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MILANO. Portato a termine il restauro del ciclo di affreschi giotteschi nell’Abbazia di Chiaravalle.

Dopo anni di lavoro, è stato portato a compimento il restauro del ciclo di affreschi che decorano il tiburio dell’Abbazia cistercense di Chiaravalle, a dieci chilometri dal cuore di Milano, grazie ad Intesa Sanpaolo che ha inserito questo intervento nell’ambito di Restituzioni, collaudato programma di restauri di opere appartenenti al patrimonio artistico del Paese, promosso e curato dalla Banca e gestito in collaborazione con le Soprintendenze archeologiche e storico-artistiche. 

I lavori di restauro – eseguiti sotto la direzione della Soprintendenza per i Beni Storico Artistici ed Etnoantropologici di Milano dal laboratorio Nicola Restauri in Aramengo (TO) – sono iniziati nel 2002 con fondi ministeriali e sono stati ora portati a termine grazie agli indispensabili finanziamenti erogati nel biennio 2008-2009 da Intesa Sanpaolo.
 
Il lungo intervento ha interessato l’impresa artistica più importante per qualità e completezza in Lombardia del periodo pre-rinascimentale, dove la narrazione si fonde con la poesia, raggiungendo un equilibrio perfettamente calibrato nei gesti solenni e nelle emozioni sempre delicate ed eleganti.  

Il restauro ha risarcito la straordinaria decorazione pittorica trecentesca della chiesa dell’Abbazia di Chiaravalle Milanese, una delle più importanti pagine artistiche del Trecento italiano.  L’imponente impresa pittorica coinvolge l’intero spazio interno del tiburio: sotto il cielo stellato della calotta della cupola, i quattro Evangelisti, accompagnati, con ogni probabilità, da altrettanti Profeti e Dottori della Chiesa, annunciano la sequenza di Santi e Beati connessi all’ordine cistercense delle pareti del tamburo. Il registro inferiore, narra le Storie della Vergine post Resurrectionem secondo il racconto diffuso della Legenda Aurea, legate alla morte e all’ascesa al cielo della Vergine.  
L’intervento di restauro è stato preceduto e accompagnato da analisi e indagini strumentali non distruttive, finalizzate allo studio delle fenomenologie di degrado, delle tecniche esecutive, dei materiali originali e di quelli utilizzati negli interventi precedenti. In questo modo è stato ad esempio possibile distinguere le diverse fasi temporali di intervento e le diverse mani e personalità operanti all’interno della chiesa, permettendo di individuare, almeno sommariamente, l’organizzazione dell’intero cantiere.
È stata confermata la presenza di due maestri, il primo dei quali di provenienza lombarda, il cosiddetto “Primo Maestro di Chiaravalle”, responsabile della decorazione della cupola della torre nolare e del ciclo del tamburo, e il secondo, identificato con Stefano fiorentino, ricordato da Giorgio Vasari nelle sue Vite come il miglior allievo di Giotto, cui si deve il ciclo con le Storie della Vergine post Resurrectionem.
È stato inoltre possibile all’interno di quest’ultimo ciclo – considerato il più importante per qualità e completezza del periodo pre-rinascimentale in Lombardia – cogliere differenze stilistiche ed esecutive che attestano la presenza di altri pittori, probabilmente allievi e collaboratori dello stesso Stefano.
Si tratta dunque di un lavoro che è riuscito a metterci oggi in contatto diretto con gli artisti del tempo, precisandone la tecnica, contribuendo a chiarire i contenuti di un’arte complessa e in parte ancora non conosciuta.

Il restauro degli affreschi, per i vent’anni di Restituzioni
Il progetto Restituzioni ha compiuto vent’anni e il restauro monumentale degli affreschi trecenteschi di Chiaravalle giunge a festeggiare un compleanno di speciale importanza per Intesa Sanpaolo, che ha individuato in questo impegnativo programma di restauro di opere d’arte del patrimonio pubblico una delle strade maestre per contribuire da protagonista alla crescita del Paese.

Restituzioni è stato avviato nel 1989 dall’allora Banca Cattolica del Veneto – confluita nel nucleo iniziale che avrebbe dato origine ad Intesa Sanpaolo – con obiettivi e finalità legati al territorio di competenza e gestito in collaborazione con gli organismi pubblici di tutela competenti, le Soprintendenze archeologiche e storico-artistiche, in una partnership che è elemento distintivo ed essenziale del programma. Nel corso di quattordici edizioni, Restituzioni ha felicemente assecondato l’imponente crescita della Banca, conquistando dimensione e importanza nazionali.

Il programma oggi può presentare un curriculum di alto profilo, avendo originato un museo virtuale di oltre 600 opere restaurate: tante sono infatti le opere d’arte mobili riportate in pristinam dignitatem, con testimonianze che spaziano dalle epoche proto-storiche fino alle soglie dell’età contemporanea, dall’archeologia all’oreficeria, alle arti plastiche e pittoriche; più di 140 sono gli Enti garanti della rigorosa destinazione pubblica dei propri tesori, fra chiese, musei e siti archeologici, che sino ad oggi hanno beneficiato di Restituzioni; 90 i laboratori di restauro, distribuiti da Nord a Sud, che si sono occupati del restauro, comparto di eccellenza del nostro Paese. 

