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TRIESTE, Parco di Miramare. Apre il Castelletto.

Un restauro minuzioso che ha restituito il tono sobrio dello spirito cui l’edificio e il decoro delle sale sono stati improntati.
“Guardando ora il Castelletto è come se comprendessimo che da sempre così era stato e doveva essere”.
Un castello in miniatura, con un suo carattere particolare, al tempo semplice e prezioso.
Oggi viene restituito alla collettività ed ai tanti appassionati visitatori di Miramare l’edificio più antico del Parco, che ospitò Massimiliano d’Asburgo e la sua consorte Carlotta del Belgio in attesa che fosse completato il Castello, dopo un restauro minuzioso e condotto nel pieno rispetto della storia, degli stilemi costruttivi e delle caratteristiche originarie.
In scala ridotta, il Castelletto di Miramare ha lo stesso stile della dimora nobiliare voluta da Massimiliano d’Asburgo e dalla consorte Carlotta del Belgio. La memoria recente ricorda l’edificio nella sua veste di colore giallo ocra ergersi nel Parco di Miramare dominante in un punto panoramico a picco sulla baia di Grignano.
“Il Castelletto è stato trattato nel corso di questo lungo e accurato restauro come un unico pezzo da collezione – ha detto nel giorno dell’inaugurazione il direttore del Museo storico Andreina Contessa -, di cui si voleva preservare l’atmosfera elegante, semplice e intima, propria degli appartamenti privati dei giovani arciduchi che l’hanno abitato per pochi anni”.
Progettato da Carl Junker nel 1856, il Castelletto -, chiamato anche Klein Schloss o Gartenhaus -, fu ultimato in circa un anno e utilizzato da Massimiliano e Carlotta saltuariamente fino al 1860, in attesa che fosse completata la costruzione del Castello.
Negli anni successivi fu destinato a dépendance per gli ospiti: vi soggiornarono, tra gli altri, la madre e i fratelli minori di Massimiliano. Tra il 1866 e il 1867 Carlotta, rientrata dal Messico, visse qui per alcuni mesi, finché rientrò in Belgio presso la famiglia.
“Questo castello in miniatura ha un suo carattere particolare – ha aggiunto il direttore Contessa -, al tempo semplice e prezioso. Il primo piano è scrigno unico perfettamente conservato dello stile tipico della metà dell’Ottocento e del gusto eclettico del committente, con le sale nei diversi stili reinterpretati dal gusto ornamentistico dell’epoca. Si capisce perché questo luogo abbia un’attrattiva speciale per il pubblico; è un eccellente esempio di come il restauro possa essere rispettosissimo, esteticamente poco invasivo, quasi sottotraccia, eppure sappia restituire le atmosfere di cui tutti siamo alla ricerca. Non il tempo perduto, ma un tempo che ha concluso il suo corso, rimanendo però parte della storia e della cultura del luogo”.

L’edificio si sviluppa su due piani. La pianta irregolare e i quattro prospetti diversi tra loro, unitamente alla presenza di bow-window e terrazze e allo slancio della caratteristica torretta, generano un gioco di volumi particolarmente movimentato; il linguaggio architettonico è il gotico quadrato che caratterizza anche il Castello, di cui il Castelletto doveva rappresentare una sorta di versione in miniatura. Come nell’edificio principale, che però è realizzato in pietra, il colore delle facciate era chiaro, come attestato dalle foto d’epoca e dai saggi stratigrafici effettuati nell’intonaco; tale cromia è stata ripristinata con il restauro, mentre in precedenza le facciate apparivano di un colore ocra intenso che ricopriva anche parte degli elementi in pietra.
Nel corso del tempo l’edificio ha avuto varie destinazioni d’uso e ha subito diverse modifiche, pur preservando il suo originario aspetto complessivo. Le prime modifiche alla pianta avvennero già in epoca asburgica, con la modifica ad alcune partizioni interne; negli anni Trenta del Novecento il Castelletto fu destinato a museo, dove trovarono posto arredi e opere d’arte del Castello non utilizzati dal duca d’Aosta. In quell’occasione furono installati l’impianto di riscaldamento e quello elettrico, e furono eliminate le decorazioni originarie al piano terra. Nel secondo dopoguerra ospitò per un periodo la Galleria Nazionale d’Arte Antica.
Infine, in occasione della ristrutturazione eseguita nei primi anni Novanta per ospitare la sede del WWF che coordinava la Riserva Marina Protetta di Miramare, sua ultima destinazione d’uso, al piano terra furono realizzati spazi espositivi che prevedevano la presenza di ingombranti allestimenti interni la cui ha lasciato pesanti tracce negli ambienti del piano terra. Dal 2016 il Castelletto è rimasto chiuso.

