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CIRIE’ (To): Radici Quadrate e La cavalcata dei vizi.

All’ interno della mostra dal titolo “Radici Quadrate” patrocinata tra gli altri dal Ministero ai Beni e alle Attività Culturali, già in corso dallo scorso 4 febbraio, che ha avuto e ha una grande affluenza di pubblico tanto da essere prorogata al 26 di marzo 2006, nasce un nuovo evento. Una grande tela raffigurante “La cavalcata dei Vizi”, ispirata da un affresco quattrocentesco restaurato dall’artista-restauratore Giovanni Carlo Rocca.

Il dipinto misura 20 metri per 2,10 ed è realizzato nello spirito del re-impressionismo puro che ormai caratterizza tutte le opere dell’artista.

Il visitatore può vederne l’esecuzione e l’evoluzione semplicemente visitando la mostra.

L’opera verrà ultimata entro il 26 di marzo, data di chiusura della mostra, per poi essere esposta sia nella città di Ciriè che in altre città italiane.

Info:
Palazzo D’Oria – via Martiri della Libertà 33 – Ciriè (TO)
ORARIO: da martedì a domenica dalle 10.00 alle 19.00;
INGRESSO: gratuito.

ROVIGO: Le meraviglie della pittura tra Venezia e Ferrara. Da Bellini a Dosso a Tiepolo.

Oltre 150 opere tra l’influenza (e gli artisti) della Serenissima Repubblica e quelli del contiguo Ducato Estense, dal XV al XVIII secolo. Fino al 4 giugno 2006.

Autori: Giovanni Bellini, Pietro Bellotti, Garofalo Crespi, Giuseppe Maria Crespi, Girolamo da Carpi, Pietro della Vecchia, Battista Dossi, Dosso, Girolamo Forabosco, Palma il Giovane, Palma il Vecchio, Alessandro Longhi, Sebastiano Mazzoni, Giuseppe Nogari, Giambattista Piazzetta, Giambattista Pittoni, N. Rondinelli, Scarsellino, Giambattista Tiepolo, Pasqualino Veneto.

C’è da scommettere che pochi pensano a Rovigo come ad una città d’arte, anzi ad una vera e propria capitale dell’arte italiana. Sarà quindi una straordinaria scoperta poter ammirare, raccolte in una grande mostra, le autentiche “Meraviglie della pittura tra Venezia e Ferrara” che il capoluogo de Polesine conserva nelle proprie raccolte pubbliche e private.

L’articolo completo si trova alla pagina:
Da Bellini a Dosso e Tiepolo.

Info:
Rovigo – PALAZZO ROVERELLA – Piazza Vittorio Emanuele II (45100)
orario: feriali e festivi 9-19; sabato 9-23
biglietti: intero 9 €; ridotto 7 € (dai 6 ai 18 anni, over 65, studenti universitari, categorie convenzionate); gratuito (bambini fino ai 6 anni, portatori di handicap con un accompagnatore, giornalisti con tesserino, militari in divisa). Gruppi (almeno 20 persone) 7 € (gratuito per l’accompagnatore); gruppi scolastici 5 € (gratuito per 2 accompagnatori). Visite guidate per gruppi (massimo 25 persone): adulti 70 € – scuole 55 €
L’ingresso alla Chiesa di San Francesco e alla Rotonda è gratuito,
telefono evento: +39 042521530email: web:

Link: http://www.anonimatalentisrl.it

Email: cedi@turismocultura.it

Fonte:Exibart on line

RIETI: Museo Diocesano.

Al tramonto del XIX secolo, dopo l’inevitabile corollario di profanazioni e dispersioni seguito alle soppressioni che ne avevano segnato la storia, il vescovo Bonaventura Quintarelli, che fu alla guida della Diocesi di Rieti dal 1895 al 1915, anno della sua morte, assolse al compito di raccogliere nell’ufficio delle sue attività pastorali tutti quegli oggetti liturgici che erano rimasti incustoditi, quasi res nullius, nelle tante pievi rurali abbandonate, nelle chiese e nei complessi ex conventuali del territorio soggetto alla sua opera pastorale.

