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SAN BENEDETTO PO (Mn). Il Correggio ritrova la sua Ultima cena. Una mostra sul Cinquecento nel monastero di Polirone.

Fino al 6 gennaio 2020, la Basilica e l’ex Refettorio Monastico di San Benedetto Po (Mantova) ospitano la mostra “Il Cinquecento a Polirone. Da Correggio a Giulio Romano“.
La mostra, curata da Paolo Bertelli, intende presentare il contesto culturale che animò il monastero di San Benedetto in Polirone a San Benedetto Po nel XVI secolo.
“La renovatio promossa da Giulio Romano all’interno degli spazi dell’edificio sacro”, si legge nella presentazione, “si colloca all’interno di un più ampio fermento innovatore che, nel corso del secolo, vide l’intervento di Correggio, dello scultore Antonio Begarelli, di Fermo Ghisoni e di altri artefici che diedero al complesso una veste moderna”.
Nel refettorio polironiano si conserva un celebre affresco giovanile di Correggio (Antonio Allegri; Correggio, 1489 circa – 1534), un’architettura dipinta, realizzata tra il 1513 e il 1514 da un allora poco più che ventenne Antonio Allegri, che doveva ospitare un’Ultima cena (un’interpretazione della famosa pittura murale di Leonardo da Vinci) dipinta nel 1514 dal veneto Girolamo Bonsignori (Verona, 1472 – Mantova, 1529). L’opera fu installata nel refettorio e vi rimase per quasi trecento anni: poi, a seguito delle spoliazioni napoleoniche, fu asportata dal monastero e oggi è conservata al Museo Baruffaldi di Badia Polesine dopo aver conosciuto varie peripezie (in Francia passò di proprietario in proprietario, fino al suo ritorno in Italia, proprio a Badia Polesine, nel 1927).
Proprio l’Ultima cena di Bonsignori è una delle opere protagoniste della mostra: tornerà infatti temporaneamente nel suo luogo di origine per riunirsi alle architetture dipinte del Correggio. L’opera, di dimensioni imponenti (è larga più di sette metri) è stata trasferita nelle scorse ore, con operazioni difficili che hanno comportato anche l’abbattimento di un muro.
La mostra esporrà inoltre pale d’altare, dipinti, documenti d’epoca, sculture, codici miniati, disegni, paramenti liturgici e tessuti del XV e del XVI secolo.
L’apertura della rassegna è affidata a un ritratto di Giulio Romano, a cui sono affiancati, nella stessa sala, un disegno di Federico Zuccari e alcune pale che appartengono al corredo cinquecentesco della basilica. Qui, Giulio Romano aveva sottoscritto, pochi anni prima della sua scomparsa, un contratto per la realizzazione delle varie pale d’altare, che furono, perlopiù, realizzate da Fermo Ghisoni.
Il percorso prosegue quindi con il Correggio, presente in Polirone nel 1514 per firmare un contratto per la realizzazione delle ante e del podium dell’organo.
Per contestualizzare l’Ultima cena di Bonsignori ci saranno anche una grande Ultima cena di Lorenzo Costa il Giovane, già all’interno del Refettorio polironiano, e alcuni disegni di Giulio Romano (come il bozzetto preparatorio per uno degli ottagoni della Loggia di Davide di Palazzo Te).
Seguono i dipinti cinquecenteschi, specie quelli della scuola veneta: un Cristo luce del mondo di Paris Bordon, una copia settecentesca di una delle pale di Paolo Veronese (anche queste vittime delle spoliazioni di Napoleone), una Madonna col Bambino di Paolo Farinati, una scultura di Antonio Begarelli presente in quanto rimando all’importante corpus scultoreo di Begarelli conservato all’interno della basilica, e quattro codici miniati cinquecenteschi provenienti dalla biblioteca polironiana.
Chiude il percorso nel refettorio una celebre incisione di Alberto Ronco raffigurante l’albero benedettino. Benché già seicentesca, l’incisione è preziosa in quanto riporta la facciata della basilica pensata da Giulio Romano, che il visitatore può vedere uscendo dal refettorio ed entrando in chiesa.
La basilica conserva ancor oggi molte opere d’arte cinquecentesche: architetture, decorazioni, pale d’altare.
L’ultima sezione della mostra, quella liturgica, è allestita nella sagrestia con l’esposizione di antichi e preziosi paramenti (ritrovati nel corso di una recente ricognizione e risalenti al XV e XVI secolo), accompagnati dai candelieri e dalle cartegloria originali del Cinquecento e dalla riproduzione dell’antica pala dell’altare maggiore, oggi conservata al Louvre.

