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MAMIANO (Pr). Goya e la tradizione italiana.

Una mostra che è anche un risarcimento postumo a un incompreso genio venticinquenne. Nel 1771, in occasione del celebre concorso di pittura dell’Accademia di Parma, all’opera di Paolo Borroni fu preferita quella di Francisco Goya.
I dipinti di Goya e di Borroni, ovvero Annibale vincitore, che rimira per la prima volta dalle Alpi l’Italia e Il genio della guerra guida Annibale attraverso le Alpi, saranno nuovamente a confronto, dal 9 settembre al 3 dicembre, a Mamiano di Traversetolo, ai piedi delle colline parmensi, ad aprire la grande mostra “GOYA e la tradizione italiana” proposta dalla Fondazione Magnani Rocca nella meravigliosa casa-museo che fu di Luigi Magnani.

L’esposizione, curata da Fred Licht e da Simona Tosini Pizzetti, vuole documentare e analizzare le circostanze che legano Francisco de Goya y Lucientes (1746 – 1828) all’Italia e in particolare a Parma. Qui Goya non solo ottenne il suo primo, anche se parziale, riconoscimento pubblico, ma da questa corte venne Maria Luisa, moglie del principe ereditario di Spagna, destinata a pesare non poco sulle scelte artistiche di quel Paese. La sorte ha poi voluto che proprio alla Fondazione Magnani Rocca si conservi il capolavoro La famiglia dell’Infante don Luis, opera chiave della ritrattistica di Goya.

Nella prima delle 4 sezioni, la mostra si sofferma appunto sul rapporto tra Goya e Parma, presentando le opere vincitrici del concorso del 1771 ma anche dell’anno precedente e seguente, rispettivamente di Antoine Gibelin-Esprit e Pierre Duhallas, a conferma sia del prestigio del Premio assegnato dall’Accademia parmense sia dall’interesse vivissimo che gli accademici dimostrarono verso le proposte di superamento della tradizione tardo-barocca allora in auge.
Chiudono la prima sezione due affascinanti ritratti di Raphael Mengs raffiguranti Maria Luisa di Parma e il marito Carlos di Borbone destinato a diventare Re di Spagna col nome di Carlos IV.
La seconda e terza sezione rappresentano il fulcro della mostra. Consentono di mettere a confronto la tradizione italiana del ritratto con l’interpretazione che dello stesso tema offre Francisco Goya che pure da questa tradizione risultò non poco influenzato.
Anche se l’artista aragonese è considerato una delle figure più personali, indipendenti e significative dell’arte spagnola, è riconosciuta l’influenza che la pittura barocca e classicistica italiana, soprattutto di area veneta e napoletana, ha esercitato sulle sue opere, sia come conseguenza del viaggio in Italia, durante il quale Goya assorbe principalmente la cultura ritrattistica di ambito romano, che pure della conoscenza di artisti italiani che lavorarono per la corte madrilena, come Giambattista Tiepolo e il figlio Gian Domenico e il napoletano Corrado Giaquinto.

Nella seconda sezione una ampia sequenza di opere di Giaquinto, Traversi, Baldrighi, Mengs, Kauffman, Batoni, Bonito, Benefial, Ghezzi documenta i livelli raggiunti dal Ritratto italiano singolo e di gruppo al tempo di Goya.

La “risposta” di Goya a questi modelli, così come a quello francese, allora imperante in Spagna, viene proposta nella terza sezione della mostra, interamente riservata a La ritrattistica di Goya.
Qui, a raggiungere La famiglia dell’infante don Luis, patrimonio della Magnani Rocca, sono capolavori concessi dal Prado di Madrid e da altre raccolte spagnole, dalla National Gallery di Washington, da Palazzo Barberini di Roma, dagli Uffizi di Firenze, dalla Galleria Nazionale di Parma.

Le opere di Goya esposte sono tutte celeberrime, basti citare La famiglia dei duchi di Osuna, La Marchesa di Pontejos, Maria Teresa di Borbone e Vallabriga contessa di Chinchòn, La regina Maria Luisa. Sono capolavori che dimostrano come Goya, pur nella fissità della posa richiesta dall’ufficialità dei ritratti, sappia inserire livelli persino inquietanti di penetrazione psicologica dei personaggi.

