Archivi autore: Redazione

GENOVA. Van Dyck l’Europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra.

Inaugurata (aperta fino al 19 luglio 2026) al Palazzo Ducale di Genova Van Dyck l’Europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra, la più grande mostra del nostro secolo dedicata alla straordinaria opera di uno degli artisti più iconici della storia dell’arte internazionale e tra i più amati dal grande pubblico.
Curata da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen, la mostra ripercorre l’intero arco della carriera di un artista di talento eccezionale. Il percorso si sviluppa come il viaggio intrapreso da Van Dyck dalla sua patria, le Fiandre, fino alla corte di Carlo I re d’Inghilterra, attraverso numerosi spostamenti e, soprattutto, dopo un lungo soggiorno in Italia, durato ben sei anni. La sua è una carriera di incredibile successo, che lo porta a essere il ritrattista più rinomato d’Europa, stroncata dalla morte prematura, a soli 42 anni.

Van Dyck fu un pittore europeo, nel senso letterale del termine: a Palazzo Ducale saranno esposte opere dell’importante periodo italiano tra il 1621 e il 1627, in cui Genova ebbe un ruolo centrale, ma anche numerose opere eseguite nei diversi momenti della carriera e nei suoi vari spostamenti. La parabola artistica del pittore corre sul filo della storia anche economica e politica dell’Europa.
Van Dyck fu un genio, in grado di scavalcare i secoli e incontrare il gusto, per contenuti e tecnica pittorica, di diversi contesti sociali e di molte epoche storiche. L’artista riuscì a mettere a sistema una serie di soluzioni e di sensibilità provenienti da vari ambienti e, nello stesso tempo, a tradurle in formule innovative.
L’eccezionalità della mostra si deve al numero davvero straordinario di opere di Van Dyck (60 in dieci sezioni tematiche), concesse in prestito dai più grandi e autorevoli musei d’Europa, tra cui il Louvre di Parigi, il Prado e il Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid e la National Gallery di Londra, e italiani, tra cui la Galleria degli Uffizi, la Pinacoteca di Brera di Milano, i Musei Reali di Torino, la Galleria Nazionale di Parma oltre che da prestigiose fondazioni e collezioni internazionali, quali la belga Phoebus e la portoghese Gaudium Magnum.

Il percorso espositivo non segue una rigorosa sequenza cronologica: le opere, distribuite nelle dodici sale, sono accostate per temi e ambiti della sua attività, così da stimolare un confronto diretto tra la maniera del Van Dyck giovane nella terra d’origine, quella del periodo italiano e quella della maturità inglese. Il confronto coinvolge anche opere con soggetti analoghi: sarà infatti possibile, ad esempio, accostare il ritratto di una dama genovese a quello di una dama di Anversa o di Bruxelles e a quello di una dama inglese. Ritratti realizzati in momenti diversi, ma soprattutto per committenze caratterizzate da sensibilità e gusti profondamente differenti. Emergerà così con chiarezza la straordinaria capacità di Van Dyck di sintonizzarsi con gli ambienti in cui operò, mettendo in luce al tempo stesso il confronto estetico e tematico tra richieste di committenze sempre diverse. Un percorso che testimonia come la sua arte abbia saputo adattarsi, maturare e conquistare il favore di tutti, allora come oggi.
Non ci sarà, però, soltanto il Van Dyck ritrattista, attività che lo ha reso celebre e che certo verrà rappresentata con opere di ogni stagione della sua attività, da Anversa, all’Italia, all’Inghilterra. Il visitatore scoprirà, forse per la prima volta, il Van Dyck delle opere sacre: un mix di teatro e pathos, religione e sentimento. Forse il capitolo meno conosciuto e meno studiato della sua arte e soprattutto quasi mai presentato in Italia con un numero di opere così consistente: tra le opere che giungono a Palazzo Ducale il Matrimonio mistico di Santa Caterina proveniente dal Prado di Madrid, o lo splendido San Sebastiano della National Gallery di Edimburgo, ma anche alcuni straordinari inediti, come l’Ecce Homo di collezione privata europea. E inoltre, eccezionalmente staccata dall’altare della piccola chiesa di San Michele di Pagana (Rapallo) per essere finalmente ammirata da un pubblico internazionale, sarà esposta a Palazzo Ducale, a conclusione della mostra, l’unica pala a destinazione pubblica che Van Dyck esegue per la Liguria: una monumentale Crocifissione di grande intensità.

