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IRAQ: Il saccheggio è il sapore della libertà” parole a cui rifiutiamo di credere”

Il dramma dell’Iraq è sprofondato in un gravissimo disordine su cui i responsabili dell’Onu avevano fatto, prima della guerra, inascoltati, fin troppo facili previsioni, annunciando anche la catastrofe umanitaria che si sta puntualmente verificando.

In questa catastrofe, a tre notizie non vogliamo credere, anche se comunicate da eccellenti corrispondenti di guerra sui nostri teleschermi.

La prima è una dichiarazione agghiacciante di un alto responsabile degli Stati Uniti d’America: " Il saccheggio è il sapore della libertà" . La seconda è che del Museo archeologico di Bagdad, completamente sventrato, non è rimasto più nulla. La terza è che i responsabili dello stesso Museo avrebbero invocato l’intervento dei marines a protezione dei tesori dell’umanità: sono apparsi per una mezz’ora e poi sono scomparsi, lasciando campo libero ai devastatori.

Abbiamo visto sui nostri schermi un funzionario del Museo dell’Iraq in lagrime per le perdite dei reperti di Ur, di Nimrud, di Hatra, di Uruk, dove la nostra civiltà, la civiltà del mondo è nata, ma a queste tre notizie non possiamo e non vogliamo credere. Nessuna delle tre può corrispondere a verità.

La nostra coscienza si ribella a dover credere che una tale dichiarazione sia stata rilasciata nella più grande democrazia dell’Occidente, a pensare che siano scomparse le opere di una civiltà millenaria che, almeno nel caso del Museo, facilmente potevano essere difese, ad ammettere che a tale protezione i soldati di quella stessa grande democrazia abbiano tranquillamente rinunciato.

Se queste tre notizie fossero vere, allo strazio e all’angoscia per le vite perdute in una guerra terribile, si aggiungerebbe un grande senso di vergogna che un cittadino dell’Occidente non accetta in alcun modo di provare. *Ordinario di Archeologia e Storia dell’arte del Vicino oriente antico all’Università di Roma " La Sapienza"

Autore: Paolo Matthiae

Fonte:Presstoday . Il Messaggero

IRAQ – La denuncia degli archeologi contro l’indifferenza americana ai saccheggi

Dopo che la battuta al veleno in giro a Baghdad da settimane – gli americani in Iraq hanno pensato solo a proteggere il petrolio – è diventata il motivo ufficiale delle dimissioni del principale consigliere culturale di Bush, Martin Sullivan, presidente del Comitato di consulenza per i beni culturali, seguite a ruota da quelle di Gary Vikan, direttore del museo Walters di Baltimora (un altro dei nove membri della commissione), il problema della salvaguardia di ciò che resta dell’immenso patrimonio culturale iracheno è davvero all’ordine del giorno.

I consiglieri saranno rimpiazzati e Donald Rumsfeld ha respinto le accuse contro i comandi alleati, ma il disagio nel mondo accademico britannico e statunitense ha ormai raggiunto il livello di guardia e gli archeologi iracheni, direttore del Museo archeologico nazionale di Baghdad in testa, definiscono “il crimine del secolo” ciò che è successo nella capitale e in tanti altri siti minori (là dove i “minori” sono comunque i musei di Bassora, di Tikrit, gli scavi di Ur o la prestigiosa e ormai dissolta collezione di antichi strumenti della Scuola di Musica di Baghdad).

In risposta alle proteste e agli appelli l’amministrazione Bush ha deciso l’invio a Baghdad di agenti dell’Fbi, per collaborare al recupero delle opere rubate. Ma il giudizio degli studiosi sull’iniziativa è scettico: “Evitiamo le sceneggiate hollywoodiane – ha detto Irene Winter, specialista di arte mediorientale antica ad Harvard – in Iraq serve una squadra di professionisti in grado di salvare il salvabile. La prima cosa da fare è ricostruire il Dipartimento alle Antichità”. Non ci vogliono agenti o poliziotti ma esperti che “partano da una catalogazione dei reperti e possano intanto individuare esattamente che cosa manca”, sostengono gli studiosi americani e si preparano a intervenire.

In prima linea i professori dell’Università di Chicago, guidati dal veterano Mc Guire Gibson, docente di Archeologia mesopotamica, 40 anni di campagne di scavi in Iraq. Già prima dello scoppio della guerra aveva lanciato l’allarme sul rischio che il conflitto potesse mettere in pericolo i quasi 100 mila siti archeologici e i musei del Paese considerato la culla della civiltà, e ora è un fermo sostenitore della non casualità di quanto è accaduto. Giovedì, partecipando alla riunione degli specialisti internazionali riuniti a Parigi sotto l’egida dell’Unesco per una valutazione dei danni al patrimonio artistico del Paese, è stato tra i più convinti nell’affermare che il saccheggio del Museo archeologico di Baghdad è stato preparato e pianificato da bande specializzate in furti d’opere d’arte con ampie coperture. Tanto per dirne una, sarebbero spariti molti reperti anche dai depositi del Museo che, al contrario delle sale, non mostrano alcun segno di effrazione. Dalla riunione di Parigi, conclusasi con l’ennesimo appello alla vigilanza da parte delle forze che occupano l’Iraq, responsabili dei suoi beni in base alla Convenzione sulla tutela del patrimonio culturale in caso di evento bellico del 1954, è emersa anche la volontà di organizzare al più presto una missione di sopralluogo “interdisciplinare” a Baghdad di cui faranno parte specialisti di archeologia, architettura, archivistica, biblioteche e musei. Si è sottolineato anche come finora soltanto l’Italia abbia contribuito in concreto al Fondo speciale per il patrimonio iracheno, con 400 mila dollari che diventeranno presto un milione. “Siamo pronti a intervenire, certo – dice Giuseppe Proietti, responsabile della Direzione nazionale di Archeologia per l’Italia, di ritorno dal vertice – ma la situazione è grave. A Baghdad ci sono ancora vaste aree che sfuggono a ogni controllo e mancano le informazioni. Ad esempio io penso che il numero di reperti dati per scomparsi sia sovrastimato – lo spero almeno – anche perché molte statue e i grandi rilievi in alabastro delle statue assire sono rimaste al loro posto, per quanto danneggiate, ma bisogna accertarlo al più presto. Occorre una ricognizione sul patrimonio culturale iracheno e non solo a Baghdad ma anche nel Nord, nell’Assiria, a Babilonia, nella terra di Sumer. Che non può essere affidata a personale militare e che dovrebbe avvenire sotto l’egida dell’Unesco”.

Autore: Carlo Reschia

Fonte:La Stampa

LONDRA – BRITISH MUSEUM IN IRAQ PER SALVARE TESORI DEL PAESE

Il British Museum di Londra inviera’ una squadra di esperti in Iraq per aiutare il paese a salvare i suoi tesori artistici, messi in pericolo dalla guerra e dalle razzie dei saccheggiatori che hanno profittato della caduta di Saddam Hussein per depredare i musei.

Secondo quanto riportato oggi dal quotidiano Financial Times, uno dei musei piu’ colpiti e’ stato l’Iraq National Museum, che ospitava grandi collezioni sumere, babilonesi e assire.

Un rappresentante del governo britannico ha riferito al quotidiano che Neil MacGregor, direttore del British Museum, e’ stato in ”costante contatto” con il ministro della Cultura Tessa Jowell per trovare il modo di ridurre i danni al patrimonio culturale dell’Iraq.

Il portavoce ha aggiunto che il British Museum mandera’ una squadra di esperti in Iraq non appena la situazione nel paese si sara’ tranquillizzata. ”Prima bisogna fermare il saccheggio, poi si puo’ aiutare gli iracheni a preservare il loro patrimonio culturale”, ha dichiarato il portavoce al Financial Times. ”Non si trattera’ di un’impresa facile, ma dobbiamo cominciare ad organizzarla subito”, ha concluso.

Secondo il giornale, il British Museum ha detto al governo che le forze alleate devono trattare gli edifici culturali depredati come se fossero dei siti archeologici, nella speranza di poter ricomporre le collezioni nel miglior modo possibile. Giovedi’ prossimo gli esperti del museo s’incontreranno a Parigi con i rappresentanti dell’Unesco per discutere i piani di recupero e restauro in Iraq.

Fonte:ANSA

I BENI DELLA DISCORDIA

Cominciano le vendite dei beni culturali dello Stato e lasciano presagire i futuri effetti della Patrimonio S.p.A. Nel frattempo Torino diventa città pilota con la Fondazione Torino Musei, prima applicazione concreta del famigerato articolo 35 della finanziaria 2002. Vediamo come le nuove leggi stanno modificando lo scenario dei beni culturali in Italia…

Il decreto Salvadeficit di Tremonti e l’articolo 35 della Finanziaria 2002 cominciano a dare i primi frutti. E si riaccendono roventi polemiche apparentemente sopite.Ma andiamo con ordine.

Nel giugno del 2002 viene approvato il decreto Tremonti, che prevede l’istituzione della Patrimonio dello Stato S.p.A., una società che si occuperà della gestione e dell’alienazione dei beni immobili dello Stato, anche di quelli artistici e culturali. In parole povere, lo Stato, per colmare il proprio deficit, può vendere i propri beni a privati. L’Italia trema: si comincia a paventare la vendita del patrimonio artistico e culturale. A sua tutela scende in campo persino il Presidente Ciampi. Passano i mesi e vengono nominati i vertici della Patrimonio, mentre il Ministro Urbani nomina una commissione di esperti che lo aiutino nella tutela e salvaguardia dei beni artistici italiani. Lentamente le polemiche si affievoliscono.

Ma sotteraneamente qualcosa si muove. Ed è proprio di queste ultime settimane la notizia della vendita all’asta di 35 beni dello Stato sotto tutela dei beni culturali da parte della Scip (Società per la Cartolarizzazione degli Immobili Pubblici) istituita dalla legge 410 nel novembre 2001. Le Scip possono vendere immobili dello Stato, limitando drasticamente la possibilità di porre vincoli da parte del Ministero competente. In questo modo 35 immobili con il vincolo dei Beni Culturali sono stati o saranno messi in vendita. Tra questi pezzi di storia dell’arte italiana come Palazzo Correr a Venezia, Palazzo Wagner a Palermo, e Palazzo Artelli a Trieste. O ancora immobili espropriati dalle loro finalità culturali e venduti per chissà quali fini commerciali come la Manifattura Tabacchi di Milano, (che era destinata alla Scuola Nazionale di Cinema) o quella di Firenze destinata alla Cittadella della Cultura.

Se tutto ciò lascia presagire la futura attività della Patrimonio S.p.A., l’orizzonte dei nostri beni culturali appare incerto, nonostante le garanzie e le promesse del ministro Urbani. Sembra quasi scontato ricordarlo, ma visto quello che sta succedendo diventa necessario, che la finalità del bene artistico è quella di arricchire la nostra cultura e non quello di colmare i deficit economici dello Stato.

Un’altra norma legislativa sta cominciando a cambiare, timidamente, le forme di gestione dei beni culturali: il famigerato articolo 35 della legge finanziaria del 2002.

La nascita della Fondazione Torino Musei, il 26 luglio scorso, rappresenta la prima concreta applicazione di questa norma. L’articolo 35 prevede l’affidamento a soggetti privati o enti locali di attività atte a valorizzare la fruizione del patrimonio culturale. Questa modalità partecipativa può assumere diverse forme giuridiche tra cui appunto la fondazione, come nel caso di Torino.

La possibile introduzione della norma scatenò un vespaio di polemiche, facendo il giro del mondo. Su Liberation apparve un appello di una cinquantina di direttori dei più prestigiosi musei inglesi, francesi e americani, allarmati per il futuro del patrimonio artistico italiano.

Attualmente l’articolo 35 giace in uno stato di indefinitezza perché si aspetta ancora il regolamento di attuazione. La sua prima, circoscritta, applicazione concreta è quella della Fondazione Musei di Torino. La Fondazione, ente senza fini d lucro “mantenendo le particolarità dei singoli musei… avrà il compito di valorizzare le singole identità presenti …e al tempo stesso di definire un’organica logica di sistema, in grado di realizzare una politica fortemente unitaria”. Sono queste le parole di Fiorenzo Alfieri, assessore alle Risorse e Sviluppo Cultura di Torino e principale sostenitore di quest’iniziativa.

La Fondazione gestirà i seguenti musei del territorio: Galleria civica d’Arte Moderna, Museo d’Arte Antica a Palazzo Madama, il Museo d’Arte Orientale, (che non saranno aperti al pubblico prima del 2005) il Borgo e la Rocca Medievali e il Museo Pietro Micca.

Principale socio fondatore è il Comune di Torino, che ha eletto il consiglio direttivo (tra breve, invece, tramite concorso pubblico, verrà istituito il comitato direttivo).

Ma altri soci della Fondazione sono, e in questo consiste la novità più rilevante, oltre la Regione Piemonte, i “privati” Compagnia di S. Paolo e la Fondazione CRT.

Il neopresidente della Fondazione, Giovanna Cattaneo auspica l’intervento di altri privati che vogliano investire nella Fondazione.

La città di Torino si propone quindi all’avanguardia nell’innovazione delle forme di gestione dell’arte e della cultura. È stata la prima città a proporre una rete museale, è riuscita a diventare un punto d riferimento nel panorama dell’arte contemporanea, attraverso il lavoro indefesso delle gallerie private ma soprattutto con la creazione di eventi di grande rilevanza: da Artissima a Luci d’Artista da Manifesto a Big, Biennale d’Arte Giovane. Le premesse per un buon lavoro ci sono tutte, anche perché occorre ricordare che, se comunque i privati fanno parte della Fondazione, i vertici, e quindi coloro che compieranno le scelte operative, provengono dal mondo istituzionale dell’arte. Infatti, il Presidente Giovanna Cattaneo e il segretario della Fondazione Pier Giovanni Castagnoli sono rispettivamente il Presidente e il Direttore della GAM torinese.

Torino, inoltre, rimarrà ancora per poco un caso isolato, perché si progetta già un modello simile per i musei della provincia di Siena.

Staremo a vedere.

Autore: Alessandra Gambadoro

Fonte:Exibart

IRAQ – NEI FORZIERI DI BAGHDAD

L’Iraq è anche questo: un tesoro culturale minacciato dalle bombe.

Dove sono le ghirlande, i diademi, i monili d’oro e di pietre preziose della regina Attalia, sposa di Sargon II, e delle altre regine sepolte con grande dispiego di ricchezze nel cimitero reale di Nimrud? Speriamo ancora che quei 250 chili d’oro siano nei caveau della banca centrale di Baghdad, ma ogni dubbio è lecito. E che vie hanno preso quei 12 mila (tanti ne sono stati stimati) reperti che dai tempi della prima guerra del Golfo sono stati saccheggiati dai siti, rubati dai musei, sottratti alle collezioni e sono andati ad arricchire spettabili antiquari di Londra, di New York, di Ginevra … e anche di Roma? E che sorte attende, infine, le rovine di Ur, la patria di Abramo e quindi la città madre di tutti i credenti?

I rumori di guerra di questi giorni distolgono la nostra attenzione da un dramma che, se è meno cruento, non è meno devastante per l’umanità e la sua memoria collettiva: l’Iraq non è solo lo scranno del potere di un dittatore folle e di scarsi scrupoli, è anche l’antica Mesopotamia (la terra tra i due fiumi, etimologicamente, e cioè tra i bacini del Tigri e dell’Eufrate) la culla della civiltà, un Paese disseminato di 15 mila siti archeologici (il doppio, per fare un paragone, di quanti siano i comuni italiani), un Paese ricco di reperti degli Assiri, dei babilonesi, dei Sumeri, della tribù nomade dei Caldei da cui proveniva Abramo, e che ancora esiste nel nome di un patriarcato cristiano. E’ la terra in cui hanno lasciato tracce monumentali anche i persiani di Ciro e di Serse, i greci di Alessandro e dei Seleucidi che gli sono succeduti, e poi i romani, i bizantini, fino agli arabi e ai turchi.

“Tutto questo rischia di scomparire, o comunque di essere brutalmente devastato sotto le bombe”, dice il professor Giovanni Pettinato, il maggiore assiriologo italiano e uno dei più illustri studiosi di antichità mesopotamiche. “E’ vero che esiste dal 1954 una convenzione internazionale per la preservazione del patrimonio artistico dell’umanità in casi di conflitto, ma ci sono due fattori che mi fanno ritenere che, in caso di guerra, ci sarà una irreparabile catastrofe culturale (oltrechè umana, beninteso). Il primo è che i siti archeologici e i musei regionali iracheni sono troppi e l’attuale amministrazione non dispone di mezzi per proteggerli. Il secondo è che, al di là delle buone intenzioni dei governi (quando ci sono, peraltro) la guerra ha una sua spietatezza intrinseca, e dove non arrivano le bombe arrivano il saccheggio e l’accaparramento. Difficili peraltro da contestare in seguito, in quanto l’Iraq non sa né quanto né che cosa ha: non solo non esiste un inventario dei beni artistici e archeologici del Paese, ma neppure quello dei singoli musei e, principalmente, del museo nazionale di Baghdad, il maggiore del Paese. Quindi non si conosce neppure ciò che potrebbe sparire, o essere distrutto, o deliberatamente rubato”.

Per capire il dramma che l’area mesopotamica si appresta a vivere, occorre fare un passo indietro nella storia. Ciò che resta di Ur dei Caldei, di Ninive degli Assiri, di Babilonia dei Babilonesi, era già un cumulo di rovine quando arrivarono i romani, ai tempi di Traiano (II sec. d.C.). I persiani prima e i greci poi, avevano distrutto la maggior parte delle grandi città nell’atto stesso di conquistarle. Poi qualcosa si era cercato di recuperare, ma il più era andato. Esisteva però un ricco sottosuolo da scavare, e qui si cominciò ad indagare dalla metà dell’Ottocento in poi.

Furono soprattutto archeologi inglesi, francesi e tedeschi a farlo. I reperti così rinvenuti andarono ad arricchire i maggiori musei europei. Non a caso il meglio delle antichità assiro-babilonesi si trova al British di Londra, al Louvre, al museo di Berlino, a Philadelphia e, in parte, a Istambul. Si trattò di un prelievo, se non di un saccheggio, ma che, con il senso di poi, si rivelò provvidenziale per la conservazione di questo patrimonio. Negli anni Sessanta, ai tempi della monarchia Hashemita dell’Iraq, lo Stato affidò a studiosi inglesi l’incarico di allestire il primo grande museo della civiltà irachena, a Baghdad, dove raccogliere le memorie di tutto ciò che costituiva il passato del Paese: dalla preistoria fino all’arrivo dell’Islam.

Saddam, pur nella sua rozzezza personale, individuò in questo ricco passato un elemento di forte identità nazionale, e quindi fece tre cose: incentivò gli scavi, con l’apporto qualificato di archeologi europei (tra cui moltissimi italiani, e il professor Pettinato tra questi), mandò molti suoi giovani archeologi a formarsi in Europa e fece costruire una rete di musei regionali che costituissero sul territorio un tessuto di memoria collettiva. I proventi del petrolio consentivano tutto questo. Poi “L’orgoglio della vita” (per dirla con San Giovanni) si è impossessato di lui, il delirio del potere l’ha spinto a invadere il Kuwait e c’è stato quel che c’è stato.

“Da quel momento”, dice il professor Pettinato, “è stata la catastrofe del patrimonio archeologico. Intanto l’embargo economico non ha consentito il rifornimento di materiali indispensabili per la conservazione dei reperti. E poi tutti gli studiosi in grado di occuparsi di questo patrimonio sono scappati all’estero, vuoi per ragioni politiche, vuoi per motivi di stretta sopravvivenza. Oggi, per fare un esempio, al museo di Baghdad sa quanti sono gli archeologi rimasti? Due. E sa quanti studiosi sono ormai in grado di leggere la scrittura cuneiforme? Uno. E basta.”

“D’altronde che vuole”, racconta ancora Pettinato, “il mio omologo all’Università di Baghdad, quindi un professore universitario, sa quanto percepisce di stipendio? Il corrispettivo di dieci dollari, che gli consentono di comprare un uovo per arricchire il desco familiare, non più di una volta al mese”. E quando il problema è il pane, si capisce che quello dei reperti viene in secondo piano.

Ciò che è esposto al museo di Baghdad è affidato alle cure (si fa per dire) di personale non specializzato che pulisce e rassetta i reperti archeologici con lo stesso criterio riservato alle stoviglie della cucina. I sistemi di sicurezza sono inesistenti o non più attivi. Nei sotterranei del museo ci sono casse conservate in condizioni penose, dove le infiltrazioni d’acqua stanno sgretolando le tavolette cuneiformi e aggredendo pitture e suppellettili deperibili, senza che si possa minimamente intervenire. Pettinato, appena un anno fa, era stato incaricato assieme al suo collega di Torino, il professor Giorgio Gullini, di inventariare il patrimonio del museo. Lui si sarebbe dovuto incaricare delle tavolette di scrittura, il cui numero è imprecisato ma oscillante tra le 70 e le 120 mila, e Gullini dei pezzi archeologici. Inutile dire che tutto questo, con i venti che tirano, è passato in cavalleria.

Intanto in Iraq c’è la fame e chi può vende quello che ha, alla borsa nera. Se poi qualcuno riesce a mettere le mani su un pezzo di qualche valore da mandare all’estero, tanto di guadagnato: invece di un uovo al mese, forse, si riesce a mettere nel piatto anche un uovo a settimana e magari qualche pezzetto di carne.

A farne le spese è il “patrimonio dell’umanità” disseminato nelle migliaia di siti archeologici e nei piccoli musei? E’ possibile. “In questi ultimi dieci anni”, dice Pettinato, “le zone del Sud e Nord del Paese, le no fly zone, sono sostanzialmente sottratte al controllo del governo, e le autorità locali fanno quello che vogliono, compreso scavare. Si sa, per esempio, che nell’area di Umma, antica città sumera, sono stati fatti scavi clandestini, così come a Isin. Non solo si tratta di iniziative illegali, ma anche non professionali e quindi distruttive. Nel 1999 è stata istituita una commissione internazionale tra gli studiosi e i musei di tutto il mondo perché questo materiale non andasse disperso e si potesse invece riportarlo nel suo luogo di origine per studiarlo e valorizzarlo in strutture museali”.

E ora? “Che vuole, i soldi hanno più attrattiva della cultura, e così antiquari in cravatta e grisaglia di buon taglio, uomini dai modi forbiti, mettono le mani su questo patrimonio e lo vendono, senza troppi problemi e con largo guadagno, a ricchi americani ed europei. Perfino a qualche istituzione pubblica, anche italiana. Sì, anche italiana. C’è un importante banca, per esempio, che ha comprato circa trecento pezzi. A me non li ha fatti nemmeno vedere, perché ne avrei capito subito la provenienza. Ma tutto questo che vuole che sia: adesso arrivano le bombe e di quel che resta verrà fatta man bassa”.

Autore: Raffaello Masci (Specchio – La Stampa 08/03/03)

Fonte:La Stampa