Info:
Il Museo Civico Polironiano apre, in periodo estivo, dal martedì al venerdì dalle 9 alle 12 e dall 15 alle 18, il sabato, la domenica e i festivi dalle 9:30 alle 12:30 e dalle 15 alle 18. In periodo invernale, dal martedì al venerdì dalle 9 alle 12 e dalle 14:30 alle 17:30, il sabato, la domenica e i festivi dalle 9:30 alle 12:30 e dalle 14:30 alle 17:30. Chiuso il lunedì, il 25 dicembre e il 1° gennaio.
Biglietti (compresa visita alla basilica): 8 euro l’intero, 7 euro il ridotto, 5 euro il ridotto per le scuole. Visita al solo museo: 5 euro intero, 4 euro il ridotto. Biglietto speciale famiglia: per ogni adulto, un bambino gratis fino ai 17 anni. Per info è possibile visitare il sito del Museo Civico Polironiano di San Benedetto Po.
La mostra, che concorre a celebrare l’anno dedicato a Giulio Romano (che culmina con la grande mostra di Mantova in apertura a ottobre) nasce dalla collaborazione del Comune di San Benedetto Po, della Parrocchia di San Benedetto Po e degli Amici della Basilica di San Benedetto Po Onlus, con il supporto della Diocesi di Mantova e del Complesso Museale Palazzo Ducale di Mantova.

Nell’immagine: un dettaglio delle architetture dipinte dal Correggio. Ph. Credit Carlo Perini

Fonte: www.finestresullarte.info, 8 sett 2019

ROMA. “Luca Signorelli e Roma. Oblio e riscoperte”.

