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AOSTA. Sandro Chia. I guerrieri di Xi’an.

La mostra Sandro Chia. I guerrieri di Xi’an, che documenta un particolare momento della ricerca espressiva di uno dei più significativi protagonisti dell’arte contemporanea, Sandro Chia (Firenze 1946), apparso sulla scena internazionale alla Biennale di Venezia del 1980 con il gruppo dei cinque artisti della Transavanguardia. Da allora la sua opera è stata esposta nelle più importanti rassegne internazionali d’arte e in prestigiosi musei, quali il Metropolitan Museum di New York lo Stedelijk Museum di Amsterdam e il Museo di Düsseldorf.
La rassegna di Aosta, a cura di Daria Jorioz ed Enzo Di Martino, è incentrata sugli antichi mitici Guerrieri di Xi’an, messi a guardia del mausoleo dell’Imperatore Qin Shi Huang, vissuto tra il 259 e il 210 a.C. Risalenti al III secolo a.C. e scoperti a partire dal 1974, questi Guerrieri, considerati oggi l’ottava meraviglia del mondo, erano in origine dipinti con colori vivaci.
Il Museo di Xi’an ha realizzato delle copie perfette dagli originali, nello stesso materiale e senza colore. Con gesto artistico Chia rinnova lo spirito senza tempo di queste figure, creando una piccola armata di sculture policrome, straordinario risultato dell’incontro di un importante artista internazionale e dei protagonisti di una delle più grandi scoperte archeologiche di tutti i tempi.
Sandro Chia, infatti, ha dipinto alcuni guerrieri con i suoi motivi formali, appropriandosene idealmente e facendole diventare sue “opere fatte ad arte”. Al Centro Saint-Bénin saranno esposti nove grandi Guerrieri, un Cavallo e sette piccole Teste, sulle quali Chia ha deposto il suo gesto pittorico, secondo un’operazione “picassiana” di appropriazione.
L’artista fiorentino è stato infatti definito “nomade e disinibito” per la capacità di alimentare il suo mondo creativo attingendo a fonti diverse e pervenendo ad una personale cifra formale.
Dieci tecniche miste dedicate all’esercito di terracotta, un gruppo di grandi monotipi e una selezione di opere grafiche completano l’esposizione di Aosta. Ne risulta una mostra affascinante, che intende consegnare ai visitatori una visione esaurientemente rappresentativa del complesso e poetico mondo immaginativo di Chia.

Redattore: RENZO DE SIMONE

Info:
Aosta, Centro Saint-Bénin, Via Festaz, 27, fino al 08 maggio 2016
Costo del biglietto: 8,00 euro
Orario: tutti i giorno 10-13 / 14-18 – Chiuso il lunedì
Telefono: 0165.274401 – 0165.272687
E-mail: u-mostre@regione.vda.it
Sito web: http://www.regione.vda.it

Comunicato di approfondimento-imported-55789

Fonte: MiBACT

MILANO. Rubens adorazione dei pastori.

Si rinnova anche quest’anno l’appuntamento natalizio con l’arte: le porte di Palazzo Marino si aprono per ammirare uno dei maestosi capolavori di Pietro Paolo Rubens, una grande pala d’altare che raffigura l’Adorazione dei pastori, riscoperta come opera del pittore fiammingo nel 1927 dal grande storico dell’arte Roberto Longhi, folgorato dalla sua visione nella Chiesa di San Filippo Neri a Fermo e oggi conservata nella Pinacoteca Civica della città marchigiana.
Un dipinto grandioso che raccoglie la summa poetica di Rubens e che anticipa la nascita del Barocco.
rubens 2Una occasione preziosa per celebrare le festività natalizie ammirando uno dei capolavori del maestro, e per ripensare ai legami di Milano con le Epifanie cristologiche.
Una grande opera proveniente da una piccola ma importante città, Fermo, a testimonianza delle innumerevoli eccellenze artistiche disseminate nel nostro Paese e molto spesso nelle località meno frequentate.
Patrocinata dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo e promossa da Comune di Milano, Intesa Sanpaolo – partner istituzionale – e con il sostegno di la Rinascente, l’iniziativa, organizzata anche quest’anno con la regia di Palazzo Reale, è realizzata insieme alla Città di Fermo – Pinacoteca Civica in collaborazione con le Gallerie d’Italia di Piazza Scala, curata da Anna Lo Bianco e organizzata in collaborazione con Civita.
I visitatori saranno ammessi in mostra in gruppi e accolti da storici dell’arte, coordinati da Civita, che faranno da guida nel percorso espositivo.
Il catalogo della mostra è edito da Marsilio.

