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VICENZA. “Tiepolo segreto” svelati al pubblico sette capolavori.

Sette straordinari affreschi di Giandomenico Tiepolo (1727-1804) da oltre cinquant’anni anni erano conservati nelle residenze dei proprietari che coraggiosamente li salvarono dalle distruzioni belliche. Oggi gli eredi, convinti dell’opportunità di un godimento pubblico di tali capolavori, li hanno destinati al Palladio Museum. Ad essi viene dedicata una mostra, realizzata grazie alle competenze e alla collaborazione della Soprintendenza di Verona diretta da Fabrizio Magani, che la cura insieme al direttore del Palladio Museum, Guido Beltramini.
In questa vicenda s’intrecciano più storie. Quella della straordinaria arte dei Tiepolo, in grado di trasformare dalla radice la tradizione frescante veneta. Quella della difesa del patrimonio artistico negli anni cupi della seconda guerra mondiale. Ma esiste una terza storia che lega in modo indissolubile gli affreschi di Palazzo Valmarana Franco agli studi palladiani: essi infatti sono realizzati due decenni dopo la straordinaria decorazione di Villa Valmarana ai Nani, per il figlio del committente, Gaetano Valmarana.
Nella dimora suburbana a poca distanza dalla Rotonda palladiana, per il padre Giustino Valmarana, i Tiepolo celebrano la naturalezza di una vita “moralizzata” in campagna. Vent’anni dopo, in città, a poca distanza dal Teatro Olimpico, il registro è completamente diverso: Tiepolo concepisce per il figlio una riedizione in pittura della magnificente scena del teatro all’antica di Palladio adottando non più il registro lieve e scherzoso della vita agreste ma il linguaggio aulico, monocromo ma nondimeno guizzante, della vicina architettura palladiana.
“Siamo orgogliosi di poter contribuire alla cultura della nostra città – dichiarano Camillo e Giovanni Franco, proprietari degli affreschi – con una parte della storia della nostra famiglia”.
Fu fra l’altro Fausto Franco, zio dei generosi proprietari e Soprintendente ai Monumenti, a seguire il salvataggio degli affreschi di famiglia nel 1945. Dieci anni dopo lo stesso Franco, insieme – fra gli altri – a Rodolfo Pallucchini, Anthony Blunt, Rudolf Wittkower e André Chastel, fu fra i tredici fondatori del primo Consiglio scientifico del Centro palladiano, coordinato da Renato Cevese.
“Si tratta di una iniziativa lodevole e assai opportuna – dichiara Fabrizio Magani – in considerazione delle effettive distruzioni che gli affreschi di Tiepolo hanno subito a Vicenza durante la guerra. È importante quindi che oggi divenga fruibile al pubblico una parte importantissima del Tiepolo sopravvissuto”.
Le opere saranno allestite nella Sala delle Arti al piano nobile di palazzo Barbarano, in continuità con le sale espositive del Palladio Museum.
“In questo modo – dichiara Howard Burns, presidente del Consiglio scientifico del Centro palladiano – il museo ribadisce la propria natura di autentico ‘museo della città’, luogo dello studio ma anche della conservazione dei reperti della memoria urbana nei suoi aspetti più significativi”.
La mostra, che aprirà al pubblico venerdì 3 novembre, sarà accompagnata da un catalogo con contributi di Fabrizio Magani (Soprintendente archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza), Guido Beltramini (direttore CISA Andrea Palladio), Luca Fabbri, Maristella Vecchiato e Giovanna Battista (Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza).

Info:
Vicenza, Palladio Museum, Contra Porti 11

Fonte: www.quotidianoarte.it, 26 ott 2017

SIENA. Le opere di Ambrogio Lorenzetti.