Per la prima volta i Musei Capitolini, dedicano una grande rassegna a uno dei principali protagonisti del primo Rinascimento, Luca Signorelli (1450 – 1523), fra i giganti di quella stagione irripetibile che avrebbe segnato la storia dell’arte occidentale, prima del turbine rappresentato da Raffaello e Michelangelo.
“Fu ne’ suoi tempi tenuto in Italia tanto famoso e l’opere sue in tanto pregio, quanto nessun altro in qualsivoglia tempo sia stato già mai”, scrive Giorgio Vasari nelle “Vite dei più eccellenti, scultori e architetti” pubblicata a Firenze da Giunti nel 1568. La biografia dell’artista era corredata da un’immagine (che mancava nella prima edizione del 1550). E’ da questa che prende le mosse la mostra. Per uno strano caso Vasari utilizza come modello il ritratto eseguito da Luca di Vitellozzo Vitelli. Un volto ben diverso da quello che compare nella lunetta con l’Anticristo della Cappella di San Brizio a Orvieto. Fra i personaggi rappresentati ve ne sono due appartati vestiti di nero, il Beato Angelico e Signorelli che si ritrae con capelli lunghi e biondi. Ma nonostante l’evidenza, Vasari docet, bisognerà aspettare l’Ottocento per avere la vera effigie di Signorelli, opera di Pietro Tenerani esposta nella prima sala accanto a quella di Pietro Pierantoni che si ispira all’immagine utilizzata da Vasari.
Il titolo della mostra “Luca Signorelli e Roma. Oblio e riscoperte”, curata da FederIca Papi e Claudio Parisi Presicce (Catalogo De Luca Editori D’Arte), esprime bene i concetti guida illustrati da una sessantina di opere di grande qualità storico-artistica, distribuite in sette sezioni, alcune esposte per la prima volta a Roma. Se Signorelli occupa la posizione centrale della scena e le sue opere tra oblio e riscoperte rappresentano il filo conduttore della sua presenza nell’urbe almeno in tre periodi diversi, cooprotagonista è anche la città eterna, la Roma di papa Sisto IV della Rovere, il papa francescano e teologo, “restaurator urbis”. A lui, in vista del Giubileo del 1475, si devono chiese, strade, acquedotti, ponti. Come Ponte Sisto, l’antico Ponte Aurelio, realizzato in tre anni, e la rinascita dell’Ospedale di Santo Spirito in Sassia, con la splendida corsia sistina affrescata, per l’assistenza gratuita a tutti i bisognosi. In mostra il grande plastico ricostruttivo in legno, stucco e vetro. Sulle pareti vedute a volo d’uccello della città piante anonime, incisioni, acqueforti di Roma di Giovan Battista Falda, vedute di van Wittel, monete e medaglie sistine.
Nel 1471 Sisto IV decide di trasferire sul Campidoglio, sede del potere amministrativo e giudiziario della città, gli antichi bronzi romani, lo Spinario, la Lupa, i frammenti del Colosso di Costantino e la Zingara, riconoscendo i romani legittimi eredi della città e degni conservatori delle sue preziose testimonianze. Una data che segna la nascita del più antico museo pubblico del mondo.
E quale promotore delle arti a lui si deve la rifondazione della Biblioteca Vaticana arricchita di centinaia di codici latini e greci che affida al Platina, la costruzione della Cappella Magna, la Cappella Sistina, che prima degli interventi di Michelangelo verrà decorata sulle pareti laterali nel 1481 – 82 anche da Luca Signorelli con l’affresco “Testamento e morte di Mosè” . E’ il primo soggiorno di Luca a Roma, la sua prima commissione documentata. Ma bisognerà aspettare venticinque anni per avere notizie