Così, il canonico Leopoldo Quintarelli, segretario e nipote del vescovo, ne celebra la memoria sottolineandone l’impegno nella tutela del patrimonio storico-artistico della Chiesa locale: “raccolse e comperò a sue spese oggetti artistici sacri (…) che la insipienza e la ignoranza dei detentori lasciavano trascurati nelle soffitte e che sarebbero certamente andati perduti, se il provvido intervento (…) non li avesse messi in rilievo ed onore. Con l’andar degli anni aveva nell’Episcopio adibito un corridoio – che servì un tempo da cappella privata del Vescovo – e in un grande armadio chiuso, conservava gli oggetti d’arte sacra raccolti nelle sue pastorali peregrinazioni. Questo piccolo museo, ricco di tanti oggetti di cui l’occhio esperto e competente di mons. Quintarelli aveva saputo riconoscere il valore artistico, alla sua morte fu lasciato in donazione al Museo Civico di Rieti che vide così aumentata la serie di tesori d’arte di cui è ricco”. (Cfr. L. Quintarelli, Cenni biografici di mons. Bonaventura Quintarelli vescovo di Rieti, Venezia 1936)

Agli inizi del XX secolo, né i tempi né le circostanze erano certo maturi perché si potesse ipotizzare l’apertura di un Museo d’arte sacra: i beni ecclesiastici raccolti da monsignor Bonaventura Quintarelli confluirono dunque nella collezione del Museo Civico, aperto nel 1865 e riallestito nel 1909 presso il palazzo comunale di Rieti.

Lunghi decenni trascorsero fino a che nel 1974, potè essere inaugurato da monsignor Dino Trabalzini, all’epoca vescovo di Rieti, il Museo del Tesoro del Duomo nell’allestimento curato da Luisa Mortari, appassionata conoscitrice della storia dell’arte sabina che fin dal 1957 curato un’importante mostra sull’arte locale e, nel 1961, aveva redatto il catalogo e provveduto al riassetto del Museo Civico.

Presso il Museo del Tesoro del Duomo trovarono spazio accanto agli arredi ed agli oggetti liturgici della cattedrale numerose opere provenienti da chiese abbandonate, comunque condannate al deperimento.

Il criterio espositivo dominante fu dunque eminentemente conservativo, non dissimile nella sostanza da quello adottato per il Museo Civico.

Nel corso di tre decenni, sono maturate le concezioni poste in atto e divulgate dall’A.M.E.I., l’Associazione dei Musei Ecclesiastici italiani che individua ed indica la natura teologica dell’opera d’arte cristiana.

A tali concezioni, s’ispira oggi l’allestimento di un più ampio ed articolato percorso museale, che nella globalità di un saldo progetto di tutela dei beni culturali e cultuali valorizza gli ambienti evidenziandone le originarie funzioni e rendendo evidente la coerenza interna fra lo spazio consacrato, la celebrazione del Mistero, la dimensione liturgica dei beni culturali ecclesiastici, l’espressione di fede.

L’attuale Museo Diocesano si sviluppa dunque in diversi spazi, dal battistero alle sagrestie della basilica inferiore, tra loro collegati mediante l’attraversamento del duomo e dell’adiacente complesso della Curia.

A questi si aggiungerà prossimamente la pinacoteca destinata ad occupare la duecentesca sala delle udienze del palazzo dei Papi.

Il nucleo storico del Museo del Tesoro del Duomo ha sede da ormai tre decenni nell’antico battistero, adiacente alla cattedrale: al centro dell’aula, è il pregevole fonte battesimale dalle purissime forme rinascimentali.

Su di un basamento quadrangolare in cui si alternano zampe leonine e palmette, s’innesta un’agile colonnina scanalata e rastremata, culminante in un rocchio decorato con foglie d’acanto, a sostegno della vasca fasciata da un motivo decorativo che unisce agli elementi araldici del cardinale Angelo Capranica i delfini affrontati al tridente di Nettuno.

