Archivi autore: Feliciano Della Mora

Bortolo Sacchi, il pittore che dipingeva l’inquietudine di Venezia.

Una Venezia silenziosa e demoniaca, abitata da donne misteriose, nani dall’espressione grottesca e giovani santi in estasi. Questo è l’immaginario di Bortolo Sacchi (Venezia, 1892 ? Bassano del Grappa, 1978), protagonista dell’arte veneta negli anni del ritorno all’ordine ma con accenti nordici, dovuti ai suoi studi in Germania.
Bartolomeo, detto Bortolo, nasce a Venezia ma si forma all’Accademia di Belle Arti di Monaco di Baviera con il professor Hugo Habermann, e lavora sia come pittore che come ceramista, dal 1909 al 1913.
Rientrato in patria, Sacchi si concentra principalmente sulla pittura, guardando alle tele di Felice Casorati ma anche alle opere di Gino Rossi: studia le tecniche pittoriche antiche ed è interessato alle visioni di santi e martiri, dipinte a fil di pennello dai maestri del Rinascimento veneziano come Andrea Mantegna, Giovanni Bellini e Jacopo Tintoretto.
Partecipa alla Prima Guerra Mondiale come ufficiale di Marina, e alla fine del conflitto si dedica anima e corpo all’arte, con risultati interessanti e originali, come l’opera Autoritratto in veste di santo (1920), dove si ritrae con lo sguardo rivolto verso se stesso e un’espressione estatica ma anche ironica. “Imbozzolata in una specie di vortice che la solleva verso l’alto, la testa aureolata del ‘santo’ si avvita su sé stessa e il collo si allunga oltre misura, in un’ascesi che è anche fisico sollevamento e letterale ‘presa in giro’ del genere ‘autoritratto’”, ha scritto Nico Stringa per sottolineare la peculiarità dell’arte di Sacchi.
Nello stesso anno l’artista esordisce alla Biennale di Venezia con due opere, Autoritratto e Le ortiche, dove compaiono già i segni della sua ricerca, rivolta verso una dimensione metafisica e fantastica in bilico tra passato e presente, che trova nel tempo immobile della città lagunare un palcoscenico perfetto. È uno stile che piace anche al re Vittorio Emanuele III, il quale acquista l’opera Il Cieco (1924); forse uno dei massimi capolavori di Sacchi è La straniera (1928), esposta nello stesso anno alla Biennale, dove una giovane donna dai tratti meticci cammina per le calli veneziane avvolta da un mantello a larghe pieghe, simile agli abiti dei santi nelle pale di Bellini o di Carpaccio.
Con un occhio al Simbolismo e l’altro al Realismo Magico, Sacchi raggiunge la maturità negli Anni Trenta, con opere come Le ballerine, Nudo allo specchio e Sul ponte.
Nel corso del decennio partecipa tre volte alla Quadriennale (1931, 1939 e 1943), nel 1935 espone undici opere alla mostra commemorativa dei quarant’anni della Biennale di Venezia, e quattro anni dopo vince il premio Quadriga con il dipinto La Fatica del Legionario.
La sua fortuna cessa dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando lascia Venezia e si ritira a Bassano del Grappa, dove muore nel 1978, a 86 anni.
Dimenticato per decenni, nel 2000 il Museo Civico di Bassano ha dedicato al pittore la retrospettiva Bortolo Sacchi 1892-1978: disegni, dipinti, ceramiche, curata da Mario Guderzo.

Autore: Ludovico Pratesi

Fonte: www.artribune.com, 10 gen 2022

RIVOLI TORINESE (To). Mostra epocale dedicata ad Achille Bonito Oliva.

