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SAN SEVERINO MARCHE (Mc). Apre nelle Marche il MARec – Museo dell’Arte Recuperata. Con le opere portate in salvo dal sisma.

E’ stato inaugurato a San Severino Marche il Museo dell’Arte Recuperata (MARec), il nuovo museo dell’Arcidiocesi di Camerino e San Severino Marche destinato alla raccolta e alla salvaguardia delle opere d’arte salvate dalle chiese rese inagibili dal sisma che ha colpito il territorio nel 2016. In attesa che possano fare ritorno nelle loro originarie sedi, le opere torneranno così fruibili dalla collettività, per un progetto di esposizione temporanea che riconsegna alla popolazione locale una parte importante del suo patrimonio storico-artistico. Alla cerimonia di inaugurazione del MARec parteciperà inoltre il critico Vittorio Sgarbi.
Il museo sorge all’interno del palazzo vescovile di San Severino Marche, noto anche come palazzo Scina Gentili, edificio la cui costruzione risale al 1590 e che ha subito ingenti danni a causa del sisma del 1997. Consolidato e restaurato, è rimasto indenne al sisma del 2016, motivo per cui è stato scelto dalla Soprintendenza delle Marche come luogo in cui portare al sicuro le opere degli edifici danneggiati dal terremoto. Il MARec assume quindi un importante valore culturale “sul fronte della raccolta, della catalogazione e della ricerca, ma anche un valore simbolico di rinascita di un territorio profondamente ferito che trova qui l’occasione di raccogliere dalle macerie i propri valori e di costruire con essi una realtà nuova, moderna, all’avanguardia nel settore museale all’interno del quale possa qualificarsi come una eccellenza”, spiegano i promotori del progetto.
All’interno degli spazi interessati alla destinazione museale sono stati condotti lavori di adeguamento impiantistico finalizzati all’esposizione, al deposito e allo studio delle opere d’arte; altri ambienti sono stati poi allestiti per le funzioni amministrative e per ospitare aree multimediali, queste ultime pensate per rendere più stimolante l’offerta museale e per avvicinare più target di pubblico possibili alle collezioni del MARec, di cui fanno parte la Madonna del Monte di Lorenzo d’Alessandro e la statua lignea della Madonna di Macereto. Sono settanta in tutto le opere esposte nei tre piani espositivi, e presentate in base alla loro provenienza, per sottolineare il forte legame che questi lavori hanno con il territorio in cui sono state create. Legame, questo, raccontato anche da un documentario realizzato dal collettivo fotografico Cesura.
“La realizzazione di questo Museo dell’Arte Recuperata (MARec) è stata prima di tutto una grande sfida”, spiega Barbara Mastrocola, Direttrice del MARec. “Abbiamo adottato lo slogan ‘Chiusi per inagibilità, aperti per vocazione’ fin dal 2016, l’anno del terremoto che ha costretto a chiudere la maggior parte delle chiese e dei musei dell’arcidiocesi. Lo slogan intende comunicare l’idea di che cosa vogliamo che sia il MARec: non solo un susseguirsi di sale, un posto dove conservare ed esporre dipinti e sculture, ma un luogo vero, dotato di una propria identità. I musei non solo custodiscono capolavori, ma ci raccontano esperienze e, spesso, sempre più spesso, sono essi stessi parte della storia. E la storia che qui abbiamo raccontato è quella delle nostre opere d’arte che ritrovano una casa in senso concreto, affettivo, culturale, una dimora dell’anima in attesa di ritornare nei luoghi d’origine. Per questo”, continua Mastrocola, “diventa essenziale ricostruire il contesto in cui esse sono nate, perché ciò che resta non sono solo i tetti, ma anche affetti, vita vissuta, sogni. Sostanziale è stata, quindi, la scelta di esporre le opere non in ordine cronologico o tipologico, ma per luogo d’origine, perché prima di tutto gli oggetti d’arte sono parte di un paesaggio collettivamente vissuto, prima di essere oggetto di competenze erudite, e vivono solo se attorno c’è una comunità attiva”.

Autore: Desirèe Maida

Fonte: www.artribune.com, 10 giu 2022

Info:
San Severino Marche (MC)
MARec – Museo dell’Arte Recuperata
Arcidiocesi Camerino – San Severino Marche
Via Cesare Battisti, 11
www.marecmuseo.it

ROMA. Il 90% delle opere nei musei italiani sono conservate male. Il Senato approva una risoluzione.

