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Francesco BONAMI. Più che al futuro dei musei pensiamo ai musei del futuro.

Caro prof. Settis, conservare non vuol dire imbalsamare.

Lo so, non è il momento più opportuno di parlare del futuro dei musei, come ha fatto Salvatore Settis (Repubblica, 30 Giugno), proprio in mezzo a un Mondiale di calcio. Ora poi con l’Italia in finale, la Juve in serie C e Basso escluso dal Tour de France, è da veri ignoranti e superficiali volersi distrarre pensando al futuro della nostra cultura.

D’altronde che considerazione, la società italiana, ha dell’arte e dei musei è evidente dallo stipendio che prende il nuovo direttore degli Uffizi, più o meno quello di un professore di liceo. Il che non vuol dire che il professore del liceo è meno importante del direttore di un museo, anzi. Il problema è che dovrebbero guadagnare entrambi molto, ma molto di più, ma non è possibile. In un paese che sbava dietro al taglio di capelli di Totti, le cadute di Valentino Rossi o Varietà Café Live, il ruolo di un professore di liceo o del direttore di uno dei più importanti musei del mondo è, assolutamente, marginale. Il professore, poi, ha la vita ancora più dura del direttore. Come fa, questo poveraccio, a dare una giustificazione logica alla cultura che vorrebbe insegnare, se questa offre, a chi la percorre con passione, fino a raggiungere posizioni di assoluto prestigio, uno stipendio che in termini contabili è considerato un residuo fiscale? Il futuro dei musei è, allora, oltre che argomento inopportuno, irrilevante.

Noi, interessati all’argomento, non raggiungiamo il quorum. Scrive Settis che il patrimonio culturale non è una semplice risorsa economica, ma qualcosa di più. E’ una parte, fondamentale, dell’identità del nostro paese. Oggi però guardiamo ai nostri musei, e a tutta l’arte che ci ha reso, culturalmente, così ricchi, come si guardano le gambe di una donna o quelle di un calciatore, non strumenti per muoversi ma, esclusivamente, come attributi di un potenziale guadagno. Se le gambe non ci portano in tv o a
giocare a San Siro sono inutili, così come è inutile la chiesa, il quadro o la scultura se non sono capaci di produrre audience, marketing e soldi.

La Deposizione del Pontormo, nascosta nella chiesa di Santa Felicita a Firenze, è un opera d’arte residua e inutile, almeno secondo i criteri dell’arte-spettacolo-evento, pochi la conoscono, ancor meno la vedono, nessuno ci guadagna. Stesso discorso per la Santa Teresa del Bernini a Santa Maria della Vittoria a Roma e per centinaia di altri, timidi, capolavori. Utili sono quelle opere d’arte che, tolte alla quotidianità, vengono trasformate in cadaveri.

Settis menziona la Cappella degli Scrovegni a Padova, con gli affreschi di Giotto, dove, per visitarla, dobbiamo essere praticamente sterilizzati. Una volta purificati ci è concesso un quarto d’ora per goderla, facendoci sentire un po’ come Provenzano durante l’ora d’aria del suo supercarcere. Viene in mente la visita al mausoleo di Lenin, a Mosca, dove soldati, non informati ancora che il muro di Berlino è caduto, ti spingono con il calcio del fucile per evitare che tu ti soffermi, incuriosito, dal cadaverino giallastro, che potrebbe essere di plastica.

Conservazione non vuoi dire imbalsamazione, né tanto meno spettacolarizzazione dell’opera d’arte. Diventata artificiale l’esperienza del bene culturale, poco importa se quello che abbiamo davanti è autentico o meno.

Dal museo ‘vieni, scopri, rimani’ siamo finiti al museo ‘paga, vedi, esci’ o a quello ‘passa, compra e sbircia’. Il futuro del museo è difficile da immaginare perché legato al passato, e alla storia, di una cultura oramai incapace d’immaginarsi, in generale, un futuro. Perché il ruolo del museo museo abbia un futuro, nella nostra società, è fondamentale progettare con molta attenzione i musei del futuro, quelli che, lavorando sulla contemporaneità, proseguiranno la tradizione visionaria che, fino a qualche secolo fa, ci ha reso unici nel mondo. E’ necessario affrontare subito e con coraggio il destino, apparentemente irreversibile, del museo mausoleo e, allo stesso tempo, arginare la moda del museo rodeo.

Il museo mausoleo: quello dove le opere d’arte sono diventate cadaveri, escluse dal tempo dell’esperienza individuale dello spettatore.

Il museo rodeo, invece, è quello dove l’arte viene valutata, come il cowboy, a seconda di quanto riesce a stare in groppa al toro della comunicazione o al cavallo dell’intrattenimento.