“I restauri minuziosi sono spesso invisibili, restituiscono il tono sobrio dello spirito cui l’edificio e il decor delle sale sono stati improntati – ha detto Contessa a proposito dell’intervento -. Guardando ora il Castelletto è come se comprendessimo che da sempre così era stato e doveva essere.
L’intero edificio è stato rinnovato secondo i più rispettosi canoni di conservazione ispirati alla tutela e alla sostenibilità. Restituire il Castelletto a Miramare, alla città e al pubblico dei visitatori è un passo importantissimo di quel recupero e ripristino totale del comprensorio iniziato e portato avanti con irremovibile energia in questi anni. Iniziato col camminamento sopra il Viale dei Lecci, la riqualificazione del parterre, delle serre nuove (dove sono stati creati l’Orangerie e il MiraLab), del Bagno ducale, del boschetto dei pruni, del Terrazzo dei Cannoni, questo processo tocca oggi uno dei suoi apici, con il delicatissimo restauro del Castelletto, cui seguirà a breve quello delle Antiche cucine”.
L’intervento di restauro è stato avviato nel 2021 con un duplice obiettivo: da un lato recuperare la leggibilità dei caratteri originari dell’edificio, dall’altro garantirne la conservazione, la valorizzazione e il ritorno alla pubblica fruizione, anche prevedendo diversi possibili futuri utilizzi.
A questo proposito, mentre il primo piano, dato il suo pregio artistico, avrà una destinazione museale e potrà anche accogliere piccoli eventi, il piano terra ospiterà un bookshop con prodotti di alta gamma e sarà adibito ad accoglienza dei visitatori vista anche la prossima realizzazione dell’ascensore panoramico in salita da Grignano.

Le opere non hanno alterato in alcun modo le caratteristiche originarie dell’edificio e, anzi, hanno permesso di svelarne e rivalutarne le peculiarità. Grazie a questo complesso intervento gli spazi del Castelletto saranno nuovamente fruibili per il pubblico, che potrà ammirare questo ‘castello in miniatura’ con visite guidate dedicate.
Visitare il Castelletto e i “luoghi speciali” di Miramare. Il servizio sarà solo su prenotazione e per gruppi di minimo 8 persone, previo acquisto del biglietto “Miramare luoghi speciali che include anche l’accompagnamento culturale.

Info:
Biglietto Miramare | Luoghi speciali
Fornitore del Servizio: Verona83 (Concessionario servizi aggiuntivi) in collaborazione con Studio Didattica Nord Est
Luoghi visitabili: Cucine Storiche, Bagno Ducale e Castelletto, oltre a Belvedere dei cannoni e Orangerie.
Durata visita: circa 2 ore totali: > € 20 intero, adulti (quota accesso € 10 / quota visita-servizio culturale € 10)
> € 12 ridotto, per giovani 18-25 anni (quota accesso € 2 / quota visita-servizio culturale € 10)
> € 10 per bambini e ragazzi 6-17 anni (quota accesso, con aggio: € 0 / visita-servizio culturale € 10)
> Gratis per bambini <6 anni
Prenotazioni e pre-acquisto biglietti: attraverso i consueti canali (call center e on line). I biglietti dovranno essere preventivamene ritirati presso la biglietteria del Castello.
Maggio 2023 | Visite guidate al Castelletto: In occasione del primo mese dall’inaugurazione e in attesa che siano riaperte anche le Cucine storiche (e attivato il servizio “Visite ai luoghi speciali”):
> domenica 14 maggio apertura straordinaria Castelletto con visite a cura del personale del Museo, previo acquisto biglietto al Castello
> domenica 21 maggio apertura straordinaria Castelletto, con visite a cura di Studio Didattica Nord Est, previo acquisto biglietto al Castello.

In allegato, opuscolo del Castelletto: MIRAMARE_Castelletto_opuscolo

NAPOLI. Capodimonte e il mecenatismo: un modello di cui parlare di più.

