La cripta del Duomo di Siena accoglie, fino al 31 agosto 2012, uno fra i capolavori dell’arte italiana, il Battesimo di Gesù di Tiziano proveniente dalla Pinacoteca Capitolina che, nell’ambito dei “Dialoghi”, sarà offerto al visitatore per un itinerario tra arte e fede.
L’eccezionale prestito dell’opera, che si allontana per la prima volta dalla sua tradizionale sede espositiva, è l’occasione per un dialogo tra il capolavoro di Tiziano e le opere permanenti del complesso monumentale del Duomo di Siena.
L’evento, realizzato grazie alla collaborazione con Roma Capitale, Assessorato alle Politiche Culturali e Centro Storico – Sovraintendenza ai Beni Culturali, è promosso dall’Opera della Metropolitana di Siena e dall’Arcidiocesi di Siena – Colle Val d’Elsa – Montalcino ed è organizzato da Opera Spa, società del Gruppo Civita.
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CULTURA. La cultura è l’eredità: da Dante al Colosseo ora servono competenze.
Investire in cultura significa per prima cosa investire nella creazione di cultura, cioè in conoscenza. Un Paese che non studia ha scarsa memoria del passato, una consapevolezza inevitabilmente effimera del valore dei suoi monumenti (materiali e immateriali), e poca propensione a crearne di nuovi, in qualunque campo. Se questa è la premessa, bisogna chiedersi come ovviare ad alcuni errori del passato e delineare un progetto forte per il futuro. Vorrei aggiungere così qualche elemento intorno ai temi lanciati dal ‘Manifesto per una costituente della cultura‘ del Sole 24 Ore. Il primo fronte di azione è il dibattito che l’Europa sta affrontando in questi mesi proprio sul ‘cultural heritage’.
Il Sole 24 Ore «Domenica» del 19 febbraio ha lanciato un manifesto in cinque punti e una Costituente affinché la cultura diventi un motore per lo sviluppo.
Tutti d’accordo nel farlo rientrare nell’agenda del prossimo decennio e schiudergli le porte di finanziamenti copiosi, ma con definizioni e quindi con programmi molto distanti tra loro. Da un lato si propone di identificare l”eredità’ con i monumenti che ci ha consegnato una storia millenaria. Non è cosa nuova: almeno da trent’anni anche noi favoleggiamo di ‘giacimenti’, ‘patrimoni’ e ‘tesori’, l’equivalente metaforico delle miniere d’oro o i pozzi di petrolio per un paese che non possiede né le une né gli altri.
Ora, invece, l’Italia si è finalmente impegnata a livello europeo perché il concetto di ‘heritage’ sia declinato in modo più aperto e inclusivo: ne farebbero parte, se ci riusciamo, non solo il Colosseo e il Prado, ma anche Dante e Kant.
I primi segnali sembrano incoraggianti, se è vero che anche la Germania e la Gran Bretagna, oltre alla Spagna, stanno mostrando interesse per questa visione intellettualmente più sofisticata e certo non meno ‘produttiva’ sul piano pratico, anzi l’unica che fornisca garanzie sul lungo periodo.
Un analogo cambiamento di paradigma si impone sul fronte del sistema educativo. Negli ultimi decenni l’Italia ha imboccato una strada pericolosa, quella di rinunciare, se non in chiave nostalgica (e quindi residuale), alla difesa delle scienze umane in quanto tali, per decantare invece le potenzialità dei ‘beni culturali’.
I ‘beni’, naturalmente, vanno difesi, restaurati, e, certo, anche utilizzati come strumento di crescita economica. Ma prima di tutto vanno capiti: se si abbandona l’idea delle scienze umane come laboratorio di comprensione critica del passato e del presente, della creatività umana in tutti i suoi aspetti, si finisce in un vicolo cieco in cui prima o poi si perderà la distinzione tra la Cappella Sistina e Disneyland.
A livello universitario, l’ingegnosa invenzione dei beni culturali e delle scienze del turismo come discipline autonome già a partire dal triennio ha illuso sull’esistenza di una scorciatoia per consentire alle facoltà umanistiche di accreditarsi almeno sulla carta come viatico credibile per il mondo del lavoro, non perché formano preziose competenze trasversali, ma in quanto sfornerebbero ‘professionisti’ pronti all’uso.
Valorizzare davvero la cultura impone invece scelte diverse per diversificare e rafforzare i profili richiesti da un mondo del lavoro molto articolato. Da un lato si tratta di dare impulso anche in questo settore agli Istituti tecnici superiori, ai quali si possono affidare percorsi formativi post-diploma direttamente professionalizzanti. Dall’altro, di risparmiare alle facoltà umanistiche una metamorfosi degradante ma esaltarne al contrario la ragion d’essere fondamentale, innestando su solide lauree ‘tradizionali’ -in storia dell’arte, letteratura, storia, filosofia…- approfondimenti davvero interdisciplinari e professionali a livello di master, uno strumento più adatto allo scopo della laurea magistrale. A ciascuno il suo, quindi: agli Its la preparazione di super-tecnici a stretto contatto con le aziende; alla laurea umanistica una preparazione ricca e lungimirante nei contenuti e nel metodo; i master l’arricchimento con esperienze e competenze di tipo economico e gestionale.
A chi scrive è capitato di fondare qualche anno fa a Londra un master in ‘Cultural and Creative Industries’ che è diventato in breve tempo un punto di riferimento internazionale: un master, appunto, aperto a studenti con background culturali diversi e pronti ad affrontare nuovi percorsi di studio, ma solo dopo aver portato a termine lauree prive di dubbie ibridazioni.
Oggi in Italia due terzi delle lauree triennali in Beni culturali sono incardinate in facoltà umanistiche e solo un terzo in quelle di economia, con il rischio, purtroppo molto concreto, di rappresentare un’alternativa ‘light’ a studi rigorosi di archeologia o storia dell’arte senza adeguata compensazione su altri fronti. Siamo ancora in tempo a ripensarci: soprattutto per noi sarebbe un disastro se tra vent’anni ci ritrovassimo con migliaia di ‘operatori dei beni culturali’ tutti laureati, ma nessuno capace di leggere cosa c’è scritto sulla facciata del Pantheon.
Autore: Alessandro Schiesaro
Fonte:Il Sole – 24 Ore
FIRENZE. La Galleria degli arazzi. Epifanie di tessuti preziosi.
L’esposizione degli arazzi si prefigge di far conoscere al pubblico della Galleria un settore prezioso delle sue collezioni, la cui fama (antica e nobile) va declinando per via di un’assenza – che dura da decenni, ormai – dai luoghi aperti ai visitatori.
Gli arazzi sono opere d’arte che il tempo consuma impietoso, assai più d’altri manufatti. La luce, la polvere, la trazione conseguente all’appendimento, sono le cause principali della degenerazione del loro stato conservativo. Al pari delle opere su carta, gli arazzi (i tessuti in genere) non possono essere esibiti per lassi di tempo troppo lunghi. Pena un degrado che porta a un progressivo sbiadimento.
Chi abbia avuto la ventura d’essere ammesso a un laboratorio di restauro d’arazzi e abbia pertanto avuto l’agio d’osservare da vicino il verso di quei panni, sarà rimasto sbalordito al cospetto della cromia accesa che l’informa, essendo – il verso – naturalmente scampato all’ingiuria della luce, coi colori che ancora quasi si offrono alla stregua d’un tempo; e avrà del pari provato sconcerto constatandone il divario col recto; divario tanto più brusco, quanto più lunga sia stata l’esposizione di quell’arazzo alla luce.
Per queste ragioni gli arazzi della Galleria degli Uffizi nel 1987 furono rimossi dai suoi corridoi, dove davvero rappresentavano un tratto d’eleganza magnifica, e furono collocati nelle stanze della riserva. E finché non saranno disponibili le sale al piano terreno dell’edificio – appositamente progettate per ospitare gli arazzi sia pure in una ragionata turnazione nel tempo – queste opere superbe rimarranno confinate in quei locali, attrezzati per la loro migliore conservazione. Non si perderà tuttavia occasione perché nel frattempo siano godute dal maggior numero possibile di visitatori. Come proprio in questo caso s’è fatto.
È stata una favorevole contingenza a consentire d’esporre diciassette arazzi desunti da otto serie ragguardevoli delle collezioni del museo. Contingenza che permette non solo di render manifesto al pubblico quale sia il tenore qualitativo di queste creazioni, ma anche di sottolineare quanto sia importante procedere a interventi di restauro sulla più parte di questa raccolta.
La mostra espone opere di manifattura fiamminga del Cinquecento (desunte dalle serie delle Storie di Giacobbe, delle Feste alla Corte dei Valois e delle Storie di Annibale) e panni di manifattura fiorentina del Cinquecento e del Seicento (da quelli devozionali del ciclo del Salviati, dalle serie delle Storie fiorentine, delle Cacce, della Passione di Cristo e delle Storie di Fetonte), oltre a due Portiere con stemmi medicei.
Alla presentazione di alcuni arazzi restaurati negli ultimi anni – dei quali Cristo davanti a Erode, su cartone del Cigoli, presentato per la prima volta – si affiancano alcuni anche della medesima serie che attestano la diversa situazione conservativa, favorendo, nel confronto, d’intuirne i risultati di un recupero attraverso l’intervento di restauro.
Gli arazzi – a dispetto delle misure sovente monumentali e di una presenza apparentemente solida – sono manufatti delicati. Chi, per esempio, osservi con attenzione i pezzi scelti in questa circostanza si avvedrà che la superficie non di rado reca segni di sofferenza. La risoluzione d’offrire alla vista i panni bisognosi di cure accanto a quelli sortiti da un intervento di riassetto risponde anch’essa a una precisa volontà didattica; ch’è quella di dar conto delle grandi possibilità di risarcimento fisico ed estetico consentite dalla scuola di restauro fiorentina, una delle migliori al mondo. Ogni visitatore però – potendo contare nel percorso della mostra su un’illustrazione concisa ma perspicua dei metodi esecutivi e, insieme, delle tecniche di restauro – prenderà coscienza della complessità d’ogni intervento, al contempo soppesandone la maestria e l’estro sottesi.
Info:
Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Toscana, Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze, Galleria degli Uffizi, Firenze Musei, Ente Cassa di Risparmio di Firenze.
Galleria degli Uffici dal 20 marzo al 3 giugno 2012
Catalogo Giunti Editore
Biglietto: 11.00 euro (Uffizi + mostra).
Tel. 055 290383.
PADOVA. Salviamo gli affreschi di Giotto.
Appello promosso da Chiara Frugoni con Alessandro Nova e Steffi Roentgen per preservare il ciclo giottesco nella Cappella degli Scrovegni, minacciato da alcuni recenti progetti edilizi.
Gli affreschi di Giotto della Cappella Scrovegni a Padova corrono il rischio di essere distrutti perché la delicatissima situazione idro-geologica sottostante sarà modificata inesorabilmente dalla progettata costruzione di un Auditorium a meno di 200 metri dalla cappella.
Nella stessa zona esiste anche il progetto di un grattacielo di 104 metri ed è stato appena ultimato un parcheggio, cioè una vasta cementificazione che ha modificato l’assorbimento delle piogge nel terreno.
I risultati di uno studio affidato dal Comune nel 2011 a tre ingegneri sulle eventuali conseguenze che la costruzione dell’Auditorium avrebbe sull’area circostante, sono possibilisti, ma segnalano che la falda profonda dell’area Auditorium è in collegamento con quella della Cappella.
È evidente che non si può affidare a un progettista di una nuova opera la salvaguardia dell’ambiente né richiedergli il verdetto sulla possibilità che l’Auditorium danneggi o meno la Cappella, nell’immediato o negli anni futuri.
Chiediamo che prima che inizi la costruzione dell’Auditorium, si realizzino opere di massima salvaguardia del sottosuolo della Cappella, possibilmente a seguito di un concorso internazionale.
Quanto valgono gli affreschi di Giotto, rispetto ai vantaggi portati dalle nuove costruzioni?
Non lasciamo soli i padovani a discuterne il prezzo, perché non c’è prezzo.
Per firmare l’appello: http://savegiotto.com/
Autore: Chiara Frugoni
Link: http://savegiotto.com/
Fonte:Il Giornale dell’Arte on line
Stefania CHIRICO La valorizzazione del patrimonio archeologico vince di mille secoli il silenzio…. Il caso di Loreto Aprutino.
La valorizzazione, la salvaguardia e la comunicazione del patrimonio archeologico rappresentano oggi, forse più che in passato, i mezzi per trasmettere il senso della continuità e dell’appartenenza dell’uomo ai suoi simili, a coloro che lo hanno preceduto e alle generazioni che si avvicenderanno: in un’epoca in cui predomina il gusto per il nuovo, per il tecnologico, per ciò che fa tendenza, l’uomo moderno sembra aver perso il senso della storia, intesa come processo di formazione, di evoluzione, di miglioramento continuo dell’umanità.
L’intero studio si trova nell’allegato.
Autore: Stefania Chirico
Email: stefychirico@tiscali.it
Allegato: Valorizz patr arch.pdf
