzioni, uscirono dall’Italia e lo stesso dicasi per la gran parte dell’archeologia romana del Metropolitan di New York. Non citiamo le addirittura migliaia di vasi greci etruschi quasi tutti da Vulci esportati da Luciano Bonaparte a Parigi e altrove in Europa. Ma qui ci arrestiamo.
E da questo mondo favoloso di opere uscite dall’Italia, vanno in vendita a Londra per ragioni ereditarie nei prossimi giorni due reperti che sono la testimonianza di quale valore e qualità fossero gli oggetti venduti dagli italiani dell’epoca.
E’ il busto di Hermes/Mercurio in marmo rinvenuto in un pantano che si era formato attorno alla Villa di Adriano a Tivoli, recuperato da uno dei due attivissimi antiquari inglesi a Roma e venduto a nobili inglesi: nella vendita all’asta valutato 3-5 milioni di sterline.
Un secondo oggetto rarissimo è un violino Stradivari con ancora nell’interno la etichetta dell’epoca ‘Cremona 1679’ che costituirà anche esso la gloria e l’apoteosi di qualche fortunato. La stima è di 6-9 milioni di sterline. Si può essere più che certi che i prezzi saliranno e si tenga a mente che all’aggiudicazione vanno aggiunti circa 30% per diritti d’asta.
Auguri dunque ai felici compratori e…. condoglianze agli altri.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

 

FIRENZE. Torna al suo antico splendore il Battistero.

Ritrovano il loro antico splendore i mosaici parietali, quelli sulla volta e sull’arco trionfale dell’abside, all’interno del magnifico Battistero di Firenze, decantati anche da Dante che li definì del “bel San Giovanni”. L’intervento ha interessato le otto facciate interne dell’edificio ed è cominciato nel 2017.
Diretto e finanziato dall’Opera di Santa Maria del Fiore con 2 milioni e 600 mila euro e con un contributo della Fondazione Friends of Florence per l’intervento sulla scarsella, il restauro delle pareti interne del Battistero di Firenze è stato condotto sotto l’alta sorveglianza della Soprintendenza ABAP per la città metropolitana di Firenze e le province di Pistoia e Prato, e la collaborazione per le indagini diagnostiche con Università italiane e laboratori specialistici.
In autunno partirà un nuovo e speciale cantiere che permetterà di eseguire anche il restauro dei circa 1.200 metri quadrati di mosaici della cupola del Battistero: l’intervento, che durerà alcuni anni, permetterà ai visitatori di assistere da vicino alle operazioni, per uno spettacolo unico al mondo.
Numerose sono state le scoperte emerse durante il restauro delle otto facciate: dalla tecnica musiva assolutamente originale impiegata nei mosaici parietali, un vero e proprio unicum, alle tracce di foglia d’oro su uno dei capitelli dei matronei, che potrebbe indicare come in origine fossero anch’essi tutti dorati. Dobbiamo dunque immaginare che un tempo il Battistero fosse completamente rivestito d’oro: nei capitelli dei matronei, nei mosaici parietali e nell’immensa cupola mosaicata, un tempo illuminato solo dalle luci delle candele. Si è notato inoltre come i mosaici dell’abside, detta scarsella, si differenziano da quelli parietali sia per la complessità narrativa che per la tecnica di esecuzione: in questi mosaici furono, infatti, impiegate tessere di misura estremamente minuta e una straordinaria varietà cromatica di paste vitree e altri materiali preziosi tra cui il corallo – che ad oggi non risulta essere stato utilizzato altrove nell’arte musiva – a rametti o in sezioni, che vanno a formare delle microscopiche tessere a forma circolare o a goccia. Non a caso sull’antico pavimento in tarsie marmoree – interessato anch’esso da interventi di restauro – che rappresenta anche lo zodiaco, si legge: “Qua vengono tutti coloro che vogliono vedere cose mirabili”.

Fonte: www.artribune.com, 29 lug 2022

 

PERUGIA. La Galleria Nazionale dell’Umbria riapre al pubblico.