Ad accogliere i visitatori all’inizio del percorso è invece uno degli highlight della mostra: il primo autoritratto conosciuto del pittore, eseguito quando Van Dyck era ragazzino, all’incirca quindicenne. L’opera è in prestito dall’Accademia di Belle Arti di Vienna e permetterà di comprendere sin da subito la genialità dell’artista.
Tra gli altri prestiti eccezionali, il Ritratto di Carlo V a cavallo dagli Uffizi di Firenze, il ritratto di Alessandro, Vincenzo e Francesco Maria Giustiniani Longo dalla National Gallery di Londra, il Sansone e Dalila della Dulwich Picture Gallery di Londra. Dal Louvre arriva il Ritratto dei Principi Palatini, mentre di grande impatto sono un eccezionale e modernissimo studio per la figura di San Gerolamo con un vecchio dipinto a grandezza naturale della Phoebus Foundation e Le tre età dell’uomo come Vanitas conservato al Museo civico di Palazzo Chiericati di Vicenza.

Genova con le sue collezioni civiche avrà un ruolo rilevante nell’accogliere i tanti visitatori da fuori città, ma anche i genovesi, grazie a un percorso di valorizzazione dei dipinti di Van Dyck e dei suoi contemporanei nordici allestiti nei meravigliosi spazi dei Musei di Strada Nuova (Palazzo Rosso e Palazzo Bianco) e dei Musei Nazionali di Genova Palazzo Reale, Palazzo Spinola). L’incanto e lo stupore della mostra di Palazzo Ducale potranno proseguire infatti grazie alla segnalazione di itinerari a Genova, città dove Van Dyck risiedette a lungo e dove ha lasciato segni tangibili della sua presenza.
La mostra è stata preceduta da anni di ricerche da parte delle curatrici e di un prestigioso gruppo di studiosi internazionali, così da presentare un lavoro critico corale firmato dai maggiori e più aggiornati specialisti dell’artista. Il catalogo è edito da Allemandi (in Italia) e avrà una edizione inglese a cura della casa editrice belga Hannibal Books.
Curata da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen, l’esposizione si avvale di un comitato scientifico onorario internazionale, composto da prestigiosi studiosi italiani e stranieri: Anna Maria Bava, Direttrice della Galleria Sabauda e Responsabile del Patrimonio dei Musei Reali di Torino; Maria Grazia Bernardini, già direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini e del Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo a Roma; Raffaella Besta, direttrice dei Musei di Strada Nuova di Genova; Nils Büttner, Presidente del Centrum Rubenianum di Anversa e professore della Staatliche Akademie der Bildenden Künsten di Stoccarda; Luca Lo Basso, Università degli Studi di Genova; Gregory Martin, membro dell’Editorial Board del Corpus Rubenianum Ludwig Burchard e del Rubenianum Fund di Anversa, viceconservatore alla National Gallery di Londra; Jennifer Scott, Direttrice della Dulwich Picture Gallery di Londra; Alejandro Vergara, Senior Curator of Flemish Art and Northern Schools, Museo del Prado, Madrid; Hans Vlieghe, professore emerito dell’Università di Leuven e membro dell’Editorial Board del Corpus Rubenianum L. Burchard di Anversa e Bert Watteeuw, direttore del Museo Rubenshuis di Anversa.

Info:
VAN DYCK L’EUROPEO. IL VIAGGIO DI UN GENIO DA ANVERSA A GENOVA E LONDRA
Genova Palazzo Ducale – Appartamento e Cappella del Doge dal 20 marzo al 19 luglio 2026
Ingresso: intero 15€ ridotto 13€ – ridotto 14€ over65 ridotto 9€, under25 – ridotto 6€, dai 6 ai 18 anni compiuti
Orari: Lunedì: 14-19; martedì/domenica: 10-19; venerdì: apertura fino alle 20
Catalogo: Allemandi editore (italiano) Hannibal Books (inglese)
Palazzo Ducale – Massimo Sorci – msorci@palazzoducale.genova.it tel. +39 010 8171626 – 335 5699135
www.palazzoducale.genova.it

ROMA. “Da Vienna a Roma. Le meraviglie degli Asburgo dal Kunsthistorisches Museum” in mostra al Museo del Corso.

