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REGGIO EMILIA. Andy Warhol a Palazzo Magnani.

È una Pasqua all’insegna di Andy Warhol, quella che attende Reggio Emilia.
Dal 31 marzo al 15 aprile 2012, Palazzo Magnani ospita The Last Supper, una delle opere più significative nella produzione del genio che ha lasciato un’impronta indelebile sull’arte del secondo Novecento.
The Last Supper è infatti una straordinaria interpretazione del Cenacolo di Leonardo da Vinci, operata da Andy Warhol nel 1986.
L’evento, che cade nel 25° della morte di Warhol, è parte del progetto Arte in Agenda. A tu per tu con… ideato e promosso dalla Fondazione Palazzo Magnani di Reggio Emilia.
The Last Supper sarà affiancata da un raro disegno dell’Ultima cena leonardesca eseguito da Francesco Hayez (protagonista, fino al 1 maggio, a Palazzo Magnani della grande mostra INCANTI DI TERRE LONTANE. HAYEZ, FONTANESI E LA PITTURA ITALIANA TRA OTTO E NOVECENTO) che consentirà di sviluppare un confronto tra le modalità di rilettura dei modelli classici operata da due autori così distanti, ma uniti dall’esigenza che hanno avvertito di confrontarsi con il genio del Rinascimento italiano.
 
Info:
CLP Relazioni Pubbliche
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ROMA. La favola di Amore e Psiche.

La Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico e del Polo Museale della città di Roma, diretta da Rossella Vodret, in collaborazione con Roma Capitale, Assessorato alle Politiche Culturali e Centro Storico – Sovraintendenza ai Beni Culturali, ha voluto dedicare, al termine dei lavori di restauro del fregio di Perin del Vaga che raffigura la storia di Amore e Psiche in Castel Sant’Angelo, una mostra incentrata su una delle favole più affascinanti dell’antichità, curata dal direttore del Museo di Castel Sant’Angelo, Maria Grazia Bernardini e, per la parte archeologica, da Marina Mattei, curatore archeologo dei Musei Capitolini.
Ricca di significati simbolici e affascinante per l’intensità dei sentimenti, la favola di Amore e Psiche, narrata da Apuleio nell’Asino d’Oro, ha ispirato straordinari capolavori dall’antichità ai giorni nostri, con particolare concentrazione nei periodi di maggiore recupero della cultura classica, cioè nell’alto Rinascimento e nel Neoclassicismo.
Sono testi superbi il ciclo di Raffaello nella Loggia della Farnesina, voluta dal ricco banchiere Agostino Chigi, il ciclo di Giulio Romano a Palazzo Te a Mantova, il delicato fregio di Perin del Vaga a Castel Sant’Angelo richiesto da papa Paolo III, e sono capolavori sommi le sculture canoviane dedicate al mito di Psiche.
La favola, che occupa gran parte del libro di Apuleio, narra la storia della giovane Psiche, che per la sua straordinaria bellezza scatena la terribile gelosia di Venere, la quale, inconsapevolmente provoca l’innamoramento tra Psiche e Cupido. Superate le terribili prove richieste dalla dea, Psiche giunge all’Olimpo, dove convola a nozze con Amore. Psiche in greco vuol dire anima, soffio, respiro vitale, simboleggiato dalle delicate ali della farfalla, e quindi la storia di Psiche è anche la storia dell’anima umana che deve affrontare terribili traversie per raggiungere la sfera divina.
La favola di Apuleio offre infatti più piani di lettura, può alludere al grande amore verso una donna tanto da innalzarla nell’Olimpo degli dei (e con questo significato la favola è stata raffigurata nella Loggia di Psiche della Farnesina), o può riferirsi al travaglio dell’anima umana nel suo difficile percorso verso la spiritualità, a cui voleva probabilmente sottintendere Paolo III nel fregio di Castel Sant’Angelo, o ancora simboleggiare l’aspirazione all’immortalità.
La mostra, che prende avvio dal ciclo di Perin del Vaga che decora il fregio di una delle salette dell’appartamento di Paolo III a Castel Sant’Angelo, intende illustrare, attraverso dipinti, disegni, sculture, incisioni, arazzi e terracotte, i patimenti dell’anima e le prove da superare alla ricerca di Amore divino.
Si suddivide in quattro sezioni: la prima, Le radici del mito, le personificazioni di Eros e Psiche, i patimenti dell’anima, la coppia divina, il bacio e la fabula di Apuleio indaga sull’origine del mito, o meglio del concetto di Amore come perdita del sé per poi ritrovare una comune identità tra Psiche e Eros e ospiterà piccole sculture, gemme e affreschi dal periodo egizio fino all’epoca romana; nella seconda sezione, La fortuna della Favola di Amore e Psiche nel Rinascimento dipinti, sculture, ceramiche, disegni e incisioni, documentano la grande diffusione che ebbe il tema nella prima metà del Cinquecento, soprattutto nei grandi cicli ad affresco. In mostra si potrà ammirare la famosa serie delle incisioni del Maestro del Dado, attraverso le quali viene ripercorsa l’intricata storia di Amore e Psiche; nella terza sezione, La scena della lampada: il fascino irresistibile di Amore misterioso, si presentano le opere più importanti e significative del secolo XVII, durante il quale vennero eseguite singole opere dedicate al mito centrate per lo più sulla scoperta di Amore da parte di Psiche; la quarta sezione, Il revival romantico della favola nel Neoclassicismo, indaga il periodo tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento, durante il quale la favola di Psiche ebbe nuovamente grandissima diffusione letteraria e figurativa.
E’ particolarmente interessante e avvincente constatare, attraverso la pur sintetica antologia di opere che attraversano i secoli dall’antichità all’Ottocento, come la lettura della favola di Apuleio cambi sostanzialmente, riflettendo così la temperie culturale dei vari periodi. Se nell’antichità Amore e Psiche sono due figure che si cercano, si torturano, si amano, nel Rinascimento la cultura umanistica, che poneva le virtù morali alla base del vivere civile, vede nella favola il trionfo dell’amore coniugale e della purificazione dell’anima umana, ed è quindi interessata alla sviluppo narrativo della storia e di conseguenza si realizzano cicli ad affresco più o meno brevi, ma che comunque ripropongono simbolicamente un cammino. Nel Seicento invece trionfa da una parte l’aspetto fiabesco, drammatico, avventuriero secondo lo spirito spettacolare e teatrale proprio della società seicentesca, dall’altro si afferma un fortissimo interesse centrato sulla scena della lampada per le forti implicazioni allegoriche e per la possibilità di giocare su scenografici effetti luministici provocati dalla lanterna che getta luce su un ambiente buio. Tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, quando riprende quasi con ossessione il recupero del mito di Psiche, si assiste ad una rilettura delle opere dell’antichità per poi scivolare verso realizzazioni dall’accentuato tono nostalgico e melanconico, per cui si moltiplicano le opere sul momento dell’abbandono, del sonno, del bacio.
La mostra presenterà circa un centinaio di opere provenienti da musei italiani e stranieri, tra le quali il gruppo di Amore e Psiche degli Uffizi e il gruppo di Amore e Psiche e la Psiche alata dei Musei Capitolini, una serie di terracotte, vasi e avori provenienti da musei italiani e greci, la serie completa delle incisioni del Maestro del Dado della prima metà del Cinquecento, due disegni di Raffaello e bottega preparatori per la Loggia di Psiche della Farnesina, Amore e Psiche di Jacopo Zucchi, il gesso di Canova proveniente dalla Gipsoteca di Possagno raffigurante il gruppo stante di Amore e Psiche e il bozzetto originale del Canova per il famoso gruppo del Bacio proveniente dal Museo Correr.
Il catalogo è edito da L’Erma di Bretschneider, ed è corredato da una mappa dei luoghi di Psiche a Roma elaborata da Miriam Mirolla.
Sarà presente in mostra la ripresa in 3D della Loggia di Psiche di Raffaello della Villa Farnesina realizzata dall’ENEA. Inoltre sarà possibile un’ulteriore possibilità di approfondimento della mostra attraverso un’applicazione per iPhone, iPad e Android.
Il progetto di allestimento è a cura dell’arch. Cesare Mari.

