Lunedì 26 giugno 2023 Press preview ore 10.00 – 15.00 Conferenza stampa ore 12.00
Info:
Ca’ Rezzonico – Museo del Settecento Veneziano
Dorsoduro 3136 – 30123 Venezia
Tel. +39 041 2410100
carezzonico.visitmuve.it
Lunedì 26 giugno 2023 Press preview ore 10.00 – 15.00 Conferenza stampa ore 12.00
Info:
Ca’ Rezzonico – Museo del Settecento Veneziano
Dorsoduro 3136 – 30123 Venezia
Tel. +39 041 2410100
carezzonico.visitmuve.it
Un celebre letterato, Théophile Gautier, scrisse: “Corot, le La Fontaine de la peinture” e tale quasi apodittica definizione non è applicabile con tale significato a nessun artista: in effetti il rapporto unico di Corot con la natura trova il suo analogo, in termini di purezza e verità e totalità, solo con quello di San Francesco d’Assisi. E qui vogliamo ricordarlo e allo stesso tempo sottolineare il ruolo esclusivo e impareggiabile del suo paesaggismo nel contesto dell’arte occidentale.
Dipingere “l’aria che fruscia tra i rami” o “la brezza sulle foglie dei salici” o “l’ombra degli alberi al sorgere del sole” o “come le foglie si tengono appese nell’aria” più in generale la natura in tutte le sue reali intime manifestazioni, questa fu la convissuta esistenza artistica di Corot. La natura era tutto: “prego tutti i giorni il buon Dio che mi mantenga fanciullo, che mi faccia vedere la natura e renderla come un fanciullo, senza preconcetti. La natura prima di tutto”.
Non aveva bisogno di trovare ispirazioni o motivazioni nei musei o altrove: assimilati i primi rudimenti necessari, tutta la sua opera scaturisce e matura a contatto permanente con la natura a lui circostante, reale e autentica, da lui, ecco la grandezza, filtrata e rispettata attraverso la sua anima sincera e i suoi sentimenti nonché le sue capacità di artista: “io canto con gli usignuoli”, “io sono l’uomo dei boschi e dei campi”, “faccio la corte all’aurora che saluto la mattina”. Un coinvolgimento ed identificazione totali.
Non leggeva giornali, non si occupava di politica: gli bastava la lettura di una pagina del solo libro a sua portata di mano, la Imitazione di Cristo. Si tenne distante dai circoli artistici dai quali, e per anni, in verità, venne catalogato riduttivamente a “paesaggista”, pari a una “proscrizione….persistente, di accanita mortificazione”. Ma le critiche non lo ferivano: il credo era: “essere se stessi e seguire solo la natura, quindi tutto bene!”, ”Lasciar parlare la natura e contentarsi del ruolo di sincero interprete”.
Il solo vincolo fu l’amore per i genitori, assieme alla devozione alla musica e al teatro: la libertà era completa, da ogni limitazione, sentimentale o finanziaria o di altra specie: il godimento erano le opere di bene che col suo successo di artista aumentavano continuamente e quanto anche lo gratificava enormemente erano le opere regalate a parenti ed amici e conoscenti oppure realizzate per chiese e istituzioni analoghe: queste erano le vere ricompense e retribuzioni che lo esaltavano!
“La pittura si esercita per far felici gli altri e non per soldi!” E questa era la molla rivoluzionaria della sua enorme laboriosità: di conseguenza una ricerca ed evoluzione sempre attive dello stile e della qualità: restava immutabile la considerazione che le sue opere, pur sofferte, erano pur sempre poca cosa rispetto alla maestosità della natura e alla grandezza della carità e anche al piacere che potevano arrecare al suo prossimo.
L’umiltà e la modestia di “questo cuore d’oro” erano tali che definiva “quadrucci” “tableautins” le sue opere! E invero le dimensioni dei suoi quadri pur se ricchi di elementi rifiniti al meglio, sono estremamente ridotte: per esempio 16×25, 20×21, 14×22, 13×26,25×26, raramente 50×70 e ancora più rare quelle superiori. Epperò questi quadrucci sono un mondo di completezza, di raffinatezza, di amore: se i criteri di valutazione e di giudizio restano quelli dettati dalle opere cosiddette classiche dell’arte universale sintetizzati nella celebre formula di “ingenuità nobile e grandezza silenziosa”, allora possiamo sostenere che ancora siamo lontani dalla comprensione reale e definitiva della grandezza effettiva di Corot.