certe di un suo ritorno, anche se si pensa che sia venuto più volte. Roma e lo studio dell’antico, che tanto ha nutrito la sua arte “perfetta fusione fra civiltà classica e cristiana”, non è generosa con lui. Anche l’elezione di un papa Medici come Leone X delude le sue speranze. Probabilmente è tornato a Roma per un lavoro in un ambiente privato di Giulio II e verso il 1507 insieme a Perugino e Pinturicchio per una “cena di lavoro” da Bramente che avrebbe dovuto favorirli presso il Papa Giulio II, tutti soppiantati da Raffaello. Come ricorda in un volume su Vitruvio del 1536 (in mostra) Gianbattista Caporali. Infine la terza volta nel 1513 come testimoniato da un documento dell’Archivio Capitolino e da una fonte autorevole, Michelangelo che ricorda un prestito non pagato di 40 Giuli. Signorelli va a trovarlo nella sua casa romana a Macel de Corvi.
Dalla fama sancita da Vasari “primo chiaro lume che fece scorta a Raffaello, a Michelangelo, a Leonardo e agli valenti artefici del secol d’oro per condurre l’arte verso la perfezione”, alla perdita di memoria nei secoli seguenti, al ritrovato credito nel Settecento con l’affermarsi del purismo e delle correnti preraffaellite romanticismo, quando si riscopre la Cappella Nova, visitata da Füssli, Overbeck, i Nazareni, Freud, Canova. Una rivalutazione a tutto campo che riguarda anche la storiografia e il mercato antiquario. E le sue opere finiscono all’estero fino a quando non viene approvata nel 1902 una legge e un catalogo di oggetti di sommo pregio in mano privata che lo impedisce. “La corte di Pan” distrutta da un bombardamento nell’ultima guerra era al Museo di Berlino.
La mostra si snoda su percorsi paralleli, da un lato l’artista e le sue opere, l’oblio e la riscoperta, dall’altro la città, i suoi monumenti, i suoi protagonisti. Dopo la sala introduttiva ecco lo Spinario in bronzo dei Capitolini e in sequenza lo Spinario Medici in marmo della prima età imperiale, da cui l’artista ha tratto più volte ispirazione. Dallo studio dell’antico Luca ricava un repertorio di figure e nudi maschili e una varietà di pose che animano le sue classiche composizioni. Sulle pareti lo spettacolare Martirio di San Sebastiano dipinto per la Cappella Brozzi nella chiesa di San Domenico di Città di Castello, restaurato per l’occasione (in un piccolo video le fasi del restauro), con rovine, scorci del Colosseo e dell’Arco di Costantino. Del capolavoro del Duomo di Orvieto, la Cappella Nova o di San Brizio, iniziata dall’Angelico e terminata da Luca nel 1504, è possibile avere una visione nei dettagli,. attraverso immagini retroilluminate di grande effetto. In mostra anche una discussa tegola dipinta con i ritratti di Luca e di ser Niccolò di Angelo camerlengo del Duomo. In una saletta rossa tre Madonne col Bambino, tra le più belle e originali. Un tema a lui caro che preferiva realizzare in formato tondo. Così doveva essere anche la Madonna Pallavicini Rospigliosi e quella del Museo Jaquemart-André diventata ovale. E’ un “unicum” nel catalogo dell’artista la “Vergine col Bambino” o “Madonna Bache” del Metropolitan Museum, donata con altri beni nel 1507 alla figlia Gabriella. La Madonna dal profilo severo che rivolge uno sguardo malinconico verso il figlio è dipinta su uno sfondo dorato costituito da atletici putti alati segnati con sottili smalti rossi, azzurri e verdi che si muovono gioiosamente su nastri e girali e all’interno di cerchi.