Info:
Museo di Castel Sant’Angelo – Lungotevere Castello, 50 Roma, dal 16 marzo al 10 giugno 2012.
Orario tutti i giorni 9 – 19.30. Lunedì chiuso (la biglietteria chiude alle ore 18,30).
Pasqua, 25 aprile, 1° maggio e 2 giugno aperto.
Lunedì 9 aprile (Pasquetta) aperto e martedì 10 aprile chiuso.
Biglietto d’ingresso: intero € 10 – ridotto € 7,50
Telefono: 06 32810

Link: http://www.poloromano.beniculturali.it

Fonte:MiBAC – Ministero per i Beni e le Attività Culturali

SIENA. Tiziano Il Battesimo di Cristo.

La cripta del Duomo di Siena accoglie, fino al 31 agosto 2012, uno fra i capolavori dell’arte italiana, il Battesimo di Gesù  di Tiziano proveniente dalla Pinacoteca Capitolina che, nell’ambito dei “Dialoghi”, sarà offerto al visitatore per un itinerario tra arte e fede.
L’eccezionale prestito dell’opera, che si allontana per la prima volta dalla sua tradizionale sede espositiva, è l’occasione per un dialogo tra il capolavoro di Tiziano e le opere permanenti del complesso monumentale del Duomo di Siena.
L’evento, realizzato grazie alla collaborazione con Roma Capitale, Assessorato alle Politiche Culturali e Centro Storico – Sovraintendenza ai Beni Culturali, è promosso dall’Opera della Metropolitana di Siena e dall’Arcidiocesi di Siena – Colle Val d’Elsa – Montalcino ed è organizzato da Opera Spa, società del Gruppo Civita.

FIRENZE. La Galleria degli arazzi. Epifanie di tessuti preziosi.

L’esposizione degli arazzi si prefigge di far conoscere al pubblico della Galleria un settore prezioso delle sue collezioni, la cui fama (antica e nobile) va declinando per via di un’assenza – che dura da decenni, ormai – dai luoghi aperti ai visitatori.
Gli arazzi sono opere d’arte che il tempo consuma impietoso, assai più d’altri manufatti. La luce, la polvere, la trazione conseguente all’appendimento, sono le cause principali della degenerazione del loro stato conservativo. Al pari delle opere su carta, gli arazzi (i tessuti in genere) non possono essere esibiti per lassi di tempo troppo lunghi. Pena un degrado che porta a un progressivo sbiadimento. 
Chi abbia avuto la ventura d’essere ammesso a un laboratorio di restauro d’arazzi e abbia pertanto avuto l’agio d’osservare da vicino il verso di quei panni, sarà rimasto sbalordito al cospetto della cromia accesa che l’informa, essendo – il verso – naturalmente scampato all’ingiuria della luce, coi colori che ancora quasi si offrono alla stregua d’un tempo; e avrà del pari provato sconcerto constatandone il divario col recto; divario tanto più brusco, quanto più lunga sia stata l’esposizione di quell’arazzo alla luce. 
Per queste ragioni gli arazzi della Galleria degli Uffizi nel 1987 furono rimossi dai suoi corridoi, dove davvero rappresentavano un tratto d’eleganza magnifica, e furono collocati nelle stanze della riserva. E finché non saranno disponibili le sale al piano terreno dell’edificio – appositamente progettate per ospitare gli arazzi sia pure in una ragionata turnazione nel tempo – queste opere superbe rimarranno confinate in quei locali, attrezzati per la loro migliore conservazione. Non si perderà tuttavia occasione perché nel frattempo siano godute dal maggior numero possibile di visitatori. Come proprio in questo caso s’è fatto.
È stata una favorevole contingenza a consentire d’esporre diciassette arazzi desunti da otto serie ragguardevoli delle collezioni del museo. Contingenza che permette non solo di render manifesto al pubblico quale sia il tenore qualitativo di queste creazioni, ma anche di sottolineare quanto sia importante procedere a interventi di restauro sulla più parte di questa raccolta.
La mostra espone opere di manifattura fiamminga del Cinquecento (desunte dalle serie delle Storie di Giacobbe, delle Feste alla Corte dei Valois e delle Storie di Annibale) e panni di manifattura fiorentina del Cinquecento e del Seicento (da quelli devozionali del ciclo del Salviati, dalle serie delle Storie fiorentine, delle Cacce, della Passione di Cristo e delle Storie di Fetonte), oltre a due Portiere con stemmi medicei. 
Alla presentazione di alcuni arazzi restaurati negli ultimi anni – dei quali Cristo davanti a Erode, su cartone del Cigoli, presentato per la prima volta – si affiancano alcuni anche della medesima serie che attestano la diversa situazione conservativa, favorendo, nel confronto, d’intuirne i risultati di un recupero attraverso l’intervento di restauro.
Gli arazzi – a dispetto delle misure sovente monumentali e di una presenza apparentemente solida – sono manufatti delicati. Chi, per esempio, osservi con attenzione i pezzi scelti in questa circostanza si avvedrà che la superficie non di rado reca segni di sofferenza. La risoluzione d’offrire alla vista i panni bisognosi di cure accanto a quelli sortiti da un intervento di riassetto risponde anch’essa a una precisa volontà didattica; ch’è quella di dar conto delle grandi possibilità di risarcimento fisico ed estetico consentite dalla scuola di restauro fiorentina, una delle migliori al mondo. Ogni visitatore però – potendo contare nel percorso della mostra su un’illustrazione concisa ma perspicua dei metodi esecutivi e, insieme, delle tecniche di restauro – prenderà coscienza della complessità d’ogni intervento, al contempo soppesandone la maestria e l’estro sottesi.

