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Valeria MINUCCIANI (a cura di). Il museo Fuori dal museo. Il territorio e la comunicazione museale .

Scritti di:
Mario Federico Roggero, Valeria Minucciani, Laura Sasso, Marco Vaudetti, Elisa Baima, Giulia Zilioli, Maria Clara Ruggieri Tricoli, Raffaella Rava, Luca Basso Peressut, Claudio Multari, Alessandra Morra.

Il fenomeno museale oggi ha confini molto labili nei confronti di altre manifestazioni di divulgazione culturale; è sfaccettato e contraddittorio; sempre più raramente può permettersi di rimanere chiuso in se stesso, in senso fisico ma anche e soprattutto in senso concettuale.
Questo libro vuole fornire un piccolo contributo da questo particolare punto di vista, proponendo interpretazioni anche molto diverse di questo uscire del museo da se stesso. Sotto questa espressione, dunque, trovano legittimamente spazio fenomeni quali l’ecomuseo e il museo diffuso, il centro visita e il museo naturalistico di ultima generazione; ma anche considerazioni sulla vera missione del museo, nuove prospettive aperte dalla tecnologia sulla comunicazione museale, ibridazioni fra i linguaggi artistici che riaprono al museo opera d’arte totale.
Il museo, oggi, è “fuori dal museo” quando tenta di aprire verso nuovi orizzonti di comunicazione culturale; quando ricerca possibilità di dire cose diverse, e aspira a dire in modo diverso.


Info:
Edizioni Lybra Immagine 2005; pagg. 96; Oltre 150 ill. b/n e colore; Formato 21,5 x 24
Testo italiano/inglese – Isbn 88-8223-073-2; € 16,00
 

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Luca BASSO PERESSUT. Il Museo Moderno. Architettura e Museologia da Perret a Kahn.

Un approccio storico-critico, una ricchissima documentazione sul dibattito e sull’attività progettuale alla base della moderna esposizione museale, dall’architettura agli ordinamenti. Con l’introduzione di Arrigo Rudi e un saggio generale del curatore sull’evoluzione del concetto di museo moderno, il volume raccoglie progetti dei protagonisti e interventi critici sulle principali problematiche della progettazione museale e museologica moderna, presentate attraverso un importante impianto iconografico che comprende oltre 1000 immagini tra foto e disegni di progetto.
 
Questo libro tratta delle trasformazioni dell’idea e della forma del museo in un periodo storico che è stato di volta in volta definito del Moderno, della modernità, o della modernizzazione. Più nello specifico viene qui approfondito il cinquantennio che va dagli anni Venti ai primi anni Settanta del Novecento, in cui massima è stata la concentrazione di riflessioni, proposte, progetti e realizzazioni dove è chiaramente riconoscibile il contributo alla riforma museale in Europa e negli Stati Uniti. Così, se intendiamo il Moderno nelle tre accezioni condivise di attuale – cioé appartenente all’accadere di oggi -, di nuovo – diverso rispetto alla tradizione – e di transitorio – cioé in continua mutazione e avanzamento -, possiamo dire che il museo ha partecipato di questa ‘epopea’ esprimendo innanzi tutto una forte tensione al rinnovamento di funzioni, spazi, forme e tecniche di organizzazione dei propri contenuti, verso quella ‘razionale organizzazione della vita sociale quotidiana’ vista dal filosofo Jürgen Habermas quale fondamento storico della modernità, di cui l’esperienza conoscitiva che è propria della visita ad un museo fa parte.
L’aggettivo Moderno accostato a Museo qualifica perciò un’idea di modificazione genetica che colloca il formarsi e l’affermarsi di una ‘nuova natura’ dell’istituzione museale nella prima metà del Ventesimo secolo, quale momento strategico di cerniera o ponte tra il museo classico e quello contemporaneo.
Viene qui privilegiato un punto di vista preciso, quello che riguarda la fenomenologia delle espressioni fisiche di questo processo: architettura, spazi e allestimenti espositivi, alla luce di un dibattito che ovviamente non può non ricomprendere tutti i punti di vista (non solo quello dei progettisti ma anche quello dei teorici dell’istituzione, non solo i museografi ma anche i museologi) e di cui, soprattutto, vanno colti gli elementi di attualità o di operatività alla luce delle problematiche del museo contemporaneo, che ci appare nella sua complessità di manifestazioni forse meno vicino di quanto si potrebbe pensare agli esempi di cui si tratta in questa sede. Se ci riferiamo al ‘terzo tempo di sviluppo’ della vicenda del museo di cui parla Franco Albini negli anni del secondo dopoguerra, possiamo dire di essere oggi di fronte a un ‘quarto tempo’ dei musei, i cui effetti non si sono ancora del tutto dispiegati.