Due storie diverse che nei secoli si sono intrecciate più volte e a lungo, restando legate dalle comuni radici cristiane dell’Occidente, sono al centro della mostra “Le meraviglie degli Asburgo” dal Kunsthistorisches Museum di Vienna, aperta fino al 5 luglio a Roma al Museo del Corso di Palazzo Cipolla.
Promossa e prodotta dalla Fondazione Roma in collaborazione con il Kunsthistorishes Museum, curata da Cacilia Bischoff, storica dell’arte del KHM, l’esposizione riunisce opere commissionate fra il XVI e XIX secolo da grandi esponenti della Casa d’Asburgo, dall’imperatore Rodolfo II all’arciduchessa Isabella Clara Eugenia, dall’arciduca Leopoldo Guglielmo fino all’imperatrice Maria Teresa, figure apicali di un impero multietnico, multiculturale e multireligioso che fece dell’arte uno strumento di cultura, di diffusione del sapere.
Una mostra che invita a riflettere sul dialogo fra due storiche capitali europee come Vienna e Roma unite dal linguaggio dell’arte, la pittura in particole col tramite dell’architettura. Al centro la pittura europea tra Cinquecento e Ottocento in tutte le sue articolazioni, vista attraverso l’ottica del gusto collezionistico della famiglia imperiale degli Asburgo che sono stati raffinati promotori, committenti e acquirenti dell’arte europea in tutte le sue manifestazioni di cui la mostra è preziosa testimonianza. Con nomi di primo piano, geni che hanno segnato in modo indelebile la storia dell’arte del loro paese e del mondo intero. Artisti come Arcimboldo, Velazquez, Rubens, van Dyck, Cranach, Tintoretto, Veronese, Orazio Gentileschi, Caravaggio…
Un prezioso saggio di questa vorace passione collezionistica degli Asburgo è visibile fino 5 luglio al Museo del Corso a Palazzo Cipolla in una mostra. avvincente che presenta per la prima volta esemplari di grandissimo pregio.

Al centro del progetto espositivo, la curatrice colloca la pittura europea fra Cinquecento e Ottocento vista nella particolare ottica della famiglia imperiale degli Asburgo, raffinati promotori, committenti e acquirenti dell’arte europea nelle sue diverse declinazioni di cui sono testimonianza i capolavori in mostra.
Esposti per la prima volta in Italia raccontano la storia dell’impero asburgico, un impero che ha cercato di valorizzare l’arte come strumento di rappresentazione identitaria e al contempo di diffusione del sapere ed apertura al dialogo fra le civiltà integrando tradizioni diverse e anticipando in qualche modo l’idea stessa di Europa. Che si ritrova lungo il percorso espositivo a cominciare dai manifesti che hanno come immagini lancio “L’incoronazione di spine” di Caravaggio, “L’inverno” di Giuseppe Arcimboldo, l’ ”Infanta Margherita in abito blu “ di Diego Velazques, che tanto amava ritrarre la figlia del re Filippo IV di otto anni.
Cuore della mostra, scenografico l’allestimento, è la pittura europea fra cinquecento e seicento nelle sue diverse sfaccettature e generi, opere collezionate e commissionate fra il XVI e il XIX secolo dagli esponenti principali della Casa d’Asburgo, dall’imperatore Rodolfo II fino all’imperatrice Maria Teresa che trasformarono la loro corte in centri di elaborazione culturale riunendo i capolavori più raffinati del loro tempo e artisti provenienti da tutta Europa, dall’Italia come dalla Spagna, dalle Fiandre come dai paesi germanici.