Ma il futuro del museo è, anche, legato al rispetto che saremo capaci di dare a coloro chiamati a governarlo, e dirigerlo. Rispettare un professionista vuol dire anche pagarlo adeguatamente per ciò che fa, e quello che un professionista dei beni culturali fa non è necessariamente legato al numero degli spettatori, alle recensioni dei giornali o delle riviste, ma alla capacità di fare in modo che il museo, invece di un obitorio o un corteo funebre, rimanga un luogo, vivo, accessibile, frequentabile, ma anche un luogo di riflessione, calma, studio, ricerca, ritorno. La vivibilità di una città, e di un paese, dipendono, anche, dalla vivibilità della sua cultura.

I tedeschi ci hanno accusato di essere barbari mangiatori di pizze, la classe di Buffon e compagni ha vendicato questa calunnia. Nell’euforia, comunque, conviene sempre ricordare, che i Mondiali ci sono ogni quattro anni, mentre il nostro patrimonio culturale ci ha messo qualche secolo per darci le soddisfazioni che ci ha dato, e ci da. Se lo perdiamo, avere Grosso e Toni in gran forma ci servirà a poco.

Autore: Francesco Bonami

Fonte:Il Riformista

Salvatore SETTIS: Dibattito oggi all’Hermitage: ma il Museo ha un futuro?

Si discute oggi molto, e non solo in Italia, quale debba essere il ruolo dei musei, e più in generale del patrimonio culturale. Questa discussione, proprio perché avviene contemporaneamente in molti Paesi (a livello accademico, politico, giornalistico), e nell’ambito di tradizioni e istituzioni assai diverse di luogo in luogo, è difficile da afferrare nel suo insieme. Si possono però additare, in forma meramente elencativa, alcune domande che – pur nella diversità delle situazioni – si pongono in tutto il mondo, raggruppandole in cinque categorie: definizione, importanza, uso (o usi), proprietà, costi del patrimonio culturale.

Definizione: che cosa si può definire «patrimonio culturale»? La definizione dev’esser limitata avarie forme di «arte», o estesa fino ad includere oggetti rappresentativi della storia, della religione, della tecnologia, della produzione artigianale, dell’organizzazione sociale, agricola o industriale?

Importanza: qual è (o dovrebbe essere) il significato del patrimonio culturale nella società contemporanea, dominata dalla retorica della globalizzazione? Dobbiamo definirlo secondo standards differenziati di Paese in Paese, o invece cercare una definizione unica, valida dappertutto? Il «patrimonio culturale» di un Paese è solo quello che vi è stato prodotto (l’arte russa in Russia, quella italiana in ltalia), o dobbiamo cercare una definizione più onnicomprensiva?

Uso/usi: a che cosa serve il patrimonio culturale, e in particolare i musei? Sono un deposito di memoria storica e/o di identità culturale? Sono costitutivi della nozione di identità nazionale, o di subidentità locali, o appartengono all’umanità intera? Dobbiamo conservarli per il nostro piacere estetico? O in quanto informazione storica, «archivistica»? 0 per educare le generazioni future?

Proprietà: a chi spetta la proprietà del patrimonio culturale, comunque lo si voglia definire? Alla sfera Pubblica o a quella privata? O a entrambe? I poteri pubblici devono o non devono avere il potere di limitare il diritto dei proprietari privati in nome di un principio più elevato del mero diritto di proprietà? E come formulare un tal principio, come dargli sostanza giuridica?

Costi: tutelare e preservare il patrimonio culturale, e in particolare i musei, può essere assai costoso. Chi deve coprirne i costi? I visitatori paganti?
E se questi introiti non bastano (come accade quasi sempre), dobbiamo abbandonare musei e monumenti a un incerto destino? O dobbiamo coprire i costi del mantenimento a spese pubbliche? E se sì, perché?

Temi, lo abbiamo detto, dibattuti in tutto il mondo, ma che assumono oggi in Italia un rilievo particolare per almeno tre ragioni: primo, l’Italia si distingue a livello mondiale per la diffusione straordinariamente densa e capillare del patrimonio sul territorio. Nel nostro Paese, i musei contengono solo una piccola parte dei beni culturali, che sono viceversa sparsi in chiese, palazzi, piazze, case, strade, e disseminati nelle campagne e nel paesaggio.

Seconda ragione, l’Italia è il Paese in cui è nata la legislazione della tutela del patrimonio culturale: questa lunga storia comincia dall’Italia dei Comuni, si dipana attraverso gli Stati italiani preunitari (specialmente il regno di Napoli e gli stati del Papa), fino alla legislazione dell’Italia unita, che culmina nell’articolo 9 della Costituzione repubblicana, che prima al mondo inserì la tutela del paesaggio e del patrimonio culturale fra i principi fondamentali dello Stato.

Terza e ultima ragione di attualità è lo stato attuale di crisi del settore, dopo la drastica riduzione di fondi del governo Berlusconi, e la speranza che il nuovo governo voglia invece passare ad una politica di investimenti, come intende fare il nuovo ministro dei Beni culturali (e vicepremier) Francesco Rutelli.