Info:
Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Toscana, Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze, Galleria degli Uffizi, Firenze Musei, Ente Cassa di Risparmio di Firenze.
Galleria degli Uffici dal 20 marzo al 3 giugno 2012
Catalogo Giunti Editore
Biglietto: 11.00 euro (Uffizi + mostra).
Tel. 055 290383.

 

TORINO. FAVOLE E MAGIE. I Guidobono pittori del barocco.

Palazzo Madama – Piano nobile – Piazza Castello – Torino, dal 29 maggio al 2 settembre 2012
Dal 29 maggio a Palazzo Madama una mostra dedicata alla carriera dei fratelli Bartolomeo e Domenico Guidobono, pittori originari di Savona, incaricati tra il 1708 e il 1721 di affrescare le volte dell’appartamento della seconda Madama Reale Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours.
Un’occasione per scoprire e per conoscere due figure poco note dell’ambiente artistico torinese tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento; due pittori che hanno lasciato il segno della loro ispirazione più alta nei soffitti di Palazzo Madama, ma a cui si deve anche una vasta produzione di quadri da cavalletto, ora in gran parte dispersa in musei e collezioni private d’Europa e d’America.
L’attività dei Guidobono si divide tra la Liguria e il Piemonte. Arrivano a Torino al seguito del padre Giovanni Antonio, pittore e ceramista stipendiato da Vittorio Amedeo II, e soggiornano in città in due fasi, tra il 1685 e il 1690 e dal 1702 al 1726. La loro arte introduce in Piemonte i caratteri leggeri e festosi della grande decorazione barocca genovese, che trae i suoi spunti dall’osservazione della natura e dallo studio degli effetti della luce.
Favole mitologiche, storie bibliche e soggetti sacri, nature morte e scene di magia si accompagnano alla descrizione precisa di fiori, frutti, uccelli, animali, oggetti e brani di natura morta, con esiti di raffinata leggerezza e talvolta di seducente mistero.
Il percorso della mostra presenta dipinti, disegni e incisioni: alla produzione dei Guidobono si affiancano esemplari di grandi comprimari genovesi e di altri artisti che rappresentarono dei punti di riferimento per la loro formazione.
Opere di Domenico Piola, Gregorio De Ferrari, Daniel Seyter fanno da confronto e da contrappunto al racconto dell’avventura pittorica dei fratelli Guidobono, mentre una piccola selezione di ceramiche richiama l’attività svolta a Savona dalla famiglia Guidobono.
L’esposizione è arricchita da una scelta di incisioni di Rembrandt e di  Castiglione, veicolo importante di diffusione di modelli figurativi che stanno alla base di gran parte della pittura genovese, e da una sezione di disegni e bozzetti di Piola e De Ferrari provenienti dal Gabinetto dei disegni e della stampe di Palazzo Rosso a Genova, testimonianza dell’esuberante decorazione genovese nelle sue fasi progettuali.
La mostra è, infine, occasione per fare il punto sulla fortuna critica e sugli studi svolti intorno ai due pittori: pur avendo lavorato per committenti importanti come i Savoia, nella decorazione di edifici di grande rilievo come Palazzo Reale e Palazzo Madama, Bartolomeo e Domenico Guidobono sono stati a lungo trascurati dalla critica. In particolare, il loro impegno presso la committenza privata, con quadri da cavalletto di dimensioni talvolta ridotte, ha provocato la dispersione della loro produzione nelle collezioni private d’Europa e d’America. Con questa mostra viene approfondito il lavoro dei Guidobono attraverso una lettura allargata della loro produzione artistica e della cultura figurativa cui si riferirono.
Le opere in mostra sono presentate seguendo una scansione cronologica, che evidenzia i caratteri specifici dei due pittori, le reciproche influenze e le fasi di collaborazione.