Pittura, scultura, arti decorative, mirabilia naturali a formare una visione enciclopedica del sapere, cifra della collezione asburgica che univa tutto questo in dialogo fra scuole e tradizioni differenti. Come si vede in una grande mappa a inizio del suggestivo percorso espositivo, che si snoda fra ricostruzioni e immagini dei protagonisti della Casa d’Asburgo che commissionarono e raccolsero le opere d’arte esposte. Una collezione che si configura come una mappa culturale dell’Europa che non esisteva ancora come progetto politico, ma che forse ne anticipava lo spirito attraverso l’arte. Cuore della rassegna è la pittura europea fra cinquecento e seicento, la grande stagione fiamminga con le opere di Rubens, Anthony van Dyck, Jan Brueghel il Vecchio. E Anversa come nodo centrale della rete artistica. La sezione dedicata alla pittura olandese del Seicento è espressione della società borghese protestante in ascesa, mentre la pittura tedesca si presenta con Lucas Cranach. E la pittura italiana grazie alle acquisizioni dell’Arciduca Leopoldo Guglielmo diventa il fulcro simbolico della collezione viennese con opere di Tiziano, Tintoretto, Veronese, Orazio Gentileschi, Guido Cagnacci, Giovanni Battista Moroni. Ad emblema di questa svolta l’”Incoronazione di spine” di Caravaggio, datata 1603 – 1605, un capolavoro assoluto.

Da un lato i tesori d’arte dall’altro uno spaccato degli edifici che li ospitano, che hanno qualcosa in comune pur così diversi e lontani. Due palazzi emblematici dei loro ideatori: il Kuns progettato da Gottfried Semper e Carl Hasenauer inaugurato nel 1891 nell’ambito del grande piano urbanistico voluto dall’imperatore Francesco Giuseppe I e Palazzo Cipolla sede romana della mostra, opera di Antonio Cipolla, l’ultimo edificio della Roma pontificia e il primo della Roma italiana. Gli autori sono attivi negli stessi decenni e interpreti sensibili della cultura storicistica europea. Progettisti che condividono una concezione dell’architettura come spazio pubblico inclusivo che trasforma l’ambiente costruito in un luogo accessibile, abbattendo barriere fisiche e culturali, che mette in discussione ogni separazione tra etica, estetica e politica. Un progetto, dunque, di alto spessore culturale che in un periodo segnato da tensioni e sfide globali riafferma la volontà unificante dell’arte e della cultura e le responsabilità dell’Europa nei confronti del proprio patrimonio.

Autore: Laura Gigliotti

Fonte: www.quotidianoarte.com 18 mar 2026

ROMA. Il Museo delle Civiltà di Roma festeggia 50 anni con una mostra ed una nuova direttrice.

Era il 1876 quando l’archeologo Luigi Pigorini inaugurava a Roma il Museo Preistorico ed Etnografico.
Un polo fondato sul legame tra la storia culturale dell’Italia, le relazioni culturali internazionali e l’evoluzione disciplinare, etica e formativa dei musei, di cui oggi si fa portavoce il Museo delle Civiltà, celebrando i cinquant’anni della nascita del polo museale con la mostra “Origini e Prospettive. Dal Museo Preistorico ed Etnografico di Luigi Pigorini al Museo delle Civiltà: storia di un museo (1876–2026)”, visitabile fino al 28 giugno 2025.
Un traguardo importante, segnato anche da un cambio alla direzione del museo romano. Allo storico dell’arte Andrea Viliani, attualmente coordinatore e curatore della DHGP – Digital Heritage Gateway Platform (piattaforma digitale del patrimonio culturale italiano), succede, in qualità di direttrice delegata, l’archeologa Luana Toniolo, già direttrice del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, alla quale abbiamo rivolto alcune domande.

Curato da Paolo Boccuccia e Camilla Fratini con Myriam Pierri (con la supervisione generale di Andrea Viliani), il progetto espositivo si articola in due parti, rappresentando le due facce della stessa medaglia. Da un lato, la ricostruzione del museo del 1876 e del progetto museografico pigoriniano, riletto criticamente; dall’altro, la presentazione del museo di oggi, con due percorsi distinti tra archeologia preistorica ed etnografia e due installazioni (firmate dallo studio di architettura 2050+ e dall’artista Shimabuku) dedicate ai processi di aggiornamento, all’incremento dell’accessibilità (fisica e cognitiva) ed alle pratiche di compartecipazione attivate dentro e fuori il museo.
Attraverso documenti, reperti, arredi e supporti espositivi d’epoca, il percorso ricostruisce lo sviluppo dell’archeologia preistorica e dell’etnografia in Italia, ripercorrendo le trasformazioni che hanno condotto all’attuale configurazione e missione del museo.