Mancano poche settimane all’inaugurazione della mostra che vedrà esposti i capolavori del Museo e Real Bosco di Capodimonte al Louvre. In attesa del grande evento, la Reggia ha accolto la stampa francese per illustrare loro l’unicum che il museo rappresenta a livello italiano ed europeo, riunendo donatori e mecenati che in tanti anni hanno supportato l’istituzione, e che in diversi casi hanno proprio reso possibile la mostra tramite il restauro delle cornici delle sessanta opere in trasferta.
È qui che appare evidente, una volta di più, come il mondo stia iniziando ad accorgersi che il mecenatismo che si fa a Napoli, e a Capodimonte in particolare, sia un modello ineguagliato in Italia e all’estero, che mette in rete imprenditori ed esperti della più alta caratura, in ambito culturale e non, favorendo uno scambio che arricchisce tutti, e che porta la Reggia tra i luoghi più ambiti dove formarsi e tramite cui avere un “social impact”. Ma come è stato possibile il raggiungimento di un livello così competitivo? Tutto nasce dall’Advisory Board, uno strumento tanto utile ai musei quanto poco conosciuto in Italia.

CAPODIMONTE, ESEMPIO INTERNAZIONALE PER IL MECENATISMO
“Il Board, che nasce nel 2018 su scorta delle grandi esperienze americane, è composto da una serie di industriali e imprenditori che affiancano il direttore nelle scelte strategiche e in particolare per quanto riguarda i capitali”, racconta Giovanni Lombardi, presidente dell’Advisory Board di Capodimonte che include, oltre al direttore Sylvain Bellenger, anche Mariella Pandolfi, Amelia Grimaldi, Gennaro Matacena, Fabrizio Pascucci, Roberto Barbieri, Gianfranco d’Amato e Michele Pontecorvo. “Non solo: nel nostro caso ha avuto anche la funzione di avvicinare la città al Museo e Real Bosco, e consolidare lo stretto rapporto personale tra abitanti e istituzione”, prosegue. Non per niente sono stati avviati progetti come quello volto all’adozione di panchine e alberi del bosco, che ha avuto un grandissimo successo e una intensa partecipazione sia presso i grandi donatori sia presso i cittadini, come il gruppo di anziani che veniva a giocare qui a pallone e il marito che voleva onorare la moglie scomparsa.
Un legame, questo, che è un grande punto di orgoglio per il Board, ma anche per il museo e la città. “Nonostante io viva e lavori muovendomi tra Canada ed Europa, questa è la più interessante esperienza di collaborazione tra istituzione e persone che abbia mai visto”, racconta Mariella Pandolfi, antropologa di chiara fama, professoressa universitaria e ricercatrice. “Tutto questo è anche merito del direttore che ha scelto il gruppo d’azione – che ha una tipologia molto differenziata dal punto di vista dell’apporto a Capodimonte e dei lavori che ognuno svolge, dagli architetti ai notai – e ha avuto fiducia che cooperassimo senza competizione ma con grande rispetto reciproco. Ne sono nate varie forme di collaborazione: quella dei grandi sponsor, quella dei piccoli donor, che hanno partecipato anche alle cornici per lo scambio con il Louvre, ma anche quella che io ho amato molto della partecipazione della società napoletana, mai coinvolta prima nel mondo del Parco e del Museo. Ho spinto proprio su questa idea di implicare la società napoletana nel progetto, ancora di più per lo scambio con il Louvre: ho sentito un grandissimo orgoglio in tutta Napoli, la mia città, ed è una cosa strabiliante”. Napoli ha moltissimo da dare al mondo, questo appare sempre più chiaro: “L’Italia e Napoli possono esportare queste e altre competenze, come per la nostra alleanza con gli American Friends: in cambio di un generoso supporto al museo, delle istituzioni americane inviano qui dei giovani storici dell’arte che si formano con restauratori ma anche esperti di royalties. Queste figure poi sono richiestissime e pagate a peso d’oro: l’ennesima dimostrazione che noi sappiamo creare ed esportare competenze culturali uniche”, ricorda Lombardi.