Quello in corso negli ultimi venti anni è un vero museum boom (coincidente con il consolidarsi del mercato della cultura, del viaggiare, dell’itinerare tra luoghi e saperi) che ha portato a una proliferazione quantitativa dei musei, e allrquote affermarsi del problema della memoria e della sua conservazione, di portata così ampia da far parlare di ‘museificazione di quasi ogni fenomeno dell’umanità’ .
Ma non solo: la pervasività dell’istituzione museale nella società fa sì che si tenda a riconoscere nei musei fattori di identificazione che erano tradizionalmente demandati ad altre istituzioni, per cui ogni gruppo culturale, etnico o religioso, ogni realtà locale, ogni borgo desidera oggi creare un proprio museo, quasi si trattasse di una casa comune in cui rispecchiarsi fra memoria e riconoscibilità culturale, fra intrattenimento ed educazione, tra sacro e profano.
L’istituzione museale è oggi più che mai popolare, al centro delle attenzioni delle amministrazioni pubbliche e delle fondazioni private che riconoscono essere i musei promotori di ‘immagine’ per le comunità che li creano o per i ‘marchi’ nobilitati dall’entrare a far parte della sfera dei patrimoni culturali (è il caso dei musei d’impresa e della cultura della produzione materiale e intellettuale, come il design e l’architettura, realtà che, come chiariremo più avanti, nascono proprio con l’affermarsi dell’idea di Museo Moderno).
Le strategie che riguardano le attività dei nuovi musei coinvolgono processi che tengono conto della internazionalizzazione dei pubblici che li frequentano, interessati alle iniziative di vario genere offerte da queste istituzioni (mostre itineranti, scambi di opere, merchandising: si pensi, tra tutti, alla Fondazione Guggenheim e alle numerose sedi in giro per il mondo che ospitano a turno le medesime mostre). A queste corrisponde una ricerca di ‘teatralizzazione’ degli eventi espositivi, a cui l’insieme dei visitatori partecipa attivamente, e che tocca le stesse architetture museali che confermano il loro essere parte delle collezioni messe in mostra e dunque elemento di attrazione e pubblicizzazione delle iniziative stesse. Perciò, se pensiamo a questo articolarsi quasi magmatico delle manifestazioni del museo d’oggi, provare a immaginare che cosa sarà il museo di domani o del futuro è esercizio intellettuale che ha una valenza assai diversa rispetto a come di ‘domani’ e ‘futuro’ si parlava negli anni Venti e Trenta del Novecento, quando nel dibattito fra architetti ed addetti all’istituzione, veniva ipotizzato quale museo avrebbe dovuto prendere il posto di quello ottocentesco, in uno scenario di modificazioni sociali, economiche e politiche rispetto a cui il pensiero o il progetto moderno portava a una sostanziale unità di intenti di avanzamento e progresso, anche se non necessariamente a un’altrettanto riconoscibile omogeneità di risultati.
(dall’introduzione di Luca Basso Peressut)

 
Indice:
Prefazione, Arrigo Rudi
Introduzione. Musei e museografia nell’età del Moderno
Parte prima. Tradizione e innovazione
Il museo moderno. Il suo impianto, le sue funzioni, Richard F. Bach (1927)
Il museo d’arte moderno, Fiske Kimball (1929)
L’architettura dei musei come fatto plastico, Paul P. Cret (1934)
Il museo d’arte di domani, Clarence S. Stein (1930)
Il Museo moderno, Auguste Perret (1929)
La costruzione moderna dei musei, Fritz Schumacher (1930)
Il programma architettonico dei musei, Louis Hautecœur (1934)
Gli edifici antichi e le esigenze della museografia moderna, Gustavo Giovannoni (1934)

Brani scelti di B.I. Gilman, M.R. Rogers, P.P. Cret, R.F. Bach, C.R. Richards, H.W. Kent, C.G. Loring, L. Rich, L. Simonson, F. Kimball, A.M. Githens, C.S. Stein, H.P. Berlage, H.E. van Gelder, L. Hautecœur, P.N. Youtz, J.H. Markham, U Ojetti, R. Paribeni, A. Lauterbach, B. Semenov-Tian-Shansay

Parte seconda. Icone museali del Moderno
Il Museo Mondiale, Le Corbusier (1928-29)
Il museo a crescita illimitata, Le Corbusier (1930-39)
I musei viventi, Elisabeth Moses (1934)
Recenti criteri di organizzazione dei musei, Bruno M. Apollonj (1935)
Un problema di esposizione, Paul Valéry (1937)
Un museo della scienza flessibile e ampliabile, Paul Nelson, Oscar Nitzschké, Frantz P. Jourdain (1939)
Progetto per un Palazzo delle Scoperte, Paul Nelson (1940)
Progettare un museo, Philip N. Youtz (1936)
Un museo moderno: proposta per un Museo di Arte Contemporanea a New York,
George Howe, William E. Lescaze, (1930-31, 1936)
Un museo (Museum of Modern Art, New York), Lewis Mumford (1939)
Il museo di domani, William R. Valentiner (1944)
Museo per una piccola città, Ludwig Mies van der Rohe (1943)
La Galleria Moderna, Frank Lloyd Wright (1946)
Il Museo Solomon R. Guggenheim. Un esperimento nella terza dimensione, Frank Lloyd Wright (1958)
Progettare i musei, Walter Gropius (1946)
Il progetto del Whitney Museum, Marcel Breuer (1963)

