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SAN GIMIGNANO (Si). Benozzo Gozzoli a San Gimignano.

Una mostra dedicata al pittore fiorentino Benozzo Gozzoli (Firenze 1420-21 – Pistoia 1497), artista tra i più rappresentativi e prolifici del Quattrocento italiano. La mostra Benozzo Gozzoli a San Gimignano intende celebrare, per la prima volta e in modo esaustivo, il quadriennio sangimignanese del maestro, uno dei periodi più intensi e fecondi nella sua lunga attività.
Protagonista del progetto espositivo è la tavola di Benozzo Gozzoli con la Madonna col Bambino e angeli tra i santi Giovanni Battista, Maria Maddalena, Agostino e Marta che verrà ricomposta per la prima volta nella sua interezza grazie ai prestiti internazionali e prestigiosi del Musée du Petit Palais di Avignone, del Museo Thyssen-Bornemsza di Madrid e della Pinacoteca di Brera.
La pala, come rileva Gerardo de Simone, “esalta il felice connubio, caratteristico dell’autore, tra la moderna misura rinascimentale appresa dall’Angelico e il profuso decorativismo che esalta la ricchezza e la preziosità dei materiali discendente dal filone tardogotico di Gentile da Fabriano […]”.
Curata da Gerardo de Simone e Cristina Borgioli l’esposizione è promossa dal Comune di San Gimignano e dalla Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio delle Provincie di Siena, Grosseto e Arezzo in collaborazione con l’Arcidiocesi di Siena, Colle di Val d’Elsa, Montalcino e la Fondazione Musei Senesi.
Per il terzo anno consecutivo prosegue la sinergia tra le suddette istituzioni in un percorso di valorizzazione e studio delle opere della Pinacoteca. Dopo la mostra dedicata a Pintoricchio. La pala dell’Assunta di San Gimignano e gli anni senesi (6 settembre 2014 – 6 gennaio 2015) e a Filippino Lippi. L’Annunciazione di San Gimignano e le opere degli anni Ottanta (13 giugno – 2 novembre 2015).

Info:
18 giugno – 1 novembre 2016 San Gimignano, Pinacoteca Piazza Duomo 2

Fonte: www.quotidianoarte.it, 20 giu 2016

L’AQUILA. Riapre il MUNDA Museo Nazionale d’Abruzzo.