L’ampio cofano bombato che chiude la vasca culmina nell’Agnus Dei, sorretto da tre delfini. Elementi floreali e delicate testine di Serafini affiancano l’arme del committente, che guidò la Diocesi di Rieti fra il 1450 ed il 1468.

Altri importanti elementi scultorei decorano le pareti del Battistero: accanto alle pietre tombali, fra cui si segnala per eleganza il bassorilievo di Caterina Capranica, nipote del vescovo e moglie di Luca Peccatori, sono i quattro Profeti e Santi – David, Isaia, Santa Barbara, San Giovanni Battista – realizzati da Federico di Filippo di Ubaldo da Firenze in collaborazione con Salvato di Girolamo Pirozi per il maestoso tabernacolo della cappella del SS.mo Sacramento, smembrato agli inizi del XVII secolo.

Gli ambienti recentemente recuperati nelle adiacenze della Basilica Inferiore, consacrata dal vescovo Dodone insieme con i vescovi delle vicine Diocesi di Narni, Forcona e Tivoli il 1 settembre 1157, furono utilizzati nel corso del XVII secolo come sagrestie in uso per la Compagnia delle SS. Stimmate di San Francesco, istituita nel 1606 dal vescovo Gaspare Pasquali.

Nel 1607, il pittore leonessano Gioacchino Colantoni aveva affrescato integralmente le pareti della basilica inferiore, raffigurandovi accanto alle Storie dal Vecchio e Nuovo Testamento gli episodi salienti della vita di San Francesco.

Questi affreschi furono scialbati o, peggio, distrutti nell’anno 1922, in occasione dei lavori di consolidamento e ripristino che investirono opportunamente l’intero complesso della Cattedrale e della Curia, perché giudicati di gusto popolaresco dai Regi Ispettori Onorari dei monumenti e scavi Francesco Palmegiani ed Angelo Sacchetti Sassetti.

Gli spazi esterni all’absidiola della basilica inferiore, caratterizzati dalle armoniose volte a crociera, mantengono la loro funzione di collegamento ospitando il lapidarium.

L’attuale allestimento del Museo Diocesano, voluto dal vescovo monsignor Delio Lucarelli e curato dalla Commissione d’Arte Sacra della Diocesi, rimarca con chiarezza la sua identità: un luogo d’incontro tra fede e cultura, di cui l’espressione figurativa si fa strumento e veicolo di messaggi religiosi e spirituali, differenziandosi dalle altre strutture espositive del territorio proprio per la sua specificità didascalica, non limitandosi ad effettuare un’opera di tutela e salvaguardia dei beni artistici, ma recuperandone la valenza espressiva, proponendosi come luogo di comunicazione, di educazione e di edificazione promovendo l’affinamento della cultura visiva attraverso la ricerca di significato, l’analisi iconografica ed iconologia, la lettura diacronica dei contesti e dei fenomeni artistici ed orientando il visitatore alla riflessione ed alla meditazione sul mistero.

L’attività di allestimento è nata attraverso la formulazione di ipotesi e progetti che dovranno maturare nel tempo attraverso il tracciato di alcuni percorsi che dovranno in futuro avvalersi di supporti multimediali, utili alla descrizione, alla contestualizzazione, alla comparazione delle opere secondo un criterio ipertestuale.

Attraverso le attività che avranno come fulcro il Museo Diocesano, si potrà dunque contribuire a compendiare, studiare, valorizzare un patrimonio ecclesiastico di notevole interesse ed a riconoscere il ruolo magistrale esercitato dalla Chiesa locale come committente, realizzatrice, conservatrice di importanti opere artistiche.

In particolare, nelle sagrestie hanno trovato collocazione le opere lignee dei secc. XIV-XVII eseguite da anonimi maestri d’ascia, esperti nell’arte dell’intaglio ornamentale, dell’intarsio, della laccatura e della doratura che confermano la ricchezza di contatti con la cultura figurativa in un territorio che fu crocevia fra Umbria, Marche ed Abruzzo, in cui si sedimentano tradizioni stilistiche assai significative.