Redattore: ANTONELLA CORONA

Info:
Milano, Palazzo Marino – Sala Alessi, Piazza della Scala, 2, fino al 10 gennaio 2016
Costo del biglietto: gratuito
Orario: Tutti i giorni 9.30- 20.00 (ultimo ingresso alle 19.30)
Giovedì 9.30-22.30 (ultimo ingresso alle ore 22.00)
Telefono: 800167619

Fonte: MiBACT

ROMA. Lo spendore di un’estasi, il restauro di Santa Teresa di Gian Lorenzo Bernini.

L’ultimo restauro risale a diciannove anni fa, non molti per un complesso scultoreo, ma il capolavoro realizzato da Bernini a cinquant’anni, quasi in contemporanea con la Fontana dei fiumi di Piazza Navona, ha la sfortuna di trovarsi in una chiesa che si apre su una strada trafficatissima del centro storico di Roma, Via XX settembre, per di più proprio di fronte al semaforo.
La polvere e il grasso depositati sulle superficie marmorea e sugli stucchi ha richiesto così una nuova imprevista pulitura. Che è stata realizzata da gennaio a giugno di quest’anno, interessando anche il pavimento e il paliotto, da due maestri in materia come Sante Guido e Giuseppe Mantella diretti da Lia di Giacomo.
L’illustrazione del restauro, presenti Daniela Porro, Segretario Regionale per il Lazio, Angelo Carbone Prefetto per il Fondo Edifici di Culto da cui la chiesa dipende e il Rettore dei Carmelitani Scalzi Padre Rocco, si è tenuta il 26 novembre all’interno dello stesso edificio di culto, di fronte alla Cappella Cornaro. Prima della cerimonia, eseguendo un’ultima spolveratura ci si è accorti che si era depositata nuova polvere, a pochi mesi dal termine dei lavori. Santa Maria della Vittoria, così chiamata per la vittoria delle truppe cattoliche contro l’esercito protestante di Federico di Sassonia nel 1620 nella battaglia della Montagna Bianca della Guerra dei Trent’anni, è uno dei monumenti più insigni della Roma barocca nel Quartiere Sallustiano. All’inizio la Chiesa aveva linee semplici, ci sono voluti 150 anni per avere il ricchissimo apparato decorativo che conosciamo, con opere di artisti come Domenichino, Guercino, Guido Reni, ricorda Padre Rocco. Molti stati europei contribuirono alla sua bellezza, anche grazie allo “jus patronatus” in base al quale cardinali e principi abbellivano l’altare del proprio patrono. Al momento degli scavi per la nuova chiesa venne trovato un Ermafrodito dormiente che fu donato ai Borghese (che contribuirono alla facciata).
Un’opera che con Napoleone è finita al Louvre. L’altare che vediamo non è l’originario andato distrutto in un incendio nell’ ‘800, ma quello ricostruito dal principe Torlonia. Costruita su progetto di Carlo Maderno all’inizio del ‘600 su una precedente una cappella dei Carmelitani Scalzi dedicata a S. Paolo, è nota soprattutto per la Cappella commissionata dal cardinale di Venezia Federico Cornaro a Bernini che la realizza insieme ad allievi dal 1647 al 1652. Rappresenta la Santa fondatrice dell’ordine dei Carmelitani Scalzi abbandonata sulle nuvole che si offre al dardo dell’angelo che la sta per trafiggere con una freccia.
L’artista traduce con grande effetto scenografico in un unico blocco di marmo di Carrara le parole della Santa riportate nei suoi scritti. Mentre dall’alto, da un’apertura nascosta allo sguardo degli spettatori, scende una raggiera dorata che simula la luce divina e terrena che inonda la scena. Ai lati in due palchetti, come due quinte teatrali, i familiari e lo stesso Federico affacciati al parapetto assistono all’evento miracoloso che ha per protagonista “la più santa fra le donne e la più donna fra le sante”.