I mosaici pavimentali paleocristiani della Basilica di Aquileia, gli affreschi di Altichiero e Avanzo nella Cappella di San Giacomo nella Basilica del Santo a Padova, il portale maggiore in bronzo della Basilica di San Marco a Venezia: sono solo alcuni degli interventi di restauro su opere di carattere monumentale che costituiscono un ulteriore asso nella manica del programma, che da anni è punto di riferimento nazionale per gli studiosi e per gli operatori impegnati sul fronte della tutela e della salvaguardia del patrimonio artistico del Paese.  Ed è in questo “ramo” monumentale di Restituzioni che il restauro degli affreschi di Chiaravalle si colloca.

Affiancando l’impegno del soggetto pubblico, Intesa Sanpaolo ha confermato anche in questa occasione la costante ricerca di efficaci sinergie con quanti si occupano per compito istituzionale della tutela del patrimonio culturale, nella consapevolezza che, in un contesto di “museo diffuso” come l’Italia, le testimonianze artistiche vanno preservate per trasmettere alle future generazioni brani essenziali di storia e identità nazionale.

VERCELLI.Peggy e Solomon R. Guggenheim: le avanguardie dell’astrazione.

Vercelli, fino al 30 maggio 2010.
La mostra, curata da Luca Massimo Barbero, è il terzo momento che completa un grande progetto espositivo iniziato nel 2007 e che ha portato a Vercelli in due anni oltre 80.000 visitatori.
In tanti hanno potuto ammirare i capolavori storici del Novecento, la maggior parte dei quali provenienti dalla Collezione di Peggy Guggenheim, e rappresentativi di quella visione lungimirante che la mecenate americana aveva di museo.
La prima mostra, incentrata sul Surrealismo, venne introdotta dalle parole di Peggy, che disse: “[Nel 1942] Indossai un orecchino di Tanguy e uno di Calder, per dimostrare la mia imparzialità tra l’arte surrealista e quella astratta”.

Partendo nuovamente dal simbolico gesto della collezionista, e focalizzandosi ora sul suo secondo orecchino, la terza esposizione include altresì capolavori provenienti dalla collezione personale di Solomon R. Guggenheim, rivelando la passione, che lo accomunò alla baronessa e pittrice Hilla Rebay (prima direttrice del Guggenheim di New York) e a Peggy, per l’arte astratta, dalle prime avanguardie all’Espressionismo astratto americano fino al movimento europeo dell’Informale.
Peggy e Solomon R. Guggenheim: le avanguardie dell’astrazione presenta per la prima volta al pubblico europeo il tema dell’astrazione attraverso il dialogo tra zio e nipote, in un percorso che, nello scambio e implementazione delle due collezioni, conferma l’importanza di Solomon e Peggy quali figure portanti della storia dell’arte del XX secolo.
Se Solomon R. fonda nel 1937 a New York il Museum of Non Objective Panting (Museo della pittura non oggettiva) basato sull’idea di pura astrazione come assenza della figura, Peggy si orienta invece su una scelta più “trasgressiva”, quella del Surrealismo, non trascurando di acquistare i capolavori delle avanguardie astratte che la porteranno nel secondo dopoguerra ad includere nella sua collezione opere dell’Espressionismo astratto americano e dei successivi movimenti.
La mostra presenta oltre 50 capolavori, provenienti in gran parte dal museo newyorkese, annoverando artisti come Paul Cezanne, Georges Seurat, Georges Braque, Henri Matisse, Robert Delaunay, Jean Arp, Jean Dubuffet, Pierre Soulages, Adolph Gottlieb fino agli artisti italiani amici di Peggy, quali Edmondo Bacci, Giuseppe Santomaso, Tancredi Parmeggiani ed Emilio Vedova (con un capolavoro concesso in prestito dalla Fondazione Emilio e Anna Bianca Vedova, Venezia).
Capisaldi dell’allestimento sono diverse opere dei due grandi maestri Vasily Kandinsky e Piet Mondrian, figure portanti del linguaggio pittorico astratto del XX secolo.
La mostra, realizzata con la collaborazione produttiva di Giunti Arte mostre musei, che ne pubblica anche il catalogo, prevede un intenso programma di iniziative di promozione e di supporto informativo e didattico.