Ma è opportuno ricordarsi che la prospettiva sul destino dei musei e del patrimonio culturale è oggi problematica in tutto il mondo, inquinata com’è dalla tendenza a considerare il patrimonio culturale come una risorsa economica da sfruttare. È per questo che, con paradosso solo apparente, da un lato quasi ogni Paese si è ormai dotato di una qualche legge di tutela (in molti casi, solo negli ultimi decenni), dall’altro lato si registra, anche nei Paesi di più antica tradizione come l’Italia, la spinta irresponsabile ad alleggerire le norme di tutela per consentire un’indiscriminata commercializzazione.
Si intreccia con questo processo un altro sviluppo, che possiamo chiamare l’istituzionalizzazione del patrimonio culturale. Sempre più spesso, oggetti d’arte che per secoli sono stati nelle piazze e nelle chiese vengono spostati nei musei (basti ricordare a Roma il Marco Aurelio del Campidoglio, a Firenze il Perseo tolto dalla Loggia dei Lanzi, la Porta del Paradiso estirpata dal Battistero).

Si tocca qui con mano uno dei paradossi della tutela: dislocazioni come queste (e mille altre) sono motivate da ragioni di conservazione (talvolta inconfutabili), ma al tempo stesso comportano un gesto distruttivo, che incide profondamente sul contesto storico di un monumento o di una piazza; né la sostituzione con copie è un rimedio pienamente efficace.
Dello stesso segno è la musealizzazione di interi edifici, come la Cappella degli Scrovegni a Padova, che dopo un eccellente restauro è ora visibile solo a gruppi, con un tempo massimo di visita (15 minuti) men che insufficiente a dare anche solo uno sguardo sommario allo straordinario ciclo di Giotto. Di fatto, per tutelare meglio la Cappella si è finito col renderla invisibile: il solo modo per visitarla in santa pace e di recarsi al museo Otsuka nell’isola giapponese di Shikoku, dove ne esiste un’ottima replica in scala 1:1.
Al tempo stesso, intere città (per esempio Venezia) vengono presentate come «città museo», e si parla di un Museo Italia. Definizioni introdotte con ottime intenzioni, ma che hanno l’effetto di accreditare la separatezza del «mondo dell’arte» (confinato nei musei) dal mondo «reale», nel quale debbano valere tutt’altre regole.

Molto meglio sarebbe che, anziché assimilare il palazzo, la chiesa, la città a un museo, ci ricordassimo che è vero il contrario. E cioè che la città (anche se densissima di edifici monumentali) non è un museo, ma la casa dei cittadini; che le chiese servono al culto, i palazzi ad abitarvi. Che Giotto concepì i suoi affreschi per un’osservazione prolungata, non per un rituale turistico. Che i musei sono non spazi separati, bensì proiezioni delle rispettive città, e che dal tessuto urbano, e non da un’astratta idea di «museo», essi traggono legittimazione, senso e forza.
È sbagliato e pericoloso dimenticare che l’istituzione-museo è assai recente. Ha poco più di duecento anni di vita, e la sua espansione a livello planetario ne ha molti di meno. Nulla garantisce che i musei debbano ancora esistere fra cento, duecento, trecento anni: essi sono una formazione storica che, come altre, può a un certo punto perdere vitalità. E come non accorgersi che i musei oggi si stanno evolvendo, in modo più o meno visibile, verso altre forme, che talvolta somigliano a uno shopping center o a luoghi di attrazioni e di intrattenimento?

Non dobbiamo dare per scontata l’istituzione-museo, limitandoci a studiarne la storia o gli allestimenti, ma domandarci quale oggi possa esserne il senso, rispetto alle nostre società. Domanda non banale, resa più acuta e urgente da fenomeni recenti e recentissimi: la drammatica crescita del numero dei musei in tutto il mondo e dei loro visitatori; l’incerto rapporto fra collezioni permanenti e la pulsione a una frenetica girandola di mostre effimere; la professionalizzazione crescente degli addetti ai lavori; la tendenza a utilizzare strumentalmente i musei (e più in generale il patrimonio culturale) per operazioni d’immagine (aziendale o politica); infine, lo stesso estendersi dell’istituzione-museo da varie forme d’arte a qualsiasi altro oggetto, dall’industria agli oggetti d’uso.

Molti di questi sviluppi sono non solo inarrestabili, ma positivi: ma essi hanno un effetto cumulativo, che sommandosi ad altri fattori – per esempio le retoriche del mercato come universale principio salvifico, o le realtà della politica locale – può condurre in tempi brevi a una crisi assai più profonda di quella che oggi cominciamo a vedere.
E una ragione in più, io credo, per guardare con rinnovata attenzione a quanto accade in Italia. Per ridare all’antico e consolidato modello italiano della conservazione contestuale del patrimonio culturale lo smalto e lo slancio richiesto dalle circostanze, dalla nostra responsabilità verso le nuove generazioni, dal dovere degli Italiani di continuare a proporre quel modello all’attenzione di tutto il mondo.