I MECENATI E I PROFESSIONISTI CHE SUPPORTANO CAPODIMONTE E NAPOLI
Il rapporto tra Museo e Real Bosco di Capodimonte e i suoi affiliati, che siano parte del gruppo di generosi donatori o che lavorino all’interno del Board, è molto stretto, proprio personale, ed è ben più grande e antico rispetto alla collaborazione con il Louvre: “Al di là dell’entusiasmo nel sostenere Capodimonte in questo evento di grandissimo significato, io ho personalmente lavorato al restauro del 1990 come architetto, alcune cose lì realizzate sono state fatte da me – come la Galleria di Arte Moderna – e ho un legame profondo, affettivo e professionale, con Capodimonte”, racconta Gennaro Matacena, architetto e presidente della Caronte Spa. “Questo e altri elementi, come le brillanti idee del direttore Sylvain Bellenger, mi hanno convinto al cento per cento nel sostenere il nuovo progetto”. “Prima di fare l’imprenditore facevo il medico e lavoravo in una clinica vicino a Capodimonte, e andavo spesso a correre in quei giardini meravigliosi. Appena ho cominciato ad avere la capacità economica e culturale mi sono subito dedicato a dare una mano dove era possibile a Napoli, e, con la nuova gestione di Bellenger e la guida di Lombardi, appena mi è stato chiesto di partecipare l’ho fatto con enorme gioia”, racconta Giancarlo Cangiano, presidente del Porto Turistico di Capri e già vicepresidente dell’Interporto Sud Europa e vicepresidente vicario Unione Interporti Riuniti. “È un rapporto personale molto stratificato, qui ci ho portato i miei bambini a conoscere l’arte. Vedere la meraviglia che li colpisce quando scoprono Capodimonte vale sempre il biglietto. Come napoletano e industriale sono orgoglioso di fare la mia parte: non è un semplice contributo, è sentirsi parte di qualcosa di meraviglioso, e in questa occasione con il Louvre ancora di più”.
E gli aiuti piovono da ogni parte, e non solo economici: è il caso del notaio Fabrizio Pascucci, componente del CdA del museo e del Board che ha svolto attività di supporto per tutta una serie di aspetti legali legati alla gestione del museo, occupandosi tra l’altro degli atti di donazione da parte di Lia Rumma e Mimmo Iodice, e più in generale delle connessioni umani e professionali. “Essendo stato componente del CdA da prima che nascesse il Board sono stato catalizzatore di mecenati: Bellenger è straniero e inizialmente non aveva rapporti personali in città, quindi ho contribuito a raccogliere i mecenati e i professionisti che oggi fanno parte del Board, idea che il direttore ha maturato dalla sua importante esperienza in America dove ha sviluppato capacità manageriali di gestione dei beni culturali che gli hanno fatto capire l’importanza di un rapporto con i privati. L’Italia ha un patrimonio di straordinaria importanza e vastità, difficilmente può riuscire a valorizzarlo e tutelarlo al meglio senza il loro apporto. È estremamente importante incoraggiare il mecenatismo”. “L’immenso patrimonio italiano di arti e culture non può ovviamente essere finanziato e coordinato solo dallo Stato”, commenta infine Paolo Cuccia, presidente di Artribune. “L’esperienza dell’Advisory Board di Capodimonte è un esempio di grande successo che conferma la grande opportunità che il nostro il Paese deve perseguire di instaurare un rapporto sistemico tra i donor e i gestori di beni archeologici e museali. Tutto ciò è inoltre favorito dai vantaggi fiscali dell’ Art Bonus, il più vantaggioso d’Europa, e dal progressivo ampliamento delle aziende che devono produrre i bilanci di sostenibilità. Il proficuo e innovativo rapporto che il direttore Bellenger ha creato con il presidente Lombardi e i membri dell’ Advisory Board ha favorito il progetto Louvre, primo nel suo genere come hanno riconosciuto i vertici del più importante museo di Francia, e aperto anche alla collaborazione con altri primari soggetti culturali nazionali, in primis il Teatro San Carlo“.

www.capodimonte.cultura.gov.it/

Autore: Giulia Giaume

Fonte: www.artribune.com, 21 apr 2023

Michele Santulli. Picasso, il mondo.