Info:
Comune di Vercelli – Ufficio URP – tel. 0161 596333 / fax 0161 596335 / arcamostre@comune.vercelli.it
Collezione Peggy Guggenheim – Ufficio stampa
tel. 041 2405404 / fax 041 5206885 / press@guggenheim-venice.it
Promossa da: Regione Piemonte e Comune di Vercelli
In collaborazione con Collezione Peggy Guggenheim
Sede: Arca, Chiesa di San Marco – Piazza San Marco 1 – Vercelli
Orari: da lunedì al venerdì: 14 – 19 (scuole e gruppi prenotati 9 – 14); sabato e domenica: 10 – 20 (la biglietteria chiude mezz’ora prima).
Sito web: www.guggenheimvercelli.it
Ingresso: Intero e gruppi festivi (sab. e dom.) euro 8,00
Ridotto e gruppi feriali (dal lun. al ven.) euro 6,00
Gruppi scolastici euro 4,00 (ingresso gratuito per accompagnatore)
Diritto di prevendita euro 1,50 (escluse scuole provincia di Vercelli)
Infoline e prenotazioni: MostraMi tel. +39 02 542754
www.ticket.it/arcavercelli
Gruppi, scuole e visite guidate: Memores – tel. +39 0161 256840 – tel. +39 346 6241711 – E-mail: memores2008@tiscali.it
Catalogo: Giunti Arte mostre musei (224 pagine a cura di Luca Massimo Barbero
Testi di Philip Rylands, Luca Massimo Barbero, Tracy Bashkoff Prezzo di copertina € 35,00).

TORINO. Un quartiere un palazzo e tre musei: San Salvario.

San Salvario non è stato solo un quartiere residenziale, commerciale, industriale: fra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento è stato anche il principale polo della ricerca scientifica torinese.
Qui si sono sviluppate la ricerca botanica e la sperimentazione agraria: dalla creazione dell’Orto botanico nel 1729, all’insediamento dei Vivai Burdin nel 1822, e delle Serre municipali tra il 1871 e il 1926, nello stesso isolato che, dal 1886, accoglie l’Accademia di Agricoltura con i suoi Orti sperimentali e, non lontano, in via Ormea 47, dal 1895, anche la Stazione di Chimica agraria.
Dal 1859 il Castello del Valentino – ora sede delle due Facoltà di Architettura – ospita la Regia Scuola di Applicazione per gli Ingegneri, primo nucleo dell’attuale Politecnico, mentre nel Parco si svolgono le grandi Esposizioni, prima cittadine, poi nazionali e internazionali, di cui il Borgo medievale è il principale, ma non certo il solo loro lascito.
Dal 1885, tra corso Massimo d’Azeglio e via Giuria, viene costruita la «Città della Scienza» con le nuove sedi per gli istituti scientifici dell’Università, al cui fianco, dal 1931, sorge l’Istituto Elettrotecnico nazionale Galileo Ferraris. Dal 2006 in San Salvario è attiva la Scuola universitaria per le Biotecnologie di via Nizza, nello stesso luogo in cui, tra il 1934 e il 2003, si trovava la Facoltà di Veterinaria.
I musei del Palazzo degli Istituti Anatomici, nel conservare memoria di questo importante ma poco noto passato del quartiere e della città, si propongono di offrire anche un contributo allo sviluppo della ricerca e della conoscenza scientifica, da cui dipende una parte rilevante del nostro futuro.

Il Palazzo degli Istituti Anatomici
L’isolato compreso fra corso Massimo d’Azeglio e le vie Donizetti, Giuria e Michelangelo è stato sede, dalla fine dell’Ottocento, degli Istituti Anatomici della Facoltà di Medicina, e ospitò, tra il 1935 e il 1996, anche la Facoltà di Agraria.
Con la riapertura del Museo di Anatomia Umana – restaurato e riproposto nell’originario allestimento del 1898 – e del Museo della Frutta, dal 2007 il Palazzo degli Istituti Anatomici ha ripreso e sviluppa una vocazione museale che gli era stata propria sin dalle origini.
Il nuovo polo museale scientifico si arricchisce ora con l’apertura del Museo di Antropologia criminale “Cesare Lombroso”, che già si trovava in questo edificio fra il 1898 e 1948. In un prossimo futuro è previsto anche il trasferimento del Museo di Antropologia ed Etnografia, che ha oggi sede nell’edificio del ex ospedale di San Giovanni, entrambi parte – con il Museo di Anatomia Umana – del Progetto Museo dell’Uomo.
Questo nuovo polo museale, espressione di un intento condiviso dall’Università degli Studi di Torino, dalla Regione Piemonte e dalla Città di Torino, offre una visione articolata e complessa del positivismo scientifico che, tra fine Ottocento e inizio Novecento, ha avuto in Torino un centro propulsivo su scala nazionale.
E, nel valorizzare il patrimonio storico universitario e degli enti di ricerca di Torino, offre al tempo stesso l’opportunità per riflettere, oltre che sull’eredità del positivismo, sulle nuove frontiere che la scienza si trova oggi ad affrontare.
2 Nel Palazzo, insieme al Museo di Antropologia Criminale ‘Cesare Lombroso’ inaugurato il 27 novembre 2009, sono quindi già fruibili il Museo di Anatomia Umana ‘Luigi Rolando’ e il Museo della Frutta “Francesco Garnier Valletti”.

