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AGNONE (Is). L’appello internazionale per salvare i dipinti del Convento di San Francesco.

“Rivolgo unitamente ai colleghi e amici, autorevoli studiosi e personalità della cultura italiana ed europea un accorato appello affinché si possano reperire i fondi necessari per il pronto intervento di restauro del quarto soffitto dell’antico Convento Francescano di Agnone, dipinto nel Settecento da maestranze napoletane. Oggi purtroppo è talmente deteriorato da farne temere la definitiva scomparsa”. Sono queste le parole di Mino Gabriele, professore di Iconografia e iconologia e di Scienza e filologia delle immagini all’Università di Udine, che ha studiato le opere che adornano i soffitti del Convento di San Francesco, attiguo alla Chiesa di San Francesco ad Agnone (in Molise), e che ora chiede vengano salvati dalla distruzione.

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Si tratta in particolare di un soffitto a preoccupare gli studiosi, su cui sono stati realizzati nel Settecento dei preziosi dipinti dalle maestranze napoletane: un grande patrimonio storico-artistico che rischia di andar perso se non ci sarà un accurato restauro per evitarne il deterioramento. “Serve avere la consapevolezza che se non si interviene subito perderemo l’eccezionale monumento, che costituisce, tra l’altro, la testimonianza della nobile tradizione culturale e tecnica di Agnone, in riferimento alla lavorazione dell’oro, del rame e della fusione delle campane, di cui la città è stata ed è maestra”, spiega il professor Gabriele.

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È cosi che il professore ha deciso di inviare un appello alla Soprintendenza del Molise e al sindaco di Agnone Daniele Saia, alla cui iniziativa si sono unite circa cinquanta personalità del mondo della cultura provenienti da Italia, Germania, Francia, Inghilterra, Stati Uniti, Antille e Polonia che hanno condiviso le preoccupazioni di Gabriele chiedendo che vengano reperite delle risorse per far tornare agli antichi splendori il quarto soffitto dell’antico Convento francescano, luogo che peraltro ad oggi è la sede della biblioteca comunale. Forse, con le nuove adesioni in arrivo, sarà possibile reperire i fondi necessari per la tutela di questa testimonianza della storia e della cultura italiana.

Info: https://www.cattedraleisernia.org

Autore: Gloria Vergani

Fonte: www.artribune.com, 19 mar 2023

FIRENZE. I condottieri impolverati di Santa Maria del Fiore.

Nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore è giunto al termine il restauro, iniziato a fine maggio, dei cenotafi affrescati di due leggendari condottieri: Giovanni Acuto (l’inglese John Hawkwood, condottiero e capitano di ventura a servizio di vari Stati e infine della Repubblica fiorentina) è la prima opera firmata da Paolo Uccello, mentre di mano di Andrea del Castagno è quello di Niccolò da Tolentino. Quest’ultimo, dopo aver combattuto per i Malatesta ed esser passato al servizio dei fiorentini, riportò nel 1432 la vittoria nella Battaglia di San Romano (quella immortalata dal trittico di Paolo Uccello diviso tra Uffizi, Louvre e National Gallery) e per le sue gesta fu nominato capitano generale di Firenze.
L’intervento, diretto dall’Opera di Santa Maria del Fiore sotto la tutela della Soprintendenza Abap per la città metropolitana di Firenze e le province di Pistoia e Prato e reso possibile da American Express, è stato affidato a Daniela Dini, che già nel 2000 aveva operato una completa pulitura dei due cenotafi nonché il ritocco pittorico a velatura tonale delle lacune. A distanza di due decenni era necessario asportare la patina scura dovuta a inquinamento e polvere inerte che ne offuscava la lettura.
Se la polvere superficiale è stata rimossa con pennelli morbidi, per quella più profonda la pulitura si è svolta a tampone con ovatta di cotone idrofilo e acqua deionizzata tramite carta giapponese interposta, cercando però di mantenere il più possibile il ritocco pittorico precedente di grande entità. Al termine della pulitura si è provveduto a stendere velature tonali nelle lacune ricorrendo a pigmenti naturali (vegetali e/o minerali).
Il primo restauro dei cenotafi avvenne nel 1524, ad opera di Lorenzo di Credi, autore della cornice «a candelabre» sull’affresco di Paolo Uccello. Nel 1688, in occasione delle nozze del principe Ferdinando (figlio di Cosimo III dei Medici) con Violante di Baviera, gli affreschi furono per così dire rinvigoriti. Nel 1842 il restauratore Giovanni Rizzoli, notando lo stato di sofferenza dei condottieri, optò per il distacco dalla parete ponendoli su una tela di canapa intelaiata solo ai lati e il pittore Antonio Marini intervenne con un consistente restauro pittorico.
Rimasti collocati nella controfacciata fino al 1946, i due affreschi furono affidati nel 1953 a Dino Dini, che decise di asportarli dalla tela e porli su un supporto rigido costituito da masonite temperata e un telaio in alluminio, oltre a rimuovere i rifacimenti dei precedenti restauri e a compiere un ritocco pittorico sulle lacune. Nel contratto per il monumento di Giovanni Acuto, che risale al maggio 1436, si legge la richiesta di eseguirlo in terra verde rifacendo un affresco, probabilmente deteriorato, che era stato realizzato da Agnolo Gaddi e Giuliano d’Arrigo detto il Pesello un anno dopo la morte dell’Acuto, avvenuta nel 1394.
Paolo Uccello dovrà però replicare la sua opera, perché non soddisfaceva i committenti, completandola giusto in tempo per la solenne inaugurazione della Cupola del Brunelleschi il 30 agosto 1436. Più breve la realizzazione dell’altro affresco: nel 1455, vent’anni dopo la morte di Niccolò da Tolentino la Signoria di Firenze delibera di onorarne la memoria con un monumento «in modo e forma» di quello dell’Acuto. L’anno successivo l’opera è finita e viene pagata ad Andrea del Castagno 24 fiorini. I tempi così stretti sono forse motivati dai rapporti di amicizia in vita tra Niccolò da Tolentino e Cosimo il Vecchio.