E’ arduo imbattersi in un personaggio così universalmente conosciuto: Russell, Tiziano, Goethe non lo sono così. Forse perché personificazione della modernità: in effetti multiforme, proteiforme, non collocabile. Nessun artista al mondo è stato dotato di potenza, di immaginativa, di fantasia come Picasso. Sono oltre cento anni che occupa le prime pagine dell’arte, tutto il resto è assurdo che possa sembrare a non pochi occhi, in sostanza secondario ed epigonico.
L’arte universale, da cento anni, è racchiusa e sintetizzata in lui; è lui che è stato la molla e la porta al nuovo e al moderno in tutte le espressioni, niente è comprensibile se prima non si parte da Picasso. E’ stato di una forza produttiva fuori dei canoni, forse Matisse solo lo ha eguagliato, nel numero ma non nella qualità: chi dice cinquantamila, chi sessantamila opere, basti pensare che Van Gogh ne ha dipinto duemila, Modigliani mille, Corot poco più di tremila. Una volontà e un vigore unici: “quando dipingo lascio il corpo fuori la porta, come i musulmani le scarpe fuori della Moschea”, “Dipingere è per me una lotta all’ultimo sangue. Sì, all’ultimo sangue, come nell’arena”, ”Non c’è mai la fine, ogni opera è altra dalla presente e sempre superiore”, “Io non cerco, io trovo”. Questi sono alcuni dei suoi pensieri quasi rivoluzionari come registrati da una sua esegeta (A. Huffington, Picasso creatore…).
Tutte le tappe della storia dell’arte sono state da lui percorse, una perpetua continua evoluzione ed elaborazione, tappe che segnano riferimenti significativi; periodo blu, periodo rosa, il cubismo, il mondo successivo, quello iniziale: i fenomeni e apparizioni artistici o sedicenti tali del secolo trovano i loro princìpi ispiratori in Picasso: come era regolarmente alla prima fila in ogni manifestazione di piazza organizzata dal Partito Comunista francese, così è sistematicamente in prima fila nei fatti d’arte.
Amava le donne, era quanto lo implicava maggiormente, avendone però grande rispetto: “Le donne… non dobbiamo vederci troppo spesso. Perché le ali di una farfalla mantengano la lucentezza, non bisogna toccarle”.
Altro sensibilissimo interesse, i soldi. Non esiste artista che abbia accumulato in vita tanta ricchezza come Picasso! Intelligente, attento, venditore inimitabile del proprio lavoro, non si contano i suoi clienti personali e quanti libri e monografie sulla sua persona e arte. Alla sua morte notai e legali per molti giorni occupati ad inventariare soldi, quadri e proprietà: molte centinaia di milioni di Euro accumulati in contanti, in titoli e in oro e migliaia, pare 1500, opere lasciate ai fortunati eredi.
All’età di poco più di venti anni, a Montmartre a Parigi, un giorno era tanto disperato e affamato che vendette il capolavoro inaudito “La Fillette à la corbeille fleurie” in inglese “Young Girl with a Flower Basket” per 75 Franchi allo spietato mercante, il prezzo cioè di uno scarabocchio o di una crosta! Le opere di Monet e degli impressionisti costavano 3.500 Fr! Era il 1905, grande fame. Siamo agli inizi del periodo rosa, Il quadro fu acquistato giorni dopo per 150 franchi dai fratelli Stein, gli scopritori americani delle opere di Picasso e di Matisse e primi compratori, con dileggio e sorrisetti beffardi dei cosiddetti cultori che nulla capivano della rivoluzionaria novità del messaggio: questa medesima opera è stata venduta recentemente per cento milioni di dollari! Altro capolavoro incredibile del medesimo anno sul quale anche attiro l’attenzione del lettore (nella rete le immagini) è un quadruccio “Le garçon à la pipe”, acquistato da un banchiere tedesco ebreo e poi in un’asta recentemente venduto a oltre cento milioni di dollari. Questi due capolavori indescrivibili si innestano subito dopo una ulteriore opera dell’artista che pure segna il suo diritto alla eternità e su cui pure attiro l’attenzione del lettore “Les Noces de Pierrette”, tra periodo blu e periodo rosa, sulla quale lascio il lettore esprimersi.
