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TORINO. Antonello da Messina: due uomini, due sorrisi, due capolavori.

Bastano due quadri per costruire una mostra, quando i quadri sono due Antonello da Messina.
Dal 12 novembre 2026 al 22 febbraio 2027 Palazzo Madama a Torino mette uno di fronte all’altro il proprio Ritratto d’uomo, meglio conosciuto come «Ritratto Trivulzio», ed il celebre “Ritratto d’uomo” del Museo Mandralisca di Cefalù. Due piccole tavole, due uomini di cui ancora ignoriamo l’identità, due vertici della ritrattistica del Quattrocento che consentono di osservare quasi al microscopio una delle trasformazioni decisive introdotte da Antonello nella pittura europea: la progressiva conquista dell’interiorità.

«L’enigma del sorriso. Antonello da Messina tra Cefalù e Torino» arriva a Palazzo Madama dopo la prima tappa al Museo Mandralisca, dove fino al 4 novembre il “Ritratto Trivulzio” è stato esposto per la prima volta in Sicilia. Il movimento adesso si inverte. È il dipinto di Cefalù a lasciare temporaneamente l’isola per raggiungere Torino e ritrovare il suo interlocutore. La doppia sede costituisce parte integrante del progetto: prima il ritorno del Trivulzio nel contesto mediterraneo, quindi l’arrivo del Mandralisca nel museo che custodisce uno degli esiti più compiuti della stagione matura di Antonello. Il confronto acquista particolare significato perché Antonello da Messina è un artista che raramente si può studiare attraverso grandi concentrazioni di opere. Il corpus sopravvissuto è relativamente ristretto e disperso fra musei e collezioni internazionali. Qui la scelta è opposta alla logica della grande monografica: ridurre il campo a due dipinti ed aumentare l’intensità dello sguardo.

Il Ritratto d’uomo di Cefalù, databile intorno al 1470, è entrato nell’immaginario collettivo attraverso il suo sorriso ambiguo e la fortuna letteraria dell’«ignoto marinaio», alimentata soprattutto dal romanzo di Vincenzo Consolo, del quale nel 2026 ricorrono cinquant’anni dalla pubblicazione. Il personaggio rimane senza nome, ma Antonello gli attribuisce una presenza difficilmente dimenticabile. Lo sguardo intercetta quello dell’osservatore, la bocca sembra sul punto di modificare la propria espressione, il volto appare attraversato da un pensiero che non riusciamo a conoscere.

Nel «Ritratto Trivulzio», firmato e datato 1476, qualcosa è cambiato. L’immagine si fa più concentrata, gli elementi accessori vengono quasi eliminati ed il volto acquista una monumentalità autonoma. Il sorriso è appena percettibile, lo sguardo più fermo. Se nell’uomo di Cefalù sembra ancora accadere qualcosa, quello di Torino sembra semplicemente esserci. La luce organizza i volumi e costruisce una presenza fisica e mentale insieme. Sei anni circa separano i due dipinti. Sono sufficienti per rendere visibile una trasformazione linguistica. Nel primo la materia pittorica mantiene una vibrazione epidermica e narrativa; nel secondo la luce assume quasi una funzione architettonica, organizzando il volto secondo una sintesi più severa. Il confronto permette così di seguire il passaggio dalla descrizione psicologica a una concezione più assoluta dell’identità.

Antonello aveva assimilato esperienze differenti: il Mediterraneo e Napoli aragonese, la precisione luministica della pittura fiamminga, la cultura prospettica italiana e infine Venezia. Da questa circolazione di modelli nasce una soluzione nuova. Il ritratto smette progressivamente di registrare soltanto le sembianze e comincia a costruire una persona. Il fondo scuro elimina quasi ogni distrazione narrativa; la posizione di tre quarti rompe la rigidità della tradizione; luce, occhi ed impercettibili movimenti della bocca instaurano una relazione diretta con chi guarda. La questione del sorriso diventa allora molto più di un dettaglio iconografico. Nel Mandralisca è mobile, ironico, persino provocatorio; nel Trivulzio è contratto ed interiorizzato. Sono due diverse strategie attraverso cui Antonello introduce nel dipinto qualcosa che la pittura non può realmente rappresentare: la coscienza di chi viene rappresentato. È precisamente intorno alla trasformazione del volto in «spazio della coscienza» che è stato costruito il progetto scientifico della mostra.

