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VENEZIA Le Gallerie dell’Accademia inaugurano due nuove sale.

63 opere, molte mai esposte prima, alcune appena restaurate e due nuove acquisizioni che vanno a completare il percorso espositivo al pianterreno. Una maxi operazione culturale resa possibile dalla collaborazione fra pubblico e privato. È quanto è successo alle Gallerie dell’Accademia di Venezia con l’inaugurazione di due nuove sale.
Secondo quanto riportato dal presidente Roberto Cicutto, la Biennale di Architettura conta a oggi il 16,5% di ingressi in più rispetto all’edizione pre-Covid del 2018. I dati raccolti dall’Osservatorio Turistico Regionale del Veneto sul primo semestre del 2021 registrano una flessione nelle presenze in laguna rispetto al 2020.
A uno sguardo più attento ci si accorge tuttavia che a essere in calo sono i visitatori provenienti dall’Italia e dall’Europa, mentre sono in aumento quelli che arrivano dagli Stati Uniti e dai Paesi asiatici. Un dato interessante, se si pensa alle limitazioni negli spostamenti ancora in vigore e al fatto che, globalmente, la pandemia sembra tutt’altro che in recessione.
I numeri sembrano suggerire una generale seppur timida ripartenza per la Laguna, dopo i lunghi mesi di chiusura che hanno stremato l’economia di una città che ha fondato la propria fortuna sul turismo. Secondo il Governatore Zaia e l’Assessore al Turismo Venturini, Venezia starebbe vivendo una sorta di nuovo “rinascimento”, di cui l’ampliamento delle Gallerie dell’Accademia è un chiaro segnale.
venezia 2Al di là della retorica, se di rinascita si vuole parlare, a Venezia questa non può essere disgiunta dalla valorizzazione e dalla tutela del suo straordinario patrimonio artistico e culturale. In questo senso, il fatto che la più importante collezione d’arte veneta al mondo possa disporre di due nuovi ambienti per colmare quella che era una lacuna nel percorso espositivo – ossia la produzione pittorica della scuola locale fra Sei e Settecento – è una notizia gradita a tutti, turisti e non. Non solo perché va a grande vantaggio dell’allestimento scientifico del museo, ma soprattutto perché rende nuovamente fruibili opere rimaste a lungo nei depositi, o per mancanza di spazio o perché talmente danneggiate da dover essere restaurate prima di venire esposte.
L’operazione fa parte di un generale ripensamento e ampliamento del museo, che aveva già portato nel 2015 all’apertura delle prime cinque sale del piano terra, proseguito nel 2019 con l’inaugurazione dell’area dedicata al Rinascimento nell’ala palladiana. Come sottolinea il Direttore delle Gallerie, Giulio Manieri Elia, il restauro degli ambienti e delle opere ora esposte è stato reso possibile grazie alla straordinaria mole di professionisti e competenze messe in campo.
230 metri quadrati di superfici pittoriche restaurate, 330 metri lineari di cornici ripristinate o realizzate ex novo, 12 ditte di restauro coinvolte per un totale di almeno 31 restauratori altamente formati attivi nel progetto. Alla faccia di chi sostiene, per usare un altro po’ di retorica, che “con la cultura non si mangia”.
Originariamente adibiti a deposito, in seguito utilizzati per le lezioni dell’Accademia di Belle Arti, i due monumentali saloni vanno a completare il percorso che dal Seicento all’Ottocento si snoda attraverso le 13 sale complessive del pianterreno. L’allestimento dei due nuovi ambienti è il tassello finale di un puzzle funzionale a far comprendere meglio l’evoluzione della scuola pittorica locale.