Accanto a queste opere, espressione di una sensibilità artistica spiccata che collima con l’intento di esprimere contenuti di fede e devozione, trovano spazio elementi di arredo e di uso liturgico che hanno assolto nel tempo a diverse funzioni di culto e catechesi: fra questi ultimi, meritano particolare attenzione i tabernacoli e gli ostensori, nella cui produzione vennero a convergere la cura degli artisti e l’intento dei committenti con il moltiplicarsi dei miracoli eucaristici nel corso dell’età medievale a cui conseguì l’esigenza di conservare l’Eucaristia con il massimo zelo in un luogo atto ad assicurarne ad un tempo la custodia e la sacralità.

Sono molti e di pregio gli oggetti d’uso liturgico custoditi presso il Museo Diocesano: si tratta infatti di croci astili, reliquiari, pissidi, ostensori, ampolle, calici preziosi per materiali e tecniche d’esecuzione, che documentano stilisticamente l’evoluzione del gusto e delle abilità attraverso l’arco di oltre sette secoli.

Rappresenta un esemplare unico il riccio di pastorale in avorio inciso che dal tardo XIII secolo è usato nelle principali solennità dai Vescovi reatini: si tratta di un raffinato lavoro d’intaglio realizzato da un anonimo artista di tradizione romana, che include nella spirale sulle cui facce cui scorre l’iscrizione gotica “Ave Maria gratia plena Dominus tecum Benedica” e “Agnus Dei qui tollis peccata mundi Miserere nobils” la figura simbolica dell’Agnus Dei recante la croce ed il vessillo della resurrezione, per mezzo della quale sconfigge il drago apocalittico.

Assai numerose sono le croci processionali che documentano la vivacità d’esecuzione a sbalzo, cesello e smalto fiorita dal XIII al XV secolo in un singolare crocevia fra la tradizione orafa umbro-toscana e quella abruzzese.

Tra le suppellettili ecclesiastiche, le croci lavorate a cesello ed a sbalzo, spesso con inclusioni in smalto policromo costituiscono un patrimonio inestimabile di tradizione fiorita incessantemente dal Duecento fino all’epoca del tardo Barocco: la preziosità viene conferita assai di frequente dalla raffinatezza inventiva e dall’abilità di realizzazione piuttosto che dai materiali a cui gli orafi fanno ricorso. Nelle croci arcaiche in specie le lamine metalliche sono assai sottili, giustapposte o sovrapposte con perlinature, centine e placchette che assumono una facile funzione decorativa. Anche negli esemplari più tardi, la patina di doratura supplisce abilmente alla qualità delle leghe adoperate, esaltando l’abilità di esecuzione che gli orafi – di scuola abruzzese, laziale, toscana – per lo più anonimi, ma validi artisti, dimostrano di possedere.

E’ la tradizione abruzzese, e sulmonese in particolare, a stabilire i canoni pressoché fissi di un’iconografia che assume un valore assoluto nel senso comune non meno che nel significato dottrinale e teologico: la croce, che presso i Romani era il patibolo più infamante, assume il valore simbolico più esaltante, fino a divenire elemento di identità per i seguaci di Cristo.

Alle croci astili, che testimoniano la raffinatezza dell’arte orafa locale accanto alla fitta rete di relazioni che lega la Diocesi reatina ai più importanti centri della cultura artistica fiorita nell’Italia centrale prima e dopo il Concilio di Trento, si aggiungono i reliquiari che assumono accanto all’evidente valore di custodia e di esaltazione della memoria un accessorio, ma non meno significativo significato artistico.

Il reliquiario storicamente ed esteticamente più rilevante è il busto di San Balduino, opera di Bernardino da Foligno, realizzato in lega metallica ed argento dorato con le tecniche dello sbalzo e del niello al tramonto del XV secolo. Il Santo, che fu monaco cistercense e fondatore della comunità locale che provvide alla bonifica della piana reatina tornata ad impaludarsi dopo secoli dall’apertura della cava Curiana, viene raffigurato dall’artista umbro con i tratti nobili e schietti di un uomo alle soglie della vecchiaia, il volto aperto ad un caldo sorriso, lo sguardo limpido, la barba ricciuta fluente sulla cocolla dell’abito benedettino.