A rendere ancora più interessante l’operazione è la storia materiale dei due dipinti. Il ritratto siciliano venne acquistato a Lipari nel 1859 dal barone Enrico Pirajno di Mandralisca ed attribuito ad Antonello da Giovan Battista Cavalcaselle l’anno successivo. Il Trivulzio, proveniente dalla Galleria Rinuccini di Firenze e passato nella collezione Trivulzio di Milano, entrò invece nel 1935 nelle raccolte del Museo Civico di Torino. Due differenti storie collezionistiche hanno dunque condotto due uomini dipinti dallo stesso artista verso estremità diverse della penisola. Il loro incontro assume per questo anche una dimensione museologica. La collaborazione tra Fondazione Culturale Mandralisca e Palazzo Madama mette temporaneamente in movimento due opere identitarie delle rispettive collezioni. A Cefalù il Trivulzio ha incontrato il territorio dal quale prende avvio la vicenda artistica antonelliana; a Torino il Mandralisca entra nel sistema di una grande collezione pubblica e permette di rileggere il dipinto piemontese attraverso il confronto diretto.

La tappa torinese arriverà inoltre pochi mesi dopo il clamoroso furto al MuMe di Messina di tre tavole superstiti del Polittico di San Gregorio e della tavoletta bifronte attribuita ad Antonello. È una coincidenza estranea alla genesi della mostra, ma impossibile da ignorare. La dispersione storica del corpus antonelliano e la vulnerabilità contemporanea del patrimonio hanno improvvisamente riportato al centro dell’attenzione la geografia delle sue opere. A Palazzo Madama, però, la risposta è tutta affidata alla pittura. Due volti, nessuna identità certa, quasi nessun elemento accessorio. A distanza di oltre cinque secoli continuano a guardarci. Ed è forse questa la conquista più radicale di Antonello: avere trasformato il ritratto da immagine di qualcuno nella presenza, ancora attiva, di un individuo.

Autore: Bianca Castelbarco Albani

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com 25 ago 2026

TAORMINA (Me). Corrado Cagli: Nostoi. Roma New York Taormina.

Mostra dedicata ad una delle figure più originali e internazionali dell’arte italiana del Novecento, profondamente legata alla città siciliana. Curata da Raffaele Bedarida, con la direzione artistica di Franco Baldasso, l’esposizione è promossa da Babilonia Centro di Lingua e Cultura Italiana in collaborazione con Archivio Corrado Cagli di Roma, Fondazione Taormina, Comune di Taormina, Bard College di New York e Sapienza Università di Roma.

La mostra, Corrado Cagli: Nostoi. Roma New York Taormina,  nasce dal rinnovato interesse internazionale per l’opera di Cagli (1910-1976), culminato nell’esposizione curata da Raffaele Bedarida al Center for Italian Modern Art di New York nel 2023, dedicata al suo percorso tra Roma e gli Stati Uniti, dall’esilio alla guerra fino al ritorno in Italia nel 1948. Durante la Seconda Guerra mondiale Cagli si arruolò nell’esercito statunitense, partecipò alla campagna d’Europa ed a New York condivise l’esperienza degli esuli europei. La mostra newyorkese era incentrata sul tema della memoria intesa come strategia della complessità e di resistenza alle narrazioni vigenti e si concludeva col suo controverso ritorno in Italia nel 1948.
L’esposizione di Taormina amplia il precedente newyorkese concentrandosi anche sul rapporto dell’artista con la Sicilia. Il titolo Nostoi richiama il tema omerico del ritorno in patria di Ulisse che per Cagli è fondamentale, ma anche impossibile in quanto non coincide con la nostalgia dei luoghi del passato ma con una continua ridefinizione della propria identità.
Roma, New York e Taormina rappresentano i principali luoghi della sua vicenda umana ed artistica: dalla Roma fascista e del dopoguerra, alla New York dell’esilio e della rinascita, fino alla Taormina degli anni Sessanta, crocevia internazionale di artisti e intellettuali.