Autore: Laura Lombardi

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com, 31 gen 2023

Max Seidel e Serena Calamai. Ambrogio Lorenzetti. I capolavori delle Gallerie degli Uffizi.

Questo volume dedicato ad Ambrogio Lorenzetti (1290 ca-1348) e alle sue opere nelle Gallerie degli Uffizi a Firenze è stato preceduto da studi che ci permettono oggi di conoscere più agevolmente lo stile del grande artista. Per scriverlo, Max Seidel ha collaborato con Serena Calamai. Seidel ha, da un lato, una concezione globale e comprensiva del fare storia, per cui gli orientamenti storico artistici si completano e sostanziano con ricerche in tutti i campi dello scibile, approdando così a risultati esemplari difficilmente replicabili; dall’altro, vi è una conoscenza profonda dell’arte gotica senese.

«Presentazione di Gesù al Tempio» (1342) di Ambrogio Lorenzetti (particolare)

Gli autori dichiarano di aver voluto riempire uno spazio lasciato vuoto nella mostra su Ambrogio Lorenzetti tenutasi a Siena nel 2018. Le regole interne degli Uffizi impedirono infatti di esporvi la «Presentazione di Gesù al Tempio» (1342), considerata la sua opera su tavola più emblematica. Il volume si concentra proprio su questa tavola con uno studio approfondito che include anche le quattro «Storie di san Nicola», ugualmente agli Uffizi. Vengono sviluppate ampiamente le contestualizzazioni storiche. Significative le ricerche sugli Ebrei, innescate dall’immagine del Gran Sacerdote nella «Presentazione».
Già nel catalogo della mostra, Seidel e Calamai avevano scritto della luce nella pittura di Ambrogio; e qui si presenta al lettore un saggio sulla concezione e funzione della luce nel Medioevo. Studiata, anche con l’apporto di sofisticati esami diagnostici, l’«Annunciazione» (1344) della Pinacoteca di Siena che offre una significativa innovazione iconografica nella figura della Vergine che si rivolge direttamente a Dio Padre circondato dal Tetramorfo.
Un’ultima menzione spetta agli approfondimenti sulla prospettiva policentrica. Il pittore realizzò infatti un’architettura davvero efficace dell’interno del Tempio della «Presentazione»: un ambiente dove i personaggi si dispongono in modo armonioso, con una prospettiva e una resa volumetrica della scena che rimasero ineguagliate fino al pieno Rinascimento.

Info:
Ambrogio Lorenzetti. I capolavori delle Gallerie degli Uffizi,
di Max Seidel e Serena Calamai, 368 pp., 283 ill. col. e b/n e XLIX tavv., Giunti, Firenze 2022, € 45

Autore: Giorgio Bonsanti

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com, 28 gen 2023

ROMA. Riscoperti i preziosi affreschi di Andrea Sacchi.