Il realismo rinascimentale del busto reliquiario di San Balduino rappresenta un unicum nel Museo Diocesano reatino, dove prevalgono oggetti dalle forme più convenzionali, come vasi, coppe, pissidi oppure ostensori. Bisognerà attendere l’ultimo ventennio del XVIII secolo per avere ancora un reliquiario figurativo, nella statuetta raffigurante l’Evangelista Giovanni con il suo emblema parlante, opera dell’argentiere romano Giovanni Felice Sannini.

Fra i committenti delle opere custodite ed esposte presso le sale del Museo Diocesano si segnalano, per numero e per liberalità, i Vescovi che sempre ebbero a cuore la costruzione, la manutenzione, la dignità dell’utilizzo e la tutela del patrimonio architettonico ed artistico della Chiesa locale, così come attestano le fonti d’archivio, in particolare i resoconti delle Visite Apostoliche, delle Visite Pastorali, dei Sinodi e delle Relationes ad Limina.

Non meno assidua fu l’opera dei membri del Capitolo della Cattedrale, incaricati di coordinarne i lavori di allestimento o di rifacimento, gestendo i rapporti con i progettisti, gli artisti, le manovalanze impiegate, controllando la qualità dell’esecuzione ed il rispetto dei contratti, provvedendo ai pagamenti.

Costante fu l’apporto dato dalle confraternite, che dotarono cospicuamente le loro sedi, e delle singole comunità parrocchiali diffuse nel territorio della Diocesi. Da molte di queste antiche chiese parrocchiali, ormai quasi dirute, provengono importanti testimonianze di una religiosità schietta ed autentica che trovano nel Museo Diocesano il luogo elettivo, deputato alla conservazione ed alla tutela.

Autore: Ileana Tozzi

Link: http://www.museodiocesanorieti.it

Email: tulliotosti@libero.it

PALERMO: Lino Minneci e le sue opere al Palazzo Reale – Il mito il mare la scienza.

Un’evocazione di forme, leggende e natura sospese tra visibile e invisibile.

Sabato 25 febbraio 2006, nello splendido scenario di Palazzo Reale a Palermo, Sala Duca di Montalto, si inaugura la mostra di arte contemporanea “Lino Minneci. Il Mito, il Mare, la Scienza”, aperta al pubblico dal 26 febbraio al 25 marzo 2006.

La mostra, curata dai critici Paolo Levi e Daniela Brignone, prevede un allestimento di n.55 sculture realizzate dal grande artista siciliano manualmente, con il tondino di ferro.

Un’articolazione in 3 sezioni, Il Mito, il Mare, La Scienza, cicli a cui si riconducono la maggior parte della produzione dell’artista, connota l’importante appuntamento espositivo in un excursus articolato che ci porta a scoprire un autore di eccellente valore, noto ad un vasto pubblico a livello europeo.

I tre cicli rappresentano l’evoluzione del suo linguaggio intorno ad un’unica maniera di raccontarsi in modo essenziale. Un’essenzialità che lo porta a penetrare la vita interiore delle cose e a disperdersi nelle profondità dell’universo inesplorato. Ognuno di questi cicli racconta vicende della sua vita, esperienze formative che lo hanno portato a intravedere la vera essenza delle cose e della natura, a interpretare i fenomeni e i loro mutamenti.

Il Mito è il racconto delle vicende di dei e ninfe, di eroi e giganti, storie e passioni di popoli e personaggi che hanno intrecciato i propri destini straordinari con quelli del popolo siciliano.
Minneci attinge variamente all’universo mitologico, rivisitando vicende e personaggi in modo del tutto personale. Gli archetipi dell’inconscio prendono vita in costruzioni filiformi che restituiscono metamorfosi, congiunzioni, suggestioni con forza espressiva e leggerezza. E per un artista come Minneci, nato nella prima colonia ellenica fondata in Sicilia, il repertorio dei miti non può essere che quello dell’antica Grecia il cui significativo omaggio è leggibile in Aretusa e Alfeo (2001).