Intervista a Luana Toniolo, nuova direttrice del Museo delle Civiltà di Roma:
Un testimone importante, quello della direzione del Museo delle Civiltà di Roma. Come prospetta questa nuova avventura e quanto durerà il suo mandato?
Penso circa un anno. Innanzitutto ci sono moltissimi progetti già avviati e io arrivo in un momento in cui questi sono in una fase di maturazione avanzata. Sarà quindi fondamentale proseguire nello spirito con cui sono stati avviati, ed è chiaramente questo il mio programma.

Ci dica di più su questi progetti in cantiere…
L’elemento principale sarà portare a termine, entro la fine dell’anno, il riallestimento delle sezioni dedicate a Oceania, America e Africa, che si basa – come tutti gli interventi del Museo delle Civiltà – su un approccio interdisciplinare. Il progetto ha previsto il coinvolgimento di comunità native e studiosi ed è il risultato di diverse research fellowship svolte precedentemente presso il museo. Si tratta di progetti corali, basati su forme di co-progettazione, che dimostrano la metodologia sviluppata e portata avanti in questi anni e che intendo perseguire fino alla fine del mandato.
Lavoreremo inoltre al cosiddetto “grande progetto” del riallestimento dell’Asia, una delle nostre collezioni più importanti, che include anche quella dell’ex Museo Nazionale d’Arte Orientale. A questo si affiancherà una serie di mostre che occuperanno lo Spazio delle Colonne e il Salone d’Onore, dedicate a diverse tematiche e approfondimenti.

Oltre a essere valorizzata da un punto di vista storico-artistico, la collezione d’arte orientale prevede anche un dialogo con l’arte contemporanea?
Certamente. Questa è stata la linea sviluppata in questi anni, con numerose ricerche in corso. Si è lavorato in modo coerente su tutte le parti della collezione, prevedendo installazioni di opere d’arte contemporanea di artisti internazionali, acquisite tramite il PAC (Piano per l’Arte Contemporanea) o attraverso donazioni. Queste opere mostrano il legame tra le nostre collezioni e i linguaggi contemporanei.

Oltre a quelli in cantiere, quali sono i progetti ex novo?
Ci sarà una grande mostra, curata dalla Direzione Generale Musei, che in autunno riattiverà altri spazi del museo. Sarà sicuramente uno degli impegni principali, trattandosi di un progetto corale di grande portata. Anche in questo caso, il focus sarà sull’accessibilità, con una nuova lettura di opere importantissime conservate nei nostri musei. Come ha detto più volte Andrea Viliani, il Museo delle Civiltà è un “museo di musei”.

Dal Museo delle Civiltà al Metaverso museale. Parola ad Andrea Viliani
Come potrebbe descrivere il Museo delle Civiltà di Roma?
“Civiltà” significa, nella cultura latina, città, ovvero aggregazione umana: il luogo in cui le persone creano insieme una società e quindi la sua cultura. Tuttavia, non per tutte le culture la città rappresenta questo tipo di aggregazione. Già l’uso di questo nome, al plurale, implica un’apertura all’interpretazione delle parole e delle culture, alla possibilità di narrazioni plurali e punti di vista diversi.

Ci spieghi meglio…
È un museo in cui si celebra la straordinaria potenzialità della creatività umana in tutte le sue forme, in dialogo con le altre specie viventi. Il museo custodisce infatti non solo collezioni culturali, ma anche scientifiche, che documentano la presenza sul pianeta e l’evoluzione di esseri umani, animali, piante e minerali. Si tratta quindi di un viaggio nello spazio e nel tempo, che racconta il dialogo tra le culture e la convivenza tra le specie. Ricordare il passato per progettare il futuro significa mettere consapevolezza in ogni servizio programmato e porre al centro il pubblico, il suo diritto di comprendere e di avere un accesso libero e partecipato alle collezioni.
Tutto ciò porta a definire il Museo delle Civiltà come un’istituzione capace di essere al tempo stesso antica e contemporanea. In questo senso, anche grazie alla crescente attenzione del sistema museale nazionale all’accessibilità, quest’ultima non riguarda solo la dimensione fisica, ma anche la possibilità di offrire una narrazione plurale, in cui tutte le abilità possano vivere un’esperienza soddisfacente.