La scelta di Palazzo Corvaja dialoga profondamente con la ricerca dell’artista: edificio stratificato per storia e architettura, ospita un percorso espositivo curato dall’architetto Pietro Airoldi che mette le opere di Cagli in relazione con gli spazi, dalla sezione dedicata al muralismo fino a quella sul rapporto con la Sicilia, allestita nelle sale che ospitarono il primo Parlamento Siciliano.
Un capitolo della mostra è dedicato alla rete internazionale di collaborazioni costruita da Cagli con figure come Charles Olson, Igor Stravinsky, Danilo Dolci e George Balanchine. Opere donate da amici e collaboratori restituiscono uno sguardo inedito sulla comunità degli intellettuali in esilio negli Stati Uniti e sui rapporti che l’artista continuò a coltivare tra Roma e Taormina con personalità quali Saul Steinberg, Eugene Berman, Henri Cartier-Bresson e Victor Brauner.
L’esposizione ricostruisce inoltre il carattere cosmopolita della Taormina del secondo dopoguerra, con un focus su Casa Cuseni, centro della vita culturale cittadina e luogo d’incontro di artisti, attivisti e sostenitori delle libertà civili. Qui trova spazio “Piccolo Processo”, opera dedicata al magistrato Giuseppe Navarra ed ispirata alle difficoltà della magistratura nel contrasto alla mafia dopo la strage di Viale Lazio (1969), testimonianza dell’impegno condiviso da personalità come Danilo Dolci e Girolamo Li Causi nella difesa della legalità e della democrazia.

La mostra di Taormina, attraverso il tema del Nostos, restituisce il racconto di un artista che ha attraversato il fascismo, l’esilio, la guerra e la rinascita, trovando in Taormina un luogo privilegiato da cui ripensare la propria storia ed il proprio linguaggio artistico.

Info:
Il biglietto della mostra include anche la visita a Casa Cuseni, dove sarà esposta Piccolo Processo.
L’esposizione è accompagnata da un catalogo edito da Dario Cimorelli Editore, con contributi scientifici di Franco Baldasso, Raffaele Bedarida, John Champagne e Yasmin Riyahi.
Palazzo Corvaja – Piazza Vittorio Emanuele II – 98039 – Taormina (Me), dal 10 settembre al 20 ottobre 2026
Visitabile tutti i giorni dalle 10:00 alle 14:00 e dalle 15:30 alle 20:30
Biglietti: € Intero 10,00 – Ridotto 5,00 per scolaresche, residenti a Taormina, bimbi dai 6 ai 18 anni.
Informazioni: Elisa Aucello – elisa.aucello@gmail.com

VENARIA REALE (To). Sessanta grandi opere da Lione trasformano la Reggia in un atelier del Novecento.

Dove nasce un’opera d’arte? Prima ancora delle sale di un museo, esiste uno spazio più intimo e spesso invisibile: l’atelier. È da qui che nasce Atelier dei Moderni. Matisse, Braque, Picasso, Bacon, la mostra che, dal 2 ottobre 2026 al 14 febbraio 2027, porta alla Reggia di Venaria circa sessanta opere provenienti dal Musée des Beaux-Arts di Lione. Attraverso i lavori di alcuni dei grandi Maestri del Novecento, l’esposizione invita a rileggere la modernità non come una successione lineare di correnti, ma come una trama di incontri, influenze e trasformazioni, nata proprio nello spazio della creazione.

