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ROMA. Toulouse-Lautrec. La collezione del Museo di Belle Arti di Budapest.

Con circa 170 opere provenienti dal Museo di Belle Arti di Budapest, arriva al Museo dell’Ara Pacis di Roma una grande mostra su Toulouse-Lautrec, il pittore bohémien della Parigi di fine Ottocento, che ripercorre la vita dell’artista dal 1891 al 1900, poco prima della sua morte avvenuta a soli 36 anni.
touluse lutrec 2La mostra, promossa dall’Assessorato alla Cultura e allo Sport di Roma – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, è prodotta da Arthemisia Group e organizzata con Zètema Progetto Cultura e consentirà di portare a Roma il fiore della raccolta di opere di Toulouse-Lautrec conservata al Museo di Belle Arti di Budapest , uno dei più importanti in Europa, con capolavori che vanno dal Medioevo al Novecento. In occasione dell’esposizione romana, curata da Zsuzsa Gonda e Kata Bodor, circa 170 litografie della collezione (tra cui otto affiches di grande formato e due cover degli album della cantante, attrice e scrittrice francese Yvette Guilbert con circa 10 litografie) lasceranno Budapest per essere esposte al Museo dell’Ara Pacis dal 4 dicembre 2015 all’8 maggio 2016.
Attraverso questa esposizione sarà possibile conoscere a tutto tondo l’opera grafica di Toulouse-Lautrec: manifesti, illustrazioni, copertine di spartiti e locandine, alcune delle quali sono autentiche rarità perché stampate in tirature limitate, firmate e numerate e corredate dalla dedica dell’artista.

Redattore: RENZO DE SIMONE

Info:
Roma, Museo dell’ara Pacis Augustae, Lungotevere in Augusta, fino al 07 maggio 2016
Costo del biglietto: 11.00 euro
Tutti i giorni 9.30-19.30 La biglietteria chiude un’ora prima
Telefono: 060608 tutti i giorni ore 9.00-21.00
E-mail: mio@mio.it
Sito web: http://www.arapacis.it/mostre_ed_eventi/mostre/toulouse_lautrec

BASSANO DEL GRAPPA (Vi). “Il Magnifico Guerriero” di Jacopo Bassano.

Il Magnifico Guerriero” farà il suo trionfale ingresso ai Civici Musei di Bassano del Grappa, accolto come il nuovo protagonista della già magnifica Sala dei Bassano che allinea 27 capolavori della grande famiglia di artisti. Per il pubblico, ma anche per gli esperti, sarà una straordinaria sorpresa.
Di ritratti di Jacopo Bassano se ne conoscono pochi, tutti molto belli. Ne posseggono uno i Musei di Los Angeles, di Budapest e solo pochissimi altri. Bassano conservava solo un prezioso piccolo ritratto su rame del doge Sebastiano Venier, uno dei protagonisti della battaglia di Lepanto (1571). Una lacuna di un grande ritratto è colmata ora dall’arrivo di questa tela (cm 109×82) che i Civici Musei hanno ottenuto in comodato gratuito, omaggio del possessore al Museo che è il fulcro degli studi intorno a Jacopo e alla sua famiglia.
Il Magnifico Guerriero”, o più esattamente “Il ritratto di uomo in armi” rappresenta un affascinate nobiluomo dalla fulva, curatissima barba. Non un giovane ma un uomo maturo, certo aduso al comando ma soprattutto ad una vita raffinata lontano dai campi di battaglia. Indossa una preziosa corazza alla moda dell’epoca, che lo costringe, ma che non riesce ad ingabbiare la sua grazia e la sua flessibilità. Le lunghe dita, curate e perfette, non sembrano le più adatte a menar fendenti, così come il suo spadino di ferro e oro sembra più da parata che da battaglia. Secondo Vittoria Romani dell’Università di Padova, che ha avuto il merito di ricondurre a Jacopo Bassano questo autentico capolavoro già attributo a Veronese e a Pordenone, il ritratto è databile agli anni immediatamente seguenti il 1550, ovvero al momento più altamente manierista del maestro.
Che si tratti di un’opera altissima di Jacopo lo afferma anche Giuliana Ericani, già direttore dei Civici Musei di Bassano, che ha stimolato la concessione del Ritratto per la Sala dei Bassano. “Il Magnifico Guerriero” era finito all’estero. Lo si ritrova nel ‘700 a Melbury House nel Dorset. Va sul mercato da Christie’s nel 1968 con l’attribuzione a Paolo Veronese, non condivisa da Giuseppe Fiocco che lo riconduce invece al Pordenone. È un’opera sicuramente interessante, tant’è che di essa si occupa anche Federico Zeri.
Vittoria Romani, nello studio redatto intorno a questo capolavoro, rileva che “La condotta pittorica dell’uomo d’armi appare… in sintonia con il clima lagunare, e anzi qui Bassano, che nei ritratti giovanili condivide il registro obiettivo di Lotto e di Moretto mostrando una peculiare riservatezza di sguardo verso i ritrattati, raccoglie la sfida tutta lagunare, risalente al magistero di Giorgione, degli effetti di luce incidente e dei riflessi sulle superfici specchianti delle armature. Colate di materia accesa nei punti di massima luce si alternano a una scrittura in punta di pennello, volta a risaltare gli ornamenti con l’oro spento e a cogliere i bagliori dei profili e della cotta di maglia che luccicano nell’ombra. Il grigio del metallo vira in azzurro nell’ombra, si mescola a riflessi bruni e si accende sul fianco sinistro del rosso della camicia. Su questo brano di pittura balenante di luce si innesta con un peculiare contrasto il volto leggermente reclinato sulla spalla, che introduce una nota sentimentale inattesa, gli occhi rivolti altrove, sgranati e liquidi”.
Tolte alcune ridipinture, eseguite tutte le indagini, il Ritratto ricompare all’asta newyorkese di Sotheby’s all’inizio del 2013, proposto a poco meno di un milione di euro. Ora, rientrato in Italia, torna a Bassano, accanto ai capolavori della Famiglia. Questo rientro è festeggiato con una serie di iniziative di prestigio: l’uscita di tre volumi degli Atti del Convegno sui Bassano del 2011, la pubblicazione del catalogo completo delle opere dei Bassano patrimonio dei Civici Musei della Città, l’esposizione, a Palazzo Sturm, di una selezionata parte del poderoso corpus di incisioni tratte da Jacopo.