Come un animale raro, un paziente zero della nuova critica, un oggetto prima non meglio identificato o un accadimento dell’essere: forse sarà studiato così Achille Bonito Oliva? Sarà stato lo specchio di un’epoca, di una civiltà?
È probabile che nel corso del futuro, prossimo e remoto, sarà studiato e poi dimenticato, quindi riscoperto, prima di diventare un classico come Vasari, Winckelmann o Warburg. E come il suo amico Harald Szeemann, con il quale nel 1993 a Venezia supera il paradigma dell’arte occidentale, fino a quel tempo concluso nel dialogo-diatriba tra Europa e Stati Uniti, organizzando I punti cardinali dell’arte, una Biennale epocale che costituisce un primo palcoscenico internazionale per l’arte altra alla vigilia della globalizzazione.
Per questo, e per molto altro, ABO sarà considerato come una delle figure chiave del panorama culturale del secondo dopoguerra e di un periodo che nella storia dell’arte potrebbe andare sotto l’etichetta della “dittatura del curatore”.
Nato il 4 novembre 1939 da una famiglia nobile che lo “deporta” ogni estate nel palazzo di famiglia a Caggiano, il piccolo Achille non gioca ma legge. A chi gli chiede “cosa vuoi fare da grande?” risponde: “Il bambino”. ABO è già tutto lì, la poesia lo precede. “Sognavo il mio funerale, da piccolo” confessa.
A Napoli studia legge ma è la poesia la vocazione e in due anni pubblica due raccolte: Made in mater, nel 1967, e Fiction Poems, nel 1968. A cui si aggiunge un libro di poesia visiva, Cinque Mappe del 1965, nel 1971. Sono gli anni della contestazione giovanile, dell’immaginazione al potere e dei sogni rivoluzionari.
ABO frequenta il Gruppo 63 e “inciampa” nell’arte una volta scoperta l’icasticità della parola poetica che si fa “immagine mentale” e che, come l’opera d’arte, sa perdurare nel tempo, fissata sulla pagina di un libro.
Si tratta dunque di un incontro fra pari. La poesia visiva, praticata con fervore d’artista, lo convince che i tempi sono maturi per una rivoluzione copernicana in seno al sistema dell’arte, incardinato sul ruolo dell’artista. Il critico, suo servo, deve liberare la propria creatività; non può più ruotare intorno al creatore dell’opera ponendosi a suo servizio e usando la parola scritta per notificare, archiviare e repertare.
Il padre da “uccidere” si chiama Giulio Carlo Argan, una istituzione, che per Achille rappresenta il dogma di una critica accademica che ha smarrito il senso della parola poetica.
Il padre putativo è invece il poeta Emilio Villa, colui che “scopre” l’opera di Alberto Burri e che scrive di Lucio Fontana.
Gli “aborismi”, aforismi di ABO, diventano lo strumento con cui scardinare la sovrastruttura critica. La sintesi di parola e pensiero costruisce immagini mentali che diventano slogan, ripetuti come un mantra dal critico-creativo e un po’ pubblicitario. Nella loro sinteticità del quasi-verso, tentano un arrembaggio al senso, cercano un contatto diverso, meno formalizzato con l’opera ma anche con ciò che le sta attorno: la società e le idee che offrono il contesto.
In alcuni saggi pubblicati su Domus nel 1972 teorizza il sistema dell’arte (dell’epoca), che diventerà uno dei suoi leitmotiv più citati: “L’artista crea, il critico riflette, il gallerista espone, il collezionista tesaurizza, il museo storicizza, i media celebrano, il pubblico contempla”.
Mezzo secolo dopo, un aggiornamento possibile sarebbe, forse: l’artista escogita, il curatore decreta, il critico racconta, il gallerista si espone (finanziariamente), il collezionista espone il tesoro, il museo storicizza, i media ripetono, il pubblico fotografa, l’asta spettacolarizza, la fiera seleziona, l’influencer gioca, l’hedge fund specula, il filosofo dell’arte riflette.
Se la poesia è la lingua che si fa bisturi sul corpo dell’arte, ABO progetta, attraverso un nuovo sfruttamento della parola, una critica d’arte che possa creare senso ulteriore a partire dall’opera intesa come oggetto autonomo, protagonista del proprio tempo a prescindere dalla sua genealogia e contestualizzazione. E qui ABO tocca un vertice, giudica con la spada: l’artista rappresenta un “errore biologico” dell’opera stessa. La rivoluzione copernicana consiste in ciò.
Il nuovo sistema deve ruotare intorno al rapporto tra opera e curatore e non intorno all’artista. Ciò significa contrastare lo storicismo di Argan e il “puritanesimo” dell’arte concettuale proposta dalle neoavanguardie che considerano l’opera come un documento o come un concetto, piuttosto che come oggetto estatico.
“Argan” ? dichiara ABO ad Hans Ulrich Obrist ? “era portato a vedere nell’arte più il concetto che l’oggetto. Non aveva il feticismo dell’opera. Per lui, che aveva una formazione di impronta ideologica, a predominare erano il bisogno e la funzione dell’arte”. Ma l’opera, così come la parola poetica, è per ABO epifania, “pietra d’inciampo” che gli rivela come, in piena autonomia, essa stessa produca “molte sorprese al di là delle caratteristiche biografiche” di chi la realizza. Carolyn Christov-Bakargiev parla di un dono di sé che ABO compie a favore dell’opera d’arte, per liberarla (e liberarsi):