Ricordandoci che laverà, la grande «redditività» del patrimonio culturale non è nella sua commercializzazione, e nemmeno nel turismo e nell’indotto che esso genera, bensì in quel profondo senso di identificazione, di appartenenza, di cittadinanza, che stimola la creatività delle generazioni presenti e future con la presenza e la memoria del passato. Su un tessuto monumentale, museale e paesaggistico di tanta vari età e ricchezza come il nostro è doveroso costruire un sistema di relazioni (a cominciare dalla ricerca sul campo e dalla necessaria, capillare informazione ai cittadini), che faccia risorgere nelle coscienze la consapevolezza della nostra storia e i valori simbolici ad essa collegati.

E’ necessario vincere il superficiale economicismo che svendendo la sostanza profondamente civica dei beni culturali produce una crescente usura dei valori simbolici che li permeano e che cementano la società, incrementandone la capacità di rinnovarsi e di affrontare le sfide del futuro. Solo così il nostro patrimonio potrà dispiegare ancora la sua funzione civile, sempre più essenziale di fronte alle crescenti sfide del futuro.

 

Autore: Salvatore Settis

Fonte:La Repubblica

Antonio V. GELORMINI: Daunia Vetus il distretto dei tesori.

L’Antica Daunia è la terra che diede approdo all’eroe acheo Diomede, compagno di Ulisse e re di Argo, fiero combattente (il più forte dopo Achille), grande navigatore e maestro nell’arte di addomesticare i cavalli. Al suo arrivo sulle coste del Gargano, la leggenda narra che scagliò in mare dei massi ciclopici dando vita alle Isole Tremiti. Sposata la figlia del re Dauno, elegge questa terra a sua dimora definitiva, tanto che da “mortale che aveva tentato il confronto con gli Dei”, chiese che una spiaggia di questo affascinante arcipelago diventasse il luogo della sua sepoltura. E Afrodite ne rese perenne la presenza, trasformando i suoi compagni in grandi uccelli marini, le diomedee, allo scopo di bagnare sempre la tomba del loro eroe.

Per uno dei tanti inesplicabili paradossi della storia, oggi l’Antica Daunia riprende forma per dar vita a un Distretto Culturale, attorno a una città di nome Troia e lungo gli ambiti territoriali di centri storici come Lucera, Bovino, Biccari, Faeto e Orsara di Puglia. Lo fa inaugurando il Nuovo Museo della Cattedrale di Troia, polo d’attrazione dell’intero distretto, che delinea i suoi contorni lungo i confini territoriali degli antichi ambiti diocesani.

Nel Nuovo Museo saranno esposti frammenti di rarissime pergamene, cinquecentine, argenti, paramenti sacri ed altre opere di rilevante valore artistico, storico e devozionale. E tra gli innumerevoli pezzi pregiati renderà finalmente visibili i preziosi e famosi Exultet troiani 1,2,3: i rotoli pergamenacei medievali, di scuola beneventana, miniati dai benedettini, raro esempio di sintesi devozionale e arte comunicativa, nonché testimonianza unica della raffinata cultura prodotta negli scriptoria degli innumerevoli conventi dauni dell’ordine cassinense. Il museo è organizzato per raccontare ai visitatori come la devozione di generazioni locali abbia saputo nel corso dei secoli rinnovarsi e manifestarsi in forme di arte e di bellezza non comune.
Il tutto nell’elegante cornice dell’ex Seminario Vescovile di Troia opportunamente recuperato e riallestito grazie ai fondi destinati alla realizzazione del Distretto Culturale Daunia Vetus dalle Fondazioni di origine bancaria aderenti all’ACRI. Il Museo è visitabile a partire da domenica 9 luglio. Per qualsiasi ulteriore informazione è possibile visitare il sito: www.dauniavetus.it

Daunia Vetus per i viaggiatori attenti e curiosi si rivelerà uno scrigno traboccante di storia, di arte, di monumenti, di colpi d’occhio fascinosi su paesaggi di assoluta originalità. Una campagna fatta di campi di grano ondeggianti, di boschi d’ulivi secolari, di colline dolci e rassicuranti, solcate da vigne e disseminate di masserie antiche e casolari caratteristici. Qui imperano il giallo e il verde, ma anche il blu violetto dei carciofi (tra i più gustosi, compatti e dal pochissimo scarto), degli asparagi viola e di quell’uva, forse importata da Diomede, che tra le cruste della Capitanata, ha dato vita a un vino nobile (Nero di Troia), dal sapore asciutto, base per vini doc pugliesi e per il taglio arricchente di più modesti vini italiani e francesi.

La declinazione territoriale di Daunia Vetus parte da Troia, che naturalmente non vanta alcun cavallo, ma in compenso  presenta una splendida Cattedrale romanica, con le suggestive porte bronzee e il suo magnifico Rosone dai preziosi ricami calcarei arabeggianti.