A volte succede che un episodio riveli il suo vero significato soltanto tempo dopo, grazie a una circostanza casuale, e che allora, dinanzi all’importanza di quella notizia trascurata da tutti, ci si domandi con un certo stupore come mai non sia emersa prima: i motivi possono essere tanti; ma certo è che alla sorpresa si aggiunge meraviglia, come quando si scopre di avere sempre avuto, proprio vicino a noi, un tesoro incantevole, nascosto e dimenticato sotto uno strato di intonaco, dietro il portone di un palazzo in una delle zone più famose e frequentate del centro storico di Roma.
È capitato a Giovan Battista Fidanza, storico dell’arte e professore ordinario di storia dell’arte moderna all’Università di Tor Vergata, quando, in seguito alla richiesta degli editori dell’Allgemeines Künstlerlexikon, nel 2017, di compilare la voce sul grande artista del XVII secolo Andrea Sacchi, concentrandosi su un meticoloso spoglio delle fonti, si è imbattuto in una notizia di cronaca risalente a circa cinque anni prima, rimasta pressoché ignorata dal mondo accademico.

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Si tratta della scoperta, durante il restauro di un appartamento del Tridente, del superbo ciclo di affreschi realizzato da quel pittore, in fase ancora giovanile ma già straordinariamente matura e raffinata, nella loggia del cosiddetto Palazzo à Ripetta vicino a Piazza del Popolo già appartenuto al cardinale Francesco Maria del Monte (uomo di grande intelligenza e cultura, con interessi per le scienze, la musica e le arti figurative, protettore di Caravaggio e precedente proprietario di quel Casino Ludovisi oggi all’asta da un anno e del cui destino si è molto discusso recentemente).
Nel XIX secolo gli affreschi erano stati coperti da mediocri ridipinture, per restare ignoti persino ai moderni proprietari dell’edificio ormai inglobato nell’ottocentesco Palazzo San Martino Valperga. Se ciò può sembrare inspiegabile, va ricordato che questo ciclo decorativo precede momenti ben più noti della carriera di Sacchi come, per esempio, l’incarico di dipingere il Miracolo di San Gregorio Magno per la basilica di San Pietro (1625) o l’affresco della volta di uno dei saloni di Palazzo Barberini con la Divina Sapienza (1629-31), soggetto mai rappresentato prima di allora e definito da Francis Haskell il “progetto più ambizioso di rappresentazione figurativa di un concetto filosofico astratto dai tempi degli affreschi di Raffaello nelle Stanze vaticane” (Francis Haskell, Mecenati e pittori. L’arte e la società italiana nell’epoca barocca, 1980, ed. it. Einaudi 2019, p. 68).
Le uniche testimonianze del lavoro nel palazzo a Via di Ripetta si trovano, in effetti, negli scritti di Giovanni Battista Passeri e soprattutto nelle Vite di Giovan Pietro Bellori, il quale, avendo conosciuto personalmente Sacchi, può fornire informazioni preziose sia sul tema iconografico che sulla cronologia del lavoro e sulla biografia del pittore.

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I risultati degli studi condotti da Giovan Battista Fidanza sulla scoperta, dati dal confronto tra le fonti documentali e lo studio ravvicinato degli affreschi, sono ora pubblicati in un bel volume della casa editrice londinese Paul Holberton Publishing, Andrea Sacchi and Cardinal del Monte. The rediscovered frescoes in the Palazzo di Ripetta in Rome (2022), arricchito dalle eccezionali immagini in luce radente appositamente prodotte dopo la campagna di restauro condotta da Triana Ariè fra il 2010 e il 2011.
Ciò che emerge è, anzitutto, la meraviglia e l’emozione di uno studioso contemporaneo che riesce per la prima volta a entrare in quella stanza, riconoscerne le trasformazioni e, con il Bellori alla mano, confrontare direttamente gli affreschi di Sacchi con la descrizione quasi ecfrastica fatta dal suo biografo, procedendo a una sottile e puntuale disanima del soggetto iconografico. Ma, soprattutto, è recuperata la prima prova del talento di un artista che “ancor fanciullo” (neanche diciottenne) meritò la stima dei più colti e selettivi intenditori del suo tempo; un figlio illegittimo, dato in adozione in seno alla comunità marchigiana residente a Roma da cui i suoi genitori naturali forse provenivano, ma destinato a stima e riconoscimenti da parte dei Sacchetti, dei Barberini, dell’Accademia di San Luca di cui fece parte; esasperatamente lento e meditativo nel suo lavoro, bisognoso di concentrazione “acciocché niuna cura gli disturbasse l’ingegno”, ma a pieno titolo il precoce ed elegante erede di Francesco Albani e del grande Annibale Carracci, e certamente non inferiore all’altro astro del suo tempo, Pietro da Cortona. Un artista capace di creare con i colori il miracolo alchemico ricercato dal suo primo committente, trasformando un raffinato tema mitologico in oro, luce e materia sontuosa.