Il Museo di Anatomia Umana “Luigi Rolando”
Il Museo, nato nel 1739 nel Palazzo dell’Università di via Verdi 8, oggi sede del Rettorato, dopo vari trasferimenti, venne riallestito nel 1898 nell’attuale sede del Palazzo degli Istituti Anatomici, in locali monumentali appositamente costruiti con un’architettura che sottolinea l’importanza della disciplina e il prestigio della scuola anatomica torinese a fine Ottocento.
Poiché nel corso del Novecento l’allestimento non ha subito rilevanti modifiche, abbiamo oggi la possibilità di visitare un eccezionale esempio di museo scientifico ottocentesco rimasto quasi inalterato, ora restaurato e riproposto nella sua veste originaria.
Oltre alle collezioni prettamente anatomiche (preparati a secco e in liquido, modelli in cera, cartapesta e legno), il museo conserva collezioni di interesse antropologico, frenologico, primatologico, embriologico, paleoantropologico, artistico e collezioni di strumenti, oltre a un fondo archivistico, un archivio fotografico e un fondo librario storico.
La visita del Museo evidenzia aspetti che vanno ben oltre l’importanza scientifica degli oggetti esposti, investendo anche significati storici, architettonici e artistici che sono stati considerati prioritari nelle operazioni di riordino e valorizzazione delle collezioni.
Tre postazioni video, una guida cartacea e una serie di schede di approfondimento prendono spunto dagli oggetti per raccontare avvincenti storie scientifiche e umane, aiutando a comprendere la storia delle collezioni e il loro significato oggi, anche come patrimonio in beni culturali.

Il Museo della frutta “Francesco Garnier Valletti”
Il Museo presenta la collezione di mille e più «frutti artificiali plastici» modellati a fine Ottocento da Francesco Garnier Valletti, di proprietà della Sezione operativa di Torino dell’Istituto Sperimentale per la Nutrizione delle Piante di via Ormea 47.
Attraverso la ricostruzione dei laboratori d’analisi, delle sale della collezione pomologica, della biblioteca, dell’ufficio del direttore della Stazione di via Ormea con i loro arredi originali, valorizza il suo prezioso patrimonio storico-scientifico. Ne segue le vicende – dalla costituzione della Stazione di Chimica Agraria nel 1871 ad oggi – nel contesto di un aspetto poco noto della storia della città: l’evoluzione della ricerca applicata all’agricoltura a Torino tra Otto e Novecento.
Cuore e centro del Museo è la sua straordinaria collezione pomologica, costituita da centinaia di varietà di mele, pere, pesche, albicocche, susine, uve … acquisita tra il 1927 e il 1935, finalmente esposta al pubblico dopo essere stata accuratamente restaurata e studiata, offrendo anche l’opportunità di conoscere la vita e l’opera di Francesco Garnier Valletti, nato a Giaveno nel 1808 e morto a Torino nel 1889, geniale ed eccentrica figura di artigiano, artista, scienziato.
Un tuffo nel passato che costituisce anche l’occasione per riflettere sul tema, attualissimo, della biodiversità.

MILANO. Restauro del ciclo di affreschi giotteschi nedl tiburio dell’Abbazia di Chiaravalle.

Dopo anni di lavoro, è stato portato a compimento il restauro del ciclo di affreschi che decorano il tiburio dell’Abbazia cistercense di Chiaravalle, a dieci chilometri dal cuore di Milano, grazie ad Intesa Sanpaolo che ha inserito questo intervento nell’ambito di Restituzioni, collaudato programma di restauri di opere appartenenti al patrimonio artistico del Paese, promosso e curato dalla Banca e gestito in collaborazione con le Soprintendenze archeologiche e storico-artistiche. 

I lavori di restauro – eseguiti sotto la direzione della Soprintendenza per i Beni Storico Artistici ed Etnoantropologici di Milano dal laboratorio Nicola Restauri in Aramengo (TO) – sono iniziati nel 2002 con fondi ministeriali e sono stati ora portati a termine grazie agli indispensabili finanziamenti erogati nel biennio 2008-2009 da Intesa Sanpaolo.
 
Il lungo intervento ha interessato l’impresa artistica più importante per qualità e completezza in Lombardia del periodo pre-rinascimentale, dove la narrazione si fonde con la poesia, raggiungendo un equilibrio perfettamente calibrato nei gesti solenni e nelle emozioni sempre delicate ed eleganti.  