Fonte: www.quotidianoarte.it, 24 nov 2015

FERRARA. Caino e Abele. Un’opera inedita attribuita al Guercino.

Da sabato 5 a domenica 13 dicembre 2015 al Castello Estense di Ferrara sarà presentato al pubblico – in anteprima assoluta – il dipinto inedito Caino e Abele, recentemente attribuito secondo studi condotti da storici dell’arte, tra cui Andrea Emiliani e Claudio Strinati, al periodo giovanile di Giovan Francesco Barbieri, detto Il Guercino.
La presentazione sarà accompagnata da una pubblicazione monografica sull’opera Caino e Abele che ripercorre e contestualizza la giovinezza del Guercino per giungere a un’analisi approfondita del dipinto in oggetto, attraverso una serie di riflessioni sulle influenze artistiche determinanti nei primi anni di attività del pittore e di parallelismi con opere d’arte documentate da lui realizzate nello stesso periodo.
I testi in catalogo sono di Andrea Emiliani, Claudio Strinati, Gianni Venturi, Stefano Zanasi, Gloria De Liberali, Nicoletta Gandolfi e Micaela Lipparini.
Giovan Francesco Barbieri, detto Il Guercino, nasce nel 1591 a Cento, da una famiglia modesta ma in un territorio posto al centro del triangolo fertile compreso tra Ferrara, Modena e Bologna. Proprio la frequentazione del capoluogo emiliano e la visione dei capolavori dei maestri bolognesi segna profondamente la sua giovinezza, contribuendo alla sua geniale capacità di rielaborazione pittorica e di fertile invenzione artistica, rintracciabili anche nel dipinto Caino e Abele, che raffigura l’uccisione del secondogenito di Adamo ed Eva per mano del suo stesso fratello. La forza drammatica del corpo seminudo di Abele, riverso diagonalmente a terra, presentato in primo piano attraverso un’ardita soluzione prospettica e con un punto di vista molto ribassato, contrasta con la figura di Caino, che si dà alla fuga nell’oscurità del fondale.
L’opera, risalente al secondo decennio del 1600, mostra evidenti caratteri stilistici della giovinezza del Guercino, con influenze riconducibili ai grandi veneti – Giorgione, Tiziano, Tintoretto – ma anche alla svolta naturalistica avviata dai Carracci – Ludovico in primis – fin dagli anni Ottanta del secolo precedente. In particolare è facile osservare la celebre “macchia” guercinesca – che spezza le forme per studiarne gli effetti di luce in rapporto con i mutamenti atmosferici, e l’inconfondibile maniera di rendere l’anatomia degli arti superiori ed inferiori sovradimensionati e rigonfi, le cui masse muscolari risultano scolpite da netti contrasti luministici che accentuano l’effetto drammatico della scena. La straordinaria qualità di Caino e Abele, confermata dalle radiografie recentemente eseguite in occasione della sua riscoperta, fu apprezzata anche fuori dai confini italiani, quando l’opera entrò a far parte, nel corso dell’Ottocento, della collezione di Sir Thomas William Holburne e successivamente dell’Holburne Museum di Bath. Curiosamente all’epoca l’opera fu erroneamente attribuita al caposcuola bolognese Guido Reni, probabilmente proprio per gli evidenti caratteri emiliani, oltre naturalmente che per le grandi qualità pittoriche di questo capolavoro.

Fonte: www.quotidianoarte.it, 25 nov 2015

VITERBO. La più grande banca dati del Patrimonio culturale.