Nella severa cornice del Santa Maria della Scala torna, dopo alcuni anni di crisi, la grande arte senese e quindi europea con “Ambrogio Lorenzetti” (1290 circa – 1348)’ la rassegna che raduna tutte o quasi le opere conosciute del maestro dell’Allegoria del Buono e del Cattivo Governo (firmato “Ambrosius Laurentii de Senis hic pinxit utrinque”), che fa il punto su un artista di cui non esisteva una monografia scientifica affidabile, risale al 1958 quella dell’americano George Rowley, considerata già all’uscita inadeguata, così come una biografia. Gli studi moderni, infatti, si sono concentrati solo sul “Buon governo” del Palazzo Pubblico, un manifesto dell’etica politica della città-stato nella tarda età comunale, in specie del governo senese dei Nove per il quale Ambrogio lavora.
Il ruolo di vero e proprio pittore civico ha finito per oscurare le altre opere, tutte sorprendenti, che scardinano molto luoghi comuni sull’artista. Che il grande scultore rinascimentale Lorenzo Ghiberti nei suoi “Commentarii” definisce “famosissimo et singularissimo maestro” e mette alla pari di Giotto. Un pittore innovativo anche nel modo di trattare la luce e di rappresentare il paesaggio, i fenomeni atmosferici, la neve, la grandine. A lui si deve “Tempesta nella città di Tana” in India, la prima rappresentazione di un evento simile nella storia dell’arte occidentale. Era nel chiostro del convento di San Francesco, di cui rimangono solo piccoli frammenti staccati, fra cui proprio quello del miracoloso fortunale scatenatosi a seguito della morte dei francescani, che tanta ammirazione suscita in Ghiberti. Un brano che costituisce “la premessa della personificazione dell’”Inverno” che compare, fra le altre stagioni, entro le cornici degli affreschi nella Sala di Nove in Palazzo Pubblico”. E’ l’uomo intabarrato con una palla di neve in mano su cui scendono grandi fiocchi bianchi, ricorda Roberto Bartalini che con Alessandro Bagnoli e Max Seidel ha curato la rassegna.
lorenzetti 1Organizzata e finanziata con un milione di euro dal Comune di Siena, lo scenografico allestimento è dello studio Guicciardini & Magni, la mostra aperta fino al 21 gennaio 2018 (prorogata fino al 8 aprile 2018) e accompagnata da un corposo e denso catalogo Silvana Editoriale, rappresenta il culmine di un lavoro scandito in più tappe, iniziato nel 2015 con l’iniziativa “Dentro il restauro” che aveva per scopo una conoscenza più approfondita di Ambrogio Lorenzetti, una migliore conservazione delle sue creazioni e un conseguente avvicinamento del pubblico. In quell’occasione, grazie anche al contributo del Mibact per Siena capitale della cultura 2015 alcune opere bisognose di studi e interventi o di veri e propri restauri vennero trasferite al Santa Maria della Scala. Dove sono stati allestiti cantieri aperti col supporto di vari istituti di ricerca fra cui l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze. Il primo ha riguardato il ciclo di affreschi staccati della cappella di San Galgano a Montesiepi e il polittico della chiesa di S. Pietro in Castelvecchio, quindi il cantiere per il recupero degli affreschi della sala capitolare di San Francesco, il ciclo di storie di Santa Caterina e gli articoli del Credo nella chiesa di Sant’Agostino.
lorenzetti 3La mostra si propone di ricostruire l’attività di Ambrogio nella città che conserva il settanta per cento circa delle sue opere conosciute. Che vengono soprattutto da Siena e dal contado, a cui si aggiungono fondamentali prestiti del Museo del Louvre, degli Uffizi, dei Musei Vaticani, della National Gallery di Londra, dello Städel Museum di Francoforte, della Yale Universityrt Gallery, dipinti che tornano nella città in cui vennero realizzati.