“La condizione ? il modo ? del dono è la scomparsa dell’artista e del critico stesso, in modo che la presenza dell’opera assurga a una sua oggettualità fuori dal tempo storico. Perché le parole del critico d’arte Bonito Oliva che spiegano l’opera, o l’atto di allestire l’opera in relazione allo spazio e ad altre opere nelle sue mostre collettive, la liberano nella storia dell’arte: la rendono autonoma, accompagnata del passaporto che egli, ormai non più presente, le ha conferito”.
Il critico, divenuto creativo, si fa curatore indipendente, si libera dalle (e nelle) istituzioni a favore di un nomadismo intellettuale che lo porta a superare la separazione del lavoro e dei linguaggi artistici.
ABO è il primo a curare una mostra in un garage, quello di Villa Borghese, e per di più interdisciplinare: Contemporanea (1973) sarà la matrice delle sue mostre successive, volte a elaborare in ambito curatoriale le intuizioni e le pratiche situazioniste e poi Fluxus, due delle tante “tribù dell’arte” a cui dedicherà una celebre mostra nel 2001.
ABO è ribelle rispetto alla critica istituzionalizzante (prima crociana e poi gramsciana) di Argan, di colui che fonda l’Istituto Centrale del Restauro, compone un manuale per i licei, si fa eleggere sindaco, quindi senatore. Eppure i due s’incontrano sul campo comune della scrittura: ABO ama raccontare come Argan lo abbia invitato a concludere la sua Storia dell’arte occupandosi del periodo 1960-oggi. Un riconoscimento (per certi versi reciproco) che segna un’epoca attraverso un passaggio di consegne. Se Argan è il critico del “secolo breve”, ABO è quello della postmodernità, della fine dei grandi racconti ideologici, di una globalizzazione che affianca, alla produzione di un “pensiero unico”, la scoperta e la celebrazione di sempre nuove tribù glocali, di pratiche e linguaggi che saldano il passato al futuro attraverso la strenua affermazione della voce sempre più singolare, individualista e solipsista, dell’artista slegato dalla dimensione collettiva dei gruppi e dei movimenti di matrice avanguardista. La sua Transavanguardia (teorizzata a partire dal saggio La Transavanguardia Italiana pubblicato su Flash Art nel 1979) punta alla transizione, è un transito rivolto alla valorizzazione del genius loci, dell’eclettismo e del nomadismo culturale che si fa canto poetico di una singolarità inestinguibile ma frammentata e di un’arte “indecisa a tutto”, espressione di un soggetto in stato di minorità. E così, come la poesia non può prescindere dal poeta, anche la critica non può più prescindere dal critico nel senso che una critica “oggettiva” fondata su criteri scientifici, come ad esempio il modello filologico delle scienze umane, deve lasciare il posto alla soggettività panica del poeta che opera in modo diverso dall’archeologo e dall’archivista. Questi operano una critica “catastale e notarile”, che giunge al senso dell’opera attraverso i documenti storici, mentre lo sguardo poetico e sintetico del critico dona senso lasciando essere l’opera. Un tale sguardo reagisce a una società che ha prima strutturato e poi mancato l’obiettivo dell’utopia, come appare chiaro intorno alla metà degli Anni Settanta quando ABO scrive un libro che affronta il Cinquecento per rileggere e riprogettare il proprio tempo. L’ideologia del traditore.
Arte, maniera, manierismo (1976) è un’opera capitale che, come dice l’autore, “descrive il passaggio dal principio d’invenzione a quello di citazione che accompagna tutta la valenza concettuale dell’arte nei secoli”. Basta sfogliare l’indice per capire il nuovo tipo di approccio adottato: una serie di 41 trittici di parole danno il titolo ad altrettanti capitoli senza paragrafi. Questa semplice elencazione di 123 sostantivi evoca temi e visioni, è come una poesia. All’onesta “ingenuità” di un’arte inventiva, concepita dall’artista rinascimentale come conoscenza della natura ma inconsapevole rispetto al proprio essere un linguaggio, ABO contrappone l’impresa dell’artista manierista che assalta, da una posizione ormai decentrata e “laterale”, il campo dell’assoluto attraverso un rinnovato rapporto con il linguaggio.
L’assoluto a cui dà la caccia non è più l’Idea che si rispecchia nella visione conciliata del mondo, quanto piuttosto una pratica che produce libertà: “L’arte” ? scrive ABO ? “non è più considerata imitazione della natura, ma espressione di un’attività intellettuale eminentemente creatrice”.
“Al soggetto forte del Rinascimento” ? prosegue ? “subentra un soggetto minore” e ciò comporta che l’opera manierista sia presieduta dalla ideologia del traditore, che “utilizza le categorie del Dramma, del Mito e della Tragedia come convenzioni linguistiche”. “La citazione diventa il procedimento che ispira la ripresa di modelli culturali con i quali ovviamente l’artista del ‘500 non può più identificarsi”. La messa in opera traduce tali modelli in “traccia deviata e deviante”.
Questa estetica della traccia è quanto lo stesso ABO mette in opera nella Transavanguardia recuperando l’ideologia del traditore.