Brani scelti di Le Corbusier, P. Belluschi, W.E. Lescaze, H. Verne, R. Huyghe, G.H. Rivière, L. Mumford, C. Collens, L.V. Coleman, H.-R. Hitchcock, P.L. Goodwin, A. Dorner, L. Bo Bardi, A.E. Reidy, P. Blake

Parte terza. Il dialogo con la storia
Problemi di museografia, Giulio C. Argan, (1955)
Carattere stilistico del Museo del Castello, Lodovico B. Belgiojoso, Enrico Peressutti, Ernesto N. Rogers (1956)
Funzioni e architettura del museo, Franco Albini (1958)
Volevo ritagliare l’azzurro del cielo, Carlo Scarpa (1976)
Lettera al direttore del museo, Philip C. Johnson (1960)
Aforismi sui musei, Louis I. Kahn (1962-72)

Brani scelti di G.C. Argan, L. Moretti, C. Marcenaro, F. Albini, G. Samonà, L. Magagnato, M. Brawne, V. Scully jr., P.C. Johnson, J. Bo, V. Wohlert, L. Glaeser, E.H. Gombrich, C.R. Smith, F. Oppenheimer, G.H. Rivière, M. Lehmbruck, P. Goldberger

Fonti delle illustrazioni
Bibliografia

Info:
Edizioni Lybra Immagine 2005, pgg. 260, Oltre 1000 immagini b/n, Formato 21,5 x 24
Isbn 88-8223-069-4; € 26,00.

 

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POSSAGNO (Tv). Il principe Henryk Lubomirsky come Amore.

Le celebrazioni per i 250 della nascita di Antonio Canova (1757 – 2007) offrono una occasione da non perdere.
La Gipsoteca ed il Museo Canova di Possagno, il paese tra Asolo e Bassano del Grappa, dove lo scultore è nato ed è sepolto, presentano, dal 29 luglio al primo novembre, per la prima volta in Italia, “Il Principe Henryk Lubomirski come Amore”, un capolavoro assoluto del maestro veneto ma anche e soprattutto un’opera che, sin dal suo comparire, è assurta ad oggetto di culto in tutta Europa.
La abbagliante bellezza del principino tredicenne, immortalata in marmo, a grandezza naturale, da Canova conquistò molti estimatori che si contesero, a peso d’oro, copie e calchi del meraviglioso nudo. La Regione del Veneto per celebrare questo artista ha promulgato una legge specifica costituendo un Comitato Regionale per le Celebrazioni, composto da eminenti personalità e studiosi del grande artista.
Canova aveva eseguito questo ritratto per volontà della bella principessa Elzbieta Lubomirski che, vedova, aveva eletto questo incantevole giovinetto, lontano parente del suo defunto marito, come sue inseparabile pupillo, portandolo con se in un lungo tour europeo e dandolo, qualche anno dopo, in sposo a una sua nipote.
Henryk Lubomirski fu, per Canova, un modello leggiadro quanto ritroso. L’artista, per la timidezza del ragazzo, riuscì a modellare dal vero solo il volto. Per il corpo nudo fece riferimento ad una statua antica. Il principino vi è raffigurato come il dio Eros, la mano sinistra tiene dolcemente l’arco d’amore appoggiato a terra, il busto mollemente piegato verso il vicino tronco d’albero, il braccio destro lungo i fianchi, la testa, dalla fluente e mossa capigliatura, rivolta a tre quarti sulla sua sinistra.
Una volta conclusa, l’effigie venne trasportata in Polonia e collocata nel castello Lubomirski a Łançut come in un santuario o in un tempio greco; sullo sfondo del marmo era appesa una stoffa cinese con la rappresentazione della Fenice a cui tutti gli uccelli rendono omaggio, proprio come tutti i visitatori del palazzo erano pronti a rendere omaggio alla bellezza di Henryk. Non appagata dal solo marmo, la bella Elzbieta chiese, e ottenne, dal Canova anche due calchi in gesso , del tutto uguali all’originale tranne che per la presenza nei due gessi della foglia di fico.
Fu subito passione per “Amore”: copie in marmo e gesso della meravigliosa rappresentazione di un giovane Amore vennero commissionate, a caro prezzo, da nobiluomini di diversi paesi, affascinati e conquistati dalla dolce bellezza del Principe Henryk. Ad essere sedotto da una così incomparabile perfezione fu anche il diciassettenne John, figlio del banchiere irlandese La Touche. Così repliche o gessi del Principino finirono in molte case del continente, dall’Irlanda, alla Russia, dalla Francia all’Inghilterra, alla Germania e, naturalmente, all’Italia. Un gesso è anche patrimonio della Gipsoteca Canoviana, oggi purtroppo acefalo per gli effetti del bombardamento che colpì la raccolta durante la Grande Guerra.
La magnifica opera, eccezionalmente concessa dalla Polonia, non sarà esposta all’interno della Gipsoteca ma nel Salone d’onore della attigua Casa del Canova, come se il riottoso Principino “dalle labbra tumidette” tornasse ad essere ospite di riguardo dello scultore.