La sala 5 infatti è dedicata alla pittura seicentesca ecclesiastica di grande formato, per mano di artisti “foresti” giunti a Venezia. Opere come la Strage degli Innocenti del fiorentino Sebastiano Mazzoni o l’ovato di Padovanino Parabola delle Vergini sagge e delle Vergini stolte – il primo appena acquisito e l’altro appena restaurato – testimoniano le innovazioni introdotte da pittori stranieri in una tradizione artistica, quella veneziana, poco incline al cambiamento.
Le colossali pale di Pietro da Cortona, Daniele nella fossa dei Leoni, e Luca Giordano, Deposizione di Cristo dalla Croce, raccordano questa sala all’attigua poiché contribuiscono all’affermarsi in laguna di alcune tendenze stilistiche che si propagheranno per tutto il secolo successivo: il gusto barocco per la decorazione nel primo caso, l’uso di tonalità cupe e forti contrasti chiaroscurali tipici del tenebrismo nel secondo.
Nella sala 6 la struttura a navate è utilizzata per raccogliere i dipinti in nuclei tematici. A sinistra troviamo la pittura di paesaggio di Ricci, Zais e Zuccarelli; al centro, in un ambiente raccolto, gli interni di Longhi e le scanzonate, forse un po’ provocatorie, scene di genere di Piazzetta e Giuseppe Angeli.
L’infilata destra è dedicata alla pittura storica: dall’appena restaurata Giuditta e Oloferne di una delle rarissime artiste donne del periodo, Giulia Lama, passando per quattro mitologie giovanili tiepolesche, si arriva al capolavoro del Castigo dei serpenti, dipinto da Tiepolo fra il 1732 e il 1734. La tela, che supera i 13 metri di lunghezza, è un susseguirsi di corpi umani e animali avvinghiati, di movimenti concitati, di tentativi inutili di scampare alla punizione divina. Il restauro appena concluso ha colmato le numerose lacune, restituendo al dipinto tutta la sua potenza espressiva.
L’intera operazione di restauro delle sale e delle opere è stata resa possibile grazie al supporto di enti e fondazioni private. Venetian Heritage, un’organizzazione non profit che dal 2015 collabora con le Gallerie, ha destinato oltre mezzo milione di euro al restauro delle sale Selva-Lazzari e delle opere di Tiepolo, Piazzetta e Giordano, a cui si somma il sostegno della Borsa Italia per il dipinto di Giulia Lama e il supporto di iGuzzini per la realizzazione della nuova illuminazione a LED dei due ambienti.
Questa capacità di attivare reti collaborative fra pubblico e privato dimostra “quanto siano cambiate le cose all’indomani della riforma dei musei del 2014, che li ha dotati di autonomia giuridica e amministrativa, e dell’introduzione dell’Art Bonus, uno dei migliori incentivi fiscali al mecenatismo in Europa”, sottolinea il Ministro della Cultura Franceschini.
“All’inizio si pensava che collaborare con i privati nella gestione e nella valorizzazione del patrimonio artistico-culturale significasse dissacrarlo”, svenderlo a chi fosse in grado di trarne profitto, continua il Ministro. È necessario abbattere queste barriere ideologiche per tutelare un patrimonio che rimane di tutti solo nella misura in cui è gestito, conservato e maneggiato da professionisti. E la professionalità richiede risorse.
“Con l’Art Bonus abbiamo raccolto in questi anni circa 500 milioni di donazioni”, conclude Franceschini, “ma non è ancora abbastanza. L’articolo 9 della Costituzione sancisce la tutela del patrimonio artistico come principio fondamentale della Repubblica. Ma è una cosa che spetta a tutti, non solo allo Stato”.
E se fosse il mecenatismo una delle chiavi per la ripartenza? Allora forse si potrebbe veramente parlare di un nuovo “rinascimento”. Questa volta senza retorica.