Si sposta a Lucera, il baluardo di Federico II, col suo Anfiteatro romano, il castello federiciano (sede delle milizie saracene) e il centro storico d’impianto medievale, il cui dedalo di piazze e viuzze ne fanno un salotto elegante e suggestivo.

Passa per Biccari e l’oasi paesaggistica del lago Pescara, ideale per rilassanti passeggiate a cavallo, seguendo percorsi guidati, attrezzati e di sicura emozione.

Approda a Faeto, il comune più alto della Puglia, sede di un’autentica e rara comunità franco-provenzale, che conserva intatto il patrimonio linguistico e dà vita ad una delle più famose Sagre del prosciutto (prima domenica di febbraio).

Si allunga a Bovino, uno dei “50 borghi più belli d’Italia”. Territorio di briganti, ma anche dei nobili Guevara, nel cui palazzo ducale si conservano dipinti di valore e un frammento della Santa Spina, reliquia della passione di Cristo.

Per completarsi a Orsara di Puglia, capitale locale della qualità enogastronomia, delle caratteristiche organolettiche dei suoi prodotti agricoli, provenienti da un terreno particolarmente ricco di selenio e sede di un esclusivo Festival Jazz di caratura internazionale.

Un lembo di Puglia che, incantato dalle diomedee ma stanco di dar voce al lamento, vuole cantare forte i suoi tesori e annunciare con orgoglio la sua bellezza.
         

IL DISTRETTO CULTURALE, EMBRIONE DEL SISTEMA TURISTICO LOCALE

Credo che non ringrazieremo mai abbastanza S.E. Mons. Francesco Zerrillo per aver accettato, senza esitazione, di fare della Diocesi di Lucera-Troja il soggetto propulsore e protagonista di questo progetto, che ha raccolto l’approvazione e le risorse necessarie alla sua realizzazione da parte delle Fondazioni Bancarie dell’Acri – Associazione delle Casse di Risparmio Italiane.

L’aver trascorso l’intera infanzia all’ombra dell’Episcopio e della Cattedrale di Troja, aver avuto un papà-autista del Vescovo e aver dedicato gran parte del periodo adolescenziale ai servizi in parrocchia, ha fatto di me un membro della comunità piuttosto fortunato, avendo avuto la possibilità di vedere da vicino tantissime volte il Tesoro della Cattedrale e soprattutto i famosi Exultet. Per cui da sempre, e a maggior ragione quando ho cominciato ad occuparmi di turismo, il pensiero è stato costante e pressante sul come riuscire a valorizzare al meglio questo patrimonio e  farne uno degli attrattori turistico-culturali di punta.

Con la creazione del polo museale si dà il via, finalmente, ad un processo che rende partecipe le comunità della responsabilità di essere custodi gelosi di tesori e valori, costituenti il proprio patrimonio di identità. Si persegue l’attività di animazione dei fedeli e di valorizzazione del patrimonio storico-artistico, riunendo il valore della memoria con quello della profezia e salvaguardando in tal modo i segni tangibili della Traditio ecclesiae.

“Rimettendo in luce” gli Exultet e il pregevole Tesoro della Cattedrale di Troja, si restituisce alla comunità l’ammirato godimento di queste opere d’arte; che con l’attenzione all’intero patrimonio custodito nei nostri musei ecclesiastici, possono diventare un nuovo ed efficace strumento di evangelizzazione cristiana e di promozione culturale.

Da questo spunto parte l’intento di promuove “prodotti” dalla forte carica emozionale e dalla marcata vena devozionale. Le analisi turistiche vedono in crescita le richieste di nicchia legate all’originalità di un’offerta a la carte, tagliata su misura e fuori dagli schemi tradizionali di cataloghi e guide di settore. Gli esempi degli incontri letterari nelle masserie di Puglia, dei soggiorni negli eremi Tibetani, delle notti bianche o delle cosiddette destinazioni estreme, diventano la conferma tangibile di un’attenzione più insistente dei mercati verso la sfera dell’emozione e dell’incontro, oltre quella accertata del comfort e della qualità.

I cambiamenti intervenuti in questi anni, nei modelli di consumo turistico e culturale, fanno registrare una tendenza all’abbandono progressivo delle destinazioni tradizionali, delle offerte standardizzate, dei periodi di vacanza definiti e circoscritti. Essi testimoniano una scelta attenta non solo a nuove destinazioni, ma anche a prodotti più ricchi di significati e di contenuti, di autenticità e soprattutto di identità locali.

Diventa necessario, pertanto, saper fare sistema. Riappropriarsi delle prerogative del “popolo delle formiche”, tanto caro a Tommaso Fiore, e tornare alacremente al lavoro per sfatare alibi e timori di un’innata incapacità, diffusa al Sud, ad affrontare sfide ed impegni. Di scrollarci di dosso la polvere accumulatasi per l’assenza di pioggia e diventare fonte delle proprie opportunità.