Il restauro ha risarcito la straordinaria decorazione pittorica trecentesca della chiesa dell’Abbazia di Chiaravalle Milanese, una delle più importanti pagine artistiche del Trecento italiano.  L’imponente impresa pittorica coinvolge l’intero spazio interno del tiburio: sotto il cielo stellato della calotta della cupola, i quattro Evangelisti, accompagnati, con ogni probabilità, da altrettanti Profeti e Dottori della Chiesa, annunciano la sequenza di Santi e Beati connessi all’ordine cistercense delle pareti del tamburo. Il registro inferiore, narra le Storie della Vergine post Resurrectionem secondo il racconto diffuso della Legenda Aurea, legate alla morte e all’ascesa al cielo della Vergine.  
L’intervento di restauro è stato preceduto e accompagnato da analisi e indagini strumentali non distruttive, finalizzate allo studio delle fenomenologie di degrado, delle tecniche esecutive, dei materiali originali e di quelli utilizzati negli interventi precedenti. In questo modo è stato ad esempio possibile distinguere le diverse fasi temporali di intervento e le diverse mani e personalità operanti all’interno della chiesa, permettendo di individuare, almeno sommariamente, l’organizzazione dell’intero cantiere.
È stata confermata la presenza di due maestri, il primo dei quali di provenienza lombarda, il cosiddetto “Primo Maestro di Chiaravalle”, responsabile della decorazione della cupola della torre nolare e del ciclo del tamburo, e il secondo, identificato con Stefano fiorentino, ricordato da Giorgio Vasari nelle sue Vite come il miglior allievo di Giotto, cui si deve il ciclo con le Storie della Vergine post Resurrectionem.

È stato inoltre possibile all’interno di quest’ultimo ciclo – considerato il più importante per qualità e completezza del periodo pre-rinascimentale in Lombardia – cogliere differenze stilistiche ed esecutive che attestano la presenza di altri pittori, probabilmente allievi e collaboratori dello stesso Stefano.
Si tratta dunque di un lavoro che è riuscito a metterci oggi in contatto diretto con gli artisti del tempo, precisandone la tecnica, contribuendo a chiarire i contenuti di un’arte complessa e in parte ancora non conosciuta.

Il restauro degli affreschi, per i vent’anni di Restituzioni
Il progetto Restituzioni ha compiuto vent’anni e il restauro monumentale degli affreschi trecenteschi di Chiaravalle giunge a festeggiare un compleanno di speciale importanza per Intesa Sanpaolo, che ha individuato in questo impegnativo programma di restauro di opere d’arte del patrimonio pubblico una delle strade maestre per contribuire da protagonista alla crescita del Paese.

Restituzioni è stato avviato nel 1989 dall’allora Banca Cattolica del Veneto – confluita nel nucleo iniziale che avrebbe dato origine ad Intesa Sanpaolo – con obiettivi e finalità legati al territorio di competenza e gestito in collaborazione con gli organismi pubblici di tutela competenti, le Soprintendenze archeologiche e storico-artistiche, in una partnership che è elemento distintivo ed essenziale del programma. Nel corso di quattordici edizioni, Restituzioni ha felicemente assecondato l’imponente crescita della Banca, conquistando dimensione e importanza nazionali.

Il programma oggi può presentare un curriculum di alto profilo, avendo originato un museo virtuale di oltre 600 opere restaurate: tante sono infatti le opere d’arte mobili riportate in pristinam dignitatem, con testimonianze che spaziano dalle epoche proto-storiche fino alle soglie dell’età contemporanea, dall’archeologia all’oreficeria, alle arti plastiche e pittoriche; più di 140 sono gli Enti garanti della rigorosa destinazione pubblica dei propri tesori, fra chiese, musei e siti archeologici, che sino ad oggi hanno beneficiato di Restituzioni; 90 i laboratori di restauro, distribuiti da Nord a Sud, che si sono occupati del restauro, comparto di eccellenza del nostro Paese. 

I mosaici pavimentali paleocristiani della Basilica di Aquileia, gli affreschi di Altichiero e Avanzo nella Cappella di San Giacomo nella Basilica del Santo a Padova, il portale maggiore in bronzo della Basilica di San Marco a Venezia: sono solo alcuni degli interventi di restauro su opere di carattere monumentale che costituiscono un ulteriore asso nella manica del programma, che da anni è punto di riferimento nazionale per gli studiosi e per gli operatori impegnati sul fronte della tutela e della salvaguardia del patrimonio artistico del Paese.  Ed è in questo “ramo” monumentale di Restituzioni che il restauro degli affreschi di Chiaravalle si colloca.

Affiancando l’impegno del soggetto pubblico, Intesa Sanpaolo ha confermato anche in questa occasione la costante ricerca di efficaci sinergie con quanti si occupano per compito istituzionale della tutela del patrimonio culturale, nella consapevolezza che, in un contesto di “museo diffuso” come l’Italia, le testimonianze artistiche vanno preservate per trasmettere alle future generazioni brani essenziali di storia e identità nazionale.

Info:
UFFICIO STAMPA INTESA SANPAOLO
Antonella Zivillica, Responsabile Ufficio Media Public Finance / Attività Sociali e Culturali – tel. 06.67125312   stampa@intesasanpaolo.com
UFFICIO STAMPA RESTITUZIONI-CHIARAVALLE
Novella Mirri e Maria Bonmassar – Tel. 06-32652596; +39335-6077971 ufficiostampa@novellamirri.it.

FIRENZE. Giotto in Santa Croce: straordinario risultato delle indagini alle pitture murali nella Cappella Peruzzi cambiera’ il corso degli studi sul maestro.