Interessante notare come anche il quasi coetaneo Carmelo Bene (classe 1937), segua la via della traccia deviante. Il momento storico è segnato da una nuova convinzione: la Storia non ha un fine, né una fine. Ciò coincide con la “Nietzsche-Renaissance” e ABO, che ama Nietzsche, sembra rileggere la figura dell’artista-critico come “oltreuomo”, Übermensch, come colui che è in grado di ironizzare, dissolvere e decostruire, in senso vitalistico, le ossificazioni della storia e dell’ideologia. Il soggetto minore post-metafisico non ama confini e divisioni. Per lui vivere è già sempre un creare nel modo del dire. L’intelligenza smette di essere progettazione e tenta una fuoriuscita del (e dal) pensiero. Carmelo Bene lo chiama depensamento e con esso rilegge il proprio narcisismo, che è quello che condivide con ABO. Il loro Narciso non è tanto colui che si specchia sul filo dell’acqua e così facendo si possiede in immagine e si pensa, ma è colui che volendosi possedere poiché innamorato muore inghiottito nella profondità liquida: è la falena che si getta nella fiamma. ABO appare più moderato ma non avulso da questo (de)potenziamento tragico-narcisistico della soggettività ideologica e ideologizzante, che dà luogo a un narcisismo di ritorno nel senso di un’auto-consapevolezza del proprio narcisismo che si esprimerà per decenni attraverso “performance” eclatanti (la sua terza via, dopo lo scrivere e curare mostre) quali ad esempio posare nudo per riviste come Frigidaire, partecipare a fotoromanzi o occupare lo spazio televisivo allestendo uno spettacolo della parola.
Ma è soprattutto nella sua “scrittura espositiva”, quella usata per creare mostre, che ABO sembra incrociare il modus operandi di quella “macchina teatrale” che Bene si compiace di essere. L’autorialità, rivendicata dal critico d’arte costituitosi come curatore indipendente, è la stessa rivendicata dall’attore artifex nel momento in cui, adottando la “scrittura di scena”, supera il teatro di parola, la sacralità del testo, il rito della sua interpretazione e con ciò tutta la tradizione del teatro precedente. La visione storicistica è ciò che, sia Bene (che con Deleuze scrive Sovrapposizioni, nel 1978) sia il nietzschiano ABO, intendono superare emancipando i rispettivi ruoli, che per tradizione sarebbero subalterni e che invece vengono “riscritti” e liberamente reinventati, sovvertiti e ricostruiti attraverso una logica del superamento e della decostruzione.
La convenzione storica è ormai vissuta come un totem da abbattere. ABO e Bene sono due esempi di splendidi “traditori”, capaci di edificare una ideologia post-utopica che nella presa di coscienza, infelice, della disfatta del progetto collettivo e della frantumazione individualizzante della società, sposano l’eroismo superominico che unisce tanto il decadentismo eroico di Gabriele D’Annunzio quanto il cinico romanticismo di Giacomo Leopardi, due figure eccedenti della letteratura italiana, non pienamente catalogabili. La coscienza dell’impossibilità di un progetto universale, collettivo e comune, libera le energie narcisistiche che permettono a due personaggi come ABO e Bene di rimpadronirsi di un destino, diventando autori attraverso la scrittura di scena (Bene) e la scrittura espositiva (ABO).
Oggi, dopo oltre sessant’anni di lavoro, decine di mostre, libri ed “apparizioni” o “auto-esposizioni”, ABO descrive a che punto siamo: “La mia generazione è riuscita ad interpretare al meglio un ruolo in cui non esisteva la spaccatura fra teorico, critico operativo e comportamentale, posizioni che corrispondono a tre livelli di scrittura: saggistica, espositiva e, appunto, comportamentale. Ora assistiamo invece ad una frantumazione dei ruoli, c’è un minimalismo della critica, una riduzione di visibilità, una voluta emancipazione da ogni ruolo centrale, e una preferenza per l’informatore, ovvero colui che scrive per i quotidiani, fa cronache dell’accaduto nell’arte, o per il curatore, ossia colui che aiuta i musei a fare le mostre”.
Non è un caso che il Museo di Rivoli, guidato da Carolyn Christov-Bakargiev, e il suo centro di ricerca, guidato da Andrea Viliani (che ha fatto un lavoro prodigioso su mostra e catalogo), abbiano salvato un archivio così sorprendente.
Con questa mostra, dopo quella dedicata a Harald Szeemann, il museo si riprogetta come luogo di riflessione sulla professione del curatore ma soprattutto sul ruolo del pensiero nell’arte, un ruolo che porta il museo non soltanto a essere una somma di reperti del passato, ma ad attivare tali reperti dentro una rilettura incessante del passato prossimo in vista di un confronto migliore con il presente e con un futuro incerto, nel quale un museo come il Castello di Rivoli potrebbe assumere il ruolo di bastione di avvistamento e difesa rispetto all’arrivo di quei “barbari” attesi, temuti e narrati da Dino Buzzati, Kostantinos Kavafis o Alessandro Baricco: popoli che non comprendono più la nostra lingua, che non vivono più nella nostra temporalità, che non abitano più i nostri spazi. Popoli nativi digitali per i quali occorrerà un nuovo ABO, uno che forse avrà studiato l’originale, magari proprio nelle sale del centro di ricerca del Castello di Rivoli.