Tutto è grande con riferimento a Picasso, non si tema di esagerare, e lo sarà sempre di più perché ha scoperto il linguaggio universale! Una quantità enorme di opere realizzate, in ogni tecnica era eccellente, nella pittura, nell’incisione, nella scultura, nella decorazione: ogni opera un messaggio. Quanto anche è eccezionale e primario è il fatto che non si troverà mai un’opera uguale a un’altra cioè una copia o una replica: tutto è originale, sempre, per principio, non solo etico, non solo artistico. “Ciò che si farà è più importante di ciò che si è fatto”. Una delle sue realizzazioni, quando in Costa Azzurra impegnato profondamente per alcuni anni, fu nella decorazione e anche nella realizzazione vascolare e anche in tale fase rifulsero le sue innate qualità: produzione elevatissima di migliaia e migliaia tra vasi e piatti e brocche decorati e non se ne troverà una uguale all’altra sia nelle forme sia nella decorazione! Una miniera senza fine di immagini e di illustrazioni, quasi da far paura.
Lo stesso nella sterminata produzione di pitture non se ne troverà mai una replica o una copia. Nella incisione e calcografia fu al massimo livello per qualità e per varietà dei soggetti: occorreranno anni e anni per conoscere Picasso. Succube solamente alle sue intuizioni ed emozioni, ma non dimentico talvolta anche di qualche fatto sociale che lo colpiva particolarmente e di questi ve ne sono almeno due evidenti: la guerra civile nella sua Spagna del 1936 e l’esperienza anni prima, nel 1917, allorché a Roma per conto del grande Diaghilev. E qui anche lui fu colpito dalla presenza delle ciociare nei loro sfolgoranti costumi in Piazza di Spagna e nel tempo ha realizzato almeno ventidue acquarelli e disegni tra cui anche un olio clamoroso di ciociara nel suo costume multicolori, addirittura in stile cubista! oggi in una famosa collezione di Zurigo.
L’occasione delle presenti note è il cinquantenario della morte dell’artista (era nato nel 1881) avvenuta nel 1973 vicino a Cannes dove viveva con la sua amata donna, Jaqueline, la quale concludeva i suoi racconti con queste parole: “quando si ha la fortuna di vivere con Picasso davanti a sé, non si guarda al sole”. Quale donna ha espresso mai un tale giudizio sul proprio uomo? Solo Giovanni Capurro, il povero poeta napoletano, può uguagliarlo allorché cinque-sei anni prima di “La Fillette à la corbeille fleurie” aveva scritto, e un altro poeta immortalato in musica, O sole mio sta in fronte a te! A questo proposito, Napoli, viene in mente il suo sarto dell’ultimo periodo della sua esistenza in Costa Azzurra, un napoletano del Matese, che gli forniva di solito abiti di velluto che l’artista prediligeva e che in cambio, anziché soldi, riceveva opere d’arte in pagamento e oggi gli eredi sono ricercati galleristi in Nizza!
Un prodigio in ogni aspetto della sua esistenza: saggio e maturo e padrone di sé, come pochi. Anche egotico e individualista e egocentrico, solo pittura e donne e soldi!
Uno studioso da anni sta procedendo alla catalogazione della sua opera, fino ad oggi ha pubblicato in formato in folio, cioè gigante, quasi cinquanta volumi e non ha finito!