Info:
Musei Capitolini Palazzo Caffarelli, piazza del Campidoglio.
Orario : tutti i giorni dalle .30 alle 19.30. fino al 3 novembre 2019.
tel. 060608 e www.museicapitolini.it

Autore: Laura Gigliotti

Fonte: www.qaeditoria.it, 25 lug 2019

Foto:
Luca Signorelli, Madonna col Bambino, 1505-1507, olio e tempera su tavola, New York, Metropolitan Museum of Art.

RAVENNA. RavennaMosaico 2019.

Dal 6 ottobre al 24 novembre 2019 a Ravenna si tiene la VI edizione della Biennale di Mosaico Contemporaneo, opere e artisti di tutto il mondo si incontrano nella città capitale del mosaico. RavennaMosaico è promossa e organizzata dal Comune di Ravenna e con il coordinamento del MAR – Museo d’Arte della città di Ravenna grazie al prezioso contributo della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, di Edison e di Marcegaglia.
Ravenna è coinvolta totalmente aprendo i suoi luoghi più suggestivi ad artisti locali e provenienti da tutto il mondo: monumenti, musei, chiostri e spazi simbolo della città diventano gallerie d’eccezione in cui arte antica e arte contemporanea sono in costante dialogo.
L’’anteprima della Biennale si è tenuta lo scorso 14 giugno, la celebrazione del ventennale della progettazione di Ardea Purpurea, fontana monumentale in mosaico di Marco Bravura situata nel centro storico di Ravenna.
Al MAR – Museo d’Arte della città di Ravenna hanno luogo due grandi mostre che testimoniano come il mosaico possa prestarsi alle più diverse interpretazioni: Chuck Close. Mosaics curata da Daniele Torcellini e Riccardo Zangelmi Forever young curata da Davide Caroli.
Figura di spicco dell’arte contemporanea dai primi anni ’70, Chuck Close è un artista internazionalmente famoso per i suoi ritratti, dipinti in scala monumentale a partire da fotografie. Close ha esplorato negli anni un’ampia gamma di tecniche, processi e materiali fino ad arrivare all’utilizzo del mosaico a seguito del suo coinvolgimento nel progetto di arte pubblica per la Metropolitana di New York. La serie Subway Portraits è costituita da dodici opere, in mosaico e in ceramica, ed è stata commissionata dal programma Arts & Design dell’Autorità di Trasporto Metropolitano, nel 2017.
La mostra al Museo d’Arte della Città di Ravenna presenta la nuova serie di opere a mosaico, affiancate da opere relative come stampe, arazzi e fotografie, e documenta inoltre il lavoro svolto da Mosaika Art and Design e da Magnolia Editions per la realizzazione delle opere installate nella stazione Second Avenue-86th Street di New York City.
La seconda mostra del MAR è, invece, un’’occasione per ritornare bambini, grazie ai lavori di Riccardo Zangelmi, unico artista italiano certificato LEGO® Certified Professional, all’’interno di un gruppo ristrettissimo di soli quattordici persone in tutto il mondo. Un’’immersione in un percorso creativo tra oggetti, ricordi e fantasie legate al mondo dell’’infanzia grazie a più di venti opere realizzate con oltre 800mila mattoncini LEGO® di differenti dimensioni e colori. Per celebrare la città di Ravenna, l’’artista ha realizzato un’’originale scultura raffigurante Dante Alighieri.
Entrambe le mostre restano aperte fino al 12 gennaio 2020 e, quindi, ben oltre la fine di RavennaMosaico 2019.
Dal 15 al 17 novembre il MAR sarà “invaso” dalle divertenti e sorprendenti creazioni in mattoncini LEGO® del Ravenna Brick Festival realizzato dal gruppo Romagna Lug.
Oltre alle mostre del MAR sono previsti numerosissimi altri appuntamenti, in un percorso di confronto e collaborazione che coinvolge diversi soggetti e alcune nuove realtà.
Palazzo Rasponi dalle Teste ospita Opere dal Mondo, la tradizionale mostra|concorso a cura di AIMC (Associazione Internazionale Mosaicisti Contemporanei) con una selezione di lavori di artisti internazionali, che per questa edizione sarà a tema dantesco, e la quinta edizione del premio GAeM Giovani Artisti e Mosaico, in cui giovani artisti under Forty, si avvalgono della tecnica musiva in modo tradizionale o sperimentale. Il premio, suddiviso in quattro sezioni, prevede una collaborazione con il MAG Magazzeno Art Gallery dove si tiene una personale di uno dei premiati. Saranno presenti, inoltre, gli interventi artistici del gruppo CaCO3 e del fotografo Luigi Tazzari.
La storica Biblioteca Classense apre tutti i suoi spazi alla Biennale: dalle sale espositive a quelle di lettura, dai chiostri agli ambienti più rappresentativi. L’’Accademia di Belle Arti di Ravenna, presso la Manica Lunga della Classense, presenta il suggestivo progetto dal titolo Incursioni, ovvero un affascinante intreccio di storie entro il quale il visitatore può seguire i fili delle nuove esperienze creative dei più giovani artisti del mosaico. Nelle sale di lettura al piano terra nasce un dialogo continuo tra libri tradizionali e libri a mosaico con Bibliomosaico a cura di Rosetta Berardi e Benedetto Gugliotta. Anche il chiostro di ingresso è sede espositiva per un’’installazione del mosaicista Paolo Racagni, e la donazione dell’’opera Arborea donna libera aurea da parte degli eredi di Maria Grazia Brunetti autrice del pannello in mosaico.