Autore: Irese Bagnara

Fonte: www.artribune.com, 4 sett 2021

CITTADELLA (Pd). All’interno delle mura medievali, il nuovo Museo del Duomo.

Il Museo del Duomo di Cittadella (Pd) riapre i battenti, in veste totalmente rinnovata e in nuovi spazi.
Sorge contiguo al Duomo e congloba anche quanto rimane della precedente chiesa medioevale, con i suoi preziosi affreschi.
Il Museo, voluto dalla Parrocchia del Duomo, viene inaugurato dopo un lungo percorso e vari stralci di lavori, che hanno visto in passato l’apporto del Mibact, e in quest’ultima fase quello fondamentale della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e del Comune di Cittadella.
Ora il Museo del Duomo apre al pubblico offrendo emozioni vere pur nel numero contenuto delle opere allineate sulle pareti o inserite nelle bacheche.
L’allestimento è stato affidato allo studio dell’architetto Gianni Toffanello che, in accordo con l’Ufficio diocesano per i Beni culturali e il Museo diocesano di Padova, ha selezionato alcune tra le opere raccolte lungo i decenni precedenti, inserendole in un percorso di arte, storia e teologia.
La scelta dei curatori è stata precisa: privilegiare la qualità sulla quantità, per offrire pitture e sculture – ma anche esempi di arti applicate – che risultino effettivamente “eccezionali” per livello o per significato.
In primis la grandiosa Cena in Emmaus, capolavoro datato 1537 di Jacopo da Ponte detto Bassano e, poco discosta una Flagellazione (fine XVI secolo) di particolare intensità già attribuita a Palma il Giovane ma più verosimilmente riconducibile ad Andrea Vicentino.
Ma basterebbe la grande tempera su tavola raffigurante il Compianto sul Cristo morto, capolavoro della pittura veneta di metà Quattrocento, attributo da Federico Zeri ad Andrea da Murano, per giustificare una visita al nuovo Museo del Duomo.
Proviene dall’antica chiesa abbaziale il Sant’Antonio Abate (XV secolo) in pietra di Vicenza con tracce dell’antica originale policromia. È un’opera di solida potenza espressiva, che richiama i secoli in cui sorse Cittadella, città murata medievale tra le più belle al mondo, che aveva ed ha la chiesa al centro dell’elisse delle sue alte mura (oggi percorribili lungo i quasi due chilometri del Camminamento di Ronda).
L’attuale chiesa è di epoca neoclassica, ma quella primitiva non è scomparsa e conserva architetture e soprattutto preziosissimi affreschi di età medievale: una duecentesca Madonna con il Bambino e Santa Margherita, una Crocifissione trecentesca di sapore giottesco, i monumentali Sansone e Golia e quel che rimane di un ciclo affrescato da Jacopo Bassano tra il 1537 e il 1539. Testimonianze d’arte e di storia che fanno parte del percorso museale proposto al visitatore negli attigui spazi aperti al culto.
Nelle sale del Museo, tra gli altri “pezzi” di grande rilievo, spiccano le sculture lignee, tutte di epoca tardo medievale o rinascimentale: il busto policromo di una Vergine Annunciata, il mistico Crocifisso processionale quattrocentesco, sempre in legno intagliato e policromo, il San Rocco e il San Sebastiano cinquecenteschi….
Tra gli esemplari di arti applicate si trovano il rarissimo Parato in terzo, impreziosito da ricami di raffinata fattura (sec. XVI); il reliquiario quattrocentesco opera di Bartolomeo da Bologna; lo Stendardo processionale dedicato a san Girolamo; il maestoso Apparato per le Quarant’ore, in legno intagliato e dorato, che domina una delle sale del nuovo Museo.
«In queste sale si intrecciano due storie», sottolinea mons. Luca Moretti, arciprete del Duomo. «Una antica, che parte dal 1220 e racconta di opere d’arte belle e importanti. Una più recente, fatta di passione e volontariato, che ha ridato luce e splendore alla storia antica. Chi visita il museo può in qualche modo entrare in contatto con queste due storie. Con chi ha avuto la fortuna di costruire, abbellire, ornare, curare la nostra chiesa. E con chi ha ereditato un compito forse meno affascinante, ma non meno importante: custodire e tramandare quanto di bello e prezioso ha ricevuto. Credo questo sia il compito del nostro tempo».

Info:
Sabato: 17.00 – 19.00 (orario estivo)
Domenica e Festivi: 10.00 – 12.00 / 17.00 – 19.00 (orario estivo)
Su prenotazione: sempre, per gruppi di almeno 10 persone
Giorni di chiusura: 25 dicembre e 1 gennaio
Ingresso: intero: 5 euro – ridotto: 3 euro
Con il biglietto del Museo del Duomo si avrà la riduzione per l’accesso al Camminamento di Ronda sulle Mura di Cittadella e viceversa.
tel. 049 9404485, cittadella@historiatravel.it, www.museoduomocittadella.it
Ufficio Stampa:
Studio ESSECI, Sergio Campagnolo tel 049.663499 gestione2@studioesseci.net (Simone Raddi)
Ufficio Stampa della Diocesi di Padova – Sara Melchiori – ufficiostampa@diocesipadova.it 347 3367977

PARIGI. Il Museo Louvre mette online l’intera collezione. Quasi 500.000 opere.