A distanza di secoli appaiono, rivelandosi per la prima volta ai nostri occhi, volumi, decori e disegni che costituiscono buona parte dell’opera giottesca nella Cappella Peruzzi della Basilica di Santa Croce.

Dalla proficua collaborazione fra l’Opera di Santa Croce, l’Opificio delle Pietre Dure e la Getty Foundation di Los Angeles scaturisce la straordinaria scoperta riguardante le pitture murali di Giotto nella Cappella adiacente l’altare maggiore.

La campagna diagnostica cui è stata sottoposta la Cappella Peruzzi ha ottenuto sorprendenti, quanto fondamentali e ragguardevoli, risultati che cambieranno il corso degli studi su Giotto.

Là dove, oggi, l’occhio umano nulla o quasi può vedere, le lampade UV svelano la grandiosità delle composizioni riguardanti le storie di San Giovanni Battista (parete di sinistra) e di San Giovanni Evangelista (parete di destra), basati su una composizione che esalta la monumentalità delle architetture, i preziosi scenari e la gravità delle figure, caratterizzate da solida semplicità e classicità dei gesti.

La straordinaria costruzione dei volumi, i ricchi panneggi e i decori sontuosi delle vesti, preziosi particolari delle architetture, oggetti cerimoniali e decorativi, volti che tornano leggibili, posture segnate da sorprendente naturalismo, sono le meraviglie dell’arte giottesca apparse alla luce degli UV ai ricercatori e restauratori. Il cantiere è aperto, infatti, per indagini diagnostiche condotte dall’Opificio delle Pietre Dure e co-finanziate da The Getty Foundation, dall’Opera di Santa Croce e dallo stesso Opificio.

L’immagine delle pitture, molto simili a come erano in origine, surreale quanto suggestiva e preziosa per le novità di studio e le ricerche su Giotto che possono scaturirne, si svela mostrando in alta percentuale ciò che, pur perduto per sempre, ritorna per un coinvolgente attimo nel presente.

Giotto nella Cappella Peruzzi dipinge a secco ed è proprio per questo che oggi è possibile vedere ciò che non è più visibile sulla superficie pittorica. I raggi ultravioletti catturando la materia organica (i leganti con cui si componevano i colori: tempera a uovo, caseina o olio) ricompongono nello spazio immateriale della luce i molti e sorprendenti particolari pittorici e compositivi.

E’ stato spesso detto che Giotto dipingesse nella Peruzzi a secco perché essendo impegnato in altri cantieri, probabilmente anche fuori Firenze, poteva così diluire il tempo necessario alla realizzazione del ciclo pittorico. Contrariamente a questa più consueta interpretazione, si può invece ipotizzare che la sua sia stata una vera e propria scelta artistica volta ad ottenere effetti pittorici più simili a quelli della pittura su tavola. Giotto vuole riprodurre le luminescenze della seta, differenziare il brillare degli ori da quello degli argenti, creare effetti di slontanamento in alcuni inusitati paesaggi aperti. Questo accanto al progredire delle sue caratteristiche istanze volumetriche e chiaroscurali, ancor più evidenti e studiate rispetto a quelle della Cappella degli Scrovegni a Padova. Attraverso il chiaroscuro, che torna evidente grazie alle indagini in UV, si riscoprono i volumi importanti e imponenti che conferiscono alle figure una presenza realistica e una presa di possesso dello spazio quasi tridimensionale.

La pittura a secco è per il Maestro, presumibilmente in questo caso, dunque, ricerca e sperimentazione: i volumi, la luce, il naturalismo che egli intendeva ricreare nella pittura murale sono impossibili nell’affresco, poiché il colore viene inglobato nell’intonaco dal processo di carbonatazione.

Dalle attuali indagini affiorano in particolare le bellissime raffigurazioni dei lunettoni: lo scultoreo Cristo apocalittico mietitore; il panneggio del San Giovanni Evangelista a Patmos, quasi enfiato dal vento dello Spirito Santo; la splendida Donna col Bambino in culla avvolto in panni, forse anticipatorio della celeberrima immagine degli Innocenti di Luca della Robbia.

Inoltre, i decori della scena del Banchetto di Erode: dalla veste del suonatore di liuto, alle suppellettili sulla mensa; le vesti di Salomè ed Erodiade, di perduti e luminescenti cangiantismi.

Nella Scena della Resurrezione di Drusiana e della Assunzione di San Giovanni Evangelista riacquistano corpo e volume gli straordinari gruppi degli astanti e diviene finalmente comprensibile e visualizzabile immediatamente la loro importanza come scuola mentale per Masaccio alla Brancacci e per Michelangelo.

L’importanza dell’utilizzo della tecnologia e delle campagne diagnostiche, nel caso specifico non invasive, ai fini di studio, ricerca e preservazione del patrimonio storico-artistico è confermata ulteriormente da queste importanti scoperte.