Presso Classis – Museo della Città e del Territorio la mostra a cura di Giuseppe Sassatelli intitolata Tessere di mare. Dal mosaico antico alla copia moderna, un’’esposizione di mosaici pavimentali romani a soggetto marino che sottolinea un aspetto centrale del nuovo museo ravennate, ossia il rapporto della città con il mare. La mostra affronta anche una seconda tematica, quello dei mosaici originali esposti per ragioni di tutela nei musei, ma evocati da copie moderne appositamente realizzate per essere collocate nel luogo del ritrovamento.
Il percorso espositivo prevede importanti mosaici provenienti dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli, dall’area archeologica di Populonia e copie di mosaici antichi provenienti dalla collezione del Maestro Severo Bignami. In particolare è esposto un importantissimo mosaico del I secolo a.C. proveniente dalla Casa del Fauno di Pompei e appartenente alle collezioni del Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Si tratta del celeberrimo mosaico con scena marina e pesci che la Fondazione RavennAntica-Parco Archeologico di Classe è riuscita ad ottenere in prestito grazie al rapporto di collaborazione instaurato con il prestigioso Museo di Napoli
Il Museo Nazionale di Ravenna presenta Intersezioni a cura di Emanuela Fiori e Giovanni Gardini, con opere di Sara Vasini e Luca Freschi, due giovani artisti dai linguaggi e dagli esiti artistici molto diversi fra loro. La ricerca di entrambi si fonda sul recupero dell’antico o della memoria, avvertita come esigenza, imprescindibile, sulla quale basare il loro gesto artistico, che li ha portati a dialogare con le opere presenti nel Museo.
Sempre il Polo Museale dell’’Emilia-Romagna presenta presso la Basilica di Sant’’Apollinare in Classe Eldorato, progetto dell’’artista Giovanni de Gara che racconta l’’illusione di una terra dell’’oro attraverso installazioni site-specific che utilizzano come materia prima un oggetto salva-vita: le coperte isotermiche, normalmente usate per il primo soccorso in caso di incidenti e calamità naturali, ed entrate nell’immaginario collettivo come “veste dei migranti”.
Il dialogo costante tra antico e contemporaneo si respira anche negli altri monumenti Unesco gestiti dalla Curia di Ravenna. Presso il Battistero Neoniano, il Museo Arcivescovile e la Cappella S. Andrea sono esposte le istallazioni musive site-specific di Felice Nittolo a cura di Linda Kniffitz.
In San Vitale, nella Basilica di Sant’’Apollinare Nuovo e nella Cattedrale Metropolitana gli studenti del Liceo Artistico Nervi Severini presentano Artifex Mosaico. Dall’antico al contemporaneo mentre nei Chiostri Francescani espongono Mostraico– Installazioni Musive contemporanee.
Il sodalizio tra Ravenna e Faenza si consolida anche per questa Biennale con il MIC Museo Internazionale della Ceramica in Faenza che propone a Ravenna nell’’atrio di Palazzo Rasponi dalle Teste un’’installazione del ceramista Andrea Salvatori dal titolo Ikebana Rock’n’Roll curata da Davide Caroli.
In questa ottica si inserisce anche il Museo Diocesano di Faenza che nella sede faentina della Chiesa di Santa Maria dell’’Angelo allestisce una personale del mosaicista ravennate Marco De Luca curata da Giovanni Gardini.
Con i progetti Purgatorio in bottega e Dal Museo alla bottega, anche per questa edizione si rinnova la collaborazione con CNA Ravenna con le iniziative che coinvolgono le realtà artigiane del centro storico.
RavennaMosaico 2019 è anche ricerca, tutela e conservazione; il Comune di Ravenna, le fondazioni Flaminia e RavennAntica, l’’Università di Bologna, l’’Accademia di Belle Arti di Ravenna, il Liceo Artistico Nervi-Severini e in collaborazione con l’AIMC danno vita a un grande progetto di restauro e riqualificazione del Parco della Pace, un vero e proprio museo all’aria aperta inaugurato nel 1988 con mosaici, fra i tanti, di Mimmo Paladino e Bruno Saetti.
Sempre legato al tema dell’’arredo artistico-urbano si conclude il progetto iniziato durante la Biennale del 2017 curato dall’’Associazione Dis-Ordine di Ravenna in cui i valori sociali e artistici si fondono dando vita a Dis-ORDINE A PORT’AUREA. Il FILO e le ALI. DANTE ECO GREEN percorso pavimentale sviluppato attraverso 169 moduli triangolari, in richiamo alla tarsia del labirinto di San Vitale e posizionato nel giardino davanti alla Casa Circondariale di Ravenna.
Il fermento della Biennale di Mosaico Contemporaneo si percepisce anche dalle tante iniziative, mostre, convegni, incontri e attività didattiche che coinvolgono tutta la città nei suoi luoghi più suggestivi, non solo pubblici ma anche privati, arricchendosi anche quest’anno con due nuove sedi espositive la piccola Chiesa di San Carlino e Casa Matha oltre che le sedi già consolidate come la Cripta Rasponi, la sede dell’’Accademia di Belle Arti, quelle del Liceo Artistico e TAMO e tanti gli eventi collaterali, musicali e performativi, le conferenze e gli incontri con gli artisti.
In occasione di RavennaMosaico 2019, dal 15 settembre al 15 ottobre 2019, il Red City Bus di Bologna, autobus che porta i turisti alla scoperta dei segreti del capoluogo emiliano, sarà personalizzato con l’immagine coordinata della Biennale e domenica 15 settembre un grande evento promozionale coinvolgerà in un flash mob Piazza Maggiore e il centro storico di Bologna.

