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RAPALLO (Ge). MARIO SIRONI l’Italia illustrata.

L’attività di Sironi illustratore viene raccontata da questa mostra attraverso quarantasette opere tutte originali, in buona parte firmate, eseguite con tempera colorata, carboncino e qualcuna con tecniche miste, provenienti tutte dall’Archivio Romana Sironi.
La mostra suddivide le opere in cinque sezioni individuando le tipologie attraverso le quali si esprime il lavoro dell’Artista in questo settore.
Il carattere proprio dell’illustrazione giornalistica, destinata alla comunicazione di ampio raggio sociale e popolare, determina nel segno grafico di Mario Sironi una definizione massima, che si accompagna ad una lucida idea da tradurre sulla carta: per Sironi, disegnatore d’eccezione, si tratta sempre di una linea sicura e scattante, inconfondibile, che trova il proprio equilibrio compositivo nello spazio dinamico del foglio. Un’arte a tutto tondo quella di Sironi, che non può che essere, anche nel campo
dell’illustrazione come in quello della pittura, una interpretazione in chiave moderna, sulla scia delle avanguardie storiche europee, della realtà politica e sociale italiana contemporanea.
Per un artista come Sironi, che avrebbe fatto della grande arte decorativa il vessillo dell’artista educatore delle masse, la comunicazione attraverso il medium della carta stampata non poteva non sottendere la medesima necessità di essere guida della società attraverso i messaggi disegnati. Come la grande pittura murale, l’illustrazione garantisce la penetrazione del linguaggio ideologico nella collettività e ne stimola la risposta comportamentale.
Nell’assiduo lavoro di creazione di iconografie e di narrazioni visive non banali, egli riesce a condurre la ricerca di una tecnica grafica moderna, basata su nette campiture cromatiche e sull’uso preponderante del nero e del bianco, di grande effetto comunicativo e a creare, dagli anni Venti ai Quaranta, un proprio linguaggio espressivo immediato e diretto, tanto da poter sicuramente indirizzare il gusto estetico dell’epoca.
Nella prima sezione (Manifesti) tra i manifesti per le riviste, a volte divenuti anche copertine, interessanti sono quelli per la rivista milanese “L’Ambrosiano”, dei quali Sironi esegue vari bozzetti in cui dominante è la presenza del simbolo di Milano, il Duomo.
Tra le cartoline a carattere pubblicitario si collocano quella della “Lotteria pro mutilati del viso” del 1924, realizzata a colori, quella per la “Coppa Baracca”, competizione aerea del 14 giugno 1925. Per il manifesto della Mostra del Novecento Musicale di Bologna del 1928 Sironi realizza un’immagine di grande potenza espressiva.
La seconda sezione (Fiat) testimonia la lunga collaborazione di Sironi con l’azienda
automobilistica torinese che data all’inizio degli anni Trenta.
Del 1932 è il manifesto pubblicitario per l’auto Balilla; del 1934 quello per il motore d’aereo AS6. Nel 1936 l’Artista viene incaricato di curare l’allestimento del Padiglione FIAT alla XVII Fiera Campionaria di Milano. Nel 1937 riceve l’incarico di progettare il manifesto per la “1100” e dal 1950 al 1954 ha ancora incarichi per progettare i manifesti per la nuova “1900” e per la “Mirafiori”.
L’ultima auto di cui progetta la pubblicità è la Fiat 600 nel 1955.
La terza sezione (Illustrazioni per riviste e libri) raccoglie una serie di bozzetti e studi esemplificativi della intensa partecipazione di Sironi “illustratore” nei confronti della carta stampata: da “Noi e il mondo”, mensile del quotidiano “La Tribuna”, stampato a Roma dal dicembre 1911 al 1931 che presenta temi di attualità e d’arte, brevi racconti, illustrazioni e fotografie, al quale Sironi viene chiamato a collaborare alla rivista nel 1912; a “Gerarchia”, che vede Sironi impegnato a realizzare quasi tutte le splendide copertine della rivista particolarmente curate e improntate a criteri di semplificazione estrema delle immagini con effetto di monumentalizzazione.
Passando alla sezione Il Popolo d’Italia, Sironi inizia la sua attività su questa testata con illustrazioni satiriche e politiche dal 1921 al 1942. Vi svolge una quantità enorme di temi compositivi e iconografici, reinventati continuamente senza mai ripetersi. Si tratta di un insieme autonomo e di grande forza espressiva, che rappresentò per Sironi il proprio particolare contributo alla lettura della storia contemporanea.
Particolare menzione merita “La Rivista Illustrata del Popolo d’Italia” pubblicata mensilmente dall’agosto 1923 al luglio 1943. E’ una testata una rivista illustrata di vasta diffusione, che tratta argomenti che spaziano dalla politica allo sport, allo spettacolo, alla moda, all’arte e su ogni numero della quale compare una novella illustrata. Sironi collabora all’illustrazione della rivista ininterrottamente per tutto il periodo di pubblicazione con un repertorio di immagin i ricchissimo. Per le copertine, sempre a colori, l’artista inventa anche i caratteri tipografici.
Sironi esegue per l’”Almanacco Enciclopedico del Popolo d’Italia” illustrazioni vivaci e ironiche, con copertine a colori e disegni in testata di pagina e vi realizza anche due gruppi di illustrazioni per novelle nel 1926 e nel 1930.
Nella sezione Illustrazioni per novelle Sironi sperimenta per questa tipologia illustrativa una tecnica particolare, a larghe campiture nere, grigie e bianche, ottenute con tempera e inchiostro di china, che costituirà un punto di riferimento per molti altri illustratori del tempo; verso gli anni quaranta vi sperimenterà anche la tecnica a graffito. Si tratta di un gruppo di illustrazioni per testi di intrattenimento di autori importanti quali Bontempelli, Marinetti, Sarfatti, Negri, Comisso, ecc. ma anche per articoli di opinionisti.
La mostra, che porta a conoscenza del pubblico opere anche inedite, si avvale del coordinamento scientifico di Mariastella Margozzi, storica dell’arte della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma e fra i più qualificati e attenti studiosi di Mario Sironi in quest’ultimo decennio.
Romana Sironi, che ha messo a disposizione i preziosi materiali spesso inediti dell’Archivio Sironi da lei custodito, ha fornito al Comune di Rapallo una ulteriore irripetibile occasione per la realizzazione di un programma di esposizioni di grande qualità, iniziato l’anno passato con la mostra “L’Italia quotidiana tra De Pisis e De Chirico”, che possa determinare un afflusso di pubblico, visitatori e ospiti, sempre più ampio, qualificato e interessato.
Il catalogo di Skira Editore è a cura di Mariastella Margozzi e Piera Rum.