Dipingendo solo la natura e il paesaggio era portato a continue dislocazioni in tutta la Francia, senza ricordare quelle durante il lungo soggiorno in Italia: un aspetto anche incredibile, in che modo riuscisse a tenere a mente la quantità di luoghi visitati e riportati sotto le opere: qualcuno ha parlato di un “geografo fantastico”. Famoso il suo abbigliamento così modesto, famoso il suo cappello diventato col tempo una vera e propria tavolozza, talmente imbevuto di colori.
Il suo primo riconoscimento da fuori gli venne all’età di 50 anni allorché in una mostra parigina lo Stato lo insignì della Croce di Cavaliere della Legion d’Onore: pur tuttavia il suo paesaggismo “all’aria aperta” incontrava ancora poca approvazione in un secolo dominato dalle personalità di Ingres, di Delacroix, da quella spavalda di Courbet e altresì all’insegna dell’impressionismo; ma a lui bastava “essere l’interprete sincero della voce della natura”, essere sé stesso e non seguire nessuno perché aderire o abbracciare una scuola o un altro artista implicava, diceva, “arrivare sempre dietro, non essere mai sé stesso!”
Fu ormai avanti negli anni, verso il 1850, che il riconoscimento lo prese di mira, Baudelaire aveva scritto: “Corot dipinge come i grandi maestri. La potenza di Corot…” e Théophile Gautier qualche anno più tardi colpì veramente nel segno: “Corot è un poeta: solo che usa il pennello…” E Monet all’amico Boudin dirà dei quadri esposti alla mostra: ”I Corot sono una semplice meraviglia…” Infiniti altri gli elogi successivi. E perciò il successo le richieste degli amatori, lo studio era diventato una continua folla, tanto che dovette servirsi di altri due ateliers per limitare i contatti con la gente, sia compratori, sia giornalisti, sia critici. Anche tanti soldi, i suoi “quadrucci” raggiunsero cifre a quell’epoca sbalorditivi, anche 25.000 Fr: si pensi che ancora trenta anni dopo Picasso vendette quel suo capolavoro “Ragazza col bouquet” per 75 Fr! e alla fine di “ogni anno apriva le chiuse” cioè distribuiva tutto a nipoti, parenti, amici e, soprattutto, alla beneficenza! Migliaia di Franchi allo Stato per fabbricare cannoni e cacciare i prussiani, diecimila Franchi (grandi cifre a quell’epoca) alla vedova Millet; al povero Daumier che abitava in una casa umida e malsana indegna di un così grande artista, diede incarico di farla restaurare e di comprarla e regalarla all’artista, ma quanto credo colpirà tutti non è solo la quasi quotidiana processione di indigenti al suo studio quanto l’amore che le Suore di Carità di San Vincenzo dé Paola di Parigi, nella persona in particolare di quella che periodicamente passava da lui, Suor Maria, che gestivano un asilo per trovatelli, come onorarono “quest’uomo di bene e di pace”: nella sala di rappresentanza avevano appeso una grande foto di Corot e, veramente toccante e commovente, nella corsia dove erano allineate le culle, immediatamente sotto il crocefisso, era appesa sul muro anche la foto del grande artista! Dobbiamo questa notizia e la relativa immagine che godiamo a far conoscere qui appresso per la prima volta, al suo amato amico e ermeneuta Alfred Robaut.
Sul letto di morte, recriminò solamente: “non posso andare più a stare con gli uccelli nei boschi e nei campi”.
Al cimitero Père Lachaise di Parigi, anche qui la commozione stringe il cuore alla visione del bene e dell’amore che questo umile messaggero della natura e della carità e dell’arte seppe suscitare: l’amico pittore Daubigny, morto tre anni dopo, volle farsi seppellire accanto a lui e l’anno dopo anche Daumier volle riposare per sempre affianco.
Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu
Tiziano, forse con l’aiuto della bottega, l’aveva dipinta tra il 1559 e il 1568 per la cappella gentilizia della famiglia Vecellio nella parrocchiale del suo paese natale, a Pieve di Cadore, e aveva anche voluto inserirci un suo autoritratto, dipendente da quello celebre ora al Prado, a memoria eterna del legame con la sua terra.
Da allora per quasi 460 anni, sfidando addirittura la mala sorte di ben due furti, la “Madonna col Bambino tra i santi Tiziano, Andrea e un accolito” è rimasta nella cittadina veneta e per lo più nell’ambiente sacro per il quale era stata voluta: la Chiesa di Santa Maria Nascente (così riconsacrata dopo la distruzione settecentesca dell’edificio gotico originario) sede dell’Arcidiaconato del Cadore, luogo di pellegrinaggio imperdibile per studiosi e amanti dello straordinario pittore veneziano.
Da questa estate la pala di Tiziano potrà essere ammirata nello splendore dei colori originali e della luce tizianesca, grazie allo straordinario restauro promosso e finanziato della Fondazione Tiziano e Cadore in occasione del suo ventennale insieme alla ditta Galvalux di Pieve di Cadore per volontà della famiglia De Polo e di tutti i soci. Galvalux, realtà imprenditoriale cadorina, è l’esempio del più prestigioso connubio di applicazione del colore tra lavoro artigianale e applicazione industriale made in Italy a supporto dell’alta moda internazionale. Il progetto è portato avanti in in accordo con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Venezia e le province di Βelluno, Padova e Treviso e con l’Arcidiaconato del Cadore con Monsignor Diego Soravia.
Da giovedì 4 maggio infatti la preziosa tela, che soffriva della perdita di spessore del pigmento originario e versava ormai in mediocri condizioni conservative, è stata trasferita in un laboratorio allestito appositamente nella vicina Casa di Tiziano l’Oratore – il cugino del pittore ricercato dalle principali corti europee del XVI secolo – sede appunto della Fondazione.
Qui saranno effettuate tutte le analisi diagnositiche non invasive con le più aggiornate tecnologie per ottenere per la prima volta informazioni fondamentali per lo studio dell’opera vecelliana e quindi si procederà alla pulitura e al restauro conservativo della pala affidati alle mani esperte di Francesca Faleschini, cui si deve anche il recente restauro dell’Annunciazione di Tiziano a Treviso.
Nei programmi la pala, valorizzata da un nuovo sistema di illuminazione, sarà ricollocata entro fine giugno nella Chiesa Arcidiaconale di Pieve di Cadore – che in questi anni è stata a sua volta oggetto di aggiornamenti tecnologici e di restauri, compreso l’intervento in corso sull’organo “Bazzani” – con l’inaugurazione e i festeggiamenti dovuti per questo dono al territorio e alla cultura.
Studio, ricerca, recupero e conservazione, valorizzazione, senso della comunità, genius loci sono del resto le parole d’ordine che muovono da sempre la Fondazione Tiziano e Cadore presieduta da Maria Giovanna Coletti che, istituita vent’anni fa nel suggestiva località ai piedi delle Dolomiti bellunesi, è diventata un punto di riferimento e un motore imprescindibile nello studio di Tiziano grazie al coinvolgimento dei più importanti studiosi dell’artista a livello internazionale.
La pala di Pieve di Cadore è un’opera di indubbio significato anche dal punto di vista biografico e personale del Maestro, considerata quasi un quadretto familiare.
La tradizione e alcune delle prime fonti sostengono infatti che nel dipinto vecelliano il volto del santo barbuto raffiguri Francesco, il fratello di Tiziano, mentre nel vescovo si tende a riconoscere i lineamenti del figlio Pomponio o del nipote Marco – continuatore dell’attività della bottega di Venezia; infine nell’immagine della Madonna la figura di Lavinia, la figlia deceduta dopo il gennaio 1574 e prima del 27 agosto 1576.
Non si può dire al momento, visto il passare del tempo e le sorti avventurose subite dall’opera, quanto queste identificazioni siano effettive, ma è evidente e noto il coinvolgimento emotivo e fattuale del clan Vecellio nella sua conservazione.