Presso il Cedido “Centro Diocesano di Documentazione per la storia e la cultura religiosa” di Viterbo, è avvenuta la presentazione per il Lazio della banca dati creata dall’Ufficio Nazionale Beni Culturali della Conferenza Episcopale Italiana che contiene informazioni e immagini sui beni storico artistici, sugli edifici di culto, sui libri e sui documenti di biblioteche e di archivi di tutt’Italia.
Si tratta di milioni di informazioni che ora sono disponibili in internet e che sono destinate a crescere man mano che le diocesi completano il censimento dei beni storico artistici, che le biblioteche proseguono nella catalogazione dei loro libri, che gli archivi procedono nell’ordinamento delle loro carte.
L’incontro è stato di particolare importanza soprattutto per i responsabili dei beni culturali ecclesiastici (cioè i parroci) e per tutti coloro che si occupano di cultura nel nostro territorio nel quale il patrimoni storico artistico, biblioteconomico e archivistico prodotto dalla Chiesa è di un’importanza decisiva.

Fonte: Newtuscia, 23 nov 2015

ROMA. “Un presente antichissimo”, ai Mercati di Traiano.

I Mercati di Traiano Museo dei Fori Imperiali presentano dal 1 dicembre 2015 al 17 febbraio 2016 un’ampia mostra dedicata ad Umberto Passeretti, curata da Gabriele Simongini e promossa da Roma Capitale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, con i servizi museali di Zètema Progetto Cultura.
Dal 1985 Passeretti dialoga da pittore pienamente contemporaneo con la classicità romana e più in generale con la memoria dell’antico. Proprio per questo un luogo emblematico della “romanità” come i Mercati di Traiano Museo dei Fori Imperiali appare come la sede più adatta per ospitare una ventina di sue opere, nella Grande Aula e nel Corpo Centrale. In occasione dell’esposizione l’artista romano ha realizzato un omaggio a questo luogo straordinario prendendo come soggetto di un suo quadro un “Prigione”. Le opere (dipinte perlopiù ad olio e tempera su tavola ma talvolta anche con smalti industriali) fanno parte del ciclo “Anatomia del panneggio”, avviato dal 1985 e tuttora in fase di svolgimento. Il rapporto di Passeretti con la classicità romana è nato da un’esperienza immersiva, totalizzante e non puramente contemplativa.
“Per motivi familiari – scrive Gabriele Simongini nel catalogo pubblicato da De Luca – ha vissuto e lavorato per diversi anni praticamente dentro Villa Adriana, sopra il Canopo. Ha respirato, studiato, assorbito ogni giorno quelle memorie architettoniche e scultoree che si facevano tutt’uno con la sua vita quotidiana, arricchendola, aprendola a nuove riflessioni non ripiegate nostalgicamente sul passato ma legate alle inquietudini contemporanee. Così, in qualche modo, l’artista non si è semplicemente appropriato di un aspetto dell’antichità ma vi si è immedesimato intendendone la spinta propulsiva verso un’interiorità più profonda e consapevole ma sempre operante nel vivo dell’attualità”.
Spesso, e soprattutto agli inizi del ciclo “Anatomia del panneggio”, le pieghe dei panneggi sono anche nervi scoperti, connessioni metaforiche fra corpo e anima e sono fuse con lo scheletro, con i muscoli, con i tendini di un’idea del classico che è prima di tutto difesa ad oltranza dell’umanità e di un umanesimo inteso nel suo senso più profondamente etico. Così non di rado Passeretti graffia ed incide la tavola per cercare un segno profondamente strutturale, poi rispecchiato anche nelle rasoiate di colore che indicano traiettorie dinamiche, saettanti, indirizzate e chiuse in potenti nuclei unitari e raccolti. Come ha scritto Federico Zeri, “la pittura di Umberto Passeretti è nostalgia di un’etica, di un costume, di una cultura. La classicità greco-romana è elaborata ancora una volta come mito interiore”.
Così, nella mostra immaginata dall’artista per i Mercati di Traiano con un crescendo cromatico che dall’ascetico bianco e nero iniziale si apre ad estroverse sinfonie di colori, questo mito interiore si rivela senza tempo tanto da diventare nei suoi quadri “un presente antichissimo”, come diceva Fernando Pessoa. I mirabili reperti scultorei del passato si trasformano in pittura, con la chiara prevalenza di panneggi dalla materia mossa, palpitante di una nuova vita che sembra quasi sul punto di cominciare. Ne emerge l’idea coinvolgente di un “classico dinamico” e in divenire.
“Le sue figure panneggiate – scrive ancora Simongini – ci fanno vedere in modo nuovo presenze classiche che la nostra pigra indifferenza spesso ci porta a non percepire più, rendendole “trasparenti”, mentre questi testimoni di un teatro della memoria rittivato nel presente ci sono familiarid estranei al tempo stesso, spiazzandoci. Così Passeretti offre al nostro sguardo sculture antiche che promanano energia, attualità e vitalità, non di rado avvalendosi anche di una sorta di trasposizione quasi virtuale tramite colori che in sé portano anche gli effetti dell’artificio tecnologico, pur restando magistrali prove di pura pittura. Senza essere irriverenti, le figure panneggiate dipinte da Passeretti sembrano quasi pronte a sfilare in un défilé, tramutando i cortei rituali di un tempo negli eventi della moda di oggi”.

Fonte: www.quotidianoarte.it, 25 nov 2015