Se non sapete come trascorrere la Pasqua, tra regioni rosse e divieti draconiani, il Louvre potrebbe avere la soluzione per voi. L’intera collezione del museo parigino, composta da oltre 482mila pezzi, è infatti online per la prima volta su un nuovissimo sito web. Progettato sia per i ricercatori sia per gli amanti dell’arte, il database collections.louvre.fr contiene, oltre alle opere del Louvre, quelle del Musée National Eugène-Delacroix, le sculture dei giardini delle Tuileries e del Carrousel e le opere recuperate dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Il sito, che verrà aggiornato regolarmente dagli esperti del museo, offre diversi modi per approfondire le collezioni: ricerche semplici o avanzate, voci smistate per dipartimento curatoriale e album a tema. Una mappa interattiva aiuta i visitatori a preparare o proseguire la visita e consente di esplorare il museo stanza per stanza, e tutte le informazioni sono disponibili in francese, inglese, spagnolo e cinese.
“Oggi, il Louvre sta rispolverando i suoi tesori, anche i meno conosciuti“, ha annunciato il suo presidente, Jean-Luc Martinez. Solo circa 30mila di questi manufatti erano accessibili al pubblico sul vecchio sito, visitato 21 milioni di volte solo nel 2020. “Per la prima volta chiunque può accedere gratuitamente all’intera collezione di opere da computer o smartphone, siano esse in mostra al museo, in prestito, anche a lungo termine, o in deposito. Lo straordinario patrimonio culturale del Louvre è ora tutto a portata di clic! Sono certo che questo contenuto digitale ispirerà ulteriormente le persone a venire al Louvre per scoprire di persona le collezioni“, ha concluso.
La Francia è stata spesso accusata di essere lenta nella restituzione delle opere saccheggiate dai nazisti: anche per questo il Louvre ha ingranato la quarta per stabilire la provenienza di alcuni dei manufatti che custodisce, frutto di saccheggi nazisti e coloniali. Queste opere, tenute in carico dal secondo dopoguerra in assenza di un legittimo proprietario riconosciuto (o dei suoi discendenti), sono raggruppate nelle due gallerie dei “Musées Nationaux Récupération”, o MNR, aperte nel 2017 per incentivare i reclami. Non si parla di cose da poco: tra i quasi 1.800 pezzi recuperati in Germania ci sono dipinti di Chardin, Delacroix e Corot. La ricerca sulla provenienza di questi manufatti, e di quelli di origine coloniale il cui acquisto regolare non sia certificato, è “senza dubbio la principale questione che i musei devono affrontare nei prossimi anni per mantenere la loro credibilità“, ha sottolineato Martinez, che spera con questo nuovo sforzo sia di perfezionare l’immagine pubblica del Louvre, sia di ottenere per sé un nuovo mandato di direzione in previsione della sua imminente scadenza.

Autore: Giulia Giaume

Fonte: www.artribune.com, 21 mar 2021

ROMA. Galleria Colonna, una collezione di capolavori.