Il restauro della pala di Pieve di Cadore segnerà un ulteriore passo fondamentale nella conoscenza della produzione pittorica del sommo artista e i risultati conseguiti, le ricerche relative all’opera e al contesto, saranno al centro di un volume scientifico pubblicato il prossimo autunno dalla Fondazione, a cura di Stefania Mason presidente del comitato scientifico della stessa, con saggi di Don Paolo Barbisan, Elisa Buonaiuti, Davide Bussolari, Alessandra Cusinato, Enrico Maria Dal Pozzolo, Francesca Faleschini, Nicole de Manincor.
Fonte:
Antonella Lacchin – Email: lacchin@villaggio-globale.it – M. +39 335 7185874
Via Trieste 8, Mogliano Veneto, TV 31021
Dopo circa un anno si sono conclusi, grazie al sostegno della Fondazione «Friends of Florence» e al dono della consigliera Stacy Simon in memoria del marito Bruce, i restauri nella Basilica di San Miniato.
Realizzati sotto l’alta sorveglianza della Soprintendenza, ed in particolare della funzionaria Maria Maugeri, con un team di restauratori e professionisti della diagnostica e della conservazione, gli interventi hanno riportato l’edificio al suo «sorgivo nitore», ma senza mai turbare la vita della comunità monastica benedettina, come osserva l’abate di San Miniato padre Bernardo Gianni.
I restauri del pulpito (che poggia dal lato del camminamento, su due colonne in breccia con capitelli in marmo in stile corinzio composito) e della transenna, posta sul presbiterio a separare lo spazio della Gerusalemme Celeste dedicato alla preghiera, sono iniziati nella primavera del 2022. Si tratta di due pezzi unici dell’arte romanica, ampiamente studiati da Guido Tigler e da Nicoletta Matteuzzi che li hanno datati in un periodo compreso fra il 1160 e il 1175. Pur coperti da depositi coerenti e incoerenti, erano in discreto stato conservativo. Nella transenna, manutenzioni e restauri eseguiti nel tempo erano distinguibili per una cromia leggermente più chiara dei materiali utilizzati. Più preoccupante risultava invece l’alterazione sull’altare, di esecuzione più tarda, in corrispondenza della cornice marcapiano, degli archi e della zoccolatura che appoggia sul sedile di marmo. Il restauro è stato svolto da Daniela Manna, Marina Vincenti con la collaborazione di Laura Benucci, Vittoria Bruni, Elisabetta Giacomelli, Simona Rindi.
Sul retro della transenna le pitture murali, risalenti probabilmente al periodo più antico della chiesa (secoli XIII-XIV) ed eseguite in parte a calce in parte a buon fresco, con elementi decorativi architettonici, finti marmi, cornici e ed iscrizioni in latino, presentavano ridipinture a tempera lavabili, ora rimosse dal restauro eseguito da Bartolomeo Ciccone, Donato Ciccone e Sara Chiaratti.
Il «Cristo Crocefisso» in terracotta invetriata, attribuito da Giancarlo Gentilini alla bottega dei Buglioni e datato 1515 circa, presentava, oltre a un elevato strato di deposito atmosferico, vecchie integrazioni pittoriche sul perizoma e sulle braccia e una mano totalmente staccata e sorretta da chiodi, forse a causa dei vari spostamenti subiti. Come suggerisce anche la doppia croce lignea, una più piccola e antica, l’altra più recente, faceva forse parte di una pala più completa. La composizione è autoportante, tale che ogni pezzo va a incastrarsi con quello adiacente. Da una visione laterale il Cristo si presenta con esigui spessori, mentre la testa è realizzata in altorilievo e ben svuotata dall’interno. L’intervento conservativo di Filppo Tattini ha previsto lo smontaggio del Crocefisso dai supporti lignei, una pulitura superficiale con la rimozione o la riduzione a livello della superficie originale dei vecchi interventi alterati. La mano è stata ripulita e incollata nella corretta posizione.