Infine, con la collaborazione della Galleria Mistrali di Parma, una sezione dedicata alla grafica propone il confronto dei lavori di Giambattista e Gian Domenico Tiepolo, di Pier Leone Ghezzi e di altri disegnatori italiani coi celebri Caprichos di Goya, presentati qui integralmente per documentare l’enorme salto in avanti nel tempo e nella stessa concezione del racconto pittorico segnato da Goya, da un’epoca che stava tramontando al sorgere di un mondo nuovo.

Del concetto di ‘Slow Art’ la mostra su Goya, che la Fondazione Magnani Rocca si appresta a organizzare (dal 9 settembre al 3 dicembre) nella sua sede di Mamiano di Traversetolo, è l’esatto prototipo.
“Goya e la tradizione italiana”, inoltre, aderisce al concetto della “Slow Art”. Si tratta di una mostra da godere e da gustare, centellinandola senza fretta, facendo decantare le infinite emozioni offerte dalle opere d’arte con l’uscire a far due e mille passi nel vasto parco, in compagnia dei nobili pavoni bianchi. Lasciandosi anche tentare da un pranzo o uno spuntino nella contigua barchessa dove vengono serviti gli squisiti prodotti di un’area, quella delle Terre della Luna, dove maturano i migliori prosciutti d’Italia e si fanno formaggi sopraffini, meravigliosamente accompagnati da un fresco Lambrusco o una Bonarda di pregio.

Intorno chilometri e chilometri di silenzio e di suggestione, in una campagna ancora non violentata che comincia a farsi collina e che offre un susseguirsi di prati, vigneti e boschi.
Alla Magnani Rocca si può giungere da Parma, venendo da nord, percorrendo strade un tempo bianche, attraverso una campagna tipicamente emiliana, pingue, coltivata con amore e con cura come un giardino agrario, ondulata e punteggiata di ville e cascine. Oppure da Reggio, venendo da sud, percorrendo strade che, superato il fiume Enza, sono ancor oggi guardate da forti castelli: Rossena, Canossa, Montecchio, Montechiarugolo.
Non solo castelli ma anche una sequenza di ville d’autore circondate, come la Magnani Rocca, da parchi che l’autunno e le brume rendono di suntuosa, commovente bellezza.

La mostra su Goya di emozioni ne offre tantissime, nulla nel suo percorso è scontato, ogni opera è lì per una precisa scelta. Ma è anche una mostra ospitata in una sede straordinaria e a molti ancora sconosciuta: la Fondazione Magnani Rocca, una villa immersa in un immenso parco storico, a sua volta inserito in un ambiente naturale di rara bellezza, fuori dai grandi circuiti, in una terra votata al gusto. Le collezioni permanenti della Fondazione (cui si accede con lo stesso biglietto della mostra su Goya) valgono da sole il viaggio. In queste stanze, dove l’impronta dell’antico proprietario è tuttora palpabile, si sono incontrate lungo mezzo secolo le grandi personalità dell’arte ma anche della musica e della cultura italiana. Tutti ospiti e amici di Luigi Magnani, imprenditore e sopraffino collezionista.

Lo confermano gli strabilianti pezzi di antiquariato con cui ha arredato la Villa. Lo confermano i dipinti alle pareti, tutti capolavori che egli ha tenacemente inseguito e riunito qui, dalla meravigliosa Madonna col Bambino di Dürer, a dipinti di Tiziano, Rubens, Van Dick, al maggior capolavoro di Goya conservato in Italia (opera che è parte della mostra ora dedicata al grande spagnolo), a tavole dei grandi toscani e di Gentile da Fabriano, via via sino a Monet, Renoir, Cézanne, de Chirico, de Staël, Burri, a confermare l’ampiezza degli interessi e l’apertura mentale di Magnani. Di alcuni ospiti restano tracce importanti come la collezione di ben 50 Morandi lasciati dal maestro in occasione dei suoi ripetuti “tranquilli soggiorni” nella Villa.

Il tutto slow, senza fretta, regalandosi del tempo per vivere e godere le emozioni.


Info:
fino a domenica 3 dicembre 2006, nella casa-museo che fu di Luigi Magnani.


 

Fonte:CulturalWeb

VOLTERRA (Pi). Volterra d’oro e di pietra. Arte e città nel medioevo.

Sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, è in corso “Volterra d’oro e di pietra. Arte e città nel medioevo”, la grande mostra dedicata all’arte medievale volterrana.
Allestita a Volterra, dal 20 luglio al 1 novembre 2006, nelle sale di Palazzo dei Priori – il più antico palazzo pubblico della Toscana (1208-1257), nuovamente aperte dopo anni di restauro – e della Pinacoteca Civica, la manifestazione presenta un’ampia panoramica di quella che fu la ricchissima produzione artistica e architettonica a Volterra, centro medievale tra i più interessanti e meglio conservati della regione.
Un inedito itinerario (con il quale si chiudono le celebrazioni del centenario della fondazione della Pinacoteca Civica di Volterra) farà conoscere, attraverso tesori che vanno dal X al XV secolo, la ricchezza e la potenza della città medievale. Si potranno apprezzare circa 200 opere, molte delle quali esposte per la prima volta: testimonianza della raffinata cultura di una committenza tesa a coinvolgere artisti di prestigiosi centri di produzione, come Pisa, Siena e Firenze.
Tra i pezzi più antichi, spiccano una croce pettorale in legno inciso del IX secolo, una preziosa fibula d’oro di epoca longobarda, accanto al Christus patiens della chiesa di Sant’Alessandro di Volterra risalente al XII secolo. Tra i documenti: la Bibbia di Calci di Adalberto da Volterra datata 1168 e il Calendario del vescovo Ugo del 1161.
Di straordinaria importanza ed esposta per la prima volta, si potrà ammirare la Guaita di Travale: pergamena del 1158, che contiene una delle testimonianze più antiche della lingua italiana. Nel documento, che riporta gli atti di una controversia tra il vescovo di Volterra e il conte Pannocchieschi, la deposizione di due testimoni risulta infatti trascritta dal notaio in lingua volgare, senza essere tradotta in latino come invece era usuale per quei tempi.
Si potranno inoltre ammirare opere come la Croce del Maestro Toscano del secolo XIII e suggestivi dipinti trecenteschi di artisti di cultura senese e fiorentina, come i Maestri di San Torpè e di Monterotondo, Cenni di Francesco e Taddeo di Bartolo, Bartolo di Fredi, Priamo della Quercia e Benvenuto di Giovanni. E ancora: Neri di Bicci, Benozzo Gozzoli, Domenico Ghirlandaio e Luca Signorelli, attivi tra il XV e il XVI secolo.
Tra le sculture, accanto alle opere più note del XIII e XIV secolo, il pubblico potrà apprezzare crocifissi lignei inediti, opere di Francesco di Valdambrino della prima metà del Quattrocento e sculture robbiane anch’esse inedite o poco note.
Preziosi gli arredi sacri, tra i quali spiccano alcune creazioni di oreficeria romanica e gotica di finissima fattura in mostra per la prima volta. Di grande rilievo le campane, i sigilli e le monete della zecca volterrana.
Vengono inoltre presentati rari tessili del Quattrocento, quasi tutti di manifatture fiorentine legate a prestigiose botteghe artistiche come quella del Botticelli, accanto ad un nucleo eccezionale di manoscritti miniati, per più inediti, tra cui troviamo la Bibbia di Volterra della seconda metà del XII secolo, che permettono di ricostruire i molteplici aspetti della storia artistica e civile della città medievale.

La manifestazione, che prevede anche un suggestivo itinerario cittadino per ammirare le strutture architettoniche e le opere che non potranno essere spostate dal loro sito originario, seguirà orario continuato dalle ore 10 alle 19; il venerdì sarà aperta fino alle 22. In occasione delle Notti Bianche, il 29 luglio e il 25 agosto, apertura fino alle ore 2 del mattino.

Il Comitato Scientifico della rassegna è composto da Antonio Paolucci, Mariagiulia Burresi, Monica Baldassarri, Umberto Bavoni, Antonino Caleca, Maria Luisa Ceccarelli Lemut, Marco Collareta e Alessandro Furiesi.

La mostra è promossa da Comune di Volterra, Fondazione Cassa di Risparmio di Volterra e Provincia di Pisa, con il sostegno di Soprintendenza BAPPSAE* per le province di Pisa e Livorno, Regione Toscana, Diocesi di Volterra e il contributo di Cassa di Risparmio di Volterra S.p.A, Consorzio Turistico di Volterra Valdicecina e Valdera, Comunità Montana di Valdicecina, Camera di Commercio di Pisa, Comune di Peccioli e Solvay S.p.A..