Vissuta al tempo di Carlo V (sul suo impero non tramontava mai il sole), morta a 67 anni e come Santa Caterina proclamata “dottore della Chiesa”, fu una mistica, ma anche una grande riformatrice e scrittrice. E Bernini certamente conosceva la sua Autobiografia e aveva letto i passi che riguardano la “Transverberazione”, ovvero l’estasi. Completano la decorazione della cappella il paliotto che raffigura l’ “Ultima cena” i due tondi sul pavimento con “scheletri oranti” e l’affresco della volta di Guidobaldo Abbatini con ldquo; Gloria dello Spirito Santo”.
Preceduto da approfondite indagini diagnostiche, ultravioletto, fotogrammetria, microscopio portatile, l’intervento sulla Cappella Cornaro, era mirato a eliminare lo spesso strato che si era depositato sulle superfici del marmo e degli stucchi, ma poi grazie anche alla disponibilità dei restauratori ha interessato tutta la cappella, compreso altare e pavimento. Come si sa i restauri sono occasione di nuove ricerche e di scoperte come ridipinture e stuccature. E’ il caso, ricorda Di Giacomo, di una nuvola di calce e pozzolana in basso sotto il piede della Santa voluta da Bernini, che qualcuno in passato ha “corretto” per mettere in primo piano la cornice, riducendo l’originario effetto d’insieme. Ora riportato all’origine. Lavorando a contatto con l’opera sorgono domande e si cercano risposte, confessa Mantella che è intervenuto sulle superfici marmoree. E si scopre come lavorava l’artista. Bernini non usava strumenti nuovi, ma i tradizionali scalpelli, raspa, gradina e lucidava le superfici con pietra pomice. Le parti non visibili non erano completate. Forse quando è arrivata qui la scultura non era perfettamente finita. E fa notare certi particolari, come gli occhi della Santa con le palpebre lucidate, come per il David e la diversa lavorazione del marmo a seconda che rappresenti il corpo o gli abiti. E l’effetto del vento che arriva a scompigliare i capelli dell’angelo. Il progetto conservativo riguardava solo la pulitura ma poi è risultato più impegnativo.
C’erano piccole lesioni sul bordo della Santa, le superfici erano non solo coperte di polvere grassa, ma in alcune zone apparivano oscurate da resine di precedenti interventi. L’angelo in particolare era in pessime condizioni, macchiato dall’acqua che penetrava dall’oculo, ora perfettamente sigillato. La pulitura è stata effettuata con piccoli aspirapolveri, pennelli sottili e con tamponi per le polveri grasse più resistenti. Fulcro di tutta la cappella che aveva in origine una vetrata bianca (uguale quella nella cappella di fronte), il paliotto in bronzo dorato su lapislazzuli sotto l’altare, ora molto più luminoso.
“Non si era mai visto prima di allora a Roma un paliotto così elaborato e “fisso”. I paliotti nascono come elementi decorativi dell’altare, anche in materiali nobili come l’argento, ma erano mobili, da mettersi solo nei giorni di festa”, ricorda Sante Guido. Ispirato probabilmente da Bernini, non si è certi dell’autore può darsi l’orafo romano Albini, come narra una fonte dell’ ‘800, prosegue il restauratore. E’ un’opera elaborata e preziosa, ma non perfettamente rifinita dopo la fusione e prima della doratura, o forse a causa di errori di fusione. Così Sante Guido ha tolto i protettivi alterati, ha lavorato di cesello, col bisturi, è intervenuto su saldature grossonale, ha pulito con acetone e nei punti critici ha steso sulle superfici sostanze anticorrosive. “Ma non protettive perché sono molto alterabili”.
E speriamo che duri a lungo in attesa di una soluzione che elimini o riduca il problema del traffico. Impossibile spostare indietro il semaforo?

Autore: Laura Gigliotti

Fonte: www.quotidianoarte.it, 30 nov 2015

ROMA. “Io abito qui” a palazzo Poli la mostra di Alessandro Papetti.