La squadra che sta lavorando alle pitture murali di Giotto è composta da 34 persone, tra storici dell’arte, restauratori e ricercatori e le operazioni diagnostiche dureranno ancora per due anni e mezzo per ambedue le cappelle, Peruzzi e Bardi, ma sulla seconda non si potrà ripetere questa sorprendente esperienza poiché le pitture sono state realizzate a fresco.

Patrimonio fondamentale per gli studi e la maggiore comprensione dell’arte del Maestro, l’attuale campagna di indagini potrebbe portare addirittura ad una revisione delle cronologie nell’opera complessiva di Giotto e potrà essere fruibile agli studiosi e al pubblico mondiale soltanto dopo una esaustiva campagna fotografica e video messa a disposizione in forma virtuale.

Poiché non era prevedibile un risultato così importante, nell’attuale campagna diagnostica non vi sono, al momento, i fondi necessari, valutabili in circa 200.000,00 euro, per la realizzazione dei materiali scientifici e divulgativi al momento celati all’occhio umano. Trattandosi di un Maestro universale come Giotto, si auspica il sostegno di Istituzioni pubbliche o private mondiali e, dunque, la possibilità di continuare la campagna fotografica e diagnostica in UV al fine di renderla patrimonio di tutti.

D’altronde, le competenze scientifiche e professionali dell’Opificio delle Pietre Dure non possono che garantire ulteriori e importanti risultati. L’istituzione fiorentina, volta alla salvaguardia del patrimonio nazionale storico-artistico, può contare su un’esperienza di oltre 60 anni per ciò che riguarda Giotto. Le Cappelle Bardi e Peruzzi, infatti, già negli anni ’50 venivano restaurate da Leonetto Tintori sotto l’egida dell’allora “Gabinetto Restauri” della

Soprintendenza, poi diventato uno dei laboratori portanti dell’attuale Opificio, sotto la direzione di Ugo Procacci; negli anni ’70, sotto la guida di Umberto Baldini, si ebbe infatti, insieme alla istituzione del Ministero per i Beni Culturali, anche la fondazione dell’Opificio in istituzione ministeriale dedicata alla ricerca e al restauro.

Oltre alle pitture di Santa Croce, nuovamente oggetto di lavoro, l’Opificio delle Pietre Dure negli ultimi anni ha condotto diverse campagne di restauro su Giotto: la Madonna di Borgo San Lorenzo, la Madonna di San Giorgio alla Costa, la Croce di Santa Maria Novella e, attualmente, nei laboratori della Fortezza da Basso, sede operativa dell’Opificio, è in restauro la Croce di Ognissanti.

Grande soddisfazione è stata espressa dalla Getty Foundation e dalle parole della sua Direttrice Deborah Marrow si evince come la Fondazione: “E’ da 25 anni di grande sostegno alle operazioni e alle ricerche volte alla conservazione del patrimonio artistico e culturale mondiale. Un punto chiave della nostra filosofia di lavoro è sempre stato riconoscere che gli interventi di restauro, per essere efficaci, devono basarsi su una pianificazione e una diagnostica integrate. Per questo siamo particolarmente felici di poter aiutare finanziariamente lo studio di opere d’arte di importanza unica al mondo come le pitture murali della Cappella Bardi e della Cappella Peruzzi a Santa Croce‘.

E ancora, Antoine Wilmering, Program Officer della Getty Foundation, aggiunge: ‘La diagnostica integrata di questi due cicli pittorici è rappresentativa della migliore metodologia con cui affrontare una ricerca nel campo dello studio delle tecniche artistiche e della conservazione. L’Opificio delle Pietre Dure ha creato uno straordinario gruppo di lavoro, che utilizzerà tecnologie diagnostiche all’avanguardia nello studio di queste delicate superfici pittoriche dipinte da Giotto. I risultati permetteranno certo una migliore comprensione della tecnica artistica del grande maestro‘.

La Presidente dell’Opera di Santa Croce, Professoressa Stefania Fuscagni, tiene a sottolineare come queste due cappelle rappresentino la prima pagina di una straordinaria enciclopedia che, in Santa Croce, con Cimabue e tutta la grande scuola di Giotto racconta la nascita della pittura italiana ed illustra in estesi cicli pittorici il nuovo universo di pensiero del secondo millennio: “Siamo convinti che quanto gli studi su queste pitture ci possono restituire in conoscenza potrà non solo garantire una migliore conservazione delle opere, ma anche recuperare e restaurare significati ormai dispersi e dimenticati per il grande pubblico che visita questi luoghi: un restauro del passato, quindi, per rinnovare anche il presente”.