Autore: Nicola Davide Angerame

Fonte: www.artribune.com, 5 gen 2022

FAENZA (Ra). Riapre la Pinacoteca. Nuovo percorso dal Medioevo al contemporaneo.

Nuovo allestimento e nuova vita per la Pinacoteca Comunale di Faenza, la più antica istituzione museale della Romagna che, lo scorso dicembre, ha inaugurato un rinnovato percorso espositivo con opere che attraversano secoli di storia, dall’alto Medio fino al contemporaneo, in sezioni e fondi dedicati all’arte antica – con reperti della storia cittadina dal X alla fine del XVIII secolo –, alla pittura e alla scultura dell’Ottocento e Novecento italiani.
La storia della Pinacoteca di Faenza inizia nel 1797, quando la Municipalità acquista una raccolta di stampe, disegni, gessi e quadri da Giuseppe Zauli, fondatore della Scuola Comunale di Disegno. La sua apertura al pubblico risale al 1879 e, nel corso del tempo, la Pinacoteca ha assistito all’ampliamento delle sue raccolte, dovuto alle soppressioni napoleoniche degli ordini religiosi che ha portato, in particolare, all’incremento della collezione costituita da pale d’altare.
Tra le opere custodite nella Pinacoteca, spiccano lavori del Maestro dei Crocifissi francescani, Giovanni da Rimini, lavori di epoca rinascimentale e moderna e gli artisti del Cenacolo Baccariniano. A queste si aggiungono le opere della collezione contemporanea, frutto della donazione Bianchedi Bettoli/Vallunga che conta lavori, tra gli altri, di Alberto Savinio, Gino Severini, Filippo De Pisis, Carlo Carrà, Mario Sironi, Giorgio Morandi, Massimo Campigli, Felice Casorati.

Info: www.pinacotecafaenza.it

Autore: Giulia Ronchi – Desirèe Maida

Fonte: www.artribune.com, 8 gen 2022

FIRENZE. Il restauro della Pietà di Michelangelo.