A sei anni dal disastroso terremoto del 6 aprile 2009, dopo tre anni di lavori costati allo Stato sei milioni di euro, riapre all’Aquila il Museo Nazionale d’Abruzzo con oltre cento opere tra le più significative della collezione ospitata dal 1949 nel Castello Cinquecentesco, gravemente lesionato dal sisma. Avendo dovuto abbandonare la storica Fortezza spagnola, il MUNDA ha trovato casa in un edificio di archeologia industriale, l’ex Mattatoio comunale, danneggiato anch’esso e non usato da anni e stato assegnato dal Comune in comodato gratuito trentennale al Mibact.
Progettato da un ingegnere comunale, il marchese Alessandro Vastarini Cresi, venne inaugurato nel 1883 (prima di quello di Roma a Testaccio di Gioacchino Ersoch che è del 1889), rimanendo in funzione per più di un secolo. E’ situato a Borgo Rivera, all’estrema periferia meridionale della città storica ma all’interno delle mura trecentesche, di fronte alla chiesa di San Vito e alla Fontana delle 99 cannelle realizzata “nell’anno del Signore 1272”.
Una zona di facile accesso e di grande interesse storico, legata com’è alla fondazione della città e al fiume Aterno che scorrendo poco oltre le mura irrigava gli orti, azionava i mulini e la sua acqua insieme a quella delle sorgive, era utilizzata dagli opifici della lana e del cuoio assicurando la ricchezza della città medievale. In origine era costituito da tre diversi padiglioni per la macellazione dei bovini, dei suini e degli ovini a cui si aggiunsero altri due padiglioni, tutti danneggiati dal sisma. Anche se i più antichi hanno resistito meglio. I lavori hanno interessato la demolizione dei corpi centrali dell’ex mattatoio e la ricostruzione di nuove strutture portanti, imbrigliando le murature grazie all’utilizzo di una maglia costituita da fasce in acciaio inossidabile. Tre infatti erano le esigenze da rispettare, spiega l’architetto Gianni Bulian. Anzitutto ridare sicurezza per il futuro sia all’edificio che alle opere, adottando metodologie d’avanguardia come piastre antisismiche per ogni scultura. Poi tener conto nell’allestimento della preesistenza. Ed ecco ben visibili le coperture a capriate. E coinvolgere il territorio esponendo opere in cui ciascuno, da qualunque zona della regione venga, possa ritrovarsi. E finalmente è arrivato il gran giorno dell’inaugurazione.
“Quando un museo riapre è una giornata di festa e quando riapre a L’Aquila lo è ancora di più”, dice il ministro Dario Franceschini, visitando il Museo accompagnato da Lucia Arbace, direttore del Polo Museale dell’Abruzzo.
“Un museo bellissimo, un allestimento che valorizza le opere e rappresenta la forza del sistema museale italiano. Questa apertura, in corsa contro il tempo per rispettare la data, è un regalo di natale”, prosegue il ministro che si augura che vengano in molti a riscoprire le bellezze della loro città.
“Ma non basta recuperare il patrimonio, si deve riportare la vita all’Aquila che può diventare un centro di richiamo del turismo interno”, afferma. Va in questo senso il progetto di una sede staccata del MAXXI a Palazzo Ardinghelli i cui lavori di consolidamento e restauro finanziati dal governo russo termineranno a primavera. Il nuovo Museo, visitabile gratuitamente fino al 3 gennaio, si compone di cinque grandi ambienti in cui le opere sono disposte secondo uno sviluppo cronologico e tematico. In alto le capriate, sul pavimento i led a segnare il percorso che dalla sezione archeologica delle antiche civiltà degli Abruzzi giunge al Seicento con Ribera, Stanzione, Mattia Preti.
Nella prima sezione si va dai reperti inediti appena restaurati rinvenuti nelle ultime campagne di scavo al famoso cippo funerario con serpente, caro al popolo dei Marsi ( si pensi alla festa dei “serpari”), ai mascheroni in osso dei letti scavati a Fossa, al rilievo con ludi gladiatori in pietra calcarea proveniente da Amiternum.
La porta a due battenti che viene da Campovalano di Campli introduce in un raffinatissimo Medioevo di statue lignee e di tavole dipinte dedicate alla Vergine dai tratti austeri, elegante e sempre dolcissima. La Madonna del latte di Montereale, una tempera su pergamena incollata su una tavola di legno di pino o la Madonna delle Concanelle, la più antica firmata e datata 1262 in legno intagliato e dipinto con traccia di dorature. Accanto alle Madonne in alto è posto il Cristo del Duomo di Penne, un capolavoro riconducibile ai gruppi lignei delle Deposizioni a più figure. Realizzato alla fine del XIII secolo, intagliato e dipinto, scaraventato al suolo dal sisma, è stato sapientemente restaurato grazie al finanziamento della Wiegand Foundation di Reno in Nevada. Altro capolavoro in cui il restauro ha fatto miracoli è il Presepe del XVI secolo in terracotta policroma attribuito a Saturnino Gatti cui si deve la Madonna con Bambino di Collemaggio. Restaurato dagli specialisti dell’Istituto superiore per la conservazione e il restauro ha un meccanismo interno che tiene insieme le varie parti e le collega alla base antisismica. Perla del Munda il “Trittico di Beffi”, un raffinatissimo esempio di pittura su tavola intriso di suggestioni europee dell’arte cortese. Scampato al terremoto, è diventato ambasciatore d’Abruzzo nei musei americani, ammirato da oltre un milione di visitatori. E’ opera di Leonardo di Sabino da Teramo, cui si deve anche “L’albero della croce o delle sette parole”. E ancora il Polittico di Jacobello del Fiore, il San Sebastiano intagliato e dipinto di Silvestro dell’Aquila, il Cristo alla colonna di Pompeo Cesura, la tavola con le storie di San Giovanni da Caprestrano, le due vetrate dagli smaglianti colori provenienti dalla chiesa di San Flaviano all’Aquila. E il Nodo di croce processionale con smalti champlavés firmato da Nicola da Guardiagrele, grande protagonista dell’arte orafa abruzzese.
L’Aquila Borgo Rivera di fronte alla Fontana delle 99 Cannelle.