La collocazione temporanea del prezioso marmo è accompagnata, in Gipsoteca, da un percorso tutto dedicato al tema dell’Amore: 30 opere qui esposte comporranno questo percorso. Si va da Adone incoronato da Venere, al gesso originale di Amore e Psiche stanti, alle tempere con gli Amorini, al dipinto di Cefalo e Procri, ai bozzetti in terracotta della Morte di Adone, di Amore e Psiche che si abbracciano, il dipinto di Venere e Amore.
Un percorso che è, insieme, celebrazione della Bellezza e dell’Amore.
Un percorso ancor più magico se fatto in notturna, magari cogliendo l’occasione delle “Visite alla tenue luce di Psiche” che, così come Canova era aduso fare con i suoi ospiti, daranno vita a marmi e gessi con la fioca, calda luce di antiche lanterne (info sul sito della Fondazione Canova: www.museocanova.it): chissà, forse una occasione per verificare se effettivamente la Gipsoteca, così come sembrerebbe indicare una indagine dell’Istituto italiano di psicologia analitica, abbia realmente titolo per l’essere indicata ai primi posti nell’elenco dei musei italiani che più stimolano un nuovo incontro d’amore.

Un ulteriore elemento sottolinea l’importanza dell’evento. In occasione dell’inaugurazione della mostra dedicata al Principe Henryk come Amore, verrà ufficialmente inaugurata l’Ala scarpiana della Gipsoteca, a conclusione dell’intervento di restauro durato alcuni anni. Il capolavoro del maggior architetto veneto del Novecento tornerà così ad accogliere, in modo adeguato, i capolavori del Canova.

Concerti, rappresentazioni teatrali, mostre, incontri di studio, pubblicazioni, emissioni filateliche completano il fitto programma delle Celebrazioni Canoviane, Celebrazioni di cui questa mostra rappresenta il momento più intenso ed atteso.

Info:
“Il Principe Henryk Lubomirski come Amore”. Possagno (Treviso), Gipsoteca e Casa del Canova, dal 29 luglio al primo novembre 2007.
Mostra organizzata nell’ambito delle Celebrazioni per i 250 anni dalla nascita di Antonio Canova, dalla Fondazione Canova ONLUS di Possagno.
Catalogo Silvana Editoriale a cura di Mario Guderzo. con interventi di Giancarlo Cunial, Gabriella Delfini, Mario Guderzo, Hugh Honour, Barbara Troynar, Wit Karol Wojtowicz, Stefano Zecchi e Paolo Mariuz e Massimiliano Pavan.
Orario: 9 – 19. Ingresso alla Mostra e al Museo: interi euro 7, ridotti euro 4.
tel. 0423.544323

 

 

Link: http://www.museocanova.it

Email: posta@museocanova.it

RAPALLO (Ge). MARIO SIRONI l’Italia illustrata.