Allo scadere del 2018 l’Opera del Duomo di Firenze decise di metter mano al restauro della Pietà di Michelangelo, nota come Pietà Bandini. Quella risoluzione trovò prontamente il sostegno generoso dei Friends of Florence, la Fondazione americana che da oltre vent’anni, senza risparmio e con frequenza serrata, s’accolla gli oneri della tutela di buona parte del patrimonio d’arte di Firenze (incluse quelle opere che, per esser meno celebrate e perciò meno ambìte dal turismo attuale, non troverebbero conforto negli oculati mecenati nostrali).
Come tutti gli accadimenti occorsi da allora a oggi, le operazioni di restauro sono state più volte inceppate dalla malignità d’un morbo di cui è venuto in uggia anche il nome. E però l’impresa – comprensiva delle indagini scientifiche che costituiscono la premessa d’ogni intervento conservativo – ha fatto comunque il suo corso, arrivando a compimento nel settembre di quest’anno 2021 e sùbito offrendone gli esiti ai visitatori. A vero dire, il marmo di Michelangelo non è stato mai inibito a chi visitasse il Museo dell’Opera di Santa Maria del Fiore. Se qualcosa n’ha impedito la vista è stata la chiusura del museo medesimo imposta dalle regole, inderogabili e doverose, fissate dal governo. Ma la Pietà, ogni volta che la legge consentiva l’accesso alle sale, poteva da ognuno essere guardata, conforme alla pratica del “cantiere aperto”.
Il restauro dunque s’è svolto sotto gli occhi di tutti; e tutti potevano seguire l’avanzare della pulitura d’un marmo che pian piano perdeva quell’omogenea tonalità ambrata, cui nei secoli era pervenuto a furia di stesure di materiali incongrui, vòlte appunto a uniformarne le apparenze. Ma era proprio quell’uniformità a smorzare i palpiti d’una scultura la cui lavorazione è segnata da gradi diversi di compiutezza: dall’appena sbozzato al quasi finito.
La pulitura sensibile e discreta, ch’è la sostanza dell’intervento odierno, favorisce una lettura del marmo struggente e criticamente proficua. E chiunque lo desideri potrà – fino alla fine di marzo del 2022 – profittare delle strutture del cantiere di restauro per salire al piano su cui posa l’opera di Michelangelo e avvicinarsi al marmo fin quasi a toccarlo, potendo finalmente apprezzarne da vicino il variegato trattamento. E l’occasione sarà buona per darsi al contempo ragione del tenore d’un museo in cui sono esposte creazioni che ne fanno uno dei maggiori istituti al mondo quanto a scultura medioevale e umanistica: da Arnolfo di Cambio a Donatello, da Andrea Pisano a Ghiberti, da Luca della Robbia a Verrocchio e Pollaiolo, su su fino a Michelangelo.
Sia detto questo perché non c’è nei fiorentini e neppure negli stranieri la coscienza piena della qualità altissima del Museo del Duomo di Firenze. Gli ospiti forestieri accorrono infatti numerosi ai luoghi dell’Opera di Santa Maria del Fiore, ma la loro aspirazione massima è salire alla lanterna in cima alla cupola di Brunelleschi per godere della veduta di Firenze dall’alto. È segnatamente quel belvedere la loro meta. L’epifania mirabile di colli e case che da lassù si squaderna giustifica davvero il desiderio di quell’ascesa. Siccome però molti (peraltro politicamente autorevoli) s’illudono che sia ognora più diffusa ai giorni nostri l’aspirazione alla “bellezza”, mi pare sia necessaria una riflessione su quelli che vengono interpretati come interessi culturali; giacché un conto sono i paesaggi e gli spettacoli della natura (davanti ai quali l’uomo – da sempre, non da oggi – si commuove), altro conto sono le opere di cui proprio l’uomo è artefice. Mi convincerò d’un comune anelito a incontrare la “bellezza” quando vedrò varcare la soglia del Museo del Duomo da almeno la metà di quelli che discendono dal colmo della cupola brunelleschiana, lì a due passi.

Autore: Antonio Natali

Fonte: www.artribune.com, 8 gen 2022

ROMA. I monumenti possono trasformarsi? L’esempio del Colosseo.

In maniera quasi miracolosa, in un Paese nel quale non si contano i progetti lasciati a metà ed i proclami a cui non seguono i fatti, il processo di costruzione della nuova arena del Colosseo prosegue il suo cammino. Come ogni tappa precedente, anche la presentazione del progetto vincitore è stata accolta, oltre che da elogi per la funzionalità della proposta, da accese critiche. In particolare, è stato obiettato che “i monumenti non sono cose da riempire”: il monumento basta a se stesso, e al pubblico, è un’entità assoluta, immutabile, che a un certo punto si cristallizza per sempre e che da questa cristallizzazione trae il suo valore quasi sacrale. Una visione di questo tipo potrebbe essere contestata sotto più punti di vista (per la sua impostazione assolutistica e antidemocratica, innanzitutto; e poi chi stabilisce in quale punto scatta la cristallizzazione ed ogni mutamento diventa un delitto?); ma ci si limita qui a considerare la sola questione terminologica, l’ambiguità del termine “monumento”, che può, in parte, essere all’origine di letture come questa.
Con “monumento” si identificano infatti cose molto diverse tra loro. Da un lato abbiamo la statua, il rilievo, la targa commemorativa. E questi monumenti coincidono in tutto con il loro messaggio: li si accetta così come sono, o li si abbatte, come si è visto fare spesso ultimamente. Accanto al monumento-statua c’è il monumento-edificio, la cui funzione è sì quella di essere, etimologicamente, portatore di un ‘ammonimento’, e dunque di rappresentare la testimonianza di un’epoca, di una civiltà artistica, di una società, ma questa non è la sua unica funzione, visto che il monumento-edificio è anche un’architettura, uno spazio incastonato, spesso, nel tessuto vitale delle nostre città, un luogo che può, ed anzi deve, essere investito di sempre nuove funzioni e di ulteriori significati, che tuttavia non cancellano quelli precedenti, a cominciare dalla natura di puro e semplice ‘monumento’ del bene. Usi e significati si accumulano e convivono, non si sostituiscono.
Quando una chiesa di eccezionale valore storico-artistico viene usata per le funzioni religiose smette forse di essere anche un monumento? No, e non smette di esserlo neanche quando vi si tengono concerti. E neanche una chiesa sconsacrata riconvertita in biblioteca dismette il suo carattere monumentale.
Il Colosseo ‘ripavimentato’, dunque, può divenire luogo di spettacoli, conferenze, concerti, senza per questo smettere di essere anche un monumento. Il sogno, certo, è un altro: che con l’arena restituita torni ad essere quello che è stato per secoli, una piazza aperta alla libera circolazione ed al libero incontro di chiunque (mentre le strutture in elevato ed i sotterranei possono continuare a essere spazi musealizzati, cui si accede con un biglietto).
Questo esito rappresenterebbe un grande passo in direzione del reinserimento sociale dell’Antico.