La mostra “Io abito qui” di Alessandro Papetti è ospitata nelle ampie sale di Palazzo Poli, l’edificio su cui poggia la scogliera con la Mostra dell’Acqua Vergine di Fontana di Trevi, da poco riaperta dopo il sapiente restauro finanziato da Fendi.
La rassegna presenta 53 opere su carta a cui si aggiungono cinque grandi tele e alcuni lavori realizzati in sito appositamente per le collezioni dell’Istituto centrale per la grafica.
L’artista, nato a Milano nel ’58, è attivo dagli anni ’80.
Nell’89 la sua opera suscita l’interesse di Giovanni Testori che dedica un articolo sul “Corriere della Sera” ai suoi “Ritratti visti dall’alto”. Segue tra il ’90 e il ’92 il ciclo di dipinti “Reperti”, una sorta di studio sulle tracce lasciate dal tempo in atelier e interni di fabbriche quale approfondimento della sua ricerca sui temi dell’archeologia industriale.
Sarà poi la volta dei cantieri navali, dei ritratti, dei nudi, del tema dell’acqua e del tempo. Cicli pittorici che l‘artista ripercorre periodicamente, rivisitandoli e approfondendoli. E’ il caso nel 2007 della serie di dipinti sugli ex stabilimenti della Renault esposti al Musée des années 30 di Parigi e nel 2012 della mostra “Le fabbriche dell’utopia” al Museo dell’architettura di Mosca. Un’attività continua, incessante che gli ha consentito di esporre in tutto il mondo, a Milano come a Torino, Perugia, Cortina, Parigi, Tokio, Venezia, Berlino.
La mostra romana presentata da Maria Antonella Fusco e Fabio Fiorani, accompagnata da un bel catalogo Electa con un saggio di Massimo Recalcati e una conversazione di Pia Capelli, occupa tre sale del Palazzo.
Nella prima ci sono oli e carboncini su tela, nella seconda oli e acrilici su carta (successivamente intelata), tutti di grande dimensione, nella terza piccoli quadri appesi direttamente sul muro. “Impressioni, flash sull’esperienza pittorica, quasi l’estrapolazione del nucleo centrale del dipinto maggiore, ma opere completamente autonome”, precisa.
“Ho lavorato spesso sul grande formato per avere l’illusione di uno spazio mentale infinito, cosa impossibile”, dice l’artista che fra tutti i medium predilige la carta. In un luogo come l’antica Calcografia camerale che racconta storie di carte e di incisioni le sue opere potrebbero esserci nate. E in parte lo sono. Perché anche Papetti, come hanno fatto altri artisti che hanno esposto all’Istituto (Mario Cresci, Luca Pignatelli, Antonio Biasiucci, Marco Tirelli, Pasquale Ninì Santoro, Giuseppe Stampone e Carlo Lorenzetti), ha progettato tre opere, due delle quali in mostra, “site-specific”. Per una settimana a fine settembre ha lavorato proprio negli spazi di Palazzo Poli. Che cosa ha significato?
“Impossibile non essere condizionati dal luogo. E’ uno studio differente dal solito, cambia la luce. I quadri dipinti qui hanno un’altra colorazione, hanno più rosso, la luce è un’altra. “Anche a Parigi – ricorda – i quadri avevano una luce diversa da quelli dipinti a Milano”.
Nella mostra romana Papetti espone quadri eseguiti quest’anno, un ciclo interamente dedicato agli interni. E dice “Io abito qui” per intendere sono arrivato a questo punto. E’ un tema già affrontato in passato su cui ritorna con le esperienze e la maturità di oggi.
“Non cambiare soggetto, ma cambiare modo” e dunque interni “mentali” non come gli interni delle industrie dismesse, di chiese e palazzi realizzati trent’anni fa. Spazi che non hanno angoli, sono prospettive sferiche. Interni che ha in testa e che dipinge velocemente sulle carte appoggiate sulle pareti, direttamente, alcun disegno o bozzetto preparatorio, si lascia andare, segue il suo istinto. “Ho in mente il punto di partenza, seguo questa suggestione e poi…un navigare senza rotta, seguendo l’andamento del quadro. Quando inizio un dipinto, non so assolutamente come sarà alla fine”.
E’ un modo per mettersi in gioco, per approfondire qualcosa del suo tema pittorico, le ragioni della sua pittura. Può cambiare, ma rimane la coerenza e si riconosce la cifra stilistica. “In questa fase – dice – sto lavorando sul concetto della memoria che è un grande archivio che ci restituisce oggetti che poi diventano soggetti dei quadri”.
I dipinti precedenti erano più figurativi, più rappresentativi della realtà, più riconoscibili con i macchinari industriali, quelli di oggi conservano solo tracce di figurazione.