Quando ci scandalizziamo facilmente nella visione dell’aula di Montecitorio o di Palazzo Madama vuote durante qualche importante votazione raramente consideriamo che una significativa parte dell’attività parlamentare degli eletti si svolge non in plenaria, nell’aula principale, ma piuttosto sul territorio o ancor più nelle commissioni.
La Commissione Istruzione&Cultura di Palazzo Madama, ad esempio, ha recentissimamente approvato una risoluzione che impegna il Governo su questioni importanti rispetto alla conservazione e alla tutela delle opere d’arte nei nostri musei, spesso archiviate e esposte in maniera assai inadeguata con pericoli seri per la loro durabilità. La Commissione si è riunita cinque volte da settembre 2021 a fine novembre 2021 audendo anche enti come il CNR, l’ICOM, l’Istituto Centrale del Restauro e altre realtà. Alla fine la risoluzione è stata approvata rendendolo noto poco più di un mese fa: il 14 dicembre 2021.
museiMa cosa dice questa risoluzione approvata dalla Commissione presieduta dal socialisa Riccardo Nencini? Premettendo che è fondamentale conservare al meglio il nostro patrimonio, che la tecnologia è andata molto avanti, che l’Italia ha tantissime eccellenze in questo campo, che spesso le opere sono conservate in condizioni di illuminazione e microclima spesso assolutamente inadatte e in teche che magari sono accettabili per l’esposizione ma dannose per la conservazione, giunge a impegnare il Governo a muovere dei passi.
Tra questi passi la richiesta di un monitoraggio intenso che valuti volta per volta le reali condizioni degli spazi espositivi, la fissazione di standard e best practices, l’implementazione di un sistema di sensori, una reportistica che i tecnici dovranno offrire al Ministero della Cultura. E poi l’utilizzo a questi fini dei fondi del PNRR.
La Commissione invita pure il Governo, e quindi il Ministro Franceschini, a muoversi sulla accessibilità dei depositi facendo espresso riferimento al grande progetto del Depot del Boijmans di Rotterdam che abbiamo lungamente raccontato. In definitiva la Commissione mette il dito nella piaga nei numerosi problemi di conservazione delle opere d’arte in Italia: abbiamo una enorme quantità di patrimonio, dicono i senatori dopo essersi documentati, ma lo conserviamo malissimo, non abbiamo regole, lo teniamo in spazi che pensiamo siano di protezione e invece condannano le opere a deperire. Ecco perché, tra le altre cose, la risoluzione spinge il Governo a creare un albo di aziende capaci di realizzare allestimenti idonei in modo tale che musei, fondazioni e istituzioni culturali possano attingere lì evitando il fenomeno della teca fatta dal fabbro dietro l’angolo, magari esteticamente accettabile ed economicamente economica ma incapace di proteggere davvero le opere all’interno.
“Il punto è” spiega il presidente della Commissione Cultura del Senato Riccardo Nencini ad Artribune “che soltanto il 10 o il 15 per cento delle opere nei nostri musei sono conservate come dio comanda. Abbiamo un patrimonio straordinario, abbiamo molte tecnologie a disposizione, abbiamo ottimi centri di ricerca e aziende leader nel mondo che si occupano di questi temi e dunque dobbiamo prenderne atto. Ecco il perché di questa iniziativa e il perché il voto di approvazione è stato unanime“.
Si attendono ora le mosse da parte dell’esecutivo.

Autore: Massimiliano Tonelli

Fonte: www.artribune.com, 21 gen 2022

ROMA. La storia di Roma spiegata al museo.