A cura di Sylvie Ramond, la mostra propone una lettura non lineare del XX Secolo, restituendone la complessità attraverso movimenti, influenze e connessioni. Accanto ai nomi più celebri — Henri Matisse, Pablo Picasso, Georges Braque e Francis Bacon — il percorso mette in dialogo artisti come Raoul Dufy, Max Ernst, Jean Dubuffet, Sonia e Robert Delaunay, Pierre Soulages, Nicolas de Staël e Simon Hantaï.
Ne emerge un Novecento inteso come un grande laboratorio di idee, nel quale ogni generazione raccoglie, trasforma e rilancia le intuizioni di quella precedente. Dall’esplorazione del colore alla frammentazione dell’oggetto, dall’inconscio alla non-figurazione, dall’arte informale al rapporto tra gesto, luce e spazialità.

Sono quindici le sezioni che articolano il progetto espositivo, alternando nuclei monografici e approfondimenti tematici. Il tema dell’atelier diventa il filo conduttore che permette di entrare nel cuore della creazione: non soltanto lo spazio fisico in cui l’opera prende forma, ma un luogo intimo di sperimentazione, confronto e scambio.
Alcune opere in mostra evocano direttamente questa dimensione, mentre le fotografie degli studi degli artisti disseminate lungo il percorso ne ampliano il racconto. Particolare attenzione è dedicata a Henri Matisse, per il quale l’atelier e la figura della modella rappresentano temi centrali di una lunga ricerca. A raccontarlo è anche Katia con la camicia gialla, del 1951, proveniente dal Musée des Beaux-Arts di Lione e scelta come immagine della mostra.

Il concetto di atelier non rimane confinato alle sale espositive, ma si estende anche al pubblico più giovane attraverso un programma di laboratori e percorsi educativi. Un’area didattica dedicata permetterà a ragazzi di entrare idealmente nello studio dell’artista, sperimentando tecniche e materiali.

Info:
Atelier dei Moderni // Dal 2 ottobre 2026 al 14 febbraio 2027
Matisse, Braque, Picasso, Bacon
Reggia di Venaria, Torino

Fonte: www.artribune.com 20 ago 2026

Michele Santulli. I Campi Elisi e l’abbiezione di oggi.

A Parigi l’arteria più maestosa e più prestigiosa conosciuta e celebrata in tutto il mondo, porta il nome di ‘Viale dei Campi Elisi’ e la sede del Capo dello Stato si chiama perfino ’Eliseo’. Che cosa dunque sono i ‘Campi Elisi’ di cui Parigi conserva gelosamente la memoria gloriosa?

Come ben si sa, la morte è da sempre connessa al grande mistero: che cosa c’è dopo? E l’uomo nel corso della sua storia si è arrovellato il cervello per conoscere e sapere: e le risposte e le ipotesi formulate sull’Aldilà sono multiformi e variegate a seconda dei luoghi e delle civiltà.
Qui vogliamo richiamare alla memoria come avevano risolto tale mistero gli antichi Romani ed esattamente nel momento storico della massima gloria e grandezza, vale a dire tra l’ultimo secolo della Repubblica ed il primo dell’Impero.