Autore: Fabrizio Federici

Fonte: wwww.artribune.com, 5 gen 2022

ASTI. Nasce Musei di Asti. Rete di 8 istituzioni della città in un unico percorso di visita.

Otto musei all’interno di un unico circuito di visita, creando così un percorso all’insegna della valorizzazione e della promozione dei tesori in essi custoditi e, di conseguenza, dell’intero territorio. Sono queste le premesse di Musei di Asti, network nato dall’impegno di Fondazione Asti Musei – costituita dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Asti e dal Comune di Asti – che ha dato un nuovo volto, anche attraverso un nuovo logo – al sistema museale astigiano, coinvolgendo in questo percorso otto siti: Palazzo Mazzetti, Palazzo Alfieri, Domus Romana, Torre Troyana, Complesso di San Pietro, Cripta di Sant’Anastasio, Museo Guglielminetti, Museo Paleontologico.
Il progetto si pone come obiettivo quello di avvicinare i musei astigiani gli uni agli altri, per “dare valore a ognuno di essi”, e per guidare i visitatori alla loro scoperta, puntando su una comunicazione condivisa e integrata che spazia dalle brochure, dalla cartellonistica, fino ai social network. “Il patrimonio di questa città è inestimabile e l’amore che, da astigiano, nutro per ogni sito ed ogni museo disseminato per la città è stato forse ciò che ci ha spinti ad intraprendere questo progetto”, dichiara Mario Sacco, Presidente della Fondazione Asti Musei. “Abbiamo voluto infatti valorizzare ognuno dei nostri musei, ogni nostro sito e patrimonio artistico, legandoli l’uno all’altro nella stessa narrazione: un elegante filo rosso che unisce i puntini sulla mappa creando un’immagine unica, accogliente, riconoscibile”.
Fino al prossimo 1 maggio Palazzo Mazzetti ospita I Macchiaioli. L’avventura dell’arte moderna, mostra che attraverso oltre 80 opere ripercorre un importante capitolo di storia dell’arte dell’Ottocento italiano. Palazzo Alfieri è la casa natale del poeta e drammaturgo Vittorio Alfieri, di cui viene narrata la vita lungo sale che presentano arredi originali e oggetti appartenuti al letterato; la Domus Romana, in via Varrone, testimonia la presenza nel territorio di insediamenti romani risalenti al II secolo a.C.; la medievale Torre Troyana, costruita nel XIII secolo, con i suoi 199 scalini, offre una suggestiva vista panoramica sulla città. Il percorso museale continua con il Complesso di San Pietro, nato nel XII secolo e costituto dall’ospedale gerosolimitano e la chiesa del Santo Sepolcro sede, dalla sua costruzione fino al 1798, dell’Ordine dei Cavalieri di Gerusalemme; con la Cripta di Sant’Anastasio, di cui oggi si possono ancora scorgere i resti dell’omonima chiesa costruita poco dopo l’anno mille; con il Museo Guglielminetti, dedicato al pittore, scultore e scenografo Eugenio Guglielminetti, allievo di Felice Casorati; e infine, il Museo Paleontologico, in cui sono custoditi resti scheletrici fossili di cetacei astigiani risalenti all’epoca pliocenica (tra 5,3 e 1,8 milioni di anni fa), quando la Pianura Padana era occupata dal mare.