Info: www.munda.abruzzo.it

Autore: Laura Gigliotti

Fonte: www.quotidianoarte.it, 21 dic 2015

BASSANO DEL GRAPPA (Vi). “Il Magnifico Guerriero” di Jacopo Bassano.

Il Magnifico Guerriero” farà il suo trionfale ingresso ai Civici Musei di Bassano del Grappa, accolto come il nuovo protagonista della già magnifica Sala dei Bassano che allinea 27 capolavori della grande famiglia di artisti. Per il pubblico, ma anche per gli esperti, sarà una straordinaria sorpresa.
Di ritratti di Jacopo Bassano se ne conoscono pochi, tutti molto belli. Ne posseggono uno i Musei di Los Angeles, di Budapest e solo pochissimi altri. Bassano conservava solo un prezioso piccolo ritratto su rame del doge Sebastiano Venier, uno dei protagonisti della battaglia di Lepanto (1571). Una lacuna di un grande ritratto è colmata ora dall’arrivo di questa tela (cm 109×82) che i Civici Musei hanno ottenuto in comodato gratuito, omaggio del possessore al Museo che è il fulcro degli studi intorno a Jacopo e alla sua famiglia.
Il Magnifico Guerriero”, o più esattamente “Il ritratto di uomo in armi” rappresenta un affascinate nobiluomo dalla fulva, curatissima barba. Non un giovane ma un uomo maturo, certo aduso al comando ma soprattutto ad una vita raffinata lontano dai campi di battaglia. Indossa una preziosa corazza alla moda dell’epoca, che lo costringe, ma che non riesce ad ingabbiare la sua grazia e la sua flessibilità. Le lunghe dita, curate e perfette, non sembrano le più adatte a menar fendenti, così come il suo spadino di ferro e oro sembra più da parata che da battaglia. Secondo Vittoria Romani dell’Università di Padova, che ha avuto il merito di ricondurre a Jacopo Bassano questo autentico capolavoro già attributo a Veronese e a Pordenone, il ritratto è databile agli anni immediatamente seguenti il 1550, ovvero al momento più altamente manierista del maestro.
Che si tratti di un’opera altissima di Jacopo lo afferma anche Giuliana Ericani, già direttore dei Civici Musei di Bassano, che ha stimolato la concessione del Ritratto per la Sala dei Bassano. “Il Magnifico Guerriero” era finito all’estero. Lo si ritrova nel ‘700 a Melbury House nel Dorset. Va sul mercato da Christie’s nel 1968 con l’attribuzione a Paolo Veronese, non condivisa da Giuseppe Fiocco che lo riconduce invece al Pordenone. È un’opera sicuramente interessante, tant’è che di essa si occupa anche Federico Zeri.
Vittoria Romani, nello studio redatto intorno a questo capolavoro, rileva che “La condotta pittorica dell’uomo d’armi appare… in sintonia con il clima lagunare, e anzi qui Bassano, che nei ritratti giovanili condivide il registro obiettivo di Lotto e di Moretto mostrando una peculiare riservatezza di sguardo verso i ritrattati, raccoglie la sfida tutta lagunare, risalente al magistero di Giorgione, degli effetti di luce incidente e dei riflessi sulle superfici specchianti delle armature. Colate di materia accesa nei punti di massima luce si alternano a una scrittura in punta di pennello, volta a risaltare gli ornamenti con l’oro spento e a cogliere i bagliori dei profili e della cotta di maglia che luccicano nell’ombra. Il grigio del metallo vira in azzurro nell’ombra, si mescola a riflessi bruni e si accende sul fianco sinistro del rosso della camicia. Su questo brano di pittura balenante di luce si innesta con un peculiare contrasto il volto leggermente reclinato sulla spalla, che introduce una nota sentimentale inattesa, gli occhi rivolti altrove, sgranati e liquidi”.
Tolte alcune ridipinture, eseguite tutte le indagini, il Ritratto ricompare all’asta newyorkese di Sotheby’s all’inizio del 2013, proposto a poco meno di un milione di euro. Ora, rientrato in Italia, torna a Bassano, accanto ai capolavori della Famiglia. Questo rientro è festeggiato con una serie di iniziative di prestigio: l’uscita di tre volumi degli Atti del Convegno sui Bassano del 2011, la pubblicazione del catalogo completo delle opere dei Bassano patrimonio dei Civici Musei della Città, l’esposizione, a Palazzo Sturm, di una selezionata parte del poderoso corpus di incisioni tratte da Jacopo.

