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Arte azienda tendenze e moda. Un nuovo rapporto possibile proposto dall’Osservatorio Moda Sportsystem.

Può il rapporto fra impresa e cultura articolarsi in iniziative che esulino dalla sponsorizzazione o promozione di eventi artistici? L’ Osservatorio Moda Sportsystem cerca di veicolare il concetto che arte e cultura non sono semplici ‘merci’ di cui l’imprenditore, l’azienda e i suoi dipendenti possono fruire passivamente; che fra impresa e artisti può crearsi un rapporto che non si limita al semplice mecenatismo; che l’arte può far parte della vita dell’azienda in modo stabile, capillare e continuo, e non solo nell’ambito di sporadiche iniziative una tantum.

Il Pre-Vision semestrale è uno dei ‘fiori all’occhiello’ dell’Osservatorio: non consiste semplicemente in una presentazione delle tendenze stagionali. Certo vengono proposti suggerimenti cromatici, immagini di contesto, modelli, materiali, grafiche e quant’altro, ma soprattutto vengono forniti alcuni elementi in più che possano fungere da supporto ad ognuno per ideare –assieme al prodotto– un proprio, personalissimo racconto. I temi proposti scaturiscono da un’analisi socio-antropologica della società incrociata con la sintesi dei principali input provenienti dagli ambiti più disparati: arte, moda, musica, architettura, design, letteratura, cinema, teatro, filosofia, Internet, streetstyle…

Martedì 5 OTTOBRE 2004 presso il Cinema Italia Eden a Montebelluna è stato presentato il PRE-VISION5, dedicato alle tendenze per la stagione SUMMER 2006. Le relatrici sono state Valentina Durante e Vania Schiavon. Ricercatrici Area Trend Osservatorio Moda Sportsystem.

Info: www.montebellunastyle.net – info@montebellunastyle.net

Osservatorio Moda Sportsystem
Camera di Commercio di Treviso e Regione Veneto per il distretto di Montebelluna – Sede: Villa Zuccareda Binetti – 31044 Montebelluna (TV)
Tel 0423/303282 – Fax 609699
Coordinatrice: Valentina Durante

Fonte:Exibart on line

GENOVA: E’ il Galata Museo del Mare il Museo rivelazione dell’anno.

E’ Galata Museo del Mare a Genova, il Museo rivelazione dell’anno, premiato ad Arezzo nel corso della recentemente conclusa V edizione di Museum Image, il Salone dei servizi e prodotti per i musei.

Tra le motivazioni con cui la giuria, composta da 30 esperti e addetti ai lavori (soprintendenti, storici, museologi, opinion leader, giornalisti e uomini di cultura), ha assegnato la preferenza al Galata si trova: “il progetto con un’identità culturale forte, efficace e visibile all’interno del panorama museale italiano, l’attenzione nazionale ed internazionale che ha ottenuto in pochi mesi di vita, la qualità del radicamento nell’area geografica di appartenenza, la capacità di attirare e coinvolgere – grazie anche ad un allestimento creativo e dal forte valore emozionale – fasce di pubblico allargate”.

Il Galata Museo del Mare, aperto al pubblico nell’agosto 2004, ha sede nell’edificio che nel XVI secolo ospitava l’antico Arsenale della Repubblica di Genova, dove si costruivano e si varavano le navi della flotta. L’edificio è stato restaurato grazie ai fondi europei Urban 2, su progetto dell’architetto spagnolo Guillermo Vasquez Consuegra.

Il museo si sviluppa su una superficie di 13.000 metri quadrati, con una facciata di cristallo di 6.000 metri quadrati. Si articola su quattro piani espositivi: i primi tre (terra, primo e secondo) sono dedicati all’esposizione permanente e il quarto (terzo fuori terra) ospita le mostre temporanee. Fino al 9 gennaio 2005 vi è allestita la mostra ‘Transatlantici. Scenari e sogni di mare’. In continuità con il passato, il Galata si propone come il luogo in cui compiere un viaggio virtuale alla scoperta della vita sul mare e della navigazione, dall’età di Colombo al recente dopoguerra.

L’anno passato il premio è stato assegnato al M.A.R.T. Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto.

Fonte:Exibart on line

Maurizio LUPO: Così rinasce la Cappella della Sindone.

Anni di studi, decine di esperti, un gigantesco ponteggio di quindici piani. Ora è tutto pronto per il recupero. Che sarà costoso e pericoloso.

E’ stato un violento choc termico a scatenare l’esplosione di detriti incandescenti che, come meteore impazzite, nella notte dell’11 aprile 1997 bombardarono l’aula della cappella della Sindone di Torino, percorsa dalle fiamme. Sconvolsero altare, monumenti e arredi, al culmine di un violento quanto rapido sbalzo di temperature, che mutò persino la composizione chimica di pietre e marmi secolari. A sette anni dal rogo che devastò il capolavoro concepito nel 1660 dall’architetto Guarino Guarini per accogliere la reliquia più famosa della cristianità, un’équipe di esperti, sotto l’egida dei Soprintendenti Lino Malara e Francesco Pernice, ha infine chiarito dinamica e fenomeni di quella tragedia, per pianificare i rimedi. E’ molto più di una ricognizione dei danni. Si può definire una sorta di “Tac”. Condotta con le più aggiornate tecnologie diagnostiche, deve accertare “terapie”, tempi e costi dei lunghi interventi di restauro che dal prossimo autunno, con 25 milioni di euro, restituiranno alla Cappella “l’immagine che aveva prima della tragedia”, secondo un approccio deciso dalla Soprintendenza ai Beni architettonici del Piemonte con il ministero ai Beni Culturali e l’Istituto Centrale del Restauro.

L’analisi prende avvio dalla ricostruzione del rogo. Le fiamme, avvistate alle 23,45, ingaggiano fino all’ 1,45 un duello con le acque profuse per spegnerle. Le lingue di fuoco, rinvigorite dalla cupola della Cappella, che funge da camino, cuociono le pietre e gli scuri marmi di Franosa. Sottoposti al calore si dilatano, per poi contrarsi sotto la doccia delle acque d’estinzione. Lo sbalzo termico frantuma i materiali. Esplodono in raffiche di macerie, mentre muta la loro identità chimica. Il risultato è drammatico. L’apparato lapideo, butterato dai crolli, varia aspetto da un centimetro all’altro. Qui è intatto, più in là si sfarina, trema al tatto o appare sbiancato “E’ un evento tragico quanto complesso, di cui non si conoscono precedenti”, assicura l’architetto Mirella Macera, che coordina le opere di recupero.

Ad aumentare le difficoltà si aggiungono le caratteristiche del monumento, costruito dal Guarini con criteri che i contemporanei definirono “Nuova maniera di fabbricare, affatto diversa dal sistema degli antichi e moderni architetti”. Guarini mette mano alla Cappella rivoluzionando un impianto impostato dal Castellamonte e da Bernardino Quadri. All’aula cilindrica creata da Quadri sovrappone un attico, più una volta a bacino tronco conico. Su di esso innesta un massiccio tamburo, scavato da sei grandi finestre e concluso da una straordinaria cupola: un “cestello” ad archi sovrapposti. Per dare stabilità a simili architetture, ardite fino a 60 metri d’altezza, Guarini utilizza una tecnica che si richiama ai principi della “stereotomia”.

E’ un metodo di taglio della pietra che permette ai rivestimenti interni di partecipare allo sforzo strutturale delle murature. I marmi che formano il tamburo non sono un arredo applicato, ma una faraonica struttura portante, composta da migliaia di cubi, prescolpiti e poi montati in quota tramite perni d’acciaio. Prima di toccarli è quindi bene avere idee molto chiare. “Perché ognuno di questi elementi”, nota Macera, “ha reagito in modo differente al rogo”.

L’aula in mattoni non ha risentito danni strutturali, solo rotture dei paramenti, provocate dalla caduta di detriti. Ma il bacino tronco conico, sorretto da quattro arconi nascosti nella muratura, è stato il cuore del rogo. Il novanta per cento del marmorei cielo stellato che trapuntava le sue superfici è crollato. Le pietre, un tempo bigie, sono impallidite. Il sovrastante tamburo cilindrico dal 1997 è “cerchiato” da catene esterne. Sostituiscono quelle originali dell’armatura interna, spezzate dal fuoco. Il “cestello” della cupola, retto da un nido di catene, muratura e pietre ha patito lesioni, che sono state ricucite con staffe.

Al “capezzale” di tale rovina lavora ora un’équipe di esperti della Soprintendenza, del Politecnico di Torino, dell’Istituto centrale di restauro di Roma e delle Università di Kassel in Germania e di Venezia. Da un mese hanno a disposizione un avveniristico ponteggio in acciaio, alto quindici piani. Sfiora le pareti, avvolgendosi attorno a un possente castello tubolare, installato nel 1997, pronto a contenere qualsiasi cedimento della cupola. Ne è artefice il professor Paolo Napoli, responsabile del monitoraggio continuo delle strutture. Con il professor Alessandro De Stefano deve “radiografare” la Cappella, per capire come Guarini ne organizzò gli elementi funzionali e per formulare un modello numerico che preveda come il monumento potrebbe reagire qualora fosse sottoposto a sollecitazioni, dai venti ai terremoti.

Con loro lavora Michael Link, con strumentazioni dell’Università di Kassel. Mentre lo storico Pino Dardanello ricostruisce la storia del cantiere di Guarini, Angelica Morandini, Paola Marini, Maurizio Gomez ed Elena Frugoni devono invece stabilire le caratteristiche mineralogiche dei materiali lapidei, per rintracciare nelle cave di Franosa quelli da sostituire. Al professor Guido Biscontin e all’architetto Lisa Acurti spettano la progettazione delle analisi chimico-fisiche necessarie per accertare le mutazioni innescate dall’incendio. Si aggiunge un rilievo laser, curato dai professori Gabriele Garnero e Guido Cortellazzo.

“Scannerizzano” ogni millimetro della Cappella. Mentre un gruppo guidato dagli architetti Fernando Del Mastro e Augusta Cirillo Gomez censisce il degrado dei 5 mila conci che la assemblano. Sono stati schedati persino tutti i frammenti di macerie cadute. La storica dell’arte Lucia Calzona e i restauratori Cristina Meli, Marco Paolini e Giorgio Cagnotti hanno incominciato a pulirli, e a identificare i punti da dove sono caduti, per poi ricollocarli.

Entro ottobre le diagnosi saranno finite. “In autunno”, dice Macera, “saranno definiti criteri e tempi dei primi cantieri di consolidamento, appaltabili dal 2005. Dovranno restituire alla Cappella piena capacità portante e fissare le superfici interne. Stabilizzare le pietre sarà il problema più arduo. Prevediamo lavori complessi come il degrado. Richiederanno tecnologie diverse ed estese integrazioni. Dieci colonne del tamburo sono da sostituire, mentre per ricostruire il cielo stellato del tronco conico useremo pietra artificiale in stampi”.

Autore: Maurizio Lupo

Fonte:La Stampa – Specchio