Info:
www.ravennamosaico.it
Mar – Ufficio relazioni esterne e promozione
Francesca Boschetti- Daniele Carnoli
tel +39 0544 482017 – 482775
ufficio.stampa@museocitta.ra.it
mar.ra.it

TORINO. Giorgio De Chirico alla Gam.

“Giorgio De Chirico. Ritorno al futuro” è il titolo della mostra che la Gam – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino dedica al grande maestro della metafisica fino al 25 agosto 2019.
Organizzata e promossa da Fondazione Torino Musei, Gam Torino e Associazione MetaMorfosi, in collaborazione con la Fondazione Giorgio e Isa de Chiri-co, l’esposizione presenta un centinaio di opere provenienti da importanti musei, enti, fondazioni e collezioni private, in un dialogo tra la pittura neometafisica di Giorgio de Chirico e le generazioni di artisti che si sono ispirati alla sua opera.

POSSAGNO (Tv). Un Tempio per l’Eternità.

La mostra “Un Tempio per l’Eternità” inaugurerà in occasione degli Anniversari Canoviani promossi da Opera Dotazione del Tempio Canoviano di Possagno insieme a Fondazione Canova onlus e al Comune di Possagno per celebrare i 200 anni dalla posa della prima pietra del Tempio di Possagno, primo passaggio delle celebrazioni che si concluderanno nel 2022, bicentenario della morte del grande artista neoclassico.
La Chiesa è un esempio di architettura capace di riunire l’antica Grecia all’Impero romano attraverso il Partenone ed il Pantheon. Incisioni, dipinti e sculture permetteranno di confrontarsi con questa realtà, un esempio di architettura neoclassica collocato ai piedi delle montagne della Pedemontana del Grappa. Un modello ligneo in scala, faciliterà la visione dell’edificio che in questi tempi diventerà l’architettura celebrativa dei 200 anni canoviani.
“E’ mio divisamento, di seguire, nell’’esecuzione di questa opera, l’’esempio di qualche illustre e famigerato monumento, senza porvi nulla di altrui invenzione. E venendo al particolare, dissi che avrei eletto per il portico di sei colonne, le proporzioni del tempio con portico dorico riportato dallo Stuart, che si crede un resto del tempio dedicato a Roma e ad Augusto”
Antonio Canova a Giannantonio Selva, 5.VIII.1818
L’’11 luglio del 1819 Antonio Canova è a Possagno per la cerimonia della posa della prima pietra del Tempio: la nuova chiesa parrocchiale che aveva voluto far erigere a proprie spese per il suo paese natale. Fu un evento solenne immortalato da Johann Anton Pock in un piccolo dipinto, conservato a Parma nella Collezione Magnani Rocca. Lo Scultore, però, non avrà la possibilità di vedere ultimata questa sua opera, morirà, infatti, a Venezia il 13 ottobre 1822. Sarà compito del fratello, monsignor Giovanni Battista Sartori Canova, portare a termine la costruzione del solenne edificio. Il tempio verrà consacrato soltanto dieci anni dopo, nel 1832.
Nel 1833 sarà pubblicato, a cura dell’’editore veneziano Giuseppe Antonelli, un volume in formato atlantico, voluto dal fratello dello Scultore, che illustra e descrive il Tempio canoviano. Un’’opera esemplare con illustrazioni ed uno scritto di Melchior Missirini, uno dei biografi del Canova.
Abbandonata l’’idea di restaurare l’’edificio decadente della Chiesa parrocchiale del paese di Possagno, ma soprattutto convinto della necessità di lasciare un segno indelebile nella sua terra natale, Canova immagina un connubio ‘storicistico’, associando la classicità greca alla praticità romana. Già convinto che della sua arte nulla sarebbe stato lasciato al suo paese natale, convinzione tra l’altro poi stravolta dal volere del fratello, procede spedito, forte degli studi di estetica praticati con la lettura di Winckelmann, di Mengs, di Hamilton, di Quatremère de Quincy e di Cicognara, verso l’idea vincente di associare Partenone e Pantheon, emblemi dell’’architettura classica. I disegni del progetto sono realizzati da Pietro Bosio mentre Giovanni Zardo dirige il cantiere affrontando ogni problematica connessa all’’impegnativa costruzione. Tutta la comunità di Possagno, anzi tutta la Pedemontana è coinvolta in questo progetto. Canova aveva sottolineato che i materiali minuti per tutti i muramenti che non ammettessero pietra o marmo, sarebbero somministrati dal Comune; la sabbia grossa e la calce, fino alla perfezione dell’’edificio, sarebbero a carico di Possagno”. Spettava allo Scultore, invece, fornire materiali avulsi dal territorio e avrebbe mantenuto a busta paga ben 250 operai oltre agli addetti al trasporto e agli animali da tiro. Definita da Missirini una “salomonica impresa”, l’’edificazione del Monumento è realizzata, secondo il volere dell’’artista, con i materiali forniti dal territorio, ma grazie ad essa si costruiscono strade, carri, slitte, macchine per il sollevamento dei materiali.