Fonte: www.quotidianoarte.it, 24 nov 2015

MURANO (Ve). Il Museo del vetro.

esterno 2È un museo completamente trasformato quello che riapre al pubblico a Murano dal 9 febbraio, per raccontare una grande storia. Spazi espositivi quasi raddoppiati, un progetto museografico totalmente rinnovato, allestimenti e percorsi ridisegnati consentiranno ai visitatori di cogliere gli snodi chiave dell’avventura del vetro a Murano e di godere appieno dei capolavori – in molti casi unici – qui custoditi. E poi nuovi servizi per il pubblico, l’abbattimento delle barriere architettoniche, la messa in opera di due ascensori, la possibilità di esporre parti della collezione finora rimaste nei depositi e di realizzare eventi legati anche alla creatività più attuale, con un fascinoso e inatteso dialogo tra ambienti contemporanei e sale antiche.
Insomma, una grande festa per l’isola e per Venezia.
Il Museo del Vetro di Murano, uno dei dodici della Fondazione Musei Civici di Venezia, è forse l’unico luogo al mondo dove l’arte del vetro è raccontata fin dalle sue origini: dagli esempi di vetri romani tra il I e il III secolo d.C. alle creazioni del Rinascimento, fino ai virtuosismi innovativi del Settecento che anticipano l’insperata rinascita del vetro alla fine del XIX secolo e le sperimentazioni del Novecento. Certamente è l’unico museo dedicato al vetro artistico inserito in un contesto produttivo ancora fortemente attivo e radicato, grazie alle tante fornaci e vetrerie tutt’oggi operanti a Murano.
ciotoe-vetro-mosaico-millefL’ampliamento, con il recupero di una parte delle ex Conterie, e il restyling – curato da Chiara Squarcina su progetto museografico di Gabriella Belli direttore della Fondazione Musei Civici di Venezia e l’allestimento di Daniela Ferretti – sono stati possibili grazie al cofinanziamento del Fondo di Sviluppo Regionale dell’Unione europea assegnato dalla Regione Veneto (nell’ambito del POR CRO FESR Veneto 2007-2013) e al fondamentale intervento del Comune di Venezia, che ha condotto, con responsabile del progetto Roberto Benvenuti, la prima fase del cantiere in collaborazione con l’Ufficio Tecnico della Fondazione, diretto da Daniela Andreozzi.
In questo modo il progetto ha coinvolto sia le storiche sale di Palazzo Giustinian (dove il Museo ha sede dal 1861), sia un’area dell’ex fabbrica di perle di vetro adiacente il giardino del Museo.
Le conterie erano perle di pasta vitrea e in particolare, dalla fine dell’Ottocento, quelle ottenute dai cosiddetti paternostreri tagliando una canna forata e arrotondando poi a caldo i cilindretti nelle ferrazze, appositi vassoi metallici. Nel 1898 più imprese dedite alla produzione di perline – un mondo di tiracanne, conzaureri, tagiadori, cavarobe, fregadori, lustradori, governadori, impiraresse – si riunirono nel complesso sorto tra Palazzo Giustiniani e la Basilica di San Donato, nel cuore di Murano: un’unica grande azienda, la Società Veneziana Conterie, che tra il 1940 e il 1970 arrivò a occupare più di tremila addetti, fino alla chiusura nel 1993.
Ora gli ambienti restaurati del complesso industriale sono diventati un fascinoso withe cube, che mantiene però negli archi e nelle trabeazioni le linee architettoniche del preesistente edificio e che coniuga la luce artificiale con quella naturale, proveniente dall’affaccio sulla Fondamenta Giustinian.
guttus-imbuto-askos-rython-Qui, innanzitutto, un’originale “onda del tempo”, scandita da circa cinquanta opere scelte dall’età romana al Novecento, introduce nel mondo del vetro, esemplificando in maniera suggestiva le tappe salienti della storia vetraria di Murano e le evoluzioni tecnico-stilistiche che l’hanno accompagnata. Perché l’arte del vetro è un connubio magico di creatività e tecnica, una difficile simbiosi tra ideazione artistica, abilità artigianale, capacità quasi alchemica nella costruzione di composti chimici unici e conoscenza di una materia sfuggente e imprevedibile. Ingredienti che ben vengono esplicitati lungo tutto il percorso museale grazie a totem informativi e a contenuti video, realizzati con la collaborazione delle vetrerie dell’isola e dei maestri vetrai.
Ma con il suo open space e i sette metri d’altezza, il nuovo volume è anche destinato a ospitare, al piano terra, mostre ed eventi temporanei: primo fra tutti, dal 9 febbraio al 30 maggio, un sentito tributo – con una selezione di opere bianche e nere – a quel magico scultore del vetro che fu il muranese Luciano Vistosi, scomparso nel 2010 dopo anni di successi internazionali ottenuti grazie a sculture fortemente plastiche, dinamiche, imponenti, capaci soprattutto di catturare la luce.
Il percorso vero e proprio si dipana al primo piano nobile, ove il Museo propone la sua eccezionale collezione, con il riallestimento e il nuovo progetto illuminotecnico, attraverso aree tematico-cronologiche.
L’ingresso di forte impatto è sul sontuoso salone centrale, o portego, con l’affresco allegorico del soffitto, realizzato da Francesco Zugno, restaurato per l’occasione. Il grande ambiente è stato intitolato agli antichi Maestri muranesi, spesso anonimi, ed è espressione della produzione vetraria dal Trecento a tutto il Seicento: la golden age del vetro di Murano.