E la memoria va immediatamente all’idimenticabile mostra “Duccio, alle origini della pittura senese” ospitata a Santa Maria della Scala nel lontano 2003 che richiamò folle di visitatori. Un paragone che fa tremare le vene e i polsi, ma che può essere di buon auspicio e lascia ben sperare il Sindaco Bruno Valentini e il direttore del Santa Maria della Scala Daniele Pittèri. Quella era una mostra corale, questa più monografica, ma le premesse ci sono tutte, l’incanto della città, la superba cornice di Santa Maria della Scala, l’assoluta qualità del pittore e l’operazione di riscoperta e di riflessione sulla sua opera. E il percorso continua in città, in particolare con la visita agli affreschi restaurati per questa occasione nella Basilica di San Francesco, “Martirio dei sei francescani”, “La professione pubblica di San Ludovico di Tolosa”, “Crocefissione” e nella Chiesa di Sant’Agostino la “Maestà”.
Lungo dieci sale si possono vedere preziose opere a tempera e oro su tavola, affreschi staccati, vetri policromi e sinopie di Ambrogio anzitutto, ma anche del fratello maggiore Pietro di cui sono in mostra la “Croce dipinta” di Cortona e “Madonna col Bambino”, tempera e argento su tavola da Castiglione d’Orcia. Sono dipinti singoli, dittici, polittici, croci dipinte. Rappresentano la Madonna col Bambino, i santi, il Redentore, la Crocifissione, Cristo risorto. E come maestri di riferimento Duccio di Buoninsegna e Simone Martini. Viene dalla cattedrale di San Cerbone di Massa Marittima “Madonna col Bambino” di Duccio. E’ seduta su un trono marmoreo coperto da una stoffa sontuosa e prende a modello la “Maestà” dell’altar maggiore del Duomo di Siena. Sulla faccia posteriore in un profluvio di colori, di oro e angeli incombenti “Le storie della Passione” in due fasce orizzontali sovrapposte. Poi Simone Martini con il “Redentore benedicente” dallo sguardo vivissimo, una tavola in legno di ciliegio conservata fin dall’Ottocento nella Biblioteca Apostolica e passata poi alla Pinacoteca Vaticana.
Ma naturalmente fuoco della rassegna sono le opere di Ambrogio che è possibile vedere in prospettiva e da vicino nei particolari una per una. Viene dalla National Gallery di Londra che l’acquistò nel 1878 l’affresco staccato applicato su incannicciato col “Gruppo di Clarisse” che decorava l’aula capitolare del convento di San Francesco a Siena (1320-1325). Un dipinto straordinario per intensità e bellezza. Il “San Michele Arcangelo vittorioso sul demonio”, frammento di una composizione più vasta in vetri policromi dipinti a grisaglia e in parte sgraffiti, un’opera originale che richiama la modernità, viene dal Museo civico e fino al 1955 era nei depositi.
Ma l’opera più strepitosa, da rimanere incantati, è la ricostruzione del ciclo di affreschi della cappella annessa alla rotonda romanica di San Galgano a Montesiepi, realizzati dall’artista verso il 1334 grazie ai denari di Ristoro da Selvatella, un oblato dell’abbazia cistercense di San Galgano. Gli affreschi negli anni Sessanta sono stati strappati per garantirne la conservazione. Così facendo sono stati recuperati anche gli eccezionali disegni tracciati da Ambrogio sull’arriccio. Da ammirare con attenzione il meraviglioso polittico della “Madonna col Bambino in trono con Virtù teologali, angeli musicanti, santi e profeti” dalla Chiesa di San Pietro all’Orto di Massa Marittima. Una tempera su tavole di legno di pioppo con oro, argento e lapislazzuli che fino al 1867 si trovava nella soffitta del convento di Snt’Agostino divisa nei cinque assi che la compongono, priva dei pinnacoli, della predella e della cornice. Ricordata da Ghiberti e da Vasari, è in relazione con i titolari della chiesa a cui era destinata e con San Cerbone patrono della città, accompagnato dalle oche secondo tradizione. E altrettanto si può dire per il trittico di San Michele Arcangelo che sconfigge il drago di Badia a Rofeno, o dall’Abbazia di Monteoliveto Maggiore. Senza dimenticare le storie di San Nicola ”in figure piccole” della Chiesa di San Procolo a Firenze, tavolette narrative d’intensa bellezza. Non a caso una di esse, “Il miracolo delle navi granarie” è stata scelta come copertina del catalogo. E ancora un altro aspetto di Ambrogio pittore civile, la coperta del registro di Gabella del secondo semestre 1344, una Biccherna con l’Allegoria del Buon Governo di Siena.