L’attività di Sironi illustratore viene raccontata da questa mostra attraverso quarantasette opere tutte originali, in buona parte firmate, eseguite con tempera colorata, carboncino e qualcuna con tecniche miste, provenienti tutte dall’Archivio Romana Sironi.
La mostra suddivide le opere in cinque sezioni individuando le tipologie attraverso le quali si esprime il lavoro dell’Artista in questo settore.
Il carattere proprio dell’illustrazione giornalistica, destinata alla comunicazione di ampio raggio sociale e popolare, determina nel segno grafico di Mario Sironi una definizione massima, che si accompagna ad una lucida idea da tradurre sulla carta: per Sironi, disegnatore d’eccezione, si tratta sempre di una linea sicura e scattante, inconfondibile, che trova il proprio equilibrio compositivo nello spazio dinamico del foglio. Un’arte a tutto tondo quella di Sironi, che non può che essere, anche nel campo
dell’illustrazione come in quello della pittura, una interpretazione in chiave moderna, sulla scia delle avanguardie storiche europee, della realtà politica e sociale italiana contemporanea.
Per un artista come Sironi, che avrebbe fatto della grande arte decorativa il vessillo dell’artista educatore delle masse, la comunicazione attraverso il medium della carta stampata non poteva non sottendere la medesima necessità di essere guida della società attraverso i messaggi disegnati. Come la grande pittura murale, l’illustrazione garantisce la penetrazione del linguaggio ideologico nella collettività e ne stimola la risposta comportamentale.
Nell’assiduo lavoro di creazione di iconografie e di narrazioni visive non banali, egli riesce a condurre la ricerca di una tecnica grafica moderna, basata su nette campiture cromatiche e sull’uso preponderante del nero e del bianco, di grande effetto comunicativo e a creare, dagli anni Venti ai Quaranta, un proprio linguaggio espressivo immediato e diretto, tanto da poter sicuramente indirizzare il gusto estetico dell’epoca.
Nella prima sezione (Manifesti) tra i manifesti per le riviste, a volte divenuti anche copertine, interessanti sono quelli per la rivista milanese “L’Ambrosiano”, dei quali Sironi esegue vari bozzetti in cui dominante è la presenza del simbolo di Milano, il Duomo.
Tra le cartoline a carattere pubblicitario si collocano quella della “Lotteria pro mutilati del viso” del 1924, realizzata a colori, quella per la “Coppa Baracca”, competizione aerea del 14 giugno 1925. Per il manifesto della Mostra del Novecento Musicale di Bologna del 1928 Sironi realizza un’immagine di grande potenza espressiva.
La seconda sezione (Fiat) testimonia la lunga collaborazione di Sironi con l’azienda
automobilistica torinese che data all’inizio degli anni Trenta.
Del 1932 è il manifesto pubblicitario per l’auto Balilla; del 1934 quello per il motore d’aereo AS6. Nel 1936 l’Artista viene incaricato di curare l’allestimento del Padiglione FIAT alla XVII Fiera Campionaria di Milano. Nel 1937 riceve l’incarico di progettare il manifesto per la “1100” e dal 1950 al 1954 ha ancora incarichi per progettare i manifesti per la nuova “1900” e per la “Mirafiori”.
L’ultima auto di cui progetta la pubblicità è la Fiat 600 nel 1955.
La terza sezione (Illustrazioni per riviste e libri) raccoglie una serie di bozzetti e studi esemplificativi della intensa partecipazione di Sironi “illustratore” nei confronti della carta stampata: da “Noi e il mondo”, mensile del quotidiano “La Tribuna”, stampato a Roma dal dicembre 1911 al 1931 che presenta temi di attualità e d’arte, brevi racconti, illustrazioni e fotografie, al quale Sironi viene chiamato a collaborare alla rivista nel 1912; a “Gerarchia”, che vede Sironi impegnato a realizzare quasi tutte le splendide copertine della rivista particolarmente curate e improntate a criteri di semplificazione estrema delle immagini con effetto di monumentalizzazione.
Passando alla sezione Il Popolo d’Italia, Sironi inizia la sua attività su questa testata con illustrazioni satiriche e politiche dal 1921 al 1942. Vi svolge una quantità enorme di temi compositivi e iconografici, reinventati continuamente senza mai ripetersi. Si tratta di un insieme autonomo e di grande forza espressiva, che rappresentò per Sironi il proprio particolare contributo alla lettura della storia contemporanea.
Particolare menzione merita “La Rivista Illustrata del Popolo d’Italia” pubblicata mensilmente dall’agosto 1923 al luglio 1943. E’ una testata una rivista illustrata di vasta diffusione, che tratta argomenti che spaziano dalla politica allo sport, allo spettacolo, alla moda, all’arte e su ogni numero della quale compare una novella illustrata. Sironi collabora all’illustrazione della rivista ininterrottamente per tutto il periodo di pubblicazione con un repertorio di immagin i ricchissimo. Per le copertine, sempre a colori, l’artista inventa anche i caratteri tipografici.
Sironi esegue per l’”Almanacco Enciclopedico del Popolo d’Italia” illustrazioni vivaci e ironiche, con copertine a colori e disegni in testata di pagina e vi realizza anche due gruppi di illustrazioni per novelle nel 1926 e nel 1930.
Nella sezione Illustrazioni per novelle Sironi sperimenta per questa tipologia illustrativa una tecnica particolare, a larghe campiture nere, grigie e bianche, ottenute con tempera e inchiostro di china, che costituirà un punto di riferimento per molti altri illustratori del tempo; verso gli anni quaranta vi sperimenterà anche la tecnica a graffito. Si tratta di un gruppo di illustrazioni per testi di intrattenimento di autori importanti quali Bontempelli, Marinetti, Sarfatti, Negri, Comisso, ecc. ma anche per articoli di opinionisti.
La mostra, che porta a conoscenza del pubblico opere anche inedite, si avvale del coordinamento scientifico di Mariastella Margozzi, storica dell’arte della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma e fra i più qualificati e attenti studiosi di Mario Sironi in quest’ultimo decennio.
Romana Sironi, che ha messo a disposizione i preziosi materiali spesso inediti dell’Archivio Sironi da lei custodito, ha fornito al Comune di Rapallo una ulteriore irripetibile occasione per la realizzazione di un programma di esposizioni di grande qualità, iniziato l’anno passato con la mostra “L’Italia quotidiana tra De Pisis e De Chirico”, che possa determinare un afflusso di pubblico, visitatori e ospiti, sempre più ampio, qualificato e interessato.
Il catalogo di Skira Editore è a cura di Mariastella Margozzi e Piera Rum.

Info:
Tel. 0185.50528 – 347.1803876
Ingresso ordinario Euro 5,00; Gruppi oltre le 15 persone Euro 3,00 a persona.
Orari: martedì-domenica dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 16.00 alle 20.00, lunedì chiuso.