Furono quelli gli anni in cui l’abilità delle fornaci veneziane raggiunse fama in tutta Europa grazie alle innovazioni tecnologiche e di lavorazione: anni in cui a Venezia Angelo Barovier ottenne una sostanza pura chiamata “cristallo”; in cui fu introdotta la decorazione graffita a punta di diamante (intaglio) e vennero inventati il “vetro ghiaccio”, la lavorazione a filigrana, la tecnica a “mezza stampatura”. Tantissime sono le opere eccezionali qui esposte, i manufatti con stemmi dogali o papali, creazioni famose come il Cesendello decorato a embrici e oro – caratteristica lampada pensile foggiata su modelli orientali – e pezzi unici quale la celeberrima Coppa “Barovier”, databile tra il 1470 e il 1480, uno dei vetri più antichi al mondo tra quelli decorati a smalti policromi fusibili.
Dal salone, prima di proseguire verso i manufatti del XVIII secolo, si può accedere a una sorta di “antro”, una parentesi dedicata ai vetri d’epoca romana, presi a modello dai vetrai muranesi all’avvio della produzione isolana e capaci di ispirare designer e artisti ancora nel Novecento. Nella sala dedicata a “Le origini”, nicchie illuminate dall’interno rivelano – come dalle profondità della terra – gli antichi vetri rinvenuti negli scavi e nelle necropoli di Enona, Asseria e Zara, mentre lungo le pareti sono allineate antichissime olle funerarie.
Seguono le mode e la creatività del Settecento, con il complesso Trionfo appartenuto alla famiglia Morosini, gli originalissimi fixés sous verre, che presentano scene d’ambiente veneziano alla maniera di Pietro Longhi, e alcuni notevoli specchi muranesi: una vera eccellenza della produzione dell’isola, ambita quanto inimitabile all’estero, richiedendo per le creazioni più imponenti il lavoro di ben cinque maestri.
La sala dedicata al “Gusto della mimesi” tra Sette e Ottocento, con i soffiati in calcedonio, i famosi lattimi e la “stravagante” e “fallace” avventurina, segna il ritorno al vetro non trasparente; mentre nel soppalco, che inaspettato si affaccia sul volume delle Conterie grazie a una grande vetrata, non poteva mancare un focus sulle perle veneziane e le murrine. Si possono ammirare qui le murrine Franchini, le già citate conterie, ma anche le perle a lume e i campionari di fine XIX secolo: una collezione importantissima e mai inserita prima d’ora nel percorso museale.
Il periodo “buio” del vetro a Murano è rievocato attraverso vetri, arredi e dipinti che richiamano il gusto mitteleuropeo d’inizio Ottocento e il dilagare in laguna di manufatti boemi, favorito dall’imposizione da parte del governo asburgico di dazi sulle importazioni di materie prime e sulle esportazione delle produzioni locali.
Tra Otto e Novecento, finalmente, la “rinascita”.
Tra i protagonisti, Pietro Rigaglia che riprende la produzione a filigrana, e Antonio Salviati che nel 1866 dà vita a una fornace di soffiati a Murano presentando, l’anno successivo all’Esposizione universale di Parigi, più di cinquecento tipi diversi di vetri.
Infine il XX secolo, con le creazioni geniali di Vittorio Zecchin, Archimede Seguso, Alfredo Barbini, Carlo Scarpa, Napoleone Martinuzzi – di cui il Museo espone anche un nucleo di opere degli anni Venti ricevute in donazione – e di tanti altri artisti che, assieme a straordinari maestri vetrai capaci di plasmare la materia, hanno aperto la strada alla modernità.
Prima di lasciare il Museo, di nuovo al piano terra, ecco infine una “finestra” sul design moderno e contemporaneo in una sala intitolata a Marie Angliviel de la Beaumelle, poi Brandolini: la creatrice dei famosi goti, recentemente scomparsa, che la Fondazione Musei Civici di Venezia vuole ricordare in quanto esempio di artista non italiana che ha trovato nel vetro di Murano il suo mezzo espressivo contribuendo alla sua rinomanza internazionale.
Qui, grazie all’allestimento volutamente flessibile, potranno essere esposte opere della collezione del Museo attualmente conservate nei depositi, esibiti lavori di giovani artisti, ospitate selezioni delle più significative produzioni attuali dell’isola. Perché il Museo del Vetro, soprattutto ora, con l’atteso ampliamento degli spazi, mira a mantenere vivo il rapporto con la realtà vetraria muranese, con i suoi protagonisti, le loro creazioni, i successi e i momenti di crisi, proponendosi – secondo la volontà dell’abate Vincenzo Zanetti che lo istituì – quale stimolo e punto di riferimento per maestri vetrai e aziende: memoria storica, documentazione di un universo misterioso e affascinante per quanti si avvicinano a esso per la prima volta, ambasciatore nel mondo di un’arte unica e preziosa. Le collaborazioni internazionali, le grandi mostre temporanee, i progetti e i concorsi serviranno anche a questo per un museo che sempre più proporrà suggestive relazioni e dialoghi con l’insieme delle collezioni della Fondazione Musei Civici di Venezia: pittura, scultura, arredi, costumi, materiali d’archivio.
Già con la riapertura, nel giardino del Museo si potrà ammirare una gigantesca scultura di Pietro Consagra, Muraglia Rosso Verona e Nero Atlantide datata 1977 (marmo, 330 x 280 x 56 cm), appartenente alla collezione Walter Fontana e concessa in deposito a lungo termine alla Fondazione. Un’opera che in questo luogo, accanto al muro delle ex Conterie, assume una straordinaria forza espressiva.