Info:
Siena, complesso museale di Santa Maria della Scala, Piazza del Duomo 1.
Orari: lunedì, mercoledì e giovedì dalle 10.00 alle 17.00; venerdì dalle 10.00 alle 19.00: sabato e domenica dalle 10.00 alle 20.00. Chiuso il martedì ad eccezione dei giorni 31 ottobre, 26 dicembre e 2 gennaio. Il 25 dicembre chiusura del museo e della mostra. Informazioni, prenotazioni e visite guidate 0577- 286300 e www.ambrogiolorenzetti.it

Autore: Laura Gigliotti

Immagine: Professione pubblica di San Ludovico di Tolosa (particolare) 1334-1340 Affresco staccato Siena, Basilica di San Francesco

Fonte: www.quotidianoarte.it, 25 ott 2017

ROMA. Picasso. Tra Cubismo e Classicismo 1915 – 1925.

Nella mostra veneziana di Palazzo Grassi del ’98, dedicata a Picasso e agli anni dal ’17 al ’24, curata da Jean Clair, il grandioso sipario di “Parade” era stato disposto da Gae Aulenti in alto per essere visto dallo scalone. Un allestimento spettacolare. Non diversamente da quello pensato per la mostra appena aperta a Roma. Non essendoci spazio alle Scuderie, il vicino Palazzo Barberini è sembrata la soluzione migliore. Conservato al Centre Pompidou di Parigi, è stato in mostra solo in rare occasioni. Oltre Venezia nell’84 al Brooklin Museum di New York, a Palazzo della Gran Guardia di Verona nel ’90, al Centre Pompidou di Metz nel ’12 – ’13 e ultimamente al Museo di Capodimonte di Napoli. Del resto le dimensioni della tela, 17 metri per 11, sono tali da rendere quanto mai complesso e lungo l’allestimento, precisa il vicedirettore del Museo di palazzo Barberini Michele di Monte.
Il sontuoso salone (oltre 500 mq) dominato dalla volta affrescata da Pietro da Cortona con il “Trionfo della Divina Provvidenza” ad esaltazione della gloria della famiglia papale, appare più piccolo coperto com’è per un’intera parete fino al soffitto dall’enorme sipario. Una tela a grana grossolana dipinta a tempera dal maestro e dai suoi collaboratori fra cui Carlo Socrate nello studio di Buttes Chaumon a Parigi, ma ideata tra Roma e Napoli nel 1917. Un’opera che qui si può vedere in prospettiva, ma anche da molto vicino e che pur apparendo con i colori opacizzati e sbiancati, mantiene intatto il suo fascino. A cui si aggiunge la suggestione del luogo, un salone di parata anch’esso, destinato ad introdurre gli ospiti dei Barberini. Inevitabile il confronto fra il tema dell’effimero e dell’illusione teatrale, dello spazio reale e di quello immaginato, sia del sipario che della volta. Fra Bernini, Pietro da Cortona e Picasso. Fra temi d’avanguardia e barocchi allo stesso tempo.
Il sipario dunque come preludio della mostra ”Picasso fra Cubismo e Classicismo: 1915 – 1925”, dieci anni cruciali per la sua arte, ospitata fino al 21 gennaio 2018 alle Scuderie del Quirinale. Prodotta da Ales spa in collaborazione con MondoMostre e le Gallerie Nazionali di Arte Antica, curata da Olivier Berggruen con Annunciata von Liechtestein, allestimento Annabelle Selldorf, raccoglie più di cento capolavori tra tele, disegni, gouache, oltre a fotografie, documenti, spartiti, lettere autografe. C’è anche il costume del “Prestigiatore cinese” di “Parade” in tessuto dipinto a mano con applicazioni del Victoria and Albert Museum.