La passione per Il Mare, che anima tanta parte della produzione artistica di Lino Minneci, trova le sue radici più profonde nella stessa biografia dello scultore. L’esperienza di “uomo di mare”, vissuta in gioventù, frequentando l’Accademia navale di Livorno, viene recuperata con forza e intensità già a partire dalle sue prime creazioni.
Le navi e le vele che sfidano l’imprevedibilità degli elementi o che si fondono gioiosamente col mare che le accoglie, sono tra i temi privilegiati della poetica di Minneci. La capacità di dare corpo all’aria – che è riconosciuta come una delle peculiarità più attraenti della sua arte – viene esaltata laddove i vascelli filiformi presuppongono e rivelano l’interazione tra il vento e il mare.

La Scienza riconduce all’altra grande passione dell’artista: l’esplorazione dell’universo, l’elaborazione di teorie scientifiche, spesso poste in alternativa a quelle degli scienziati, un’esaltazione dell’ingegno e delle capacità umane.
L’esperienza maturata durante il corso di laurea in Fisica Nucleare emerge anche nella scelta delle tematiche di molte sue creazioni in cui le conquiste, le possibilità, i dibattiti della scienza più recente si trasformano in rigorose suggestioni.

L’artista Lino Minneci nasce a Siracusa nel 1929. Laureatosi in Fisica Nucleare nel 1953, ha operato come dirigente d’azienda. Nel corso degli anni ha iniziato a sviluppare la capacità di lavorare il ferro a freddo manualmente, creando una quantità di opere astratte, un’elaborazione che non ha niente a che vedere con la classicità ma che da essa trae spunto, rendendosi artefice di una tecnica assolutamente innovativa mediante l’utilizzo di un materiale povero; tecnica questa che ha riscosso i consensi dei maggiori critici a livello europeo che si sono accostati alla sua opera. Dal 2000 Minneci partecipa ininterrottamente a mostre e rassegne internazionali. Tra le esposizioni più prestigiose si annoverano quelle del Museo del Louvre a Parigi, al Castello Estense a Ferrara, a Palazzo Barberini a Roma, all’Expo Internazionale a Bruxelles, alla Dresdner Bank a Stoccarda, alla Fortezza Caterina Sforza a Forlì.

La mostra è promossa dalla Presidenza della Regione Sicilia e dall’Assemblea Regionale Siciliana, con il contributo del Comune di Palermo e il sostegno del Lions Club Palermo Host. Sponsor della mostra è l’Azienda vinicola Fatascià.

Il catalogo, a cura di Paolo Levi e Daniela Brignone, è edito da Associazione Le Gemme Editore. L’organizzazione generale è curata dalla Società Nike di Palermo, specializzata nell’ideazione e organizzazione di eventi culturali e nella valorizzazione del territorio e di strutture museali.

Info:
Roberta Rini – 347/5066966 – 091/514540

Email: nike.act@libero.it

BIELLA: Arte e Architettura nel nuovo spazio culturale di Palazzo Boglietti.

Palazzo Boglietti: 1500 mq dedicati alla cultura, alla multimedialità e alla riqualificazione turistica di Biella. Il nuovo spazio sorge all’incrocio tra via Fratelli Rosselli e viale Maccallè, nell’area sud-ovest della città, e ospiterà iniziative culturali, esposizioni artistiche, concerti, serate a tema, congressi. L’edificio è attrezzato con un bar caffetteria, un internet café e un bookshop. Accanto al Palazzo si collocano un ristorante e un ampio parcheggio. Il progetto prevede prossimamente anche l’allestimento di un ulteriore spazio espositivo e di un ufficio informazioni al servizio dei turisti in visita nel territorio biellese.