Info:
Tel. 0185.50528 – 347.1803876
Ingresso ordinario Euro 5,00; Gruppi oltre le 15 persone Euro 3,00 a persona.
Orari: martedì-domenica dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 16.00 alle 20.00, lunedì chiuso.

Email: eventi@comune.rapallo.ge.it

NAPOLI. L’ultimo Caravaggio. Il martirio di Sant’Orsola restaurato.

Analogamente ad altri interventi dettati dall’attenzione verso la pubblica fruizione del proprio patrimonio artistico, Intesa Sanpaolo apre al pubblico la Galleria di Palazzo Zevallos Stigliano.
Gli accurati lavori di restauro dello storico edificio di via Toledo, che Intesa Sanpaolo ha voluto realizzare, hanno riportato a nuova dignità l’intero edificio secentesco, ma in particolare sono gli apparati decorativi ottocenteschi del piano nobile ad avere ritrovata intatta la cromia originaria.
Convivendo con le normali funzioni istituzionali, la Galleria realizzata al piano nobile del palazzo restituisce così alla città la possibilità di ammirare l’estremo capolavoro della stagione artistica di Caravaggio che la Banca ha il provilegio di annoverare nelle proprie raccolte: Il Martirio di Sant’Orsola, dipinto da Michelangelo Merisi nel 1610, poche settimane prima della sua drammatica e solitaria morte.
Dopo quasi quattrocento anni di vita avventurosa e tormentata il dipinto approda alla quiete e al calore di una dimora.
Al termine di un impegnatico restauro, realizzato tra il 2003 e il 2004, e la sua successiva esposizione in importanti mostre in Italia e all’estero, la tela viene oggi proposta al pubblico accompagnata da un ricco apparato illustrativo e da sussidi multimediali che ne approfondiscono le incredibili peripezie di trasmissione proprietaria, di restauro, di comprensione critica. 

Perché sant’Orsola? Le ragioni del soggetto
Rispetto a diverse opere dell’ultimo periodo dell’artista, per questo dipinto si dispone di molti documenti, ritrovati poco meno di trent’anni fa. Soltanto da allora il dipinto si è imposto all’attenzione della critica nella sua inoppugnabile autografia. Era stato in precedenza attribuito da Roberto Longhi a Bartolomeo Manfredi, poi esposto a Napoli, nel 1963, con un incongruo riferimento a Mattia Preti, e finalmente rivendicato a Caravaggio, per ragioni stilistiche, da Mina Gregori nel 1974: la proposta della studiosa è stata confermata con il rinvenimento di un folto dossier documentario da Vincenzo Pacelli (1980).
I documenti forniscono luogo e data dell’esecuzione, la Napoli della tarda primavera del 1610; il nome del committente, il principe genovese Marcantonio Doria, figlio del doge Agostino; le circostanze dell’invio della tela nel capoluogo ligure (compresi i nomi della barca e del capitano che la guidava); alcuni dettagli sulla tecnica. A tutto ciò si aggiunge un titolo, che appare già nel 1620 in un inventario dei beni di Casa Doria: sant’Orsola confitta dal tiranno, indicazione in apparenza didascalica e descrittiva, in realtà preziosa per intendere una scelta iconografica insolita e controcorrente, come spesso accade nella ricerca caravaggesca.
La scelta del soggetto si deve al committente. Marcantonio Doria aveva sposato Isabella della Tolfa, vedova del principe di Salerno Agostino Grimaldi. La figlia di Isabella e di Agostino, Anna – figliastra dunque del Doria, ma da lui amata come «figlia carissima»: così leggiamo nel suo testamento -,  nel momento in cui era entrata nel monastero napoletano di Sant’Andrea delle Dame aveva assunto il nome religioso di Suor Orsola. L’affetto per la figliastra è il motivo della devozione di Marcantonio per sant’Orsola: lo apprendiamo dal post scriptum di un documento fondamentale, la lettera che l’11 maggio 1610 Lanfranco Massa, il suo procuratore napoletano, invia per ragguagli allo stesso Doria.
  