La mostra che ribadisce la vocazione internazionale delle Scuderie “approfondisce il rapporto di Picasso con la danza e indaga la sua libertà stilistica fra classicismo e cubismo”, precisa Mario De Simoni presidente e ad di Ales. Ben 38 i prestatori europei, americani e giapponesi. Oltre ai collezionisti privati i grandi musei di Parigi, Londra, New York, Barcellona, Madrid, Berlino. La mostra è inserita nel progetto Picasso Méditerranée che unisce dieci paesi che si affacciano sul mediterraneo (catalogo Skira).
Giusto un secolo fa il lavoro per il balletto “Parade” su musica di Satie fu l’occasione dell’arrivo in Italia di Picasso. Quell’anno il Teatro Costanzi ospitava la compagnia dei “Ballets Russes” di Sergej Diaghilev. La serata inaugurale si tenne il 9 aprile con l’ “Oiseau de feu” diretto da Igor Stravinskij, seguito il 12 da “Feu d’artifice”, il cui scenario era stato disegnato da Giacomo Balla. Nel ridotto del Teatro fu allestita una mostra di opere della collezione di Massine, quadri di artisti d’avanguardia, molti dei quali erano nel foyer, di Bakst, Balla, Depero, Prampolni, Cocteau, Diaghilev e Picasso per la prima volta presente a Roma con un dipinto.
Pablo Picasso, che aveva allora 36 anni (1881-1973), era giunto a Roma con Jean Cocteau il 17 febbraio impegnato nella preparazione di “Parade” con il coreografo–ballerino Léonide Massine. Era stato Cocteau, che già collaborava con Diaghilev a Parigi, a coinvolgere nell’impresa i due talenti Picasso e Satie, ideando il libretto di “Parade” che s’ispirava al mondo del circo, la parata che annuncia l’arrivo dello spettacolo in città, la sfilata dei carri, della banda, delle attrazioni.
Picasso alloggiava al’Hotel de Russie, insieme a Cocteau, mentre la compagnia dei balletti di cui faceva parte Olga Chochlova di cui l’artista si innamorerà e sposerà poco dopo (testimoni Apollinaire e Cocteau), risiedeva all’Hotel Minerva e provava gli spettacoli al Ridotto Taglioni. “Parade”, il primo balletto cubista della storia, andò in scena al Teatro Chatelet di Parigi il 18 maggio. Ma nonostante fosse l’espressione dell’”esprit nouveau”, come aveva scritto nel programma di sala Apollinaire, in sala c’era anche Proust, fu un fiasco solenne.
Del soggiorno di Picasso a Roma sappiamo quasi tutto, anche grazie alle lettere di Cocteau alla madre. Picasso aveva un magnifico atelier negli studi Patrizi a via Margutta dietro Villa Medici dove si dedica ai bozzetti e agli studi per “Parade” e dove dipinge “L’Italiana” , “Arlecchino e donna con collana” e in tralice “Villa Medici” in mostra. E del suo viaggio a Napoli, Pompei ed Ercolano dove si reca due volte. Ma sarà l’incontro con la cultura tradizionale napoletana, il presepio, il teatro delle marionette e soprattutto la scoperta del Mediterraneo e il rapporto con l’antichità a cambiare la sua arte. Con “Parade” l’artista cubista tornava al mondo del circo rinnovandolo con la tradizione classica, secondo il “Rappel à l’ordre” di Cocteau