“Arte e Architettura”, evento di inaugurazione di Palazzo Boglietti, offre ai visitatori l’opportunità di ammirare opere di artisti moderni e contemporanei. In esterno e all’interno sono collocate le sculture di Riccardo Corsero, a colloquio con i volumi dell’edificio. “Materia prima” delle istallazioni di Daniele Lorenzo Fumagalli è la luce, che tanta importanza riveste nell’estetica di questo spazio polifunzionale. Le opere del pittore Imer Guala accompagnano il visitatore in una sorta di ascesa dal mezzanino al secondo piano, coniugando idealmente i livelli della struttura. La montagna, che circonda Biella e domina il Piemonte, visibile dal terrazzo belvedere del Palazzo, è protagonista indiscussa degli scatti di Gianfranco Bini, fotografo della montagna per eccellenza. E a lei sono dedicate anche delle opere dei pittori ottocenteschi e novecenteschi della Collezione Delleani e Maggi. Le opere rimarranno esposte fino al 12 marzo, nei seguenti orari: 10,00 – 19,00.

Società costruttrice del Palazzo è la Lasimon s.a.s di Giovanni Boglietti, che si è avvalsa dell’ausilio di validi collaboratori. L’edificio, episodio architettonico insolito nel panorama edilizio della cittadina piemontese, rappresenta per il committente Giovanni Boglietti la materializzazione di un sogno. ‘Comunicare idee e conoscenza – sostiene l’imprenditore – contraddistingue quest’area espositiva come uno spazio vivo e aperto: vivo in quanto capace di promuovere la cultura, di restituire all’arte contemporanea il carattere di comunicabilità facendola uscire dall’elitarietà e collocandosi nel territorio come uno strumento che contribuisce al miglioramento della qualità della vita; aperto a una frequentazione quotidiana che deve passare attraverso una programmazione di eventi culturali che spazino dal teatro alla musica, dalla letteratura alla lirica, dal cinema d’autore alla fotografia che interessino tutte le forme di espressione artistica dell’uomo. Ci proponiamo perciò di introdurre e diffondere nel comune sentire il concetto che i servizi culturali siano un investimento in cui tutti, istituzioni pubbliche e aziende private, si devono impegnare’.

Lo scopo dell’Associazione Obiettivo Domani, preposta alla gestione del Palazzo, è dunque quello di tradurre questa ingegnosa struttura in laboratorio della cultura, spazio aperto alla creatività. In realtà, il progetto dell’Architetto Alberto Rizzi, messo in opera e curato nei minimi dettagli da artigiani e maestranze locali, è esso stesso, oltre che un contenitore polifunzionale, un evento culturale. Ma forse sarebbe meglio definirlo un “avvenimento della fantasia” che finalmente si fa strada nella periferia, a restituirle la dignità di un centro, un sogno che non teme di coniugare l’immaginazione all’acciaio e al cemento armato, anche grazie ai precisissimi calcoli dell’Ingegner Orio Delpiano.
Ciò che colpisce di questo organismo singolare è l’incredibile commistione tra robustezza e tensione verso l’alto. La base, in pietra verde delle Alpi, è ancorata al suolo e fa pensare a un masso erratico che abbia finalmente trovato sede, ma il volume dinamico della torre si proietta verso il cielo. Palazzo Boglietti è un’invenzione che sintetizza gli elementi della natura, terra, acqua, aria e luce, e le sue forme: il tronco di una quercia e i miceti che vi si innestano. Ma parimenti li coniuga alle forme dell’ingegno umano: la piramide rovesciata, la torre, assimilata ora al cassero di una nave ora a un diapason, a un’antenna, sensibile strumento che riceve gli stimoli e a sua volta li ritrasmette, ora al fuso che tanta parte ebbe nell’attività di filatura del Biellese.

Palazzo Boglietti invita il pubblico a esplorare i propri spazi e la metamorfosi che Biella sta vivendo. E le opere esposte per l’inaugurazione consegnano ai visitatori le chiavi per interpretare la rinnovata identità della città, percorrendone il retaggio e cogliendone gli slanci verso il nuovo.

Info:
tel. 3356981580

Link: http://www.palazzoboglietti.org

Email: info@palazzoboglietti.it