Una insolita iconografia

La scena è ridotta a cinque personaggi, uno dei quali ci trasmette l’estremo convincente autoritratto dell’artista. Malgrado l’esistenza di una tradizione consolidata Caravaggio omette ogni riferimento alle undicimila vergini martiri che, secondo il racconto della duecentesca Legenda aurea di Jacopo da Varazze, avevano accompagnato Orsola, figlia del re di Bretagna, sotto le mura della città di Colonia assediata dagli Unni: ciò ha determinato qualche incertezza tra i moderni studiosi dell’opera in merito all’esatta decifrazione del soggetto.
Ciò che vediamo è solo il terribile epilogo della vicenda. Dopo la strage il re barbaro propone alla giovane di divenire sua sposa e ne riceve in cambio uno sguardo sprezzante di sfida: «veggendosi schernito – scrive ancora Jacopo -, diede di mano ad uno arco e trafissela d’una saetta, e così compiette il suo martirio». Ecco l’origine, nell’inventario genovese, del titolo del dipinto:  sant’Orsola confitta dal tiranno.
Nel dipinto il dramma è consumato. Orsola osserva il dardo conficcato nel seno, il sangue che scorre.L’esigenza di mettere uno di fronte all’altra i protagonisti e di dare a ciascuno un fisico e concreto risalto ha costretto il pittore ad avvicinarli. Vediamo l’arco, ma non esiste lo spazio per vibrare il colpo.Per la prima volta, e proprio nel suo ultimo dipinto, Caravaggio non ci mostra un’azione nel momento in cui essa si compie, ma piuttosto i suoi effetti.
Con una simile impaginazione Caravaggio si mostra attento al dibattito teologico sulla raffigurazione dei santi sviluppatosi dopo il Concilio di Trento. La Chiesa mirava a ricondurre episodi troppo marcatamente celebrativi a una maggiore razionalità storica: nel caso di Orsola era opportuno insistere sulle cause di fondo del martirio (la difesa della fede e della castità), mostrarsi evasivi sulle forme concrete del supplizio e piuttosto scettici sulla straripante presenza delle altre undicimila compagne della santa. In assenza di certezze storiche il pittore si affida al racconto di Jacopo da Varazze, ma ne presenta solo gli elementi a suo avviso inoppugnabili.

Gli antichi restauri del dipinto
Grazie a una lettera dell’11 maggio 1610 redatta da Lanfranco Massa, procuratore napoletano del principe Doria, apprendiamo alcuni ragguagli sulla tecnica impiegata dal pittore: Caravaggio aveva adoperato una vernice «assai grossa» nell’esecuzione del dipinto e Lanfranco, per guadagnare tempo, aveva provato a farlo asciugare al sole. Gli effetti erano risultati disastrosi, causando un generale allentamento delle superfici cromatiche; il pittore era dovuto reintervenire. Dopo un paio di settimane le condizioni del quadro parevano migliorate; era stato collocato in «una scatola lunga signata pel suo nome» (ossia quello di Doria) e spedito a Genova con una feluca. Vi giunse il 18 giugno 1610, un mese esatto prima della misteriosa morte di Caravaggio sul litorale tirrenico. Nel capoluogo ligure la sant’Orsola rimase per quasi due secoli, sino a quando un gruppo di opere pervenivano a un ramo della famiglia Doria da tempo residente nel regno di Napoli. Il dipinto di Caravaggio tornava così nella città in cui era stato realizzato e dove nel 1972, dopo decenni di oblio, fu acquisito dalla allora Banca Commerciale Italiana come dipinto di Scuola caravaggesca per decorare i saloni di rappresentanza di Palazzo Zevallos.