Info:
Sede: Museo del Vetro, Fondamenta Giustinian, 8 – 30141 Murano (Venezia)
Orario: dal 1 aprile al 31 ottobre, 10.00-18.00 (biglietteria 10.00/17.00)
dal 1 novembre al 31 marzo, 10.00 – 17.00 (biglietteria 10.00-16.00)
aperto tutti i giorni, escluso 25 dicembre, 1 gennaio e 1 maggio
Vaporetto: Linea 4.1/4.2/3-fermata Murano Museo
www.visitmuve.itinfo@fmcvenezia.it
call center 848082000 (dall’Italia) – +3904142730892 (dall’estero)
www.facebook.com/visitmuve – twitter.com/visitmuve_it
BIGLIETTI: Intero 10,00 euro; Ridotto 7,50 euro, ragazzi da 6 a 14 anni; studenti* dai 15 ai 25 anni; accompagnatori (max. 2) di gruppi di ragazzi o studenti; cittadini over 65; personale* del Ministero per i Beni e le Attività Culturali; titolari di Carta Rolling Venice; soci FAI; Gratuito: residenti e nati nel Comune di Venezia; bambini 0/5 anni; portatori di handicap con accompagnatore; guide autorizzate e interpreti turistici* che accompagnino gruppi; 1 gratuità ogni 15 biglietti previa prenotazione;membri I.C.O.M; Volontari Servizio Civile; partner ordinari MUVE; possessori MUVE Friend Card; membri Venice International Foundation – *è richiesto un documento.