La mostra si snoda lungo le sale del primo piano iniziando dalle opere degli anni ’10, dal tardo cubismo quando Picasso smantella la tradizionale separazione fra le diverse tecniche artistiche, utilizzando anche il “pointillisme”. Si inizia con “Homme à la pipe” del ’14 del Museo Picasso di Parigi e “Uomo seduto al tavolo” del ’16 della Pinacoteca Agnelli di Torino per passare all’”Autoritratto” del ’17 di collezione privata, splendidi i molti ritratti dedicati a Olga, la futura moglie, “Ritratto di Olga in poltrona” dipinta come avrebbe fatto Ingres, e poi al primo figlio Pablo in veste di Pierrot e Arlecchino, i disegni di Villa Medici, gli acquerelli delle fioraie di Piazza di Spagna. Fra le opere più significative della sua reinvenzione del classico “Grande bagnante” del Museo dell’Orangerie. E poi “Tre donne alla fontana”, il piccolo ma strepitoso “La corsa”, due donne che corrono sulla spiaggia del ’22 , per giungere alla maniera monumentale (aveva visto i marmi della collezione Farnese all’Archeologico di Napoli), al classicismo “reinventato”, al Mediterraneo, fino al “Flauto di Pan” del ‘24, due giovani apparentemente sospesi fra l’universo di Apollo e quello di Dioniso”. Quadri del Museo Picasso di Parigi, dati dagli eredi in cambio delle tasse di successione. A chiudere “La danse” del ’25 (Tate di Londra), dalle forme convulse e frenetiche che indica il suo addio alla danza.
Al secondo piano documenti, lettere, foto di Picasso a Roma dove rimase più di due mesi, i viaggi a Napoli e tutto ciò che sta dietro le opere, anche i rapporti personali. I disegni, l’esplosione dell’interesse per il mondo dello spettacolo, gli studi, la scenografia, la preparazione dei balletti. Non solo i bozzetti preparatori per “Parade”, ma anche per “Pulcinella” che venne presentato a Parigi nel ‘20. L’idea originale del balletto si deve al direttore d’orchestra Ernest Ansermet, Diaghilev affidò a Massine il libretto e la coreografia, a Stravinskij la musica e a Picasso scene e costumi. Ma tutto era nato a Napoli vedendo gli spettacoli dei burattini.
Alle pareti autoritratti e i ritratti a matita e carboncino di Satie, Stravinskij, Massine, Olga, di coppie e gruppi di danzatori che rivelano l’importanza che il disegno ebbe per l’artista. E progetti di allestimenti, di costumi teatrali, modelli di scenografia. C’è anche la maschera di Pulcinella in legno, carta e tessuto dipinto e la foto di Picasso e i suoi assistenti seduti sul sipario del balletto “Parade”. E sulle bacheche una messe infinita di foto e documenti autografi di Satie, Cocteau. Cartoline, lettere, manoscritti, spartiti musicali con annotazioni autografe di Stravinskij, le lettere “illustrate” di Picasso ad Apollinaire e Cocteau C’è anche il programma dei Balletti Russi del 1920. In copertina il costume del cinese di “Parade” ad acquerello. E la lettera dell’aprile del ’17 di Enrico Prampolini che cita Carlo Socrate. A chiudere la prospettiva “Studi” del ’20 in cui l’artista esemplifica la fluidità del suo stile. “Picasso gioca con gli stili, quando giunge in Italia passa dal cubismo al classicismo e scopre la polivalenza stilistica”, spiega il curatore Olivier Berggruen.