Le novità dell’ultimo restauro
Nel 1831 un documento registrava il dipinto «molto daneggiato dal tempo, e da antichi ristori». Uno di questi restauri doveva aver seguito la morte del committente, avvenuta nel 1651, e si era tradotto in un incremento in altezza della tela, per circa 13 centimetri, con conseguenze rilevanti: la giustapposizione dei due supporti aveva allentato la stabilità dell’assetto, con inevitabili cadute di pellicola pittorica; le pieghe della tenda sullo sfondo erano state interpretate come lance e dotate di incongrue punte; le cromie erano state attutite con velature brunastre, alla ricerca di un’impossibile omologazione della superficie.
Il restauro conservativo sul Martirio di sant’Orsola, promosso da Banca Intesa tra 2003 e 2004 e realizzato nell’Istituto Centrale del Restauro di Roma da Giantomassi e Zari, ha apportato ulteriori elementi di sostanziale e a volte di eccezionale novità sulla conoscenza del quadro. Le indagini hanno permesso anzitutto di riconoscervi con certezza la mano di Caravaggio al di là delle pur inoppugnabili testimonianze archivistiche. L’impasto per la preparazione del fondo coincide infatti con quello, coevo, del San Giovanni Battista della Galleria Borghese; inoltre, gli strati della preparazione sono lasciati a vista nelle parti in ombra, seconda la procedura tipica del suo stile tardo; le pennellate chiare di abbozzo impostano direttamente le volumetrie delle figure, gli effetti chiaroscurali, le proverbiali rifrazioni luminose; l’esecuzione degli incarnati utilizza pochi toni cromatici per ottenere il modellato; non si riscontrano sulla tela tracce di disegno preparatorio, né di pentimenti.
Le indagini non si sono arrestate alla conferma dell’autografia, ma hanno anche restituito la tormentata vicenda secolare del dipinto, un’opera che ha molto sofferto, dal momento stesso dell’esecuzione. L’intervento ha ripristinato le dimensioni originali del quadro (l’aggiunta secentesca di 13 centimetri è stata collocata in un vano posteriore, ma all’interno della stessa incorniciatura), ha fatto riemergere un particolare iconografico e pittorico decisivo, ha restituito una tavolozza meno limitata della precedente, ha integrato le lacune pittoriche, mediante l’impiego di materiali completamente rimovibili.
  
L’ombra sulla veste della santa e La mano ricomparsa
Sino all’ultimo restauro al centro del mantello di Orsola si notava una strana ombra. Cosa poteva proiettarla? L’unica risposta possibile, data la fonte luminosa della scena – in alto a sinistra – conduceva alle nocche della mano sinistra del re: ma se fosse stato così la posizione dell’ombra avrebbe dovuto essere diversa, mentre in questo modo essa appariva come una sorta di scura proiezione del male. Sarebbe stato un unicum, in tutto il catalogo di Caravaggio, sempre così attento al realismo della rappresentazione.
In realtà si trattava di un’altra mano, scomparsa col tempo: la destra del personaggio con un cappello piumato, posto in secondo piano tra il carnefice e Orsola, una mano protesa invano a proteggere la santa dal colpo ormai inflitto. La cancellazione non è frutto di un pentimento di Caravaggio, ma di una generale riverniciatura dell’opera: al momento dell’esecuzione il pittore invece aveva dipinto dapprima il manto rosso, poi, ricorrendo esclusivamente a toni bruni, fragilissimi, la mano spalancata. Poi l’ombra della mano.
Qualsiasi interpretazione possiamo dare sul significato di questa mano che si protende così drammaticamente verso lo spettatore (l’estremo tentativo di proteggere la giovane dal supplizio, la segnalazione dell’istante di partenza del dardo…) è in realtà meno importante del suo valore pittorico, della dilatazione spaziale che conferisce alla scena. La mano ricomparsa ripristina infatti, sulla destra del dipinto, un assetto corale, semicircolare, simile a quello che caratterizza non poche tra le ultime opere dell’artista.  
 
L’ultima stagione di Caravaggio
Il 24 ottobre 1609 gli informatori romani del Duca di Urbino avevano avvisato il loro signore che Caravaggio «è stato ucciso o sfregiato a Napoli». Non era morto; ma gli estremi autoritratti, nel Davide con la testa di Golia e nel Martirio di sant’Orsola, rivelano che la misteriosa e spietata aggressione sulla porta dell’osteria del Cerriglio non aveva mancato di molto l’obiettivo.
Caravaggio aveva dovuto abbandonare Roma da qualche anno e definitivamente: il 28 maggio del 1606 aveva ucciso Ranuccio Tomassoni, un uomo d’arme legato alla potente fazione spagnola cui si appoggiava papa Paolo V Borghese, ed era stato condannato al bando capitale, il che significava che chiunque poteva, nelle terre pontificie, eseguire immediatamente una sentenza di morte. Dopo qualche mese, dal 23 settembre è a Napoli, dove realizza rapidamente una serie di dipinti che segneranno indelebilmente la scena figurativa partenopea: le Sette Opere di Misericordia per il Pio Monte, la Crocifissione di Sant’Andrea ora a Cleveland, le Flagellazioni di Capodimonte e di Rouen, la Madonna del Rosario (ora al Kunsthistorisches Museum di Vienna).
La tappa successiva è Malta: qui un anno dopo diviene cavaliere dell’Ordine militare (e come tale firma la straordinaria Decollazione del Battista della Valletta); di lì a poche settimane, tuttavia, per un misterioso affronto a un confratello più potente, è giudicato da una commissione, incarcerato e, l’1 dicembre 1608, condannato alla privatio habitus, ossia all’espulsione dall’Ordine, tornando così alla mercé del potere pontificio e della vendetta spagnola. Caravaggio nel frattempo è già evaso, grazie a qualche protezione che non lo aveva abbandonato. Prima dell’ultimo ritorno a Napoli fa tappa a Siracusa, Messina, Palermo, lasciando in ogni città dolenti capolavori, dal Seppellimento di santa Lucia alla Resurrezione di Lazzaro. Nella capitale partenopea, dove si rifugia nel palazzo della marchesa di Caravaggio, Costanza Colonna Sforza, il Martirio di sant’Orsola risulta l’estremo impegno documentato dell’artista.
Nel frattempo il cardinal Scipione Borghese aveva interceduto con successo presso lo zio papa, per fargli revocare la pena capitale e consentirgli il ritorno a Roma. Il pittore si sarebbe sdebitato offrendogli il celeberrimo David con la testa di Golia, dove il suo autoritratto come Golia è pressoché identico alla figura che compare alle spalle di sant’Orsola e recandogli personalmente, su una feluca analoga a quella che aveva portato a Genova il Martirio, il San Giovanni Battista, tuttora alla Galleria Borghese. Ma nel corso di quest’ultimo viaggio, secondo la testimonianza per altro equivoca delle fonti, Caravaggio trova morte improvvisa a Porto Ercole.