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

 

Michele Santulli. Lorette. La femme italienne, Matisse.

Il modello di artista ancora oggi dagli studiosi e ricercatori è considerato come la tela o il tubetto dei colori cioè un dettaglio di poco significato ignorando o negligendo essere invece il modello non di rado ingrediente determinante, sovente la fonte ispiratrice medesima dell’artista, ancora più spesso l’opera stessa che in effetti il pittore o lo scultore realizzano.
Ben diceva qualche grande artista: “la pittura è il modello” Matisse, Rodin, Manet, Degas, lo stesso Picasso, lo stesso Modigliani, non potevano rinunciare al modello davanti a loro in posa: era non di rado la molla, l’ispirazione. Si prendano per esempio il ‘San Giovanni Battista’ di Rodin o la ‘Carmelina’ di Matisse o ‘La lettura interrotta’ o ‘La ciociara col mandolino e il tamburello’ di Corot o ‘Il ragazzo col panciotto rosso’ di Cézanne o qualche nudo sfavillante di Modigliani: si tratta di capolavori e glorie dell’arte occidentale: eppure essi non sono altro che la immagine e il corpo e il sembiante del modello: incorporano la ispirazione dell’artista che con il modello sulla pedana davanti a lui non ha potuto fare altro che, affascinato, ritrarlo e raffigurarlo!
Qualche voce a interpretazione di tale silenzio della critica non esclude la scelta voluta di tenere distante il modello onde evitare contaminazioni e perfino prevaricazioni, con l’opera medesima.
Eppure i primi e più eloquenti a essere disattenti o ignari del ruolo dei modelli sono i musei che ne detengono le opere: il Museo Rodin è uno dei casi più eclatanti, ancora oggi se si va nel suo sito web, ignorano perfino come si chiama Pignatelli, che è stato il suo modello più significativo e allo stesso tempo forse il più conosciuto nella storia dell’arte; ancora informa pubblicamente che la modella di Eva è Adele che all’epoca aveva sei anni! ancora ignora Celestino, ancora non conosce Maria Antonia…. qui ci arrestiamo, troppo gravi le omissioni o dimenticanze.
Analogamente gli altri musei e non pochi studiosi: il Museo Van Gogh di Amsterdam, grazie alla passione che l’artista suscita nei due milioni annui di visitatori paganti e che investe cifre considerevoli per esempio per produrre profumi dai girasoli o per realizzare copie meccaniche delle opere del Museo indistinguibili, a loro dire, dagli originali e messe in vendita, si dice, a 25.000 Euro ciascuna, ancora non ha raccolto un solo dettaglio biografico sulla modella più significativa nella vita dell’artista e del quale il museo possiede due incredibili capolavori, anzi addirittura fino a poco tempo fa, lei romana e ciociara, la dichiaravano nel loro sito nata a Napoli! Sto parlando di Agostina.
Passando ai Musei e all’archivio Matisse, non conoscono e comunque la quasi ignorano perfino nella elencazione delle opere dell’artista, chi sia la modella, la enigmatica ‘Lorette’ o ‘Laurette’ per l’artista, che per parecchi mesi, dall’autunno 1916 al maggio-giugno 1917 quasi in clausura, al quarto piano di Quai St.Michel n.19, grazie parecchio alla sua intelligenza e sensibilità, di molto contribuì a favorire l’apertura e il dischiudersi nell’artista di sentieri e orizzonti dell’arte prima inesplorati e che fu eternata in almeno cinquanta dipinti, la sola modella degna di tanta attenzione da parte dell’artista. Si tratta dunque di realtà e contingenze della storia dell’arte di enorme significato epperò affrontate, a dir poco, con negligenza e disinteresse quando non affrontate affatto. Di Lorette ne dobbiamo il ricordo attento e partecipato e la testimonianza, grazie a due profondi studiosi dell’artista, Hilary Spurling e Jack Flam.
Lorette, ancora oggi gli eredi dell’artista la connotano, storcendo il naso, come ‘la femme italienne’ e in realtà è con queste parole, la donna italiana, che Madame Amélie, la signora Matisse, parlava di Lorette: aveva notato che non era più ‘une jeune fille’ ‘una ragazza’ e aveva intuito che qualcosa di serio, in quel quarto piano lungo la Senna, si era consolidato tra il marito e la povera modella ciociara e gli sviluppi successivi nel loro matrimonio confermano i suoi sospetti. E’ da siffatta realtà che scaturisce, a mio avviso, che Lorette nelle biografie ufficiali dell’artista e della sua opera sia quasi sempre dimenticata, omessa, cancellata! Pertanto la modella veramente più significativa e determinante nell’artista. In effetti i sospetti della Signora Amélie, come si documenta nel libro “MODELLE E MODELLI CIOCIARI A ROMA, PARIGI E LONDRA, NEL 1800-1900” non erano infondati in quanto nel gennaio 1918 qualcosa accadde.
Stiamo presentando Loreta Arpino, originaria di un paesino della Valcomino in Ciociaria. Matisse nei primi quindici anni della sua attività fino al 1917, ancora periodo di formazione e ricerca, si servì solamente di modelli ciociari, grazie ai quali ha realizzato opere di primaria importanza. Con Carmela Caira, la futura venere di Montparnasse, modella anche di Whistler, di Pascin, di E. Bernard, ha realizzato tra il 1903 e il 1904 un capolavoro sbalorditivo in stile fauve intitolato, dall’artista stesso ‘Carmelina’ oggi al Museo di Boston; con Cesidio Pignatelli collaborò per qualche anno e tra le varie opere il capolavoro è una scultura rimasta ai posteri e cioè ‘Le Serf’, a New York e a Chicago; mentre con Rosa, seducente sorella di Lorette, tra le varie opere realizzò un altro capolavoro, la ‘Gioia di Vivere’ a Philadelphia.
Il rapporto di Lorette con l’artista iniziò verso ottobre 1916, la guerra infuriava e, di riflesso, il carbone per la stufa non era agevole trovarlo a causa delle restrizioni e nemmeno facili furono i primi contatti: le esperienze e competenze dell’artista non rispondevano più alle sue aspettative e l’esigenza di nuove soluzioni e vie era urgente: verso ottobre del 1916 il primo quadro che realizzò con Lorette, una camicetta leggera addosso, è sintomatico di questo stato di imbarazzo: il dipinto connota le incertezze del maestro e l’opera, intitolata dall’artista stesso “L’Italienne”, illustra una Lorette modestamente abbigliata, con quattro mani! L’opera è visibile presso il Museo Guggenheim di New York.
Allorché, dopo la morte del Maestro nel 1954, gli eredi alla presenza del notaio e dell’esperto Jack Flam procedettero all’inventario delle opere, furono sorpresi dalla presenza di due opere risalenti a quaranta anni prima: uno è oggi al Museo Metropolitan di New York, ‘Lorette con accappatoio verde su una poltrona’, che l’artista aveva esposto solo in un paio di esposizioni e un altro, ‘Lorette à la tasse de café’, oggi al Museo Pompidou di Parigi, opera eccelsa nella qualità e nel cromatismo, che l’artista non aveva mai esposto e mai pubblicato, rimasto con lui e per lui per quaranta anni, a ricordo!
Morirono a un mese di distanza l’uno dall’altro, l’uno ricco e famoso, l’altra povera e dimenticata.
Nell’archivio Matisse non una parola o un cenno su Lorette e la sua fondamentale esperienza con l’artista.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