Quante volte ci hanno detto che siamo figli del nostro paesaggio: piatto, monotono, squallido etc.? Chi è nato qui, però, chi è cresciuto in questo paesaggio, sa da sempre che il suo “segreto” è nel suo orizzonte, un orizzonte più ampio, più profondo, più lontano. Una prospettiva che ci ha sempre rapito in ogni momento della giornata, ha sempre stimolato fantasie e provocato attese ed aspettative piene di speranza. E che ha lentamente forgiato la caratteristica più importante, oggi, della nostra gente: la grande capacità di accoglienza.

Una predisposizione insita nel carattere di ognuno di noi, testimoniata dal fatto che la gente del Sud quando ti accoglie non ti aspetta, ma ti viene incontro. E l’accoglienza per il turismo è  la pietra angolare su cui incardinare qualsiasi proposta, l’intero assetto organizzativo e ogni azione di crescita e di sviluppo, che voglia durare nel tempo.

Ecco che, allora, la vera risorsa inespressa del nostro patrimonio diventano “le persone”. Il nostro valore aggiunto, infatti, non risiede solo nelle pietre dei monumenti, nei tesori dei musei o nei colori del nostro paesaggio, ma esso è intimamente conservato nelle persone che lo abitano, ne custodiscono i tesori e ne valorizzano la storia. E’ il concerto dei suoni diffusi dai tanti campanili. E’ la fantasmagorica varietà dei mille dialetti.

Fondare l’azione turistica su questa risorsa straordinaria, puntare sulla relazione, sullo scambio interpersonale, significa creare le premesse per riuscire a trattenere quella domanda, che fino ad oggi, quando ci siamo riusciti, abbiamo solo attratto. Significa, in definitiva, fare in modo che il turista non passi per la sola visita o fotografia, ma trovi motivo ed emozione per decidere di fermarsi. Poco o tanto che sia, sarà importante che decida di spendere un po’ più del suo tempo con noi e da noi.

Il Distretto Culturale vuole essere il catalizzatore di questi processi. Esso sarà il centro aggregante e il primo nucleo di una rete che vuol farsi sistema. Sarà il palcoscenico dove presentare quello che già esiste e quello che insieme riusciremo a produrre. Sarà garante di un’offerta di qualità, per favorire un processo virtuoso, funzionale al successo dell’iniziativa e al moltiplicarsi delle opportunità per l’intera comunità.

Puntare sulla creazione di distretti culturali, vorrà dire favorire la nascita di piccoli sistemi di offerta territorialmente circoscritti, coincidenti con un’area ad alta densità di risorse culturali e ambientali di pregio, caratterizzati da un elevato livello di articolazione, qualità e integrazione dei servizi rivolti all’utenza, sia culturali che turistici, e da un marcato sviluppo delle filiere produttive collegate.

Ma la vera sfida di Daunia Vetus, così come di ogni Distretto Culturale, sarà riuscire a mettere in relazione tutte le realtà operative del territorio: da quelle produttive, a quelle associative, da quelle commerciali a quelle finanziarie, da quelle amministrative a quelle assistenziali. Mettere in relazione i talenti, le risorse umane, le idee, le strutture e le capacità innovative, per creare opportunità e crescita nei suoi territori. Solo così i prodotti, non solo turistici, potranno avere le caratteristiche di originalità e qualità per affermarsi sui mercati.

In definitiva, il distretto culturale come area di comuni e di comunità, può diventare il primo nucleo aggregante di un sistema turistico non solo locale (la Capitanata o l’Antica Daunia), ma integrato e funzionale al più grande rilancio della destinazione Puglia. Capace di creare una rete di attrattori turistico-culturali, per essere in grado di attrarre e trattenere domanda.

Nel tempo è rimasto immutato il fascino del viaggio come momento di crescita e di conoscenza, come occasione di sfida e di confronto, come attività di evasione per ritrovare comunione con natura, cultura e realtà territoriali. La Puglia può tornare ad essere “una regione per gente dal palato fino” (P. Belli D’Elia). Daunia Vetus vuole stimolare istituzioni, imprenditori e operatori ad esserne consapevoli. Bisogna crederci fino in fondo e fare in modo che un’azione programmatica definita, incisiva e coinvolgente accenda l’orgoglio di tutti e stimoli l’impegno di ognuno.  
                     

DAUNIA VETUS, LA SFIDA DEL DISTRETTO E’ LANCIATA

Sabato 8 luglio, con l’inaugurazione del Museo del Tesoro della Cattedrale di Troia negli spazi restaurati del locale ex-Seminario Vescovile, si è conclusa la prima fase del progetto Daunia Vetus per la creazione di un Distretto Culturale e la realizzazione di un polo museale, quale nodo di attrazione e di collegamento per lo sviluppo delle iniziative turistiche e culturali del  Preappennino Dauno.