Autore: Laura Gigliotti

Info:
Scuderie del Quirinale Via XXIV Maggio 16, Roma.
Il sipario “Parade” è visibile alle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma – Palazzo Barberini, via delle Quattro Fontane 13.
Orario: dalla domenica al giovedì dalle 10.00 alle 20.00; venerdì e sabato dalle 10.00 alle 22.30. Fino al 21 gennaio 2018.
Tel. 06 – 81100256 – Urò: http://www.scuderiequirinale.it

Immagine: Pablo Picasso, sipario per il balletto “Parade”, 1917. Tempera su tela 1050 x 1640; Musèe National d’Art Moderne, Parigi.

Fonte: www.quotidianoarte.it, 27 sett 2017

PERUGIA. “Da Giotto a Morandi. Tesori d’arte di Fondazioni e Banche italiane.

Straordinario successo per la mostra “Da Giotto a Morandi. Tesori d’arte di Fondazioni e Banche italiane” che da aprile fino ad oggi è stata apprezzata da oltre dodicimila visitatori, tra cui numerosissimi stranieri e turisti provenienti da fuori regione. Per questo motivo la Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia e la Fondazione CariPerugia Arte hanno deciso di prorogarne l’apertura fino al prossimo 5 novembre 2017 rispetto alla data inizialmente stabilita del 15 settembre.
Il percorso espositivo, curato da Vittorio Sgarbi, raccoglie circa 100 opere provenienti dalle collezioni di Fondazioni e Banche di tutta Italia. Un successo considerevole per Palazzo Baldeschi, sede espositiva di questo eccezionale progetto che ha fatto registrare una grande affluenza di pubblico. Ottimo anche il riscontro avuto dalle scuole, con tanti studenti che hanno apprezzato il programma di iniziative didattiche organizzate intorno agli artisti e alle opere esposte.
“La Mostra “Da Giotto a Morandi” – evidenzia Sgarbi – è il primo nucleo di un museo sommerso e non sconosciuto ma rimosso; essenziale per ricostituire l’integrità del patrimonio artistico italiano, attraverso le raccolte delle fondazioni bancarie”.
Per ancora due mesi sarà possibile quindi attraversare sette secoli di storia dell’arte grazie ai dipinti e alle sculture che appartengono al ricco patrimonio artistico delle Fondazioni e delle Banche italiane, alcuni dei quali mai esposte e quindi per la prima volta visibili al pubblico. Un percorso inedito frutto di una accurata selezione effettuata da Vittorio Sgarbi, che è riuscito a riunire a Perugia capolavori di pittori famosi come Giotto e Morandi, assieme ad opere di artisti meno affermati ma di grande pregio.
Tutto ciò è stato possibile grazie al sostegno di Unicredit e degli altri due partners del progetto Augustum Opus SIM e Nextam Partners SIM SpA e al contributo di tutti i prestatori che hanno garantito la presenza a Perugia della totalità delle opere, compresa la Sibilla del Guercino.
“Da Giotto a Morandi è una occasione imperdibile afferma il presidente della Fondazione CariPerugia Arte, Giuseppe Depretis – per ammirare in un unico luogo il risultato di anni e anni di collezionismo portato avanti dalle Fondazioni e dalle Banche italiane. Annunciamo la proroga della mostra con molta soddisfazione e ringraziamo tutti i prestatori che hanno creduto fin dall’inizio in questo nostro progetto. Questa è la testimonianza di un impegno che ha tenuto conto sia della specificità dei territori di appartenenza delle opere, sia di scelte mirate sotto il profilo più propriamente artistico.”
A Palazzo Baldeschi, entrando nella prima sala e seguendo un percorso organizzato in ordine cronologico, si può ammirare il prezioso tondo di Giotto raffigurante San Francesco d’Assisi, accanto ad opere di Beato Angelico, Perugino, Pinturicchio, e la Madonna di Matteo da Gualdo, scelta come immagine della mostra.
Nella seconda sala spiccano le pale d’’altare di Camillo Procaccini e Giovanni Francesco Guerrieri da Fossombrone, accanto alla seducente Onfale di Ludovico Carracci e alla tormentata Deposizione di Cristo di Ferraù Fenzoni, mentre nella terza sala sono raccolte opere di maestri del primo Seicento influenzati dalla rivoluzionaria pittura di Caravaggio. Passando poi nella splendida Sala delle Muse, fiore all’occhiello di Palazzo Baldeschi, troviamo due dolci Madonne con il Bambino di Simone Cantarini, accanto alla Lucrezia preordina il suicidio di Guido Reni. Proprio in questa sala trova spazio il Cristo e la samaritana del Guercino, insieme a il Salvator mundi di Elisabetta Sirani, la Sacra famiglia di Gian Domenico Cerrini, il Vecchio con bottiglia da pellegrino e globo di Pietro Bellotti e l’’Allegoria del tempo e della verità di Pietro Liberi.
Nella quinta sala le opere dei due maggiori interpreti della pittura barocca napoletana, Mattia Preti e Luca Giordano, mentre a chiusura del percorso il maestoso salone degli stemmi raccoglie capolavori dal Settecento alla metà del Novecento, da Bellotto a Boldini, Fattori, Pellizza da Volpedo, De Pisis, Carrà fino a Giorgio Morandi.

Info:
Grazie alle convenzioni stipulate con Trenitalia, Busitalia e Saba-Sipa i visitatori del percorso espositivo possono avere agevolazioni sul costo del parcheggio e sul biglietto di ingresso alla mostra.
www.fondazionecariperugiaarte.it; palazzobaldeschi@fondazionecariperugiaarte.it
Fondazione CariPerugia Arte – Corso Pietro Vannucci, 47 – 06121 Perugia – Tel. 075 5724563 – Mob: 349 8528003.