Palazzo dei Priori

Il Palazzo dei Priori è il più antico palazzo comunale della Toscana. Prima di allora sia il Comune di Volterra che molti altri comuni della regione avevano dei propri edifici, dove risiedevano i principali magistrati e dove erano collocati gli uffici pubblici, ma spesso si trattava di palazzi già esistenti, presi in affitto o comprati e adattati alle proprie esigenze. In molti casi vennero accorpati più edifici vicini con lo scopo di creare un’unica grande struttura adatta a tutti gli utilizzi del Comune; è il caso, ad esempio, del Palazzo degli Anziani di Pisa. Inoltre le assemblee generali che comportavano il coinvolgimento di centinaia di persone si svolgevano nelle chiese o direttamente sulla piazza.
I lavori del palazzo di Volterra iniziarono sul finire del primo decennio del Duecento e andarono piuttosto a rilento. Probabilmente, una prima parte dell’edificio – il piano terreno e parte del primo piano – era già completata e utilizzata intorno al 1234, ma il completamento della costruzione si ebbe solo nel 1257, come commemora un’epigrafe in esametri leonini, da cui veniamo a sapere anche che il completamento fu opera del maestro di pietra Riccardo da Como, al tempo del podestà Bonaccorso di Bellincione degli Adimari di Firenze.
Una volta terminato l’edificio, nato con il nome di Domus Communis, Palazzo del Comune, fu destinato a residenza degli Anziani. Gli Anziani, in origine ventidue, si trasformarono poi nei diciotto Priori di Popolo (1283) e in seguito nei dodici Difensori del Popolo (1289); questi ultimi, sull’esempio fiorentino, assunsero in seguito la denominazione di Priori, da cui il nome attuale del palazzo.
Essi dovevano dimorare nel palazzo per tutto il tempo del loro ufficio, potendo allontanarsi da esso solo in casi eccezionali, pertanto l’edificio disponeva di spazi destinati, non solo allo svolgimento dei loro compiti istituzionali, ma anche zone residenziali per loro e la loro servitù.
La costruzione di un nuovo palazzo destinato ad uso esclusivo del Comune e delle sue istituzioni fu un atto sostanzialmente politico, più che pratico, poiché il Comune di Volterra possedeva già numerosi edifici dove trovavano posto i principali uffici e alloggio i funzionari stranieri reclutati dal Comune. Il consolidamento della propria autorità e della propria credibilità istituzionale passava anche attraverso la costruzione di un edificio, che divenisse il simbolo stesso del Comune volterrano e che fosse esempio e monito a chi cercava di bloccare la sua crescita. Anche la scelta del luogo, a ridosso del centro del potere vescovile, localizzato intorno al complesso Duomo-Battistero-Palazzo vescovile, è legata a questa volontà di affermarsi nei confronti dei propri cittadini e delle altre potenze locali e regionali. La sua posizione decentrata nel contesto della piazza contribuisce – al contrario di quanto si potrebbe pensare – ad accentuare l’imponenza e la solennità del Palazzo, quale simbolo del controllo che il Comune esercitava sulla città.
Il Palazzo antico era leggermente diverso da quello attuale, che mantiene del progetto originario solo il numero dei piani e la divisione interna, ma sia le scale attuali che la torre sono stati costruiti successivamente. Inoltre, si distinguono due corpi di fabbrica, corrispondenti probabilmente alle due fasi costruttive: la parte anteriore, a pianta rettangolare, a cui fu successivamente accorpata la casa posteriore, come è chiamata nei documenti, a pianta quadrata e che occupa parte del retro dell’edificio.
La costruzione è interamente in pietra, la lavorazione dei blocchi è molto accurata e la loro messa in opera è sicuramente dovuta ad un lavoro di alta qualità, paragonabile più a quella degli edifici religiosi contemporanei, che a quella degli edifici privati.
La facciata è ingentilita da marcapiani, che segnano i passaggi fra i piani e da numerose finestre, quasi tutte bifore trilobate coronate da archi a sesto acuto e sostenute da una colonnetta terminante con un capitello decorato. Tutte le finestre, meno una, sono state ricostruite nel XIX secolo.
Il piano terreno era aperto, vi si accedeva tramite tre portali preceduti da una breve scalinata di sette gradini. Due dei portali sono stati tamponati nel 1514 e quello sopravvissuto costituisce l’attuale ingresso al palazzo, nell’interno, di fronte al portale centrale si trovava la scala che conduceva al piano superiore, oggi non più esistente. Il resto di questo piano era occupato da un grande atrio usato per riunioni e incontri e da alcuni ambienti dove alloggiavano i famigli dei priori. Dall’atrio una porta conduceva in un cortile a cui si accedeva anche dall’esterno.
Il primo piano era occupato, come oggi, dalla Sala del Consiglio e da una stanza più piccola per riunioni ristrette. Sempre a questo piano, nei locali oggi utilizzati dal sindaco, si trovava una cappella per le funzioni religiose.
La Sala del Consiglio era la sala più rappresentativa del palazzo, dove si riunivano i consigli principali e dove erano concentrati i simboli del potere del Comune; doveva essere decorata con affreschi, di cui sopravvive solo quello con l’Annunciazione, dipinto nel 1398 da Iacopo di Cione Orcagna, mentre gli altri che decorano attualmente la sala risalgono al 1881.
Il piano superiore era invece destinato all’alloggio degli Anziani prima e dei Priori poi. Vi era una grande sala (Salone) per le adunanze e per i pasti e una sala più piccola per tenervi riunioni ristrette. Dal salone si accedeva nell’ala posteriore dove si trovavano le camere da letto. Uno scendivivande incassato nel muro collegava la sala per il pranzo con le cucine, collocate all’ultimo piano, che era occupato anche da altri ambienti di servizio. Un montacarichi collocato nel cortile consentiva di far salire le vivande e i materiali pesanti, come il legno, dal livello stradale alla cucina, che si trovava all’ultimo piano per limitare i danni dovuti ad eventuali incendi.
Il tetto è coronato da una merlatura con merli a semicerchio, caratteristici del palazzo, ma probabilmente costruiti nel Cinquecento, come la torre. Una torre con campane esisteva anche nel medioevo, ma si trovava nell’angolo nord-ovest del palazzo: fu probabilmente demolita e ricostruita nella posizione attuale durante il periodo fiorentino, nei primi anni del Cinquecento, per rendere il Palazzo dei Priori più simile al Palazzo Vecchio di Firenze.
La parte superiore della torre moderna è stata ricostruita dopo il terremoto del 1846, quando venne gravemente danneggiata. In origine era a pianta quadrata e terminava con quattro pilastri che sostenevano una travatura, a cui era sospeso il campanone del Comune. Già nel 1384 il palazzo era dotato di un orologio pubblico, anche se quello attuale non è collocato dove si trovava quello antico e anche il meccanismo è stato sostituito più volte.
Il Palazzo dei Priori costituisce oggi uno scrigno pieno di tesori artistici, legati alla storia dell’edificio e della istituzione. Durante la sua esistenza vi hanno trovato posto dipinti, sculture, documenti epigrafici e stemmi, che fanno parte della storia della città e che nel corso dei secoli lo hanno reso un monumento celebrativo non solo del Comune, ma anche della città.