Info:

Galleria di Palazzo Zevallos Stigliano (sede museale di Intesa Sanpaolo), Napoli, via Toledo, 185.
Da lunedì a sabato: ore 10-18. Chiuso domenica.
tel. 0080016052007.
Biglietti: intero € 3, ridotto € 2; gratis per le scuole.
Catalogo Electa.


 

 

Link: http://www.palazzozevallos.com

ROMA. Chagall delle meraviglie.

Chagall delle meraviglie‘: questo il titolo scelto da Meret Meyer e Claudia Beltramo Ceppi Zevi, le due curatrici della grande mostra dedicata a Chagall al Vittoriano di Roma. Un titolo, preso in prestito dal teorico dadaista e surrealista Louis Argon, che è tutto un programma. Dipinti, disegni, gouaches, incisioni e sculture per un totale di circa 200 opere. Opere che in questi ampi spazi sembrano finestre spalancate. Finestre che quasi squarciano i muri del Vittoriano, come dei coloratissimi varchi che si affacciano (e che ti affacciano) su di un mondo, quello di Chagall, intriso di simboli, sogni, fantasie, mondi culturali e mondi vissuti, resi vivi e vivibili da una sfavillante inconfondibile tavolozza.
 Una retrospettiva molto ben curata questa e accessibile anche dal grande pubblico, che scava e approfondisce il legame inscindibile di Chagall con le forti culture con cui entra in contatto nella sua lunghissima vita.
 Attraverso un percorso che predilige la continuità tematica a quella temporale scaturiscono, dalle prime sale per esempio, le grandi influenze che hanno su di lui e sulla sua pittura alcune tipiche espressioni dell’arte russa, come le icone bizantine e i meno noti Lubok (tipiche vignette popolari), un confronto che nell’esposizione romana si rende visibile grazie alla presenza di alcuni interessanti esemplari.
 Due forme d’arte queste profondamente diverse tra loro perché l’una rappresentazione assoluta del trascendente, del divino, l’altra dell’estrema libertà dell’immaginario popolare russo, manifestato attraverso la raffigurazione di animali parlanti cavalcati da uomini, strane creature che spiccano il volo, innumerevoli figure, intrise di satira, al limite del grottesco. E poi ancora l’artigianato russo nelle sue molteplici forme e la stessa tragicità silenziosa eppure caotica al tempo stesso, del realismo russo, nelle “processioni” di Repin. Tutte sorgenti di idee, di immagini e di suggestioni ugualmente essenziali per lo sviluppo della poetica e del particolarissimo stile ‘Chagalliano’.
 Si prosegue poi, attraverso le numerose sale del Vittoriano, “incontrando” Vitebsk, la sua città, quella dove nasce e dove cresce, quella che compare di frequente sullo sfondo dei suoi quadri, come un anima vagante, ancestrale, avvolta da una coltre malinconica, a volte sfuocata, opaca, dove il ricordo di Chagall sembra ritornare, a tratti inconsapevolmente, mentre dipinge. Un ricordo sempre più lontano e che non rinnegherà mai, ma anzi inseguirà sempre più sovente, col passare del tempo, quasi a cercarvi un rifugio, alla ricerca forse di un riposo da quelle inquietudini e timori provocati dalla turbolenta storia di quegli anni.
 E ancora, nelle sue tele, Parigi, dove si trasferisce dal 1910 e dove entra in contatto con le opere e con alcuni dei più grandi esponenti delle avanguardie del novecento. Conosce l’arte di Van Gogh, di Gauguin, di Matisse. Attraverso Delaunay incontra il Cubismo di Picasso e Braque, subendone per un periodo di tempo l’influenza, non condividendone mai però la rigidità dello stile, troppo rigoroso e pieno di vincoli stilistici, per lui che sempre e sino alla fine difenderà una concezione di arte all’insegna dell’assoluta libertà a favore dell’emozione: “l’arte mi sembra essere soprattutto uno stato d’animo.” pronuncerà a Chicago in una conferenza del 1958.
 In quegli anni parigini, come un po’ in tutta la sua esistenza, Chagall, sempre e senza sosta, osservava e assimilava, mantenendo sempre l’assoluta libertà che lo contraddistingue, non aderendo mai a nessun preciso movimento artistico, ma coniugando, come afferma una delle curatrici: “la luce di Matisse con la forza plastica di Picasso”.