“I Musei Capitolini sono bellissimi ma la parte romana semplicemente non spiega Roma”.
Con queste parole, estratte da un tweet dello scorso 18 agosto, Carlo Calenda accendeva una delle polemiche che maggiormente hanno segnato l’ultima campagna elettorale per le amministrative. Via i Capitolini, e via pure il Comune, sostituiti da un immenso museo dedicato alla storia antica della città, dal granitico nome di Museo Unico Romano.
“Spiegare” la storia dell’Urbe, spazzandone via un capitolo fondamentale, che è al contempo una pagina di primaria importanza della storia del collezionismo e dei musei, trattandosi della prima istituzione pubblica di questo genere aperta al pubblico (1734). La proposta calendiana, peraltro irrealizzabile, è già stata ampiamente (e giustamente) criticata, respinta, sbeffeggiata da storici, direttori di museo, giornalisti. Lasciamo dunque stare la pars destruens e proviamo a vedere se c’è del buono, almeno al livello delle intenzioni, in quanto ha proferito il candidato sindaco.
Con il suo tweet Calenda sembra aver riaperto – non si sa quanto consapevolmente – un annoso dibattito: se vi sia bisogno a Roma di un museo che “spieghi” la storia della città, ai cittadini e ancor di più ai turisti, che spesso, nei loro frettolosi tour, posano il piede sul suolo dell’Urbe senza sapere nulla di consoli, imperatori e pontefici. Un museo siffatto sarebbe senz’altro utile: ma come realizzarlo? L’impresa, per un luogo dalla storia unica come è la Città Eterna, è di quelle da far tremare i polsi. Si potrebbe pensare a una grande struttura, la cui prima parte sia occupata da un grandioso affresco sulla storia di Roma, capace di informare e al tempo stesso affascinare il visitatore, appoggiandosi su pochi reperti altamente significativi e sulle nuove possibilità messe a disposizione dalla tecnologia. Un’introduzione che sia in grado di trasmettere al pubblico poche e fondamentali nozioni, di fornire come una mappa essenziale con cui poi il turista possa avventurarsi alla scoperta della città. All’introduzione dovrebbero seguire gli approfondimenti, in forma di una o più mostre dedicate a momenti e temi specifici, allestite con pezzi provenienti in massima parte dalle raccolte civiche e statali dell’Urbe. Mostre che “spieghino” porzioni della storia della città, puntando su un taglio, per l’appunto, storico, sostenuto da una narrazione efficace e coinvolgente.
“Un museo che spieghi la storia di Roma sarebbe utile: ma come realizzarlo?”
Il discorso vale anche Oltretevere. Non esiste un museo della Basilica di San Pietro. A dispetto del fatto che i musei delle chiese principali di alcune città italiane (Milano, Firenze, Pisa) sono stati in anni recenti magnificamente rinnovati e si annoverano oggi tra gli elementi di spicco dei panorami museali di quelle città, manca un museo che racconti la storia della Basilica Vaticana. Esiste un Museo del Tesoro ma, come si intuisce dal nome, non si tratta che di una selezione di pezzi eccellenti, che non pretendono di dare forma a un racconto. Molti oggetti (opere d’arte, modelli) si trovano nei locali annessi alla basilica, non accessibili; altri “ingolfano” il già ricchissimo percorso dei Musei Vaticani (della Pinacoteca, in particolare).
Un grande museo che racconti la storia di San Pietro sarebbe, naturalmente, strepitoso, sia per l’importanza religiosa, culturale, artistica del sito, che per l’avvincente storia architettonica del complesso, con una basilica di Età Moderna che ha preso il posto di una assai più antica, della quale peraltro il visitatore non avvertito ha scarsa contezza, nell’esiguità di tracce materiali che il tempo costantiniano ha lasciato.

Autore: Fabrizio Federici

Fonte: www.artribune.com, 14 gen 2022

FAENZA (Ra). Riapre la Pinacoteca. Nuovo percorso dal Medioevo al contemporaneo.