Cappella Bardi – Progetto di indagini
Il ponteggio appena montato sulle pareti della Cappella Bardi consentirà per la prima volta dal restauro di Tintori e Procacci (1958-59) di esaminare le pitture murali di Giotto, raffiguranti Storie di San Francesco, con tecniche moderne di indagine.
I dipinti murali, anche in questa cappella, come la Peruzzi, ricoperti con calce nella prima metà del ‘700, in occasione di modifiche generali alla chiesa e in parte distrutti per alloggiare due monumenti funebri, vennero riscoperti nel 1849-50 dal pittore restauratore Gaetano Bianchi che reintegrò con sue ridipinture le lacune e le vaste mancanze dell’intonaco originale lasciate dalla rimozione dei due monumenti funebri. Le integrazioni ottocentesco furono definitivamente rimosse da Tintori nel 1958-59.
Il paragone immediato tra lo stato di conservazione delle pitture murali della Cappella Bardi rispetto a quelle della Cappella Peruzzi, parla a favore di una tecnica originaria di realizzazione del tutto diversa: siamo qui, verosimilmente, come affermato da Tintori e Procacci, ad un “buon fresco”, tipico peraltro di Giotto; mentre la Cappella Peruzzi fu dipinta con una inusitata tecnica “a secco”.
Ma, come già sperimentato grazie alle prime indagini sulla Cappella Peruzzi, è lecito aspettarci che anche le ricerche sulle pitture della Bardi offrano nell’immediato futuro risultati inediti o comunque importanti, grazie anche alle più moderne tecniche diagnostiche che verranno messe in campo.
Il progetto di ricerca, ideato dall’Opificio e finanziato dalla Getty Foundation, dall’Opera di Santa Croce e dall’Opificio stesso, è un’iniziativa di ricerca rivolta a sviluppare un programma di conservazione per dipinti murali nel rispetto dei principi fondamentali di conservazione e della metodologia adottata dall’Opificio delle Pietre Dure. Per questo è necessario capire il tipo di deterioramento che interessa i dipinti e la sue cause attraverso il complesso processo di pianificazione e scelta della più appropriata diagnostica scientifica. A questo scopo il progetto proposto include la caratterizzazione dei materiali (sia quelli originali che quelli aggiunti), lo studio delle condizioni ambientali, lo studio del deterioramento e della sua distribuzione sulle superfici murarie e in profondità.
L’identificazione dei materiali è sicuramente un passo essenziale nello sviluppo delle tecniche di conservazione. Le tecniche dei dipinti sono sempre molto complesse e realizzate attraverso stadi differenti e differenti tipi di materiali. Inoltre, passati interventi e materiali aggiunti ai dipinti, rendono la situazione anche più complessa. Il processo di caratterizzazione dei materiali sarà condotto seguendo una metodologia integrata che inizia con una diagnostica di tipo non invasivo e continua con studi micro-invasivi (campionamento delle problematiche da esaminare chimicamente).
La diagnostica non invasiva prevede una prima fase relativa alla applicazione di tecniche cosiddette di IMAGING, che permettono una mappatura totale della superficie dell’opera d’arte, così da poter essere utili ad una prima diagnostica dei materiali e dello stato di conservazione. Vengono ad essere collocabili sulla riproduzione virtuale dell’opera d’arte una serie vera e propria di mappe tematiche relative alle varie caratteristiche e alle problematiche conservative.
Dalla lettura delle mappe di IMAGING scaturiscono le principali domande cui cercare di dare risposta attraverso successive indagini, inizialmente anche esse non invasive, non più applicate all’opera nel suo intero, ma a punti specifici.
Solo in una terza fase di approfondimento, dopo l’elaborazione dei risultati di quanto indagato e osservato fino a questo momento, si può passare ad una diagnostica di tipo micro-invasivo, che preveda il campionamento di porzioni infinitesimali di materiale da analizzare attraverso indagini di tipo chimico. A questo punto, nel processo sistematico di avvicinamento alla conoscenza delle problematiche dell’opera d’arte, l’invasività sarà limitata nel numero di prelievi e coerentemente volta a scegliere la zona in cui effettuarli sulla base della rappresentatività della domanda.

Oltre alla piena partecipazione dell’Opificio in tutte le sue componenti (storici dell’arte, restauratori, fisici, chimici, fotografi), saranno coinvolti nella ricerca i seguenti Istituti di ricerca:
Istituto Nazionale di Ottica (INO –CNR) di Firenze; Istituto di Fisica Applicata “Nello Carrara” (IFAC_CNR) di Firenze; Unità Beni Culturali dell’ ENEA di Roma La Casaccia; Istituto di Scienze e Tecnologie Molecolari- CNR, di Perugia; Centro di Eccellenza SMAART, Dipartimento di Chimica, Università di Perugia; Dipartimento di Chimica e chimica industriale, Università di Pisa; Dipartimento di Storia dell’Arte dell’Università del Molise.

E i seguenti consulenti:
Culturanuova di Massimo Chimenti (programma informatico di gestione dati e documentazione); Francesca Piqué (chimico); Antonio Quattrone (fotografo); Alessandro Roche (fisico); Luca Lupi (fotografo)

Autore: Cecilia Frosinini, Direttore Settore di Restauro delle Pitture Murali, Oificio Pietre Dure.

Autore: Cecilia Frosinini

Fonte:MiBAC – Ministero per i Beni e le Attività Culturali