La Galleria Colonna offre talmente tanti stimoli da poter soddisfare pubblici diversi. È lo spettacolo del Barocco su un palcoscenico di prestigio, difficile trovare qualcosa di simile. Come comunicare all’esterno la ricchezza, varietà, unicità di questa collezione privata e richiamare nuovi visitatori? Abbiamo intervistato Patrizia Piergiovanni, responsabile della Galleria Colonna, per scoprire alcuni segreti di una formula che non si adagia sulla straordinarietà delle opere e del contesto ma, attenta alle nuove tecnologie e ai nuovi media, mira ad allargare il bacino di diffusione e di conoscenza dei suoi contenuti.
La-Sala-del-Baldacchino.-Palazzo-Colonna-RomaQuando si deve gestire la comunicazione di una delle gallerie di quadri più affascinanti al mondo, non solo per la ricchezza della collezione ma per la straordinarietà della storia e del contesto, si potrebbe peccare di retorica. Qual è secondo te la giusta strategia da adottare?
Sono sempre a favore della semplicità. Il primo aspetto imprescindibile è avere sempre chiaro a chi ci stiamo rivolgendo. Occorre una comunicazione di tipo divulgativo, comprensibile da tutti e non soltanto dagli addetti ai lavori.
Cosa senti di aver apportato con il tuo lavoro a questo posto unico e delicato? Mi vuoi parlare della comunicazione così dinamica e attuale che promuovi sui social?
Ritengo che nell’era della globalizzazione la comunicazione attraverso i canali digitali sia di fondamentale importanza. In due anni abbiamo raggiunto oltre 16mila follower sulla nostra pagina Instagram. Per noi si tratta soprattutto di persone e non di numeri. Durante il periodo del lockdown della scorsa primavera, abbiamo creato il progetto Racconta il tuo Museo per mantenere costante il contatto con i visitatori. È stata straordinaria l’adesione, siamo arrivati a pubblicare 43 interventi, video o podcast, delle vere e proprie “pillole d’arte”, coinvolgendo non solo qualificati addetti ai lavori ma anche giovanissimi studenti.
Qual è l’importanza delle nuove tecnologie e di social quali Instagram per musei e gallerie di elevato spessore (per storia e proposte espositive), secondo il tuo parere?
È fondamentale. L’importante è veicolare sempre dei contenuti di qualità. Non si può fare “copia e incolla”, bisogna optare per una comunicazione snella ed efficace. Mi sto incuriosendo sempre più e continuo ad apprendere dai giovani che sono esperti professionisti del settore.
Avete aperto da pochi anni il Padiglione Pio, dedicato alla Principessa Donna Sveva Colonna, quali sono i punti di forza del Casino a parte gli incredibili arazzi di manifattura del Gobelins?
Questa inaugurazione mi riempie di orgoglio. Nonostante sia un’ala di dimensioni contenute rispetto agli spazi monumentali a cui siamo già abituati (la grandiosa Galleria Colonna e l’appartamento rinascimentale della Principessa Isabelle), è di elevato pregio artistico. Le volte sono decorate con affreschi della fine del XVI secolo, a fondo oro, ispirati alle stanze di Raffaello in Vaticano, gli arazzi raffiguranti le Battaglie di Alessandro Magno (XVII secolo) derivano dai dipinti straordinari del pittore e decoratore francese Charles Le Brun, personaggio di spicco alla corte del Re Sole.
Considerando la splendida volta dipinta dal Pinturicchio, il ciclo politico, gli episodi di virtù femminili, cosa consideri più interessante dei soggetti iconografici e cosa dell’apparato figurativo in generale?
È difficile scegliere un particolare soggetto iconografico, gli affreschi della volta nel loro insieme costituiscono un capolavoro assoluto. L’aspetto che trovo più straordinario è il fatto che, nei secoli successivi, le decorazioni si siano sempre integrate con quelle preesistenti senza mai distruggere nulla. La vera essenza del mecenatismo artistico.
Quale sala trovi più preziosa tra quelle degli appartamenti di Isabelle?
È arduo scegliere. Se ti rispondo di getto, ti direi il Salottino Rosa, con la predominante di autori fiamminghi del Cinque/Seicento, in particolare, mi perdo nei dettagli miniaturistici che riesce a creare il talentuoso Jan Brueghel il Vecchio nei suoi magnifici rametti con scene di soggetti infernali. Se considero l’importanza artistica, non posso non considerare il Pinturicchio e l’anta del Polittico del ferrarese Cosmè Tura nella Sala della Fontana. Lo stesso ragionamento vale per la collezione più importante al mondo delle Vedute dell’olandese Vanvitelli, nella sala omonima. Ma anche il mare in tempesta che dipinge Pieter Mulier nella sala che prende il suo nome, la Sala del Tempesta, per l’appunto.