L’apertura di un nuovo museo è sempre un evento ricco di emozione e di soddisfazione per l’intero mondo della cultura e, in particolare, per le comunità che ne beneficeranno in prima istanza. Ma è anche occasione per nuove opportunità e nuovi stimoli di crescita, per quanti ne vorranno cogliere gli aspetti innovativi e le peculiarità storico-artistiche, che un tale contenitore presenta con pudore, ma anche con tanto e giustificato orgoglio.

Nel campo della cultura ogni aumento dell’offerta coincide con un aumento della domanda e innesca un meccanismo virtuoso che, nel caso del Museo del Tesoro della Cattedrale di Troia, porterà sempre più l’intera comunità del distretto e non solo i troiani, alla scoperta del loro patrimonio. E i turisti o viaggiatori a scegliere quest’area per la possibilità di articolare un soggiorno ricco di eventi, di tradizioni, di musei e di monumenti che ne raccontano l’identità e la storia.

Ma questo nuovo museo ha dei connotati originali, che lo rendono particolare e che motivano attenzioni e aspettative sia nel mondo della cultura che nelle diverse realtà istituzionali. Il suo inserimento nel più complesso progetto della creazione di un Distretto Culturale come area di comuni e di comunità, come primo nucleo aggregante di un sistema turistico non solo locale, ma integrato e funzionale al più grande rilancio della destinazione Puglia, ne fa la pietra preziosa incastonata nell’esemplare più interessante del metaforico percorso culturale proposto da Daunia Vetus.

E’ significativo come le Fondazioni di origine bancaria, attraverso l’iniziativa “Progetto Sviluppo Sud”, oltre a costituire un esempio del loro prezioso ruolo sussidiario nel settore dei beni culturali e nella tutela e valorizzazione del patrimonio culturale del nostro Paese, abbiano voluto partecipare con determinazione al progetto nazionale mirante a destinare al Sud risorse per circa 25 milioni di euro finalizzate alla creazione e al rafforzamento di distretti culturali. Testimoniando la convinta volontà di sperimentare sul campo formule innovative di intervento.

Il “Progetto Sviluppo Sud” sostenuto dalle Fondazioni ha suscitato molte aspettative da parte del consorzio civile e delle amministrazioni locali ed è seguito con interesse per aver intergrato il cospicuo flusso di risorse pubbliche (nazionali e comunitarie) destinate all’Asse II – Risorse culturali della programmazione 2000-2006. Il fatto che le risorse delle Fondazioni siano private ha consentito in molti casi di ottenere un effetto leva rispetto alle risorse comunitarie.

In definitiva, con l’intervento sui distretti culturali  le Fondazioni si sono rivelate anticipatrici di una nuova modalità di intervento nella cultura a favore della collettività. Si tratta, infatti, di un’attività che ha come principi guida lo sviluppo di processi di cooperazione, la creazione di “reti” che vedono condivise risorse locali e l’azione di tutela dell’identità culturale, presupposto fondamentale per lo sviluppo civile di ogni comunità.

Non a caso il Segretario Generale della Fondazione Cariplo dott. Pier Mario Vello, presente alla cerimonia inaugurale, ha voluto sensibilizzare i Sindaci del distretto ad essere consapevoli di “essere seduti sopra un missile” e “che le potenzialità del modello distretto culturale vanno ben al di là del mero superamento dei campanili e richiedono disponibilità, impegno, lungimiranza e forte spirito di squadra”.

In precedenza, la stessa presenza del Sottosegretario di Stato per i Beni ed Attività Culturali dott. Andrea Marcucci, in rappresentanza del Ministro On. Rutelli, testimoniava l’attenzione del Governo all’evoluzione dei Distretti Culturali, un modello che sta suscitando l’interesse di altri Paesi in Europa. Nel suo intervento il Sottosegretario ha richiamato le Istituzioni, ai diversi livelli territoriali, “ad espletare ruoli e funzioni di stimolo ai processi aggregativi, al di là dei colori politici di appartenenza”. Mettendo in evidenza “come l’attuale Governo abbia voluto fortemente accorpare le deleghe al Turismo al Ministero per i Beni e le Attività Culturali”.

Ma a suscitare attenzione ed ammirazione, durante le celebrazioni, è stata la partecipazione dell’Abate di Monte Cassino S.E. Padre Bernardo d’Onorio e la sua magistrale prolusione sulle finalità di un Museo Diocesano (l’Abate è anche presidente dell’Associazione Musei Ecclesiastici Italiani), sulla storia del Tesoro della Cattedrale di Troia, sui pezzi pregiati che lo compongono ed in particolare sugli Exultet e l’originalità dei tre rotoli pergamenacei troiani.