 Nessun vincolo, nessun compromesso, nessun ostacolo o manifesto come intralcio, Marc Chagall raggiunge così un linguaggio figurativo a se stante, cavalcando il carro alato dell’immaginazione, attingendo dal suo quotidiano, dalla sua terra, dalle sue origini, dal suo concreto, accendendo tutto con la magica “luce di Parigi”, in un’emozionante amalgama colorata che nessuno come lui nel secolo novecento riuscirà ad eguagliare.
 Tra gli altri movimenti artistici del suo tempo conobbe in seguito il Surrealismo, l’Espressionismo e il Costruttivismo. Evidente in alcune delle sue opere anche l’influenza fauve.
 Nel 1913 riesce ad esporre al Salon des Indépendant dove Apollinaire, divenuto nel frattempo suo caro amico, lo presenta a Herwarth Walden che organizzerà la prima personale di Chagall a Berlino nel 1914.
 Da quell’anno sino al 1923 torna in Russia a Vitebsk dove trascorre anni sereni, si sposa con Bella Rosenfeld, figlia di un ricco gioielliere, che comparirà in molte delle sue opere.
 Solo la Rivoluzione d’Ottobre turberà quegli anni, sino a quando, nel 1922, stanco della oppressiva e preoccupante propaganda leninista, si trasferisce a Berlino dove inizia un esilio che durerà un anno e che lo riporterà in seguito di nuovo a Parigi. In questo continuo e incessante peregrinare, divenendo quasi rappresentazione vivente dei suoi famosi “ebrei erranti”, Marc Chagall non rivedrà mai più la sua amata Vitebsk.
 In concomitanza con l’ascesa del nazismo dal 1933 sino al 1941, quando si trasferirà in America proprio il giorno in cui i tedeschi invadono il suo paese natale, si denota nella sua opera un violento incupirsi dei tratti. I legami con le sue origini giudaiche si rafforzano.  
 Inizia una serie numerosissima di dipinti, esposti nelle ultime sale della mostra, che sono in realtà profonde riflessioni sulla sofferenza del suo popolo. L’Olocausto segna pesantemente Chagall.
 In questi anni infatti trapelano dalle sue tele, le grandi problematiche legate alle sue origini ebraiche, la sofferenza di un intero popolo si riflette sulle sue opere. Aumentano i temi sacri tratti sia dal antico testamento, sia dal nuovo. Splendide a tal proposito le crocifissioni esposte dal ciclo “Resistenza, Resurrezione, Liberazione” che mostrano un Cristo sofferente avvolto dalle folle perseguitate del popolo ebraico.
 Amalgamando tutte queste molteplici esperienze, tutti queste piccole ma luminose gocce di vita, un impetuoso fiume in piena così ne scaturisce, un fiume colmo di figure immaginarie, di animali fantastici, di personaggi surreali, ma anche di riflessioni a tratti intime, familiari e a tratti universali, certo fiabesche, oniriche, ma sempre e comunque radicate, intrise con ciò che è la storia, ciò che è la concretezza della vita, ciò che è l’uomo.  
 Tutto il resto è una pura poesia di colori che continua a stupire e ad incantare ancora oggi.

Autore: Marco Montanari

Email: thefirstcircle@gmail.com

GIORNATE EUROPEE DEL PATRIMONIO – ANNO 2007.

Le grandi strade della cultura: un valore per l’Europa – sabato 29 e domenica 30 settembre 2007.
In occasione delle “Giornate Europee del Patrimonio” ingresso gratuito a Musei, Gallerie, Aree archeologiche, Monumenti, Biblioteche e Archivi statali.

In risposta alla necessità di far acquisire ai cittadini europei la consapevolezza di condividere un patrimonio comune, nel rispetto della diversità di ognuno, il Consiglio d’Europa, nel 1991, ha ufficialmente lanciato le Giornate Europee del Patrimonio (GEP), una iniziativa che, nel 1999, è diventata un’azione comune del Consiglio d’Europa e della Commissione Europea.
In tutta Europa, dunque, durante i fine settimana del mese di Settembre, e dagli ultimi due anni anche di Ottobre, per le Giornate Europee del Patrimonio si aprono gratuitamente le porte di monumenti e siti, alcuni dei quali abitualmente chiusi al pubblico, e si organizzano eventi culturali, permettendo ai cittadini di conoscere e godere del proprio patrimonio e di diventare parte attiva nella salvaguardia e nella valorizzazione di esso per le generazioni presenti e future. Nel 2006 tutti i 49 Stati firmatari della Convenzione Culturale Europea hanno preso parte attiva all’iniziativa, il numero dei visitatori in tutta Europa è stato di circa 20 milioni di persone e sono stati più di 30.000 i monumenti ed i siti aperti per l’occasione.