Dopo un anno di lavori la Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia riapre al pubblico. Venerdì 1 luglio torna accessibile un’istituzione di livello nazionale – che conserva tra le altre il maggior numero di opere al mondo del Perugino, ben 23 (di cui 15 esposte) – con un nuovo percorso espositivo all’interno di Palazzo dei Priori, dove convive con l’amministrazione comunale. Fedele alla sua storia e al contempo proiettata verso il futuro, la Galleria Nazionale ha messo a frutto la sua esperienza nella conservazione del patrimonio e della capacità di fare rete, guardando anche alla sostenibilità ambientale con un contributo significativo dal Piano Nazionale di Resistenza e Resilienza.
Due le novità di maggiore rilievo del nuovo allestimento della galleria, che vanno a valorizzare una collezione di opere straordinarie, da Gentile da Fabriano al Beato Angelico fino a Piero della Francesca. La prima consiste nella creazione di due sale monografiche dedicate al più grande maestro umbro, il Perugino, su cui il prossimo anno saranno incentrati una serie di eventi celebrativi per il cinquecentenario dalla nascita nell’ambito di Perugino500. Al secolo Pietro di Cristoforo Vannucci, l’artista – “il meglio maestro d’Italia” per il grande imprenditore quattrocentesco Agostino Chigi – si vede oggi dedicare due spazi ordinati e chiarissimi al posto dei precedenti sette ambienti: al terzo piano c’è una sala dedicata agli esordi e alla prima maturità – gli anni in cui si crea il suo “book” per approdare da affermato alla Cappella Sistina – e al piano inferiore quella con le opere più significative degli ultimi venti anni di attività, con tanto di affresco appena restaurato con un contributo di Generali. La seconda è invece una vera apertura al contemporaneo, nel rispetto di un ritratto completo dell’arte umbra: la GNU, che conserva in prevalenza dipinti sacri dei secoli dal XIII al XVIII, riserva infatti l’ultima sala ad artisti umbri contemporanei come Gerardo Dottori, di cui è esposto Tramonto lunare, Alberto Burri, di cui sono presenti il cellotex Bianco Nero del 1971 e (in comodato per cinque anni) Nero, e Leoncillo.
L’essenziale allestimento – firmato da Daria Ripa di Meana e Bruno Salvatici con il supporto di Maria Elena Lascaro e finanziato per 5 milioni dal Fondo Sviluppo e Coesione nel 2016 (consideriamo che lo GNU è il primo a finire i lavori del gruppo di istituzioni scelte allora) – offre ai visitatori una fruizione diretta e intuitiva delle opere, poste nelle 39 sale in ordine cronologico-tematico. Tra le novità, l’inserimento di lavori recentemente acquisiti o recuperati dai depositi, fino a comodati fortuitamente recuperati come i disegni preparatori dell’Adorazione dei pastori di Perugino, arrivati da due fratelli eredi di una collezionista di Gubbio e recuperati da polverose cornici e rotoli d’oltreoceano. A integrazione della visita c’è il progetto multimediale curato da Magister Art, con approfondimenti inediti su parte del patrimonio museale come i sette monitor “alla Mondrian” che riprendono i dettagli della straordinaria Pala di Santa Maria dei Fossi di Pinturicchio, cui si sommano due quadri “musicali”, con accompagnamento tratto direttamente dalle opere, un nuovo bookshop dove a breve approderà il nuovo catalogo dello GNU edito per i tipi di Silvana, una guida-gioco per bambini con la Pimpa di Altan, un laboratorio di restauro, un’aula didattica e infine una grande biblioteca (già esistente ma non aperta al pubblico) con quasi 30mila testi sulla storia del museo e la sua collezione, all’interno della Sala del Grifo e del Leone concessa dal Comune.
“L’impostazione del nuovo allestimento nasce dall’esigenza di rendere il museo più accogliente”, racconta Marco Pierini, da sette anni direttore della Galleria Nazionale dell’Umbria. “Ora si parla spesso di accessibilità, ma non è la stessa cosa. Accogliente è un concetto più ampio: significa che il percorso deve essere logico e comprensibile, l’apparato educativo deve essere chiaro… e poi le sedute devono essere comode! Prima erano penitenziali, ora abbiamo dei divanetti dove ammirare i soffitti affrescati o – recuperando una loggia con vista sulla città – riposarsi e apprezzare il luogo in cui si è”. Per questo motivo di leggibilità, la collezione esposta è stata snellita, “siamo passati da 260 a 220 opere, con 80 già pronte in deposito per sostituire gli spazi bianchi dei prestiti futuri, così da non avere più pareti con laconiche didascalie. Due sono già sostituti per via dei prestiti alla grande mostra sui Montefeltro, ma non si vede”. Il cuore del nuovo allestimento, spiega Pierini, “è la conservazione. Abbiamo installato finestre che filtrano i riflessi solari, abbiamo optato per colorazioni parietali grigio perla o sabbia (là dove ci sono già degli affreschi) – una scelta molto apprezzata da Brunello Cucinelli, membro del CdA e promotore del restauro del Duomo di Perugia – , abbiamo tolto la ceratura al pavimento in cotto di Orvieto per non avere più bagliori, ma soprattutto… ci sono delle incredibili basi per le opere che ci siamo inventati da zero”. Per le opere grandi e medie – 72 in totale, escluse quelle molto piccole e quelle in vetrina – sono state infatti create con l’architetto beneventano Riccardo D’Uva, della ditta Arguzia, delle piattaforme espositive mobili con ruote invisibili e un’anima in alluminio: “Così opere anche enormi si possono staccare dal muro senza coinvolgere chissà quali e quanti esperti da tutta Italia, lasciando dietro di sé lo spazio per la pulizia e l’osservazione del retro grazie a un supporto a pantografo. Faremo delle visite apposta per mostrare il retro delle opere, che torneranno parte del patrimonio”, anticipa Pierini, mentre in dieci secondi estrae un’opera dalla sua posizione e in altrettanti la rimette al suo posto.
Una metafora più ampia dell’agilità di un museo, questo, che sta investendo tutto sull’apertura e il coinvolgimento dei giovani, a partire dalla popolare campagna social legata all’hashtag #artedellirriverenza che ha coinvolto profili come Taffo, Dio e Lercio: “É il nostro primo pubblico”, racconta il direttore. “Per loro ci apriamo ai concerti di Umbria Jazz, al rock di Umbria che spacca, persino alla classica del Trasimeno Music Festival. Quando sono arrivato, ero il più giovane al museo, ora sono il più vecchio”, dice con orgoglio Pierini, che ha anche voluto degli interventi contemporanei per restituire ai due piani del museo la sua identità storica. Oltre al recupero delle torrette del Duecento (attorno a cui lo stesso Palazzo dei Priori era stato edificato), sono le “incursioni” contemporanee a dimostrare l’afflato di ampio respiro della “nuova” Galleria: due interventi, uno di Vittorio Corsini che ricostruisce l’altare e le vetrate dei Santi Costanzo e Vincenzo nella cappella consacrata nel museo, e l’altro una grande timeline di Roberto Paci Dalò con grafite acquarellata che narra la storia della città e del museo. Un legame indissolubile, quello tra istituzione e Comune, che vive tra le pareti di un Palazzo unico, e che promette di restare molto a lungo un punto di riferimento per la città: “I perugini sentono il museo come una casa. Siamo felici di restituirgliela”.

Autore: Giulia Giaume

Fonte: www.artribune.it, 30 giugno 2022