Nuovo allestimento e nuova vita per la Pinacoteca Comunale di Faenza, la più antica istituzione museale della Romagna che, lo scorso dicembre, ha inaugurato un rinnovato percorso espositivo con opere che attraversano secoli di storia, dall’alto Medio fino al contemporaneo, in sezioni e fondi dedicati all’arte antica – con reperti della storia cittadina dal X alla fine del XVIII secolo –, alla pittura e alla scultura dell’Ottocento e Novecento italiani.
La storia della Pinacoteca di Faenza inizia nel 1797, quando la Municipalità acquista una raccolta di stampe, disegni, gessi e quadri da Giuseppe Zauli, fondatore della Scuola Comunale di Disegno. La sua apertura al pubblico risale al 1879 e, nel corso del tempo, la Pinacoteca ha assistito all’ampliamento delle sue raccolte, dovuto alle soppressioni napoleoniche degli ordini religiosi che ha portato, in particolare, all’incremento della collezione costituita da pale d’altare.
Tra le opere custodite nella Pinacoteca, spiccano lavori del Maestro dei Crocifissi francescani, Giovanni da Rimini, lavori di epoca rinascimentale e moderna e gli artisti del Cenacolo Baccariniano. A queste si aggiungono le opere della collezione contemporanea, frutto della donazione Bianchedi Bettoli/Vallunga che conta lavori, tra gli altri, di Alberto Savinio, Gino Severini, Filippo De Pisis, Carlo Carrà, Mario Sironi, Giorgio Morandi, Massimo Campigli, Felice Casorati.

Info: www.pinacotecafaenza.it

Autore: Giulia Ronchi – Desirèe Maida

Fonte: www.artribune.com, 8 gen 2022

ASTI. Nasce Musei di Asti. Rete di 8 istituzioni della città in un unico percorso di visita.

Otto musei all’interno di un unico circuito di visita, creando così un percorso all’insegna della valorizzazione e della promozione dei tesori in essi custoditi e, di conseguenza, dell’intero territorio. Sono queste le premesse di Musei di Asti, network nato dall’impegno di Fondazione Asti Musei – costituita dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Asti e dal Comune di Asti – che ha dato un nuovo volto, anche attraverso un nuovo logo – al sistema museale astigiano, coinvolgendo in questo percorso otto siti: Palazzo Mazzetti, Palazzo Alfieri, Domus Romana, Torre Troyana, Complesso di San Pietro, Cripta di Sant’Anastasio, Museo Guglielminetti, Museo Paleontologico.
Il progetto si pone come obiettivo quello di avvicinare i musei astigiani gli uni agli altri, per “dare valore a ognuno di essi”, e per guidare i visitatori alla loro scoperta, puntando su una comunicazione condivisa e integrata che spazia dalle brochure, dalla cartellonistica, fino ai social network. “Il patrimonio di questa città è inestimabile e l’amore che, da astigiano, nutro per ogni sito ed ogni museo disseminato per la città è stato forse ciò che ci ha spinti ad intraprendere questo progetto”, dichiara Mario Sacco, Presidente della Fondazione Asti Musei. “Abbiamo voluto infatti valorizzare ognuno dei nostri musei, ogni nostro sito e patrimonio artistico, legandoli l’uno all’altro nella stessa narrazione: un elegante filo rosso che unisce i puntini sulla mappa creando un’immagine unica, accogliente, riconoscibile”.
Fino al prossimo 1 maggio Palazzo Mazzetti ospita I Macchiaioli. L’avventura dell’arte moderna, mostra che attraverso oltre 80 opere ripercorre un importante capitolo di storia dell’arte dell’Ottocento italiano. Palazzo Alfieri è la casa natale del poeta e drammaturgo Vittorio Alfieri, di cui viene narrata la vita lungo sale che presentano arredi originali e oggetti appartenuti al letterato; la Domus Romana, in via Varrone, testimonia la presenza nel territorio di insediamenti romani risalenti al II secolo a.C.; la medievale Torre Troyana, costruita nel XIII secolo, con i suoi 199 scalini, offre una suggestiva vista panoramica sulla città. Il percorso museale continua con il Complesso di San Pietro, nato nel XII secolo e costituto dall’ospedale gerosolimitano e la chiesa del Santo Sepolcro sede, dalla sua costruzione fino al 1798, dell’Ordine dei Cavalieri di Gerusalemme; con la Cripta di Sant’Anastasio, di cui oggi si possono ancora scorgere i resti dell’omonima chiesa costruita poco dopo l’anno mille; con il Museo Guglielminetti, dedicato al pittore, scultore e scenografo Eugenio Guglielminetti, allievo di Felice Casorati; e infine, il Museo Paleontologico, in cui sono custoditi resti scheletrici fossili di cetacei astigiani risalenti all’epoca pliocenica (tra 5,3 e 1,8 milioni di anni fa), quando la Pianura Padana era occupata dal mare.

Autore: Desirèe Maida

Fonte: wwww.artribune.com, 6 gen 2021