L’Italia partecipa alle Giornate dal 1995, e ogni anno dedica all’iniziativa l’ultimo sabato e domenica del mese di settembre. Da dodici anni, quindi, le Giornate sono diventate un evento sempre più atteso dal pubblico italiano, con un programma che si è andato arricchendo nel tempo e con esso il numero dei luoghi aperti e visitabili gratuitamente. All’iniziativa, infatti, non partecipano soltanto gli istituti culturali dello stato, ma anche altre istituzioni pubbliche come il Ministero degli Affari Esteri – con gli Istituti Italiani di Cultura all’estero – il Ministero dell’Istruzione, il Ministero dell’Università e della Ricerca, altri enti locali (Regioni, Province Autonome, Province, Comuni), organizzazioni private, associazioni: gran parte del mondo culturale italiano che pone il patrimonio al centro dei propri interessi.

Sotto l’egida della bandiera europea, quest’anno il 29 e il 30 settembre 2007 l’Italia partecipa con lo slogan “Le grandi strade della cultura: un valore per l’Europa” e, come negli anni precedenti, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali coordinerà tutte le iniziate che si svolgeranno nell’intero territorio nazionale.

Per la prima volta, inoltre le Giornate Europee del Patrimonio vedono, quest’anno, accanto al Ministero per i Beni e le Attività Culturali, due partner d’eccezione: il FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano e Autostrade per l’Italia, che con la scelta di oltre 200 beni monumentali di rilevante interesse, situati in prossimità della rete autostradale, contribuiranno ad accrescere l’offerta culturale.

L’intervento del FAI è particolarmente importante in quanto la Fondazione offre da sempre ad un pubblico vastissimo la possibilità di riscoprire – attraverso la storia, la cultura, l’arte e l’ambiente – i grandi valori nazionali che ci identificano come popolo.

La Società Autostrade per l’Italia, in prima linea nel promuovere il patrimonio culturale e ambientale del Paese, collabora fattivamente all’organizzazione e alla campagna di comunicazione dell’evento, con la divulgazione gratuita di materiale promozionale o informativo e la realizzazione di numerose iniziative volte ad una maggiore diffusione e coinvolgimento di pubblico alla manifestazione.

Autostrade per l’Italia, inoltre, insieme al FAI metterà a disposizione delle guide gratuite nei luoghi d’arte da loro scelti e proprio personale nelle principali aree di servizio della rete autostradale per garantire informazioni sulla iniziativa.

All’origine della scelta del tema “Le grandi strade della Cultura” si trova la necessità di spiegare ai cittadini italiani ed europei come la conoscenza del nostro patrimonio culturale nazionale possa diventare uno strumento efficace per avviare il dialogo interculturale, sia a livello europeo che internazionale. I nostri beni, infatti, sono, fin dalle origini, da un lato il risultato di un incontro di civiltà diverse e, dall’altro, ispiratori di saperi altrui. Le strade, dunque, che, attraversando l’Italia, ricca di tesori artistici, culturali e ambientali, la collegano all’Europa; le strade lungo le quali le peculiarità del nostro paese si fondano con le influenze che, da oltre duemila anni, provengono da altri paesi europei, dai paesi del Mediterraneo o da culture apparentemente distanti.

Per due giorni quindi l’Italia si trasformerà in un grande teatro aperto gratuitamente a tutti, dove centinaia di palcoscenici sparsi in ogni regione metteranno in scena la bellezza, la storia, la cultura: una festa che si traduce in molteplici modi: aperture di luoghi d’arte, presentazione di restauri e lavori in corso, percorsi naturalistici e storici, convegni di approfondimento, concerti, spettacoli, proiezioni cinematografiche, itinerari gastronomici, e soprattutto iniziative nell’ambito della didattica: è infatti fondamentale che fin da giovani si comprenda il legame profondo esistente tra patrimonio e identità culturale.

Quasi mille gli appuntamenti culturali in tutta Italia.
Tra quelli promossi direttamente dal MiBAC si segnalano: a L’Aquila, presso il Museo Nazionale, “Le Montagne Incantate di Michelangelo Antonioni”, retrospettiva pittorica in cui il Maestro raffigura, reinterpretandole secondo il suo stile, le montagne abruzzesi; a Reggio Calabria, nell’ambito delle celebrazioni organizzate in occasione del bicentenario della nascita dell’eroe dei due mondi, in programma la mostra “Garibaldi dal mare all’ Aspromonte” in cui saranno esposti documenti e cimeli che illustrano la spedizione dei Mille ed altri episodi della sua vita avventurosa; a Napoli si potrà visitare, in via straordinaria, il Laboratorio di Conservazione e Restauro del Museo Archeologico Nazionale, ed assistere alle attività in corso; a Ravenna, la magnifica Basilica di Sant’Apollinare in Classe apre le porte ai ragazzi che ne potranno scoprire la simbologia nascosta nelle sue architetture, mosaici e marmi; a Roma, la Sala dello Stenditoio del Complesso San Michele a Ripa Grande, per l’occasione, diventa l’insolito studio radiofonico delle popolari trasmissioni “Con parole mie”  e “In Europa” curate da Umberto Broccoli e Tiziana Di Simone. Un’occasione per segnalare progetti ed iniziative del MiBAC in ambito europeo. Sempre nel Lazio, con l’intento di promuovere il progetto di recupero e valorizzazione dei percorsi sotterranei di Villa Adriana il convegno “Percorsi sotterranei a Villa Adriana”; in Liguria riapre al pubblico lo splendido Appartamento del Duca degli Abruzzi nel Palazzo Reale di Genova; e ancora a Firenze, apertura straordinaria del quattrocentesco Palazzo Lenzi, il “Palazzo degli Enigmi”, sede dell’Istituto Francese che festeggia nel 2007 il suo centenario.