Il mosaico del catino absidale (55 mq circa di superficie), costituito da tessere lapidee dipinte, vitree, a lamina d’oro, ceramiche, è stato restaurato a cura della ditta Habilis S.r.l. di Andrea Vigna e Paola Viviani (con la collaborazione di Stefania Franceschini, Chiaki Yamamoto, Eleonora Bonelli, Arianne Palla, Giulia Pistolesi, Marialuce Russo). Realizzato in più fasi dagli anni Settanta del Duecento, ben comprese nel corso delle accurate indagini, presentava depositi incoerenti e coerenti, atmosferici e nerofumo, lesioni e difetti di adesione degli intonaci, sollevamenti di singole tessere e di strati più superficiali, numerose stuccature alterate e debordanti ed estese ridipinture. Il restauro ottocentesco per opera di Antonio Gazzetta aveva comportato un rifacimento con la tecnica indiretta.
Infine, sul Busto reliquiario di san Miniato (la cui proposta di restauro aveva vinto la V edizione del «Premio Friends of Florence Salone dell’Arte e del Restauro» di Firenze organizzato dalla Fondazione in collaborazione con il Salone omonimo), è intervenuta Anna Fulimeni con la collaborazione di Francesca Rocchi. Realizzato in legno, stucco e cartapesta nel 1420 circa, il busto ritratto del soldato armeno ucciso dall’imperatore Decio e ritenuto primo martire della città è stato oggetto di diverse proposte attributive, tra cui quella di Carlo Del Bravo ad Antonio Federighi e di Luciano Bellosi a Donatello o a Nanni di Bartolo (documentato al suo fianco a partire dal 1419). Compromesso da alcune rotture nella struttura e con ridipinture, specie nel volto, e numerosi sollevamenti del colore e della doratura, il busto ha ora recuperato i valori espressivi che ne rendono più leggibile la concezione di statua a tutto tondo con notevole qualità dell’intaglio anche nel retro. È riemersa la policromia diafana dell’incarnato del giovane santo con sul capo una corona impreziosita da gemme che affonda nella massa dei capelli dorati. Degna di nota è poi la raffinatezza della veste frastagliata e della posa delle mani.
Per i restauri alla transenna, al pulpito, all’abside e all’altare le indagini scientifiche sono state condotte da Donata Magrini, Barbara Salvadori, Silvia Vettori dell‘Ispc-Cnr (Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale del Consiglio Nazionale delle Ricerche) di Firenze; Cristiano Riminesi e Barbara Salvadori hanno curato invece il mosaico nel catino absidale. Le indagini con spettrometro ELIO a raggi X sono state a cura del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università degli Studi di Firenze (Alba Santo, Sara Calandra); le indagini petrografiche su campioni di colore del Busto di san Miniato sono di Marcello Spampinato, mentre quelle diagnostiche a cura di TC c/o l’Istituto Fanfani di Firenze (Cecilia Volpe); Teobaldo Pasquali, infine, ha condotto le indagini Rx, Uv, Ir.