Autore: Desirèe Maida

Fonte: wwww.artribune.com, 6 gen 2021

Boespflug François, Fogliadini Emanuela. Il battesimo di Cristo nell’arte.

Il Battesimo di Cristo fu l’oggetto, fin dai primi secoli cristiani, di un notevole numero di raffigurazioni artistiche, sia semplici sia sontuose. In questo libro i due autori, teologi e storici dell’arte, presentano un panorama di questo tema nella lunga storia dell’arte, ripercorrendone le grandi tappe e le principali caratteristiche secondo le epoce e le confessioni.
La varietà delle opere scelte e i tanti dettagli che queste raffigurano saranno il luogo per far emergere il cuore del messaggio teologico: l’esplicita teofania trinitaria in questo momento eccezionale della vita di Cristo. I gesti di Giovanni, la nudità o quasi di Cristo immerso nelle acque, la voce del Padre resa mediante un simbolo o in modo antropomorfo, la Colomba dello Spirito che assume diverse dimensioni e colori, la presenza degli angeli che porgono asciugamani, il fiume Giordano sovente personificato – per non parlare dei pesci –, variano secondo gli artisti, le regioni, le epoche. Un viaggio dalle catacombe all’arte contemporanea, dall’Oriente all’Occidente europeo, con un’apertura sull’arte extraeuropea (Asia, Africa, America), passando per un mélange di stili e ispirazioni, per raccontare un evento fondativo della storia cristiana.

FRANÇOIS BŒSPFLUG teologo, storico dell’arte e storico delle religioni, è professore emerito dell’Università di Strasburgo. È stato editore letterario per le Éditions du Cerf, titolare della Chaire du Louvre nel 2010 e della Cattedra Benedetto XVI a Ratisbona nel 2013. Le sue numerose pubblicazioni si focalizzano sulla storia delle religioni e la rappresentazione del divino. Tra le più recenti, Le immagini di Dio. Una storia dell’Eterno nell’arte (2012) per Einaudi; Il pensiero delle immagini (2013) per Qiqajon; Le regard du Christ dans l’art IV-XXIe siècle: temps et lieux d’un échange (2015) per Mame; Arcabas, un peintre en société con Régis Ladous (2018); Crucifixion. La Crucifixion dans l’art: un sujet planétaire (2019) per Bayard; Gesù fu veramente bambino? per Jaca Book (2020), Il giorno di Pasqua nell’arte (2021).
EMANUELA FOGLIADINI si occupa d’iconogra?a e storia della teologia bizantina-ortodossa. Dottore in Teologia e in Storia del Cristianesimo, è docente di Storia della Teologia dell’Oriente cristiano presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Milano e di Teologia ortodossa presso gli Istituti Superiori di Scienze Religiose di Milano e Pavia. Impegnata nella valorizzazione del confronto tra iconogra?a, liturgia e teologia nello studio dei programmi iconografici di edifici sacri, ha pubblicato svariati saggi, tra cui Il volto di Cristo. Gli Acheropiti del Salvatore nella Tradizione dell’Oriente cristiano (2011); L’immagine negata. Il concilio di Hieria e la formalizzazione ecclesiale dell’iconoclasmo (2013) e L’invenzione dell’immagine sacra. Il secondo concilio di Nicea e la legittimazione ecclesiale dell’immagine sacra (2015) per Jaca Book.
François Bœspflug e Emanuela Fogliadini hanno co-pubblicato La Natività di Cristo nell’arte d’Oriente e d’Occidente (2016), La Fuga in Egitto nell’arte d’Oriente e d’Occidente (2017) per Jaca Book; Volti del mistero. Il conflitto delle immagini (2018) per Marietti, Natale nell’arte (2020).

Info:
Jaca Book Editore
ISBN (a 13 cifre): 978-88-16-60656-2
Prezzo: Euro 70,00
Milano, 2021

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Carmine VENEZIA. E’ possibile utilizzare la classificazione decimale Dewey per riordinare gli archivi ?

La classificazione decimale Dewey è uno schema di classificazione bibliografica ideata dal bibliotecario statunitense Melvil Dewey (1851-1931) e basata sulla ripartizione dello scibile umano in dieci classi composte ognuna da un massimo di dieci divisioni, a
loro volta scomponibili rispettivamente in dieci sezioni…

Leggi tutto nell’allegato: Dewey

Autore: Carmine Venezia – carmine.venezia@beniculturali.it