Autore: Mariasole Garacci

Fonte: www.artribune.com, 31 gen 2023

VENEZIA. Una super donazione di opere d’arte. La collezione di Gemma Testa.

Grande regalo di fine anno per la città di Venezia: opere d’arte provenienti da una delle più importanti collezioni di contemporaneo in Italia – quella di Gemma De Angelis Testa, moglie del mitico Armando Testa – per un controvalore certificato di 17 milioni e 300mila euro. Venezia è abituata, specie negli ultimi anni, ad acquisire importanti donazioni, ma questa volta l’entità è tale che si parla della cessione più ingente da sessant’anni a questa parte, dai tempi del lascito Usigli del 1961.
Le opere, secondo quanto annunciato da un gongolante sindaco Brugnaro, finiranno esposte a Ca’ Pesaro, uno dei Musei Civici della città, ente cui è destinata la donazione. Un comodato d’uso che verrà salutato in primavera 2023 con una mostra. Tra le opere anche 5 quadri di Marlene Dumas, artista protagonista in Laguna nel corso di tutto l’ultimo anno grazie alla grande mostra a Palazzo Grassi finita anche come ‘miglior mostra dell’anno’ per il nostro best of del 2022. Altri nomi? Di altrettanto rilievo. La raccolta annovera capolavori di Robert Rauschenberg e Cy Twombly affiancati ai maestri dell’Arte povera Mario Merz, Michelangelo Pistoletto, Pier Paolo Calzolari, Gilberto Zorio. Il viaggio nell’arte del secondo ‘900 si articola con opere fondamentali della produzione di Anselm Kiefer e con lavori iconici di Gino De Dominicis, Francesco Clemente, Enzo Cucchi, Mario Schifano e ancora sculture di Tony Cragg ed Ettore Spalletti.
Artiste donne? Ecco le visioni di Marina Abramovic, Vanessa Beecroft, Candida Hofer, Mariko Mori, Shirin Neshat, tra le altre. Le scelte e i percorsi del gusto della collezionista partono dalla metà del secolo scorso e sviluppano un dialogo continuo con la produzione di Armando Testa. Un prezioso nucleo della donazione è costituito da 17 capolavori del geniale creativo, con opere celeberrime dagli anni Cinquanta in poi, che ripercorrono l’universo immaginifico di Testa. La collezione mette in relazione tra loro autori diversi dell’arte internazionale, con le fotografie di Thomas Ruff e Thomas Struth, i lavori di John Currin, Thomas Demand, Anish Kapoor e Marlene Dumas, le tele di David Salle e Julian Schnabel in continuo rimando alle creazioni di Tony Oursler, Gabriel Orozco, Kcho. Il gusto collezionistico si esprime anche nelle importanti presenze di Sabrina Mezzaqui, Paola Pivi, Marinella Senatore mentre la dimensione internazionale della raccolta si articola nel tempo e nello spazio con lavori di Kendell Geers, Yang Fudong, Subodh Gupta, Chantal Joffe, Brad Kahlhamer, Lari Pittman. Le opere abbracciano tecniche, culture e geografie diverse, tutte centrali nella contemporaneità, da William Kentridge a Chris Ofili, da Adrian Paci a Do-Ho Suh, da Chen Zhen a Francesco Vezzoli, Bill Viola e Ai Weiwei, da Piotr Uklanski a Trisha Baga.
Collezionista attenta da decenni, Gemma Testa ha raccontato di dovere molto a Venezia, città dove conobbe il marito Armando Testa proprio in occasione di una Biennale, quella del 1970. E ha ringraziato Gabriella Belli e Gianfranco Maraniello per aver reso più fluida questa donazione. La sua collezione si è poi particolarmente arricchita negli anni Ottanta, soprattutto grazie a molti viaggi all’estero a partire dalla prima opera acquistata, un Cy Twombly.
A partire dagli anni Novanta anche un grande impegno da ‘attivista’ di questo settore, con la presidenza tra le altre cose dell’Associazione ACACIA. “Invitiamo tutti i collezionisti a non tenere le loro opere dentro ai caveau ma ad esporli, possibilmente nella nostra città” ha esortato il sindaco di Venezia Brugnaro. Impossibile dargli torto.

Fonte: www.artribune.com, 30 dic 22