Palazzo Minucci Solaini

Palazzo Minucci Solaini è certamente uno degli edifici più belli di Volterra, ma la sua bellezza è frutto di un lungo e paziente intervento di restauro durato circa vent’anni.
Nel 1942, moriva uno dei principali promotori della Pinacoteca Civica di Volterra: Ezio Solaini, direttore del Museo Guarnacci e proprietario di un terzo del Palazzo che, per testamento, egli volle donare allo Stato.
Dopo un lungo iter burocratico, la parte restante dell’edificio venne acquistata nel 1960, data in cui poterono avere inizio i lavori che riportarono l’antica dimora al suo originario splendore.
Nel corso dei secoli il palazzo era stato notevolmente trasformato. Nell’Ottocento, dopo l’estinzione della casata dei Minucci di Volterra, era stato frazionato in vari appartamenti ed il chiostro tamponato e suddiviso in ambienti, destinati a botteghe. Per capire l’entità dei lavori basti pensare che nel 1960 comprendeva oltre 52 vani, mentre alla fine del restauro le sale originali tornarono ad essere 22.
Il palazzo fu costruito alla fine del Cinquecento dai membri della famiglia Minucci, probabilmente su progetto di Antonio da Sangallo il Vecchio.
Addossato alle antiche case torri di proprietà della stessa famiglia, gli ambienti residenziali si sviluppano su tre piani intorno ad un chiostro che aiuta a dare luce alle stanze e che risultava essere anche un punto di aggregazione, data la presenza della cisterna e del collegamento con il giardino. Una altana all’ultimo piano contribuisce a rendere più agile e snella la struttura architettonica.
Il progetto di destinazione che la Soprintendenza ai Monumenti di Pisa elaborò prevedeva di trasferirvi, una volta terminato il restauro, la