Tutti al momento fatale erano destinati ad un luogo chiamato Inferi oppure Averno oppure Ade e qui, a seconda della condotta in vita, i poeti e gli artisti avevano inventato differenti modi di espiazione a seconda delle rispettive condotte in vita.
Mentre, esclusivamente per gli eroi e per le persone buone, cioè gli eletti ed i prediletti degli dei, i Romani si inventarono un luogo speciale ed esclusivo di delizie e di bellezza e di godimento, in mezzo ai fiori, agli animali, agli alberi di frutta, al suono dei ruscelli limpidi che scorrevano ed al canto degli uccelli, dove non si conosceva né freddo né calura né ghiaccio, ma solo il lieve soffio degli zefiri cioè delle brezze delicate e dolci del mare contiguo: un luogo dunque di piacere e di riposo e di contemplazione delle anime, un luogo che nelle Scritture Orientali si chiamava Eden, cioè Paradiso Terrestre: esente da cure, bisogni ed affanni. I Romani come si sa erano non solo uomini di guerra, di legge e di cultura, ma anche di piaceri e di godimenti ed in particolare di quelli che chiamavano ‘otia’: coloro che lo potevano, si costruivano, per esempio, magioni e ville nei luoghi più ricercati ed ammirati: Capri, Sperlonga, Tivoli, Ischia, Napoli… Ma quella certamente più amata e più baciata dalla natura e dalla bellezza era la regione nota come Campi Flegrei dove erano, e sono, piccoli laghi somiglianti a smeraldi, golfi ed insenature e promontori che proteggevano dalle calamità e dalle intemperie, città e luoghi che erano il segno addirittura della predilezione degli dei e cioè Cuma, Bacoli,  Baia, Capo Miseno… e a vista d’occhio Ischia e Procida e un pò più distante la presenza miracolosa di Pompei ed Ercolano! Tutto intorno aranceti, piante di frutta, vitigni pregiatissimi, pini marittimi, verzura, ruscelli, animali, profumi ed odori e suoni unici al mondo, mentre al di sopra, più a settentrione, quasi a proteggere questo lembo di delizia e di magia, fumi e vapori ed acqua bollente e gas puteolenti che sprizzavano e schizzavano  fragorosamente dal suolo con rutti orribili tenendo lontani i mal intenzionati…

E in questa regione veramente felice unica dell’Impero, ineguagliabile, i Romani collocarono sia il loro Paradiso Terrestre e sia il loro Inferno! In quello puzzolente ed infuocato collocarono il regno dei morti che, come detto, chiamarono Inferi o Averno, dove era destinata la gente comune e cattiva; mentre tutto il territorio che si specchiava nel mare azzurro protetto dalla volta del cielo con lo sguardo verso Procida e Ischia….erano …i Campi Elisi, l’aldilà degli eroi e delle anime buone!
I campi Elisi erano cioè a Cuma, a Baia, intorno al lago di Fusaro, al lago di Lucrino, a Capo Miseno….
Che cosa era e che cosa è stato: leggere quello che hanno detto i Romani di questi luoghi incantati, a cominciare da Orazio, Plinio il Vecchio, il naturalista, colui che per primo ha visto e descritto la eruzione de Vesuvio, è qui che aveva scelto la sua dimora definitiva, ma soprattutto quello che ci hanno trasmesso i poeti e gli artisti principalmente europei che li hanno visitati regolarmente nel corso dei secoli fino al fatidico 1860: Goethe così sbalordito ed affascinato al cospetto di tanta storia e di tanta bellezza intatta e intonsa confessò, lui sommo poeta, di non trovare le parole idonee a descrivere lo spettacolo prodigioso davanti ai suoi occhi; veramente si cade preda e vittima della sindrome descritta e vissuta da qualche grande artista: si cade in deliquio ed in tramortimento: quanta bellezza, quanto godimento, quanta pace!
Inaudito. Il Re di Napoli  verso la fine del 1700, talmente anche lui innamorato dei luoghi, ordinò al suo architetto di creare un ricovero in mezzo ad uno di questi laghi, anzi di questi occhi della Natura, dove rifugiarsi e stare solo e godere i luoghi magici  e quell’aria unica al mondo; ed in effetti ancora oggi, miracolosamente preservato, ammiriamo nel lago di Fusaro questo casino reale borbonico, simile ad una vera pietra preziosa incastonata in un’altra pietra preziosa quale è lo specchio di acqua luccicante del lago…