Email: eventi@comune.rapallo.ge.it

NAPOLI. L’ultimo Caravaggio. Il martirio di Sant’Orsola restaurato.

Analogamente ad altri interventi dettati dall’attenzione verso la pubblica fruizione del proprio patrimonio artistico, Intesa Sanpaolo apre al pubblico la Galleria di Palazzo Zevallos Stigliano.
Gli accurati lavori di restauro dello storico edificio di via Toledo, che Intesa Sanpaolo ha voluto realizzare, hanno riportato a nuova dignità l’intero edificio secentesco, ma in particolare sono gli apparati decorativi ottocenteschi del piano nobile ad avere ritrovata intatta la cromia originaria.
Convivendo con le normali funzioni istituzionali, la Galleria realizzata al piano nobile del palazzo restituisce così alla città la possibilità di ammirare l’estremo capolavoro della stagione artistica di Caravaggio che la Banca ha il provilegio di annoverare nelle proprie raccolte: Il Martirio di Sant’Orsola, dipinto da Michelangelo Merisi nel 1610, poche settimane prima della sua drammatica e solitaria morte.
Dopo quasi quattrocento anni di vita avventurosa e tormentata il dipinto approda alla quiete e al calore di una dimora.
Al termine di un impegnatico restauro, realizzato tra il 2003 e il 2004, e la sua successiva esposizione in importanti mostre in Italia e all’estero, la tela viene oggi proposta al pubblico accompagnata da un ricco apparato illustrativo e da sussidi multimediali che ne approfondiscono le incredibili peripezie di trasmissione proprietaria, di restauro, di comprensione critica. 

Perché sant’Orsola? Le ragioni del soggetto
Rispetto a diverse opere dell’ultimo periodo dell’artista, per questo dipinto si dispone di molti documenti, ritrovati poco meno di trent’anni fa. Soltanto da allora il dipinto si è imposto all’attenzione della critica nella sua inoppugnabile autografia. Era stato in precedenza attribuito da Roberto Longhi a Bartolomeo Manfredi, poi esposto a Napoli, nel 1963, con un incongruo riferimento a Mattia Preti, e finalmente rivendicato a Caravaggio, per ragioni stilistiche, da Mina Gregori nel 1974: la proposta della studiosa è stata confermata con il rinvenimento di un folto dossier documentario da Vincenzo Pacelli (1980).
I documenti forniscono luogo e data dell’esecuzione, la Napoli della tarda primavera del 1610; il nome del committente, il principe genovese Marcantonio Doria, figlio del doge Agostino; le circostanze dell’invio della tela nel capoluogo ligure (compresi i nomi della barca e del capitano che la guidava); alcuni dettagli sulla tecnica. A tutto ciò si aggiunge un titolo, che appare già nel 1620 in un inventario dei beni di Casa Doria: sant’Orsola confitta dal tiranno, indicazione in apparenza didascalica e descrittiva, in realtà preziosa per intendere una scelta iconografica insolita e controcorrente, come spesso accade nella ricerca caravaggesca.
La scelta del soggetto si deve al committente. Marcantonio Doria aveva sposato Isabella della Tolfa, vedova del principe di Salerno Agostino Grimaldi. La figlia di Isabella e di Agostino, Anna – figliastra dunque del Doria, ma da lui amata come «figlia carissima»: così leggiamo nel suo testamento -,  nel momento in cui era entrata nel monastero napoletano di Sant’Andrea delle Dame aveva assunto il nome religioso di Suor Orsola. L’affetto per la figliastra è il motivo della devozione di Marcantonio per sant’Orsola: lo apprendiamo dal post scriptum di un documento fondamentale, la lettera che l’11 maggio 1610 Lanfranco Massa, il suo procuratore napoletano, invia per ragguagli allo stesso Doria.
  