La-Sala-della-Cornucopia.-Palazzo-Colonna-RomaQuale capolavoro consideri la gemma della collezione, nonostante non sia ancora riconosciuto come tale?
Ritengo che tutta la collezione del Settecento non sia tenuta nella giusta considerazione. Questo è inevitabile dal momento che le opere rinascimentali e dell’età barocca sono dei capolavori sommi. Nello specifico, le due tele di soggetto mitologico di Andrea Locatelli (in collaborazione con il pressoché sconosciuto Giuseppe Tommasi), raffiguranti la Nascita di Bacco e La Nascita di Giove, in prima tela, sono straordinari. Fermatevi ad ammirarli quando tornerete in visita. Si trovano nel Salottino Rosa.
La collaborazione tra Carlo Maratta e Gaspard Dughet nel Paesaggio con Giudizio di Paride e ritratti en travesti di Lorenzo Onofrio Colonna come Paride e Maria Mancini come Venere ci raccontano di un periodo florido della famiglia e di questi due personaggi ? Maria Mancini, nipote del cardinale Mazzarino ? soliti dare feste memorabili e mascherate carnevalesche. Vuoi raccontarmi qualche episodio? A quali personalità della famiglia Colonna ti senti idealmente più connessa?
Hai toccato un argomento a me davvero molto caro. Mi sono occupata del cardinale Mazzarino varie volte nei miei studi e ho evidenziato come la sua ascesa e la sua incredibile carriera si siano generate anche grazie all’intermediazione dei Colonna.
Sono molto affascinata dalla figura di sua nipote, Maria Mancini. Donna di straordinaria bellezza e intelligenza, colta, è grazie a lei che il palazzo divenne il fulcro delle sontuose feste barocche nel secondo Seicento, dopo il matrimonio con il principe Lorenzo Onofrio Colonna.
I personaggi che amava interpretare durante i vari festeggiamenti erano le maghe celebri per le loro doti magiche e per la loro avvenenza, tipo Circe o Armida (l’eroina della Gerusalemme Liberata). Ma la sua preferita era Venere, dea dell’Amore. Nel quadro a cui fai riferimento, il principe troiano Paride (che si narrava fosse il mortale più bello) altri non è che suo marito Lorenzo Onofrio, ritratto mentre consegna il pomo d’oro a Venere/Maria.
Nella Galleria Colonna si può apprezzare una testimonianza veramente pregevole dell’attività artistica di una donna: l’autoritratto su carta applicata su tavola di Sofonisba Anguissola. Quali sono le protagoniste non solo della collezione ma della famiglia Colonna che credi abbiano lasciato un segno indelebile del loro passaggio?
Ci vorrebbe una giornata intera per rispondere a questa domanda. Moltissime. Ognuna a modo suo. A partire da Vittoria Colonna, musa ispiratrice di Michelangelo, i due si scambiarono rime e poesie straordinarie, nutrendo una stima e un affetto reciproco, sconfinato. La dama pittrice, Sofonisba Anguissola, a cui hai fatto riferimento, è una delle gran donne del Rinascimento. La nostra opera è straordinaria, firmata e datata 1558, un anno prima del suo debutto alla corte di Spagna di Filippo II, quale dama di compagnia della sua terza moglie Isabella di Valois. Sono molto affezionata a quest’opera. Ho avuto l’onore di poterne parlare in una conferenza all’Auditorium del Museo del Prado nel novembre del 2019, 400 persone rimaste ad ascoltarmi in assoluto silenzio per due ore di fila. Un sogno. Sofonisba se lo merita assolutamente. Eravamo presenti alla straordinaria mostra su Sofonisba e Lavinia Fontana, organizzata nell’ambito delle celebrazioni per il Bicentario del museo.
Ma tantissime altre protagoniste sono fondamentali. Per rimanere sintetiche, direi che la protagonista assoluta del Novecento, con cui il Palazzo è tornato ai fasti antichi, è la nonna degli attuali principi, la principessa Isabelle Sursock Colonna. Tra le tante iniziative mirabili e lungimiranti, fece murare le opere in sale nascoste per proteggerle durante La Seconda Guerra Mondiale dall’attacco dei nazisti. Se non ci fosse stata lei, chissà cosa sarebbe potuto succedere.
Il paesaggio è il protagonista in alcune stanze degli appartamenti di Isabelle.
Jan Brueghel il Vecchio, Giovanni Francesco Grimaldi, Andrea Locatelli, van Bloemen, Jan Soens, van Lint, il Civetta, Paul Bril ci trasportano in incanti naturali, onirismi fiamminghi, ambientazioni selvatiche e notturni mozzafiato ? per non parlare dell’impressionante Enea condotto agli Inferi dalla Sibilla Cumana. Quali sono i capolavori imprescindibili e a quali quadri ti senti più affezionata, anche considerando la tua ricerca personale?
In parte ho già anticipato la risposta. Gli autori fiamminghi mi affascinano. Mi riportano alla passione di gioventù, quando per la tesi di laurea ho trascorso un tempo indimenticabile tra Bruxelles e Anversa. Amo Jan Brueghel il Vecchio, ma anche Maerten de Vos fino a Rubens e van Dyck.