Info:
Roma, Istituto centrale per la grafica, Palazzo Poli 54.
Orario: da martedì a domenica dalle 10.00 alle 19.00, fino al 10 gennaio 2016.
Ingresso libero. www.grafica.beniculturali.it.

Autore: Laura Gigliotti

Fonte: www.quotidianoarte.it, 30 nov 2015

TREVISO. Metamorfosi di un Genio, la mostra di El Greco.

Inaugurata l’attesa mostra El Greco in Italia. Metamorfosi di un Genio, la piu’ importante retrospettiva mai realizzata prima dedicata al periodo italiano di El Greco, il pittore del ‘500 che ispiro’ artisti del calibro di Bacon, Chagall, Cezanne, Manet, Picasso e Pollock al punto da essere definito dalla critica “l’inventore della pittura moderna”.
Dedicata al decennio 1567-1576, la mostra investiga per la prima volta il periodo che il pittore visse in Italia, ponendosi, quindi, a coronamento delle iniziative culturali che hanno celebrato il quarto centenario della morte dell’artista (Toledo, 1614) in Grecia e in Spagna, rispettivamente suo Paese di nascita e di adozione, e sara’ visitabile a Treviso fino al 10 aprile 2016 a Casa dei Carraresi, il centro congressi ed esposizioni di Fondazione Cassamarca. Organizzata da Kornice, di Andrea Brunello, con la collaborazione di Fondazione Cassamarca, e il patrocinio dalla Regione Veneto, dalla Provincia di Treviso e dal Comune di Treviso, la mostra e’ resa possibile grazie all’intervento del Ministero dei Beni e delle Attivita’ Culturali e del Turismo – MIBACT – e al diretto coinvolgimento del Polo Museale del Veneto che ne ha riconosciuto gli straordinari contenuti artistici.
Il progetto scientifico si basa su oltre mezzo secolo di studi del suo curatore, il Prof. Lionello Puppi, emerito di Ca’ Foscari, uno dei maggiori studiosi al mondo de El Greco e massimo esperto del suo periodo giovanile, coadiuvato da un Comitato Scientifico internazionale composto da studiosi di prestigiose realta’ accademiche: Serena Baccaglini, Alessandra Bigi, Nano Chatzidakis, Agnese Chiari Moretti Wiel, Robin Cormack, Andrea Donati, Mariella Lobefaro, Maria Paphiti, Paula Revenga Dominguez.
4 i capolavori inediti in mostra presentati al pubblico in anteprima mondiale tra le oltre 70 opere che coinvolge- ranno il visitatore in un affascinante viaggio sulle tracce dell’attivita’ de El Greco tra Venezia, Roma e l’Italia centrale, mostrandoci opere degli artisti che lo influenzarono profondamente, tra cui Tiziano, Bassano e Tintoretto, e dei pittori delle Avanguardie del ‘900 che furono a sua volta influenzati dal maestro. Tra questi, spicca Pablo Picasso, in mostra con un maestoso cartone, le Demoiselles d’Avignon, mai esibito prima, dal quale si evince l’influenza che El Greco ebbe sul pittore cubista: tutto cio’ sara’ ancora piu’ chiaro in mostra attraverso il confronto con gli angeli danzanti dell’Adorazione dei Pastori e Battesimo di Cristo provenienti dalla Galleria Nazionale d’Arte Antica in Palazzo Barberini di Roma. Sara’ Picasso stesso a descrivere El Greco come l’unico pittore cubista prima di lui e ad ammettere una profonda ammirazione per la sconvolgente modernita’ delle sue opere.
Il cartone e’ nato da un progetto di collaborazione tra Picasso, il mecenate americano Nelson Rockefeller, Vicepresidente degli Stati Uniti durante l’era Ford, e l’artista francese Madame Jacqueline de la Baume Du¨rrbach come base per la realizzazione, secondo l’antica arte della tessitura, di uno dei 18 arazzi ispirati alle opere piu’ famose dell’artista spagnolo. Sono invece due Crocefissioni di Francis Bacon, anch’esse inedite, a raccontarci le incredibili commistioni tra El Greco, Bacon e Picasso. Nelle Crocifissioni di Bacon, testimonianza del profondo disagio dell’artista nei confronti della societa’ e simbolo di tragedia interna, si ritrovano la stessa distorsione delle figure, la stessa drammatica resa esistenzialista, presenti nelle composizioni, proporzioni e colori de El Greco.