Una insolita iconografia

La scena è ridotta a cinque personaggi, uno dei quali ci trasmette l’estremo convincente autoritratto dell’artista. Malgrado l’esistenza di una tradizione consolidata Caravaggio omette ogni riferimento alle undicimila vergini martiri che, secondo il racconto della duecentesca Legenda aurea di Jacopo da Varazze, avevano accompagnato Orsola, figlia del re di Bretagna, sotto le mura della città di Colonia assediata dagli Unni: ciò ha determinato qualche incertezza tra i moderni studiosi dell’opera in merito all’esatta decifrazione del soggetto.
Ciò che vediamo è solo il terribile epilogo della vicenda. Dopo la strage il re barbaro propone alla giovane di divenire sua sposa e ne riceve in cambio uno sguardo sprezzante di sfida: «veggendosi schernito – scrive ancora Jacopo -, diede di mano ad uno arco e trafissela d’una saetta, e così compiette il suo martirio». Ecco l’origine, nell’inventario genovese, del titolo del dipinto:  sant’Orsola confitta dal tiranno.
Nel dipinto il dramma è consumato. Orsola osserva il dardo conficcato nel seno, il sangue che scorre.L’esigenza di mettere uno di fronte all’altra i protagonisti e di dare a ciascuno un fisico e concreto risalto ha costretto il pittore ad avvicinarli. Vediamo l’arco, ma non esiste lo spazio per vibrare il colpo.Per la prima volta, e proprio nel suo ultimo dipinto, Caravaggio non ci mostra un’azione nel momento in cui essa si compie, ma piuttosto i suoi effetti.
Con una simile impaginazione Caravaggio si mostra attento al dibattito teologico sulla raffigurazione dei santi sviluppatosi dopo il Concilio di Trento. La Chiesa mirava a ricondurre episodi troppo marcatamente celebrativi a una maggiore razionalità storica: nel caso di Orsola era opportuno insistere sulle cause di fondo del martirio (la difesa della fede e della castità), mostrarsi evasivi sulle forme concrete del supplizio e piuttosto scettici sulla straripante presenza delle altre undicimila compagne della santa. In assenza di certezze storiche il pittore si affida al racconto di Jacopo da Varazze, ma ne presenta solo gli elementi a suo avviso inoppugnabili.

Gli antichi restauri del dipinto
Grazie a una lettera dell’11 maggio 1610 redatta da Lanfranco Massa, procuratore napoletano del principe Doria, apprendiamo alcuni ragguagli sulla tecnica impiegata dal pittore: Caravaggio aveva adoperato una vernice «assai grossa» nell’esecuzione del dipinto e Lanfranco, per guadagnare tempo, aveva provato a farlo asciugare al sole. Gli effetti erano risultati disastrosi, causando un generale allentamento delle superfici cromatiche; il pittore era dovuto reintervenire. Dopo un paio di settimane le condizioni del quadro parevano migliorate; era stato collocato in «una scatola lunga signata pel suo nome» (ossia quello di Doria) e spedito a Genova con una feluca. Vi giunse il 18 giugno 1610, un mese esatto prima della misteriosa morte di Caravaggio sul litorale tirrenico. Nel capoluogo ligure la sant’Orsola rimase per quasi due secoli, sino a quando un gruppo di opere pervenivano a un ramo della famiglia Doria da tempo residente nel regno di Napoli. Il dipinto di Caravaggio tornava così nella città in cui era stato realizzato e dove nel 1972, dopo decenni di oblio, fu acquisito dalla allora Banca Commerciale Italiana come dipinto di Scuola caravaggesca per decorare i saloni di rappresentanza di Palazzo Zevallos.

Le novità dell’ultimo restauro
Nel 1831 un documento registrava il dipinto «molto daneggiato dal tempo, e da antichi ristori». Uno di questi restauri doveva aver seguito la morte del committente, avvenuta nel 1651, e si era tradotto in un incremento in altezza della tela, per circa 13 centimetri, con conseguenze rilevanti: la giustapposizione dei due supporti aveva allentato la stabilità dell’assetto, con inevitabili cadute di pellicola pittorica; le pieghe della tenda sullo sfondo erano state interpretate come lance e dotate di incongrue punte; le cromie erano state attutite con velature brunastre, alla ricerca di un’impossibile omologazione della superficie.
Il restauro conservativo sul Martirio di sant’Orsola, promosso da Banca Intesa tra 2003 e 2004 e realizzato nell’Istituto Centrale del Restauro di Roma da Giantomassi e Zari, ha apportato ulteriori elementi di sostanziale e a volte di eccezionale novità sulla conoscenza del quadro. Le indagini hanno permesso anzitutto di riconoscervi con certezza la mano di Caravaggio al di là delle pur inoppugnabili testimonianze archivistiche. L’impasto per la preparazione del fondo coincide infatti con quello, coevo, del San Giovanni Battista della Galleria Borghese; inoltre, gli strati della preparazione sono lasciati a vista nelle parti in ombra, seconda la procedura tipica del suo stile tardo; le pennellate chiare di abbozzo impostano direttamente le volumetrie delle figure, gli effetti chiaroscurali, le proverbiali rifrazioni luminose; l’esecuzione degli incarnati utilizza pochi toni cromatici per ottenere il modellato; non si riscontrano sulla tela tracce di disegno preparatorio, né di pentimenti.
Le indagini non si sono arrestate alla conferma dell’autografia, ma hanno anche restituito la tormentata vicenda secolare del dipinto, un’opera che ha molto sofferto, dal momento stesso dell’esecuzione. L’intervento ha ripristinato le dimensioni originali del quadro (l’aggiunta secentesca di 13 centimetri è stata collocata in un vano posteriore, ma all’interno della stessa incorniciatura), ha fatto riemergere un particolare iconografico e pittorico decisivo, ha restituito una tavolozza meno limitata della precedente, ha integrato le lacune pittoriche, mediante l’impiego di materiali completamente rimovibili.
  