Info: www.galleriacolonna.it

Autore: Giorgia Basili

Fonte: www.artribune.com, 3 gen 2021

FIRENZE. Il nuovo allestimento della Sala del Beato Angelico al Museo di San Marco.

I suoi affreschi custodiscono il silenzio della preghiera perché la profonda spiritualità della sua pittura è percorsa da una luce quieta che ci restituisce l’eleganza di figure espressive che racchiudono la bellezza della fede. Sedici capolavori di Beato Angelico, “eccellente pittore” e “ottimo religioso”, come lo definì Giorgio Vasari, tornano al pubblico grazie ad una rinnovata esposizione: la nuova “Sala del Beato Angelico” del Museo di San Marco è stata interamente riallestita grazie alla disponibilità dei Friends of Florencee questo prestigioso intervento chiude idealmente le celebrazioni per i 150 anni del Museo.
3-Riallestimento-Sala-del-Beato-Angelico-a-FirenzeLe opere seguono oggi una coerente successione cronologica e il nuovo allestimento cambia radicalmente rispetto a quello realizzato nel 1980 dall’allora direttore Giorgio Bonsanti, grazie alle nuove strutture e a una illuminazione tecnologicamente aggiornata.
“Il nuovo allestimento”, sottolinea Angelo Tartuferi, direttore del Museo di San Marco, “riporta alla ribalta internazionale l’incomparabile nucleo di dipinti angelichiani, finalmente con un’illuminazione adeguata, che susciterà la meraviglia anche da parte degli studiosi. La visita è arricchita nei contenuti da didascalie e pannelli in italiano e in inglese, che presentano anche le ricostruzioni dei complessi pittorici originari, illustrando le loro parti oggi conservate in altri musei in Italia e all’estero. Questi apparati offrono al visitatore anche la misura della notevole dispersione che purtroppo ha interessato la vasta produzione del grande maestro”.
2-Riallestimento-Sala-del-Beato-Angelico-a-FirenzeTanti i capolavori che si aprono ai visitatori a partire dalla Deposizione dalla Croce, eseguita per la cappella di Palla Strozzi, che si più ammirare all’inizio del percorso espositivo, fino al Giudizio finale, al trittico per la Compagnia di San Francesco in Santa Croce, ultimato intorno al 1430, per continuare con opere come la pala di Annalena, la pala di San Marco, il Tabernacolo dei Linaioli, e dipinti di dimensioni minori, come le tavole dell’Armadio degli Argenti, le raffinatissime predelle o i reliquari.
“Adesso tutti potranno vedere le opere del Beato Angelico con un allestimento che esalta la maestria dell’artista in modo straordinario” precisa Simonetta Brandolini d’Adda, Presidente di Friends of Florence.
Riallestimento-Sala-del-Beato-Angelico-a-FirenzeNel museo di San Marco non resta che osservare la raffinatezza delle sue opere che ancora oggi ci restituiscono tonalità vivaci, perfezione tecnica e l’indole delicata di uno dei più grandi maestri del primo rinascimento.

Autore: Anna Amoroso

Fonte: www.artribune.com, 3 gen 2020