Il Tempio rappresenta la sintesi della creatività artistica e della profonda ispirazione religiosa del grande scultore. Per Quatremère de Quincy “il Tempio è la maestosa teca delle sue ultime sculture di tematica religiosa: profeti, martiri, apostoli e brani biblici”.
L’’intento di Canova non era solo quello di costruire una nuova chiesa parrocchiale, ma anche di collocare al suo interno la colossale statua della Religione, il cui modello è ora esposto nell’’aula della Gypsotheca. Secondo le nobili finalità, manifestate negli ultimi anni della sua vita e confermate sul letto di morte, il Tempio e il gesso della Religione sarebbero stati uniti insieme a glorificare Dio.
I modelli di riferimento erano stati il Partenone di Atene, la Rotonda di Agrippa a Roma e i templi di Paestum.
La visione d’’insieme della struttura permette di distinguere nettamente tali riferimenti: innanzitutto una doppia serie di colonne doriche sorregge una trabeazione e costituisce lo spazio antistante il corpo rotondo, a base quadrata, coperto da una cupola emisferica; il pronao del tempio riprende con precisione filologica proporzioni e accorgimenti prospettici del Partenone ateniese; la struttura circolare e la cupola, invece, sono derivati dal Pantheon. Sulla trabeazione le metope rappresentano episodi dell’’Antico e del Nuovo Testamento: La creazione del Mondo, La creazione di Adamo, Caino e Abele, il Sacrificio di Isacco; L’Annunciazione, La Visitazione e la Presentazione di Gesù al Tempio. I bassorilievi originali sono, invece, collocati all’’interno, tra gli altari.
E’ evidente che alcune forme geometriche, come il triangolo, la sfera ed il cilindro assemblati, permettano al Canova la realizzazione di un gioco d’’architettura raffinato nelle proporzioni. In questi termini si riconosce l’’assoluta fedeltà ai principi neoclassici che costituiscono l’’espressione della sua “religione estetica” il cui risultato è una struttura solenne e maestosa.
Le pareti sono rivestite da lastre di pietra lavorata; la cupola a rosoni dorati simboleggia il firmamento; al centro il lucernario permette al sole di penetrare nell’’ampio spazio portando la luce all’’interno. L’’altare maggiore è collocato nella vasta abside. Sull’’altare è posta la grande Pala con Il compianto di Cristo, dipinta da Canova a Possagno nell’’estate del 1799. Nella tela è rappresentato Dio-Padre come il sole, la luce contro la notte. La Madonna, atteggiata come madre di Misericordia, riprende nel suo gesto quello del Padreterno. E’ lei ad unire lo spirito al sentimento, il divino all’’umano. Giuseppe d’’Arimatea, la Maddalena, Maria, l’’apostolo Giovanni, Maria di Cleofa e Nicodemo circondano la figura del Cristo: “Un andamento continuo, senza drastiche interruzioni, risolve le inevitabili connotazioni drammatiche”. All’’interno del Tempio, sulla sinistra, è collocata la tomba dell’’artista con l’’Autoritratto del 1812 e il Ritratto del fratello, opera di Cincinnato Baruzzi.
Il sarcofago, realizzato dal Canova quale sepolcro per il marchese Francesco Berio di Napoli, era rimasto depositato presso lo studio di Roma e, dopo la sua morte, fu fatto completare dal Sartori che, in seguito, lo trasferì a Possagno per raccogliere le spoglie dell’’amato fratello universalmente definito il “Cantore della bellezza eterna”.
Giovanni Battista Sartori Canova, il 12 ottobre del 1822, al cospetto dello Scultore sul letto di morte, era stato nominato erede generale ed esecutore testamentario ricevendo, così, l’’onere e l’’onore di “continuare. Compiere ed abbellire in ogni sua parte, senza il menomo risparmio, e nel più breve tempo possibile, il Tempio di Possagno”. Canova era riuscito a vedere i lavori appena iniziati nel 1822, poco tempo prima di abbandonare la sua vita terrena.
Oggi a chi arriva a Possagno la chiesa appare come una gigantesca e straordinaria testimonianza attraverso la quale Antonio Canova manifesta ancora l’’amore eterno verso la sua Terra natale.
(Per approfondimenti: G. Romanelli, Il Tempio canoviano, in Antonio Canova, Venezia, Marsilio, 1992, pp. 347-353)

Info:
comunicazione@museocanova.itwww.anniversaricanoviani.it
Ulteriori informazioni ed immagini: www.studioesseci.net
La mostra resterà aperta fino al 13 ottobre 2019.