L’ombra sulla veste della santa e La mano ricomparsa
Sino all’ultimo restauro al centro del mantello di Orsola si notava una strana ombra. Cosa poteva proiettarla? L’unica risposta possibile, data la fonte luminosa della scena – in alto a sinistra – conduceva alle nocche della mano sinistra del re: ma se fosse stato così la posizione dell’ombra avrebbe dovuto essere diversa, mentre in questo modo essa appariva come una sorta di scura proiezione del male. Sarebbe stato un unicum, in tutto il catalogo di Caravaggio, sempre così attento al realismo della rappresentazione.
In realtà si trattava di un’altra mano, scomparsa col tempo: la destra del personaggio con un cappello piumato, posto in secondo piano tra il carnefice e Orsola, una mano protesa invano a proteggere la santa dal colpo ormai inflitto. La cancellazione non è frutto di un pentimento di Caravaggio, ma di una generale riverniciatura dell’opera: al momento dell’esecuzione il pittore invece aveva dipinto dapprima il manto rosso, poi, ricorrendo esclusivamente a toni bruni, fragilissimi, la mano spalancata. Poi l’ombra della mano.
Qualsiasi interpretazione possiamo dare sul significato di questa mano che si protende così drammaticamente verso lo spettatore (l’estremo tentativo di proteggere la giovane dal supplizio, la segnalazione dell’istante di partenza del dardo…) è in realtà meno importante del suo valore pittorico, della dilatazione spaziale che conferisce alla scena. La mano ricomparsa ripristina infatti, sulla destra del dipinto, un assetto corale, semicircolare, simile a quello che caratterizza non poche tra le ultime opere dell’artista.  
 
L’ultima stagione di Caravaggio
Il 24 ottobre 1609 gli informatori romani del Duca di Urbino avevano avvisato il loro signore che Caravaggio «è stato ucciso o sfregiato a Napoli». Non era morto; ma gli estremi autoritratti, nel Davide con la testa di Golia e nel Martirio di sant’Orsola, rivelano che la misteriosa e spietata aggressione sulla porta dell’osteria del Cerriglio non aveva mancato di molto l’obiettivo.
Caravaggio aveva dovuto abbandonare Roma da qualche anno e definitivamente: il 28 maggio del 1606 aveva ucciso Ranuccio Tomassoni, un uomo d’arme legato alla potente fazione spagnola cui si appoggiava papa Paolo V Borghese, ed era stato condannato al bando capitale, il che significava che chiunque poteva, nelle terre pontificie, eseguire immediatamente una sentenza di morte. Dopo qualche mese, dal 23 settembre è a Napoli, dove realizza rapidamente una serie di dipinti che segneranno indelebilmente la scena figurativa partenopea: le Sette Opere di Misericordia per il Pio Monte, la Crocifissione di Sant’Andrea ora a Cleveland, le Flagellazioni di Capodimonte e di Rouen, la Madonna del Rosario (ora al Kunsthistorisches Museum di Vienna).
La tappa successiva è Malta: qui un anno dopo diviene cavaliere dell’Ordine militare (e come tale firma la straordinaria Decollazione del Battista della Valletta); di lì a poche settimane, tuttavia, per un misterioso affronto a un confratello più potente, è giudicato da una commissione, incarcerato e, l’1 dicembre 1608, condannato alla privatio habitus, ossia all’espulsione dall’Ordine, tornando così alla mercé del potere pontificio e della vendetta spagnola. Caravaggio nel frattempo è già evaso, grazie a qualche protezione che non lo aveva abbandonato. Prima dell’ultimo ritorno a Napoli fa tappa a Siracusa, Messina, Palermo, lasciando in ogni città dolenti capolavori, dal Seppellimento di santa Lucia alla Resurrezione di Lazzaro. Nella capitale partenopea, dove si rifugia nel palazzo della marchesa di Caravaggio, Costanza Colonna Sforza, il Martirio di sant’Orsola risulta l’estremo impegno documentato dell’artista.
Nel frattempo il cardinal Scipione Borghese aveva interceduto con successo presso lo zio papa, per fargli revocare la pena capitale e consentirgli il ritorno a Roma. Il pittore si sarebbe sdebitato offrendogli il celeberrimo David con la testa di Golia, dove il suo autoritratto come Golia è pressoché identico alla figura che compare alle spalle di sant’Orsola e recandogli personalmente, su una feluca analoga a quella che aveva portato a Genova il Martirio, il San Giovanni Battista, tuttora alla Galleria Borghese. Ma nel corso di quest’ultimo viaggio, secondo la testimonianza per altro equivoca delle fonti, Caravaggio trova morte improvvisa a Porto Ercole.

Info:

Galleria di Palazzo Zevallos Stigliano (sede museale di Intesa Sanpaolo), Napoli, via Toledo, 185.
Da lunedì a sabato: ore 10-18. Chiuso domenica.
tel. 0080016052007.
Biglietti: intero € 3, ridotto € 2; gratis per le scuole.
Catalogo Electa.


 

 

Link: http://www.palazzozevallos.com