PORTICI (Na). Ercolano ospiterà il nuovo museo progettato da R. Piano e finanziato da Packard.

ercolano aUn nuovo gioiello architettonico, sta per nascere a ridosso degli scavi di Ercolano per mano del grande architetto genovese, Renzo Piano.
Si tratta del nuovissimo museo archeologico di Ercolano, al cui interno verranno esposti mobili e ori conservati  nei depositi. Un’attività in corso da mesi che si sta svolgendo nel riserbo più assoluto, a partire dallo stesso Ministro Franceschini che ha chiesto espressamente di mantenere il silenzio.
Il progetto rappresenta uno dei principali sogni di mister David W. Packard, figlio di uno dei fondatori di Hewlett-Packard, il quale ha investito 16 milioni di euro nel progetto Ercolano. Il mecenate californiano, ex professore di latino e greco, ogni volta che visitava gli scavi, esprimeva il desiderio di realizzare il museo all’interno di quegli spazi. Da li è nato l’incontro del presidente del Packard Humanities Insitute, che ha sede a Los Altos in California, con il grande architetto genovese, che negli Stati Uniti ha realizzato alcune delle sue opere più significative, come il Resmick Pavillon a Los Angeles (2010) o il Whitney Museum at Gansevoort di New York, a Manhattan, sulle rive dell’Hudson, che sarà inaugurato il primo maggio prossimo.
Il museo ospiterà i reperti attualmente presenti nei depositi, tra cui grandissima importanza rivestono i reperti organici che si sono conservati grazie al particolare microclima creatosi nei depositi eruttivi che hanno seppellito la città antica. Non solo cibo, reti, cesti, alberi, travi ma anche i gioielli in oro rinvenuti tra il 1980 e il 1984 sugli scheletri dei trecento ercolanesi rinvenuti in procinto di salpare dal porto per fuggire dalla città ormai in preda alla distruzione operata dal Vesuvio nel 79 d.C.

Fonte: www.quotidianoarte.it , 22 gen 2015