Tra le aperture patrocinate da FAI e Autostrade per l’Italia da segnalare invece: il Cappellone di San Nicola a Tolentino (Macerata), famoso per la sua decorazione pittorica, una delle più estese e meglio conservate tra quelle pervenute dei primi anni del Trecento; la Collegiata di Castiglione Olona (Varese), con gli affreschi di Masolino da Panicate; il Mulino Pestasassi a Nove, in provincia di Vicenza, di eccezionale interesse sul piano dell’archeologia industriale,  testimonianza per la storia della manifattura ceramica. Una particolare attenzione sarà dedicata alle testimonianze più importanti del XX° secolo con le aperture della Chiesa di San Giovanni Battista di Michelucci (più conosciuta come Chiesa dell’Autostrada) a Firenze, Santa Maria Annunciata in Chiesa Rossa a Milano caratterizzata dai neon dell’artista minimalista Dan Flavin e la Chiesa Dives in Misericordia a Roma, opera di Richard Meier.

Fonte:MiBAC – Ministero per i Beni e le Attività Culturali

G.E.P. – Nascerai artista da Terni a Madrid.

L’Accademia di Belle Arti di Terni ha ideato, in collaborazione con l’Academia Taller de Prado di Madrid, un nuovo Progetto europeo per valorizzare le singole realtà, il patrimonio culturale, le tradizioni, espressione di identità territoriale.
Queste singole identità collegandosi tra di loro, riscoprono la ricca trama di legami storico-culturali che unisce l’intera Europa. L’evento ‘Nascerai artista da Terni a Madrid‘ si inserisce nel contesto delle ‘Giornate Europee del Patrimonio 2007’ organizzate dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali per i prossimi 29 e 30 Settembre. Lo slogan di quest’anno è ‘Cultura e patrimonio: una strada verso l’Europa’.
L’obiettivo di questo importante e prestigioso appuntamento è quello di incentivare e rafforzare il dialogo e lo scambio in ambito culturale tra i Paesi europei valorizzando i contenuti della cultura e del patrimonio.

Partendo da questo concetto, l’Accademia di Belle Arti di Terni e quella di Madrid intendono riscoprire, sulla base delle rispettive percezioni culturali, le radici secolari dei vincoli esistenti tra Spagna e Italia.
L’eccezionale similitudine dei rispettivi metodi didattici e, addirittura la somiglianza della struttura scolastica, hanno generato un’insolita curiosità che ha portato i due Direttori delle Accademie, il maestro Igor Borozan e il dott. Francisco Molina Montero, ad intraprendere con entusiasmo questo percorso alla scoperta di un linguaggio comune, fluido, eclettico.
‘Nascerai artista da Terni a Madrid’, non è una partita nè tantomeno una gara, anzi, è l’incontro straordinario di un gruppo di artisti lontani e ‘vicini’, dal cuore dell’Italia al cuore della Spagna e non soltanto per posizione geografica, che vede le due realtà situate proprio al centro dei due Paesi.
Ci piace pensare che si è aperta una nuova via tra la nostra città ombra e una capitale, quale Madrid, due realtà sicuramente diverse. ‘Via est vita’ usavano dire i Latini, ossia la strada è la vita.

‘Nascerai artista da Terni a Madrid’ sarà infatti un sito concepito come una vera e propria strada, una realtà multietnica di uomini in viaggio, un’ imponente esposizione virtuale di opere di artisti italiani, spagnoli e non solo. Un dialogo interculturale tra professionisti che si incontrano e si confrontano sul piano artistico scambiando e riscoprendo affinità, diversità. L’arte diventa, in tal modo, il più importante veicolo per diffondere la conoscenza: un ponte tra individualità, universalità, tra passato e futuro.
La mostra sarà visibile a partire dal prossimo 29 Settembre sui siti www.italianartschool.it e www.academia.tellerdelprado.com.

Il viaggio continua…

 

Info:

ACCADEMIA DI BELLE ARTI-INTERNATIONAL ART SCHOOL
Corso Tacito n.20 – Terni – Tel 0744 431918.

Link: HTTP://www.italianartschool.it

Email: info@italianartschool.it