Bartolomeo Guidobono (Savona 1654 – Torino 1709), il più anziano dei due, esordisce con un primo soggiorno in Piemonte tra il 1685 e il 1690. A questo momento risalgono gli affreschi del presbiterio dell’abbazia di Casanova presso Carmagnola e un perduto dipinto per Palazzo Madama nell’“appartamento vecchio” di Madama Reale. Ben più lungo e ricco di opere è il suo secondo periodo torinese, tra il 1702 e il 1709, durante il quale lavora oltre che per le residenze di corte anche per gli altari delle chiese torinesi e del territorio del ducato. In mostra troviamo soprattutto tele che raffigurano grandi scene mitologiche e bibliche, destinate ad arredare le residenze genovesi, mentre gli interventi decorativi più importanti svolti a Torino (gli affreschi del convento di San Francesco da Paola e della cupola del Pilone, il soffitto nell’appartamento ora detto di Madama Felicita a Palazzo Reale) vengono richiamati nel percorso espositivo attraverso immagini video.

Alla morte di Bartolomeo, nel 1709, emerge con maggiore forza ed una precisa individualità Domenico Guidobono (Savona 1668 – Napoli 1746), suo fratello minore, che mantiene il rapporto privilegiato con Madama Reale Maria Giovanna Battista. Domenico rimane, dopo l’uscita di scena del fratello, indiscusso protagonista della decorazione delle sale al Primo Piano di Palazzo Madama (quelle che oggi chiamiamo Sala Guidobono, Camera di Madama Reale, Gabinetto Cinese e Veranda Sud), che la Duchessa va allestendo tra il 1708 e il 1721. Contemporaneamente riceve altri importanti incarichi a Torino e nel Ducato, finché, messo in posizione di marginalità rispetto ai cantieri delle residenze reali orchestrati da Filippo Juvarra, si trasferisce a Genova e poi a Napoli dove muore nel 1746. La figura dell’artista viene indagata grazie alle recenti scoperte documentarie e figurative, di cui il filo conduttore è rappresentato dall’inventario dotale della figlia, Maria Beatrice, redatto nel 1720, in cui sono elencate molte opere che in origine si trovavano presso la bottega torinese del pittore e che sono oggi identificabili in dipinti in gran parte conservati in musei stranieri (Parigi, Louvre e New York, Metropolitan Museum).

La mostra è curata da Mary Newcome Schleier, da Giovanni Romano (Università di Torino) e da Gelsomina Spione (Università di Torino). Il catalogo è pubblicato da Silvana Editoriale.

Info:
PALAZZO MADAMA – Museo Civico d’ Arte Antica – Piano nobile – Piazza Castello, Torino
Ingresso: intero € 10, ridotto € 8, gratuito ragazzi fino ai 18 anni
Orario del museo: martedì-sabato 10-18,  domenica 10-19, chiuso lunedì
Tel. 011 4433501
Siti Internet: www.palazzomadamatorino.it e www.fondazionetorinomusei.it