Immagine: 1916-Henri-Matisse-French-artist-1869–1954-Laurette-with-Long-Locks

Michele Santulli. TEFAF 2023 e la bella ciociara esposta.

La TEFAF è la mostra di arte antica e moderna e contemporanea più famosa e più seguita: ha luogo a Maastricht in Olanda ogni anno dal 1988.
I primi due giorni di visita sono riservati ai massimi cultori internazionali, sia istituzioni sia capitalisti e tutta la regione in quei giorni diventa un campo di atterraggio degli aeroplani ed elicotteri privati: i cosiddetti VIP.
Uno stuolo di selezionatissime ragazze ben educate tutte vestite e pettinate allo stesso modo accompagnano gli illustri visitatori-compratori: come si suol dire, fiumi di champagne, scorrono, ecc.
Gli espositori, quest’anno 270 da tutto il pianeta, offrono il meglio delle loro opere d’arte ed oggetti di tutte le epoche in una cornice di estrema accuratezza.
Riferendoci alla pittura occidentale, ricordiamo che il soggetto, incredibile che possa parere, tra i più illustrati e amati dalla gran parte degli artisti a partire dalla fine del 1700 fino alle prime decadi del Novecento è stata la creatura in costume ciociaro: la contadina, il bracciante, il pifferaro, il brigante cioè per la prima volta gli ultimi della società diventano i protagonisti del quadro.… tanto che è difficile entrare in un museo del pianeta e non rinvenirvi sulle pareti uno di questi quadri! Infatti gran parte degli artisti europei per un periodo di almeno centocinquanta anni hanno illustrato questa umanità originaria di quella ampia regione a Sud di Roma, una volta Lazio Antico, oggi nota come Ciociaria….
Come pure è quasi incredibile rammentare che anche i massimi artisti dell’epoca hanno dipinto il costume ciociaro e non un altro, Degas, Corot, Manet, Cézanne, Matisse, Van Gogh, Picasso, Severini, Leighton, Briullov, perfino i futuristi..…
E nella TEFAF si può ammirare anche uno di questi quadri nello stand di una galleria americana specializzata nella pittura dell’800, la 19C Gallery. Il quadro in esposizione è in vendita, per chi ha interesse ad acquistarlo, entrata 45 Euro, fino al 19 p.v.
Grazie alle istituzioni sia locali sia nazionali e soprattutto ai ben mantenuti uomini politici della zona è alquanto a dir poco imbarazzante dover costatare che a tutt’oggi nessuna di queste opere è presente in qualche luogo pubblico, a gratificazione della comunità.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

Immagine: Merle, Hugues (1822-1881), Ciociara, 1876, 92,2×71,8. TEFAF, 19C Gallery,2023