Accanto alle anteprime delle Avanguardie del ‘900 il pubblico potra’ ammirare, inoltre, un’opera di El Greco creduta persa e recentemente ritrovata. Una storia questa che potrebbe essere un romanzo ambientato nel secondo dopoguerra quando centinaia di migliaia di beni culturali di proprita’ ebraica furoo oggetto di esproprio da parte dei nazisti: si tratta del Ritratto di Gentiluomo, restituito agli eredi del legittimo proprietario Julius Priester grazie all’intervento della Commission for Looted Art in Europe.
Il percorso espositivo partira’ da Creta, l’isola in cui e’ nato, e da un linguaggio legato alla tradizionale icona bizantina che ha contraddistinto la sua prima produzione artistica, per arrivare in Italia, paese dove El Greco trasformera’ il suo modo di dipingere, grazie alla frequentazione dei circoli artistici piu’ eminenti, fino a portarlo a una piena maturita’ artistica in Spagna. Al periodo italiano, infatti, e’ dedicata la parte dominante della mostra, in cui lo spettatore potra’ ammirare le principali opere di El Greco a confronto con quelle di artisti che hanno fortemente influenzato il suo lavoro.
Tra i capolavori del Greco: il San Demetrio (ante 1567), l’altarolo detto Trittico di Modena (1567-1568 ca.), l’Adorazione dei Pastori (1568-1569 ca.), il Ritratto di Giulio Clovio (1571 ca.), la Guarigione del Cieco (1573 ca.), la Crocifissione (1575-1577 ca.), il San Francesco (1595), il Salvatore Benedicente (1595 ca.), il Polittico di Ferrara (1568); e di artisti a confronto: il San Francesco Riceve le Stimmate di Tiziano (1525 ca.), la Madonna di San Zaccaria del Parmigianino (1530-1533 ca.), l’Allegoria della Battaglia di Lepanto del Veronese (1572-1573 ca.) e l’Allegoria del Fuoco del Bassano (1580 ca.).
Il percorso conclusivo della mostra documentera’, infine, la profonda influenza esercitata da El Greco sulle Avanguardie Europee del XX secolo a testimoniare l’incredibile attualita’ del suo genio: un linguaggio personale e straordinario che sconvolse l’estetica a lui contemporanea con toni drammatici e un linguaggio fantasioso ed espressionista che ha saputo conquistare grandi artisti, da Picasso, a Manet, fino a Pollock, ispirati dalle forme allungate delle sue figure, dalla stravaganza dei cromatismi utilizzati, dall’uso moderno e soggettivo dello spazio.
In apertura della mostra sara’ anche possibile vedere un video emozionale ispirato al film El Greco, dedicato alla carismatica e istrionica personalita’ del Greco, diretto da Yannis Smaragdis nel 2007 e ancora inedito in Italia, di cui l’organizzatore Kornice ha comprato i diritti, che aiutera’ meglio a comprendere l’incredibile genio e le vicende umane di questo straordinario artista.
Le opere in mostra provengono da prestigiose istituzioni museali e collezioni private di tutto il mondo, tra cui le Gallerie dell’Accademia di Venezia, la Galleria Estense di Modena, la Galleria Nazionale di Parma, il J.F. Willumsens Museum in Danimarca, la Maison d’Art di Montecarlo, la Galleria Parmeggiani di Reggio Emilia, il Museo di Capodimonte di Napoli, la Pinacoteca di Bologna, la Schorr Collection di Londra, The Velimezis Collection di Atene, solo per citarne alcuni.

Fonte: www.quotidianoarte.it, 8 dic 2015