Era molto atteso l’intervento qualificato del Superiore benedettino, che tra il ricordo di una bolla papale emessa proprio a Monte Cassino, per sancire la diretta dipendenza da Roma dell’allora Vescovo di Troia, una citazione di Dostojevskij (La bellezza salverà il mondo) e un suggestivo riferimento al poeta cretese Nikos Kazantzakis (Dissi al mandorlo “Parlami di Dio”. E il mandorlo fiorì), ha sottolineato il valore e l’unicità della bellezza. Vera risorsa intrinseca dei nostri patrimoni. Inimitabile, irripetibile, autentico produttore di emozioni e forte motore attrattivo.

Affermazioni a cui hanno fatto eco, qualche giorno dopo, le dichiarazioni del Ministro Giovanna Melandri, che in un’ideale connessione visiva, proprio dalla piazza San Benedetto di Polignano a Mare, ha indicato nella bellezza “la risorsa preziosa che nessuna India e nessuna Cina ci potrà mai sottrarre”.

L’auspicio è che tutte queste esortazioni a Troia, Lucera, Bovino, Faeto, Biccari ed Orsara di Puglia, registrino l’avvio di un percorso certamente non facile, ma sicuramente affascinante e ricco di opportunità. L’inaugurazione di questo magnifico Museo ne segna i primi passi decisi e saldi nella direzione indicata col progetto Daunia Vetus. Le premesse per accendere l’orgoglio di tutti e stimolare l’impegno di ognuno ci sono tutte. E si sa che chi ben comincia è già alla metà dell’opera.
        
                     


 

Autore: Antonio V. Gelormini

Link: http://www.dauniavetus.it

Email: gelormini@katamail.com

ACRI (Cs): Nasce un nuovo centro per l’arte contemporanea.

Un coraggioso ed ambizioso progetto, quello di dare alla Calabria un grande spazio dedicato all’arte contemporanea. Il Museo Civico d’Arte Contemporanea Silvio Vigliaturo aprirà i battenti sabato 24 giugno nelle sale del maestoso Palazzo Sanseverino Falcone di Acri (Cs). Ospiterà la collezione di Silvio Vigliaturo, uno dei più importanti e creativi esponenti internazionali della vetro fusione, e sarà anche centro espositivo e laboratorio per l’arte, oltre che luogo di incontro e scambio per pubblico, artisti e critici.

Museo Civico D’arte Contemporanea Silvio Vigliaturo, Acri (Cosenza).


 

Link: http://www.museovigliaturo.it

Fonte:Exibart on line

FIRENZE: Museo Statale del Cenacolo.

Il grande evento espositivo Perugino a Firenze, conclusosi appena tre mesi fa e visitato da oltre 30 mila visitatori, aveva segnato anche la riapertura al pubblico – dopo lunghi periodi di oblìo – del museo fiorentino del Cenacolo di Fuligno, lo straordinario affresco del Perugino – raffigurante appunto L’Ultima Cena – erroneamente attribuito a lungo a Raffaello. Ora una cospicua parte delle 52 opere allora esposte viene a costituire un nuovo museo permanente, tutto dedicato al Perugino ed alle sue botteghe: il Museo Statale del Cenacolo.

 

Il Granduca Leopoldo II l’aveva venduto pochi anni prima. Il Cenacolo, refettorio dell’ex-convento delle terziarie francescane di Sant’Onofrio (detto appunto di Fuligno), celava una clamorosa sorpresa. Nel 1843 la scoperta: una meravigliosa parete affrescata, si pensava allora, da Raffaello. Erano passati appena dieci anni da quando al Pantheon di Roma era stato toccato “il momento più alto nel culto di Raffaello”, con la celebrazione della ricognizione delle ossa del divino, E così il Granduca fu costretto a riacquistare gli ambienti venduti, ponendo a memoria un busto in marmo, che tuttora introduce il visitatore “al godimento di un’opera della quale […] si erge a geloso custode”: l’Ultima cena (1480-1485), ormai comunemente attribuita a Pietro Perugino e bottega. Un’opera, mai adeguatamente studiata, e ancora poco conosciuta dagli stessi fiorentini, che solo ora, dopo lunghi periodi di chiusura e orari di apertura ridotti, trova la giusta valorizzazione nel proprio contesto monumentale.

 

L’Ultima cena pervade, dal lunettone di fondo, tutta l’ampia sala del Cenacolo, attraendo a sé il visitatore in una suggestiva dimensione prospettica. L’allestimento, sobrio e discreto, permette di evidenziare il rapporto tra le opere, che riescono così a dialogare, davanti agli occhi del visitatore, per testimoniare non solo l’attività del Perugino a Firenze, ma anche la diffusione che il linguaggio peruginesco assunse a cavallo dei secoli XV e XVI. Chiari e sintetici i pannelli, che hanno anche il merito di aiutare il visitatore a visualizzare l’originario ambito di alcune opere, come il Polittico Mormile e la Pala di Santissima Annunziata, suggerendo percorsi che si dipanano tra chiese, conventi e musei fiorentini.


Info:
Cenacolo di ‘Fuligno’ – Via Faenza 40 – Firenze


 

Fonte:Exibart on line