Autore: Laura Lombardi
Fonte: www.ilgiornaledellarte.com, 2 maggio 2023
Grande evento, la professoressa Polimeni la prima donna a rappresentare l’Università della Sapienza di Roma che l’anno scorso, di concerto con l’Ist.Centrale del Restauro, tra i vari progetti ritenne doveroso occuparsi anche di questa splendida scultura che si leva all’interno dell’Ateneo. Stiamo parlando del monumento “Agli studenti della Sapienza Caduti nella prima Guerra Mondiale” opera insigne di Amleto Cataldi (1882-1930), lo scultore di Roma. E’ dal 1935, secondo le cronache, che la scultura da Sant’Ivo alla Sapienza, la università agli studi originaria di Roma, venne trasferita nella nuova attuale città universitaria la Sapienza e inaugurata dal Duce. Fu collocata nello spazio del cosiddetto Quadriportico: qui il Monumento gradualmente verrà fatto segno di concetti e significati tipici del particolare momento politico fino a perdere il suo senso originario di memoria storica degli studenti caduti e divenire un normale monumento ai Caduti di tutte le guerre a partire dal Risorgimento, ecc. Si aggiunga che nei bombardamenti alleati di pochi anni dopo che funestarono anche la città universitaria, il monumento riportò gravi lesioni e danni a causa delle schegge tanto da venir rimosso e sistemato in un deposito dell’Ufficio Tecnico e qui rimasto. Nel 1951 fu sommariamente sanato delle sue ferite e dopo qualche modificazione al basamento, fu collocato nell’attuale sistemazione cioè “il giardino antistante l’Istituto di Mineralogia” in quanto al Quadriportico venne realizzata nel frattempo la Cappella Universitaria. Il ribattezzato Monumento ai Caduti di tutte le guerre di Amleto Cataldi da allora, per un periodo di oltre settanta anni, ignorato a seguito della infelice collocazione e dimenticato nei valori e simboli iniziali, senza, tra l’altro, mai essere stato non dico restaurato ma almeno dignitosamente manutenuto, fino a pochi mesi addietro risultava completamente alterata e degradata da uno spesso strato di ossidazione, senza ricordare che ci sono stati periodi, nel “giardino” di cui sopra, in cui le erbacce e gli spini facevano da corona! Ecco le parole dell’Arch. Marino, direttrice dell’Istituto di Restauro: “La scultura … in cattivo stato di conservazione. Le superfici risultavano soggette a diverse forme corrosive, deturpanti, che alteravano la lettura unitaria del monumento”.
La Professoressa Polimeni, la nuova Rettrice, ha proceduto alla presentazione, il 20 aprile appena trascorso, del fine lavoro di ripristino di cui si è fatta promotrice attenta, restituendo alla scultura la purezza e la bellezza originarie: palese ed entusiasta anche l’ammirazione degli astanti alla cerimonia.
Questo monumento, fiore all’occhiello ora più che mai della gloriosa Università, all’origine era installato nel maestoso cortile di quell’impareggiabile capolavoro architettonico del 1600 di Francesco Borromimi che è Sant’Ivo alla Sapienza, la primitiva università dell’Urbe. Qui la scultura fu collocata proprio nel centro del prestigioso cortile, cosa che suscitò la critica indignata di un nutrito stuolo di cultori, troppo palese, secondo loro, la sfasatura cronologica e non solo! Il corpo accademico risolse di spostare l’opera dal centro verso il portone della chiesa e qui sistemato. Venne inaugurato solennemente il 6 giugno 1921 alla presenza del Re, dell’On. Salandra e delle autorità accademiche. Unanimi e solenni gli apprezzamenti e i giudizi sul monumento da parte non solo delle autorità accademiche tra cui i noti storici dell’arte Adolfo Venturi e Antonio Muñoz, ma anche da parte di quel notoriamente non molto prodigo di giudizi encomiastici, che fu Benedetto Croce, Ministro della Pubblica Istruzione, e da parte della stampa e dei critici.
Ora grazie al patrocinio della Rettrice Polimeni e alla vera e propria resurrezione del Monumento agli “Studenti della Sapienza caduti nella prima G.M.”, balzano agli occhi ancor più evidenti la precarietà e perfino la insufficienza logistica della attuale ubicazione, a manifesto detrimento del valore della scultura. Chiaramente necessario e perfino urgente, di conseguenza, si è reso il suo spostamento in luogo consono e adeguato, ricordando che il cortile di Sant’Ivo e il successivo Quadriportico come pure l’attuale collocazione riferita però agli anni ’50 e ’60 e al “giardino” di cui sopra, senza le presenti strutture edilizie, erano sistemazioni ottimali che consentivano di far respirare l’opera e di evidenziarne l’alto valore estetico ed artistico oltre al suo significato, realtà oggi assolutamente negate ed impossibili: doveroso dunque un nuovo spazio nell’ambito della Università per l’insigne monumento, spazio magari da intestare all’artista.
Infine, e questo è anche il messaggio del monumento di Cataldi, non va omesso di sottolineare l’imperativo alla pace e l’esecrazione della guerra, trasmessi da questo autentico capolavoro di scultura, a evidente rimbrotto a tutti gli attuali armaiuoli e guerrafondai che ambiscono alla pace attraverso sbudellamenti, ammazzamenti e distruzioni.
Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu