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MILANO. Le identità di Salvatore Fiume.

L’esposizione presenterà 50 opere – 25 dipinti, 15 disegni, 5 sculture e 5 ceramiche – realizzate dall’artista siciliano, ma lombardo d’adozione, in un arco temporale che dagli anni Quaranta arriva fino agli anni Novanta.
Un’importante personale che celebra la figura di Salvatore Fiume (1915-1997), a quindici anni dalla sua scomparsa.
Curata da Alan Jones, Elena Pontiggia, Laura e Luciano Fiume, promossa dalla Regione Lombardia e dalla Fondazione Salvatore Fiume, in collaborazione con ArteSanterasmo, la mostra, dal titolo Le identità di Salvatore Fiume, è in grado di tracciare una sintesi della produzione artistica di Fiume nella pittura, nel disegno, nella scultura e nella ceramica tra gli anni Quaranta e gli anni Novanta del secolo scorso, dimostrando come la sua personalità, pur rimanendo intatta nel corso degli anni, si evolse costantemente, concependo nuovi temi e sperimentando nuove tecniche.
Il percorso espositivo si snoda in due sezioni distinte: nella prima, s’incontreranno lavori realizzati tra gli anni ’40 e gli anni ’60, precedenti alla ‘rivoluzione’ stilistica che fece seguito al suo viaggio a Londra nella metà degli anni ’60, mentre, nella seconda, si vedranno opere eseguite nel successivo trentennio.
La rassegna si apre con Cristo deriso dai soldati, un olio su masonite del 1946, firmato con lo pseudonimo di Francisco Queyo, un pittore gitano mai esistito, dietro il quale Fiume si nascose in attesa che la sua pittura di allora, ispirata al Quattrocento italiano e alla Metafisica di de Chirico e Savinio, raccogliesse i consensi che fino a quel momento non aveva ricevuto.
Il successo che i dipinti firmati F. Queyo – ispirati al folklore e alla tradizione spagnola – ottennero alla mostra tenuta alla Galleria Gussoni di Milano nel 1948, fu straordinario. Tutti i quadri vennero acquistati e un autorevole critico come Leonardo Borgese scrisse che molti artisti italiani avrebbero dovuto prendere ispirazione dal maestro spagnolo.
L’itinerario prosegue con 8 opere degli anni ’40 e ’50, ascrivibili al ciclo delle Città di statue, in cui è manifesta l’influenza dell’arte rinascimentale italiana, come quella delle ricerche metafisiche di de Chirico, Savinio e Carrà.
Fiume propose – questa volta firmando col suo vero nome – questi lavori alla Galleria Borromini di Milano nel 1949, riuscendo a impressionare l’allora direttore del MOMA di New York, Alfred Barr, che decise di acquistarne uno, da allora conservato nelle collezioni del museo americano. Le Città di statue contenevano degli elementi di novità, non solo rispetto alla pittura, ma anche rispetto a un ideale architettonico che prefigurava i futuri progetti di Fiume, costituiti da edifici geometricamente antropomorfi e zoomorfi.
La partecipazione alla Biennale d’Arte di Venezia del 1950 segnò l’incontro con Gio Ponti con il quale Fiume iniziò una lunga collaborazione che lo portò a realizzare enormi dipinti per i transatlantici di cui Ponti avrebbe curato gli allestimenti. In quello per il transatlantico Andrea Doria (48 m x 3) Fiume riprodusse svariati capolavori presenti nel nostro paese allo scopo di offrire ai viaggiatori diretti in Italia un’anticipazione di ciò che avrebbero ammirato dal vivo. Fiume creò una serie di spazi (piazze, vie, loggiati) nei quali inserì riproduzioni di opere di Giorgione, Verrocchio, Donatello, Raffaello, Leonardo, Tiziano, Michelangelo e molti altri.
In mostra vi sarà il bozzetto di uno dei grandi pannelli che decoravano il salone di prima classe dell’Andrea Doria, affondata nel 1956.
Ponti, da grande appassionato di ceramica, e raffinato ceramista egli stesso, apprezzava molto i lavori che Fiume realizzava con questo materiale, e li inserì spesso tra i suoi arredi. A Palazzo Pirelli si troveranno due piatti e tre sculture, tutti del periodo ‘metafisico’.
La prima parte dell’esposizione si chiuderà con il ciclo ispirato alla cultura Beat. Alla metà degli anni Sessanta, infatti, Fiume è a Londra, durante la straordinaria stagione della Swinging London. In quel vivace clima culturale nascono opere caratterizzate da una nuova libertà espressiva, evidente soprattutto in quelle realizzate su carta da parati o nei collage, composti da elementi estranei al linguaggio rigorosamente pittorico e che si discostano dai temi trattati da Fiume fino ad allora.
Un capitolo importante della rassegna milanese sarà dedicato alla figura femminile. In particolare, i due dipinti del 1957 e 1958, ispirati al tema della Donna e toro e della Donna e gallo entrambi caratterizzati da un’inedita sensualità, introducono un nuovo passaggio nell’arte di Fiume, sul piano della trasformazione tematica e su quello evolutivo della materia pittorica che, per la prima volta, si fa più luminosa, corposa ed espressiva, grazie anche alle stratificazioni e alle trasparenze ottenute con l’uso della spatola.
La mostra inoltre documenta un ulteriore approfondimento nella ricerca materica con la serie degli affreschi degli anni ’80 – concepiti fin dall’inizio in funzione dello ‘strappo’ e della successiva trasposizione su tela – ispirati ai dipinti murari di Pompei e di quelli delle tombe etrusche di Tarquinia.
Nel 1989 Fiume si dedica a un ciclo di 10 Poemi giapponesi – due dei quali esposti a Palazzo Pirelli – nei quali reinterpreta i temi erotici dell’arte del Sol Levante del ‘700 e dell’800.
La parte dedicata alla pittura si chiude con un grande dipinto dal ciclo delle Ipotesi, in cui Fiume fa coesistere su un’unica tela elementi peculiari della propria pittura, come le Isole di statue, con citazioni da capolavori dell’arte europea (in questo caso da Raffaello, Picasso e de Chirico), esemplificando il concetto a lui caro della contemporaneità di tutta l’arte.
Il percorso si conclude idealmente con le sezioni dedicate rispettivamente al disegno e alla scultura. Nella prima, si potranno ammirare 15 lavori su carta, realizzati tra gli anni ’40 e gli anni ’80, che dimostrano come il segno di Fiume, pur evolvendo, sia rimasto inconfondibile per la sua forza espressiva. Nella seconda, opere plastiche caratterizzate dalla pluralità dei materiali utilizzati, come la ceramica, il bronzo, il legno e il poliuretano espanso. Tra queste, sono da segnalare le due sculture in legno, Mito africano del 1974, e l’Antropotauro, una figura ‘mitologica’ creata da Fiume sul modello del centauro, nella cui parte inferiore le forme del cavallo sono sostituite da quelle del toro.
Accompagna la mostra un catalogo edito dalla Fondazione Salvatore Fiume.

Redattore: Antonella Corona

Fonte: MiBAC, 30 ago 2012  

Info:
Milano, Palazzo Pirelli – Spazio Eventi 1° piano, via Fabio Filzi 22, dal 24 ott al 23 dic 2012
Ingresso gratuito, dal lunedì al venerdì dalle 15,00 alle 19,00.

TORINO. DEGAS – Capolavori dal Musèe d’Orsay.

La mostra è ospitata alla Promotrice di Belle Arti e aperta al pubblico da giovedì 18 ottobre fino al 27 gennaio 2013. L’eccezionale esposizione monografica curata da Xavier Ray e organizzata sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, presenta una lettura in ottanta opere – tra dipinti, disegni e sculture ceduti in prestito dal Musée d’Orsay di Parigi – dell’attività del grande pittore francese.
Capolavori che rivelano il percorso di un genio straordinario, protagonista di una irripetibile stagione artistica nella Parigi di fine Ottocento.
A rendere possibile la mostra sono state da un lato la ferma volontà del Comune di Torino, e in particolare del Sindaco Piero Fassino e dell’Assessore alla Cultura, Turismo e Promozione Maurizio Braccialarghe, di riportare Torino al centro del circuito di grandi eventi artistici internazionali, e dall’altro il rapporto di intensa e amichevole collaborazione che lega il gruppo Skira e il Musée d’Orsay di Parigi e che abbraccia tanto il versante editoriale quanto l’ideazione e produzione di grandi mostre (l’ultimo prodotto di questa collaborazione è stata la mostra di Cézanne realizzata da Skira al Palazzo Reale di Milano con un nucleo di prestiti prestigiosi da Orsay e dall’Orangerie).

In allegato, comunicato stampa, vai >>>

Link: http://www.mostradegas.it

Allegato: CS DEGAS.pdf

UDINE. Grande ritorno di Tiepolo Le due mostre a confronto.

Dal 16 novembre in castello il pittore veneto in rapporto col maestro Veronese. Dal 15 dicembre a Passariano il percorso creativo dagli esordi alla maturità.
Due mostre, un unico protagonista: Giambattista Tiepolo, che ritorna alla grande in Friuli a un ventennio dalla storica rassegna firmata da Aldo Rizzi. Vicinissime per le locations prescelte (appena venticinque chilometri separano Passariano da Udine), distanti anni luce per la freddezza venutasi a creare tra due dei principali organizzatori, Enzo Cainero, commissario straordinario di Villa Manin, dove Tiepolo appunto ritorna, e Luigi Reitani, assessore alla cultura del Comune di Udine.
Motivo del contendere, il mancato accordo per una promozione congiunta delle due rassegne, che avrebbe potuto portare a un percorso unico per scoprire l’arte del Tiepolo tra Codroipo e Udine. Non volendo in alcun modo propendere per l’uno o per l’altro contendente (in medio stat virtus), abbiamo cercato di mettere a confronto le due mostre, approfondendone contenuti e obiettivi, per dare modo di comprendere l’importanza dei due eventi dedicati al maestro veneziano del ’700.
La prima a essere inaugurata sarà la mostra di Udine. I colori della seduzione. Giambattista Tiepolo e l’arte di Paolo Veronese aprirà i battenti tra poco più di un mese, il 16 novembre, restando aperta fino al primo aprile 2013. Sarà ospitata nella Galleria d’Arte Antica del castello.
L’esposizione di villa Manin, Giambattista Tiepolo. Luce, forma, colore, emozione, comincerà, invece, il 15 dicembre, occupando gran parte dello spazio espositivo di Passariano, e sarà visitabile fino al 7 aprile 2013.
Opere da tutto il mondo. A Udine saranno esposte 36 opere tra tele, disegni e stampe provenienti da Edinburgo, Londra, Madrid, Berlino, Vienna, Francoforte, Stoccarda, Weimar, Digione, Oxford, Roma, Milano, Torino, Trieste, Bassano, Venezia e, ovviamente, da Udine. Oltre cento le opere ospitate a villa Manin (il totale dovrebbe avvicinarsi a 140 pezzi), anche in questo caso provenienti da molti musei del mondo: Montreal, New York, Stoccolma, Helsinki, Zurigo, Parigi, Budapest, San Pietroburgo, Milano, Venezia, Rovigo, Vicenza, Trieste e Udine.
I contenuti delle due mostre. L’esposizione di villa Manin illustra il percorso artistico tiepolesco dalle prime esperienze fino alla tarda maturità. Tele affiancate da bozzetti preparatori, dipinti restaurati per l’occasione, eleganti disegni: una sequenza di opere di soggetto sia sacro sia profano, sulle quali spicca, per dimensione, la Pala del duomo di Este (misura 6,75 per 3,90 metri).
A Udine, attireranno sicuramente l’attenzione dei visitatori, le due parti del dipinto Il ritrovamento di Mosè, la prima conservata a Edimburgo, la seconda proprietà della Fondazione Agnelli di Torino. Un quadro ideale per capire al meglio i concetti di movimento e di spazio nelle tele del Tiepolo e confrontarli con la produzione artistica di colui che è considerato uno dei suoi modelli, Paolo Veronese, anche lui cimentatosi con il tema biblico del ritrovamento di Mosè.
Curatori e collaborazioni. La mostra di villa Manin è curata da Giuseppe Bergamini, Alberto Craievich e Filippo Pedrocco. Partners dell’evento, il Museo Diocesano di Udine e il Museo Sartorio di Trieste.
Il confronto tra le opere del Tiepolo e del Veronese ospitate in castello a Udine, invece, è curato da William L. Barcham, Linda Borean e Caterina Furlan. In questo caso le collaborazioni spaziano nei settori della musica, della danza e del teatro. Sono previsti uno spettacolo e un laboratorio con lo scenografo Virgilio Sieni oltre a concerti nei luoghi udinesi del Tiepolo.
I costi. L’esposizione promossa dal Comune avrà un costo che si aggirerà intorno ai 200-250 mila euro. Di questi soltanto 50 mila euro arriveranno dalla Regione, il resto sarà a carico del Comune e di partners privati. Per quanto riguarda villa Manin, c’è uno stanziamento annuale della Regione, pari a circa 2 milioni di euro. Risorse troppo limitate per garantire la manutenzione della villa, i costi del personale e l’organizzazione delle mostre. Entra in gioco, quindi, un vero e proprio rischio d’impresa, in parte contenuto dalle collaborazioni strette con i musei di Udine e di Trieste, in parte dalla promozione fatta per riuscire ad attrarre almeno 90 mila visitatori.

Autore: Alessandro Cesare

Link: http://www.messaggeroveneto.it

Fonte:Messaggero Veneto

PISA Wassily Kandinsky dalla Russia all’Europa.

Per la prima volta in Italia, una mostra affronta a largo raggio la figura di uno dei più grandi maestri del ‘900, nel suo radicamento nella tradizione culturale, profonda ed antica, della Russia.Wassily Kandinsky è al centro della mostra stessa con oltre 64 opere provenienti dal Museo di Stato Russo di San Pietroburgo, dai Musei di Omsk, Kazan, Tyumen, Vladivostok, Nizhny Novgorod, dal Centre d’Art Moderne Pompidou e da qualche collezione pubblica e privata italiana.
Si tratta di una delle più vaste mostre dedicate all’artista russo, che accompagna nel percorso le sue opere con alcuni importanti riferimenti alle radici della sua arte.
Insieme dunque ai primi dipinti di derivazione simbolista e alle raccolte di xilografie quali “Poesia senza Parole”, la prima parte della mostra accoglie alcune selezionate opere di artisti quali Bilibin, Burliuk, Stelletsky, che riconducono alla tradizione delle fiabe a cui si ispirano in quegli anni musicisti e scrittori.
La formazione di Kandinsky però, non può prescindere dai suoi interessi giovanili per gli studi etno-giuridici che lo portarono a contatto con la tradizione contadina, come ben testimoniano i suoi viaggi in Vologda, dove il contatto con la cultura tradizionale e i colori avvolgenti degli oggetti e delle decorazioni degli interni delle izbe, lo affascinarono e furono determinanti per la sua scelta di essere pittore.
La seconda sezione della mostra dunque offrirà una raccolta sintetica di oggetti del folklore russo, di stampe lubok, abiti, tessuti e, in una piccola nicchia, oggetti rituali della tradizione sciamanica.
Il periodo della permanenza di Kandinsky in Germania, negli anni tra il 1906 ed il 1913 vedrà affiancare alle sue opere alcuni selezionati esempi di artisti che gli furono più vicini, Javlensky, Munter, Verefkina, e soprattutto Arnold Shoenberg, il rivoluzionario musicista così affine per impostazione culturale alle idee di Kandinsky.
La mostra dunque consente di scoprire come le “radici orientali” della tradizione culturale russa si fondono nell’opera di Kandinsky con le avanguardie tedesche e parigine, e come nel contempo Kandinsky rappresenti il punto di incontro con la sua instancabile attività intellettuale fra le espressioni della prima avanguardia russa, Larionov, Goncharova, le mostre di Idzbesti e il gruppo che a Monaco raccoglierà intorno alla rivista Der Blaue Reiter.
Il punto focale della mostra si concentra sugli ultimi anni russi fra il ’14 ed il ’21 in cui tutti questi elementi conducono l’artista all’invenzione della pittura astratta, in una concezione della spiritualità dell’arte che deve moltissimo alla tradizione mistica e letteraria russa.
Si tratta dunque di una delle mostre più ampie dedicate in Italia a Wassily Kandinsky e soprattutto dedicata al lungo periodo che precede il suo definitivo abbandono della Russia per la sua lunga esperienza al Bauhaus.
Il distacco dei luoghi della sua cultura profonda porterà Kandinsky a scelte più radicali, all’astrazione geometrica, cambiando profondamente il suo rapporto con l’arte e con il mondo che intorno ad essa si andrà consolidando, lontano dalle avanguardie del suo paese, ma in qualche modo anche dall’Europa occidentale che lo ospita.

Info:
Pisa, Palazzo Blu, dal 13 ottobre 2012 al 3 febbraio 2013

Link: http://www.mostrakandinsky.it

ROMA. Vermeer. Il secolo d’oro dell’arte olandese.

Una mostra complessa già nella sua realizzazione, infatti delle 37 opere di Johannes Vermeer conosciute nel mondo, nessuna appartiene ad una collezione Italia e solo 26 dei suoi capolavori possono essere movimentati. Otto saranno i Vermeer presenti nell’esposizione delle Scuderie del Quirinale, dalle donne “ideali” alla celebre Stradina, affiancati da cinquanta capolavori degli artisti suoi contemporanei, icone della pittura olandese del secolo d’oro, tutti accomunati da una particolare abilità per le diverse tecniche di rappresentazione della luce su materiali e superfici differenti.
Il visitatore potrà non solo avvicinare il genio artistico di Vermeer, ma anche capire come l’opera del maestro si rapporti con gli artisti olandesi: ad esempio, gli interni di Vermeer spesso rimaneggiati nelle decorazioni e pieni oggetti non citati nell’inventario dei beni presenti nella casa in cui viveva, sono frutto d’invenzione o presi in prestito da altri, e dipinti sulla tela in uno spoglio sottotetto. Artista raffinatissimo e dotato di una straordinari memoria visiva, Vermeer era sempre ben attento sulla produzione dei suoi contemporanei olandesi, molti dei quali rappresentati in mostra. Saranno infatti esposte le opere degli artisti coevi tra i massimi protagonisti dell’arte di genere del secolo d’oro olandese: Carl Fabritius e Nicolas Maes, pionieri degli effetti sperimentali e naturalistici attinenti alla luce e allo spazio, Gerard ter Borch, osservatore insolitamente empatico di giovane donne come lo stesso Vermeer, Pieter de Hooch, tra i più celebri pittori dell’epoca. E ancora Gerard Dou, il maestro del chiaroscuro applicato alle scene notturne “ a lume di candela” Gabriel Metsu, Frans van Miers e Jacob Ochtervelt.

Redattore: ANTONELLA CORONA

Info:
Dal 27 settembre 2012 al 20 gennaio 2013
Costo del biglietto: 12,00 €; Riduzioni: 9.50 €;
Telefono prenotazioni: 06 39967500
Roma, Scuderie del Quirinale
Orario: Tutti i giorni dalle 10,00 alle 18,00 escluso ven. e sab. dalle 10,00 alle 21,00

Link: http://www.scuderiequirinale.it

Fonte:MiBAC – Ministero per i Beni e le Attività Culturali