Ma si vada oggi in questi luoghi: una volta patria del mito e della bellezza: la nemesi perversa ha voluto che l’incanto e la bellezza della natura conservatisi indenni ed intatti per secoli e secoli, cedessero il posto al loro esatto contrario, cioè allo schifo ed al ribrezzo ed alla perversione. E’ indescrivibile quanta bruttezza e naturalmente quanta immondizia sono state riversate e spalmate a guisa di lebbra in queste ultime decadi sui Campi Elisi: una cementificazione spietata e selvaggia  iniziata a Pozzuoli che tutto ha distrutto ed ingoiato, dei seni e dei golfi e delle baie e dei luoghi unici al mondo, per di più una cementificazione miserabile e volgare che appiccicata una all’altra  ancora di più accresce la disperazione e la impotenza di fronte alla immane distruzione, impunita e consentita, del paradiso terrestre e dei campi elisi.

Casupole sicuramente cresciute una appresso all’altra come bubboni pestilenziali, uno spettacolo osceno e frastornante aumentato ed accresciuto dal traffico,  dai tabelloni e scritte pubblicitarie in quantità inimmaginabile, dai fili elettrici e telefonici che si intersecano in alto ancor più sottolineando lo spettacolo della precarietà e del degrado e della improvvisazione.

I Campi Elisi divenuti cemento e asfalto, nella indifferenza generale, nella inerzia criminale dei controllori: una miniera d’oro zecchino trasformata in discarica!
I Campi Elisi sono divenuti la Geenna di Gesù Cristo, il Tartaro e l’Orco della Mitologia, l’Inferno di Dante.
E’ impossibile descrivere tanta sciagura e così grosso tracollo e fallimento della civiltà e della cultura.  Oggi, in questo luogo d’incanto!!

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

TORINO. Alla Pinacoteca Agnelli arriva una grande mostra dedicata ad Alberto Savinio.

La Pinacoteca Agnelli inaugura la stagione autunnale 2026 con una grande mostra dedicata al pittore ed autore Alberto Savinio (Atene, 1891 – Roma, 1952), tra le personalità più originali della cultura europea del Novecento. La retrospettiva, la prima così grande mai realizzata in un contesto istituzionale dedicata, sarà presentata in occasione della Torino Art Week 2026 insieme ad altri due progetti espositivi che, tra Novecento e ricerca contemporanea, metteranno in relazione la collezione con nuove produzioni e riletture della storia dell’arte.

Savinio ha contribuito alla costruzione della cultura visiva del Novecento, ma non solo: il suo ruolo attraversa musica, letteratura, teatro e arti visive costruendo un immaginario in cui convergono mito, ironia e invenzione. A cura di Sarah Cosulich e Pietro Rigolo, e realizzata in collaborazione con l’Archivio Alberto Savinio e con il supporto di un comitato scientifico internazionale, la mostra Alberto Savinio. Souvenir riunisce circa settantacinque opere tra dipinti e disegni, offrendo una rilettura della sua ricerca pittorica dagli Anni Venti ai primi Anni Cinquanta.

La mostra – a cui sarà affiancata la prima pubblicazione istituzionale in lingua inglese dedicata all’artista – si concentra sulla straordinaria capacità di Savinio di anticipare questioni ancora oggi centrali: il rapporto tra identità e rappresentazione, il dialogo tra culture, la costruzione della memoria ed il ruolo dell’immaginazione come strumento di conoscenza. Il percorso espositivo segue quindi i nuclei tematici più significativi della sua produzione, come il mondo classico e la Grecia della sua infanzia, il tema della memoria, i ritratti di famiglia, le figure ibride umano-animale, i “giocattoli”, i paesaggi antropomorfi e la produzione grafica.

Info:
Alberto Savinio. Souvenir, a cura di Sarah Cosulich e Pietro Rigolo, dal 30 ottobre 2026 al 4 aprile 2027
Pinacoteca Agnelli – Via Nizza 262, Torino
https://www.pinacoteca-agnelli.it

Fonte: www.artribune.com 8 ago 2026