E l’apertura al metaverso museale con il coordinamento e la curatela del DHGP – Digital Heritage Gateway Platform?
Aprire il museo alle esigenze di tutti i pubblici, nella loro diversità, ha portato negli ultimi mesi all’interesse della Direzione Generale Musei per la definizione di un metodo di lavoro per la creazione del metaverso del patrimonio culturale. Si tratta di trasferire la complessità, il fascino e anche le contraddizioni della cultura umana in uno spazio-tempo ulteriore, quello digitale. Portare la cultura nel digitale significa portare l’umano, affinché non sia assente ma protagonista anche in questo ambito, così come lo è nel mondo reale.
È una sfida che sono felice di intraprendere, grazie alla fiducia della Direzione Generale Musei. Credo che il lavoro svolto al Museo delle Civiltà giustifichi pienamente la possibilità di interrogarsi sulle potenzialità, sui rischi e sulle narrazioni legate alla trasposizione del patrimonio culturale nel metaverso.

Info:
Fino al 28 giugno 2026
Origini e Prospettive. Dal Museo Preistorico ed Etnografico di Luigi Pigorini, al Museo delle Civiltà: storia di un museo (1876–2026) – Museo delle Civiltà – Piazza Guglielmo Marconi 14, Roma

Autore: Valentina Muzi

Fonte: www.artribune.com 19 mar 2026

ASTI. Il Museo Paleontologico Territoriale dell’Astigiano. Echi di un mondo perduto.

Con una collezione di 14.000 fossili di provenienza astigiana, appartenenti prevalentemente all’epoca pliocenica, il Museo Paleontologico Astigiano è uno dei musei del Piemonte più interessanti nel suo genere.
Qui si trovano anche fossili di mammiferi marini. Prima delle terre dei vini e dei tartufi, prima dei vigneti e delle colline, prima della Pianura Padana e dell’esistenza del Po, il territorio che oggi definiamo Monferrato era molto diverso.
Per tutto il periodo del Pliocene Inferiore, tra i 5,5 milioni ed i 3 milioni di anni fa, l’area piemontese delle Langhe e del Monferrato era bagnata dal mare che ricopriva l’intera pianura “protopadana”: per questa ragione, sono molti i reperti che ci rivelano la presenza di conchiglie, animali marini e perfino grandi mammiferi.
Grazie alla peculiare storia del nostro territorio, al Museo Paleontologico di Asti è possibile osservare i resti di Tersilla, una balenottera ritrovata nel 1993 nella frazione San Marzanotto. Il museo espone anche i resti di una seconda balenottera, chiamata “Viglianottera”, perché ritrovata sul territorio di Vigliano d’Asti.
Nel complesso, il museo paleontologico astigiano custodisce una delle più importanti collezioni di cetacei d’Italia, comprendendo, oltre alle due balenottere già citate: la Balena di Chiusano d’Asti, il Delfino di Settime (AT) (Septidelphis morii), il Delfinide di Belangero (AT).

L’esposizione si sviluppa con una prima parte dedicata alla paleontologia generale e quella territoriale, con focus sui periodi del Miocene e del Pliocene, e con una carrellata di eventi degli ultimi 25 milioni di anni.
Nella seconda parte del percorso troviamo invece i resti scheletrici fossili dei cetacei astigiani e gli altri reperti che compongono la vasta collezione del museo.
Al termine dell’allestimento, un affascinante acquario riproduce l’ecosistema subtropicale del mare padano di 25 milioni di anni fa.

Il museo ospita anche mostre temporanee, come, ad esempio attualmente, una mostra di acquerelli di Floriana Porta dal titolo “Echi di un mondo perduto”: acquerelli tra i fossili al Museo Paleontologico, visitabile dal 22 marzo al 28 settembre 2026.
In una trentina di opere su carta la pittrice torinese fa convivere ciò che le è caro: lo spirito femminile, l’impronta della natura, l’essenza di un lontano passato, quello del Mare Padano, a cui rende omaggio con pennellate blu indaco.
La presidente del Parco Paleontologico Astigiano, Sara Rabellino, ha personalmente scelto l’immagine, “In ascolto della natura selvatica”, della locandina: una donna è attenta a captare ogni minimo suono (forse un segreto?) mentre le felci si allargano armoniosamente intorno a lei.
“La mostra di Floriana Porta – osserva Sara Rabellino – è un rimando continuo a ciò che conserviamo al museo ed a ciò che custodiamo nelle aree protette. Le felci acquarellate, per esempio, ci ricordano che nelle nostre collezioni fossili abbiamo foglie vissute sugli alberi milioni di anni fa, mentre altre fronde vegetano nelle riserve naturali in cui siamo impegnati a salvaguardare la biodiversità”. “Con ‘Echi di un mondo lontano’ – conclude la presidente – promettiamo atmosfere di forte suggestione attraverso cui far conoscere il nostro straordinario patrimonio paleontologico e naturalistico”.
Nel mondo di pennellate colorate, create da Floriana Porta, ritratti di donne, simbolo di fertilità e vita, coabitano con ciò che il Mare Padano ha lasciato in eredità, a partire dalle balene: ancora una saldatura con la realtà del museo e degli affioramenti di conchiglie nei geositi. Il rosso ruggine, che segna alcuni lavori, rimanda “al ferro ossidato – spiega la pittrice – miscela calda e terrosa per alternare i colori caldi e freddi, creando contrasti dinamici”.

Info:
L’esposizione, promossa con il Distretto Paleontologico dell’Astigiano e del Monferrato (Palazzo del Michelerio, corso Vittorio Alfieri, 381 – 14100 Asti), resterà aperta al pubblico dal 22 marzo al 28 settembre 2026.
Orario: lunedì-venerdì 11-17, sabato e domenica 11-18 (chiuso martedì ed a Pasqua, 5 aprile).
Il biglietto a 7 euro (ridotti 5) consentirà la visita anche alle collezioni del Museo.
Tel. 0141 592091 – E-mail: info@astipaleontologico.it

ROMA. Il volto delle donne. 8O anni di Repubblica. Storie di ingegno, dalle grandi artiste alle Madri Costituenti.

“Il volto delle donne. 80 anni di Repubblica: storie di ingegno, tra le grandi artiste e Madri Costituenti”.
Il Senato della Repubblica ed il Ministero della Cultura promuovono una mostra, 6 marzo-7 giugno 2026, che celebra il ruolo delle donne nella storia della Repubblica Italiana.
Per la prima volta a Palazzo Madama, sfilano capolavori di: Artemisia Gentileschi, Sofonisba Anguissola, Lavinia Fontana, Rosalba Carriera e altre pittrici eccellenti tra XV e XIX secolo. L’imponente e più che significativo, evento, inaugurato dal Presidente del Senato, Ignazio La Russa, e dal Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, dedica una sezione all’attività delle Madri Costituenti, che 80 anni fa contribuirono alla stesura della Costituzione Italiana, e si avvale dell’organizzazione dei Musei Nazionali di Perugia – Direzione regionale Musei nazionali Umbria.
Inserita all’interno del calendario delle celebrazioni, l’esposizione si concentra sul contributo delle donne alla storia artistica e civile del Paese, mettendo in dialogo opere di straordinarie protagoniste dell’arte, con le vicende delle Madri Costituenti.
L’itinerario prende le mosse dal Quattrocento, epoca in cui alcune artiste italiane riuscirono per la prima volta a ritagliarsi un ruolo professionale in un contesto saldamente dominato dagli uomini, e si sviluppa fino ai primi decenni dell’Ottocento, quando la presenza femminile si afferma con maggiore evidenza anche nell’ambito delle Accademie e nelle reti artistiche internazionali.
Accanto a questo racconto, costruito attraverso tredici capolavori provenienti da importanti istituzioni museali: dal Museo di Capodimonte alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, dalla Galleria Corsini alla Pinacoteca Nazionale di Bologna, dalla Galleria Nazionale dell’Umbria al Museo Davia Bargellini di Bologna, la mostra propone a Palazzo Madama anche un approfondimento sulle Madri Costituenti, curato dalla Biblioteca del Senato.
I visitatori potranno così conoscere le ventuno donne che parteciparono ai lavori dell’Assemblea Costituente, nel cui ottantesimo anniversario si colloca questa iniziativa. Il “volto” evocato nel titolo rimanda ai volti delle donne al centro dell’esposizione: figure femminili che le artiste hanno rappresentato nelle proprie opere e che spesso coincidono con immagini di sante, sovrane ed eroine, talvolta interpretate attraverso il linguaggio dell’autoritratto.
Tra il XV secolo e l’Ottocento, furono pochissime le donne che poterono esercitare il mestiere di miniatrici, pittrici o scultrici. In larga parte si trattava di figlie di pittori o di mercanti d’arte, poiché i percorsi formativi erano per lo più riservati agli uomini. Per questa ragione, l’apprendimento del mestiere avveniva spesso all’interno dell’ambiente familiare. Anche quando riuscivano a raggiungere una piena professionalità, molte artiste, per ottenere incarichi e sostenersi economicamente, dipendevano dalla mediazione di figure maschili – padri, fratelli o mariti –nei rapporti con la committenza. Pur entro questi limiti, esse seppero costruire un linguaggio autonomo ed una riconoscibile identità espressiva, che nel tempo incontrarono un consenso sempre più ampio. In numerosi casi, proprio la scelta dei soggetti e la particolare sensibilità nella rappresentazione del mondo femminile contribuirono a rendere le loro opere originali, apprezzate e ricercate da collezionisti e mecenati di prestigio. Benché osteggiate, si evidenzia tra l’altro nel comunicato, da molti colleghi uomini, che tendevano ad escluderle dalle grandi commissioni pubbliche – come pale d’altare monumentali, cicli ad affresco e decorazioni ufficiali – adducendo il pretesto che non conoscessero l’anatomia maschile per non averla studiata dal vero, molte di loro riuscirono comunque a conquistare ambiti di libertà creativa, lasciando un’impronta duratura nella storia dell’arte. La loro vicenda professionale rappresenta uno dei percorsi che, nel lungo periodo, hanno favorito il cammino dell’emancipazione femminile ed il riconoscimento pubblico del talento delle donne. Anche grazie all’opera delle artiste, infatti, la presenza femminile ha progressivamente trovato spazio nella costruzione della vita pubblica.
In questa prospettiva, il percorso si conclude idealmente con i ritratti delle ventuno Madri Costituenti, elette il 2 giugno 1946 nell’Assemblea Costituente e protagoniste del processo di elaborazione della Costituzione Italiana. Le artiste presenti in mostra sono, in ordine cronologico: Properzia de’ Rossi, Plautilla Nelli, Sofonisba Anguissola, Lavinia Fontana, Artemisia Gentileschi, Elisabetta Sirani, Rosalba Carriera, Angelica Kauffman, Élizabeth Vigée Le Brun.
Le Madri Costituenti sono: Anna Maria (Maria) Agamben Federici, Adele Bei, Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Elisabetta (Elsa) Conci, Maria De Unterrichter Jervolino, Filomena Delli Castelli, Nadia Gallico Spano, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi Cingolani, Leonilde (Nilde) Iotti, Teresa Mattei, Angelina (Lina) Merlin, Angiola Minella Molinari, Rita Montagnana, Maria Nicotra, Teresa Noce, Ottavia Penna Buscemi, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, Vittoria Titomanlio.
La mostra si configura dunque come un tributo, ma anche come un’esortazione a proseguire nel lavoro di ricerca, studio e valorizzazione del ruolo svolto dalle donne nella storia nazionale.
Il catalogo dell’esposizione, pubblicato dalla casa editrice Moebius, raccoglie i contributi introduttivi del Presidente del Senato Ignazio La Russa, del Ministro della Cultura Alessandro Giuli, del Capo del Dipartimento per la valorizzazione del patrimonio culturale, dott.ssa Alfonsina Russo, e del Direttore Generale Musei, professor Massimo Osanna. Include, inoltre, i testi di Federico Silvio Toniato, Segretario Generale del Senato della Repubblica, di Costantino D’Orazio, Direttore dei Musei Nazionali dell’Umbria, di Melania Mazzucco, scrittrice e saggista. Completano il volume le schede delle opere, redatte dagli storici e storiche dell’arte della Galleria Nazionale dell’Umbria e della Pinacoteca Nazionale di Bologna, accompagnate dai profili biografici delle artiste, curati da Francesco Pappalardo, nonchè la sezione dedicata alle Madri Costituenti, curata dalla Biblioteca del Senato.
La mostra, ad ingresso gratuito, è aperta al pubblico dalle ore 10.00 alle ore 20.00 nei seguenti giorni: 6-7-8-9 marzo, 25-26 aprile, 1-2-3 maggio, 9-10 maggio, 30 maggio, 1-2 giugno, 6-7 giugno. I visitatori potranno presentarsi all’ingresso di Palazzo Madama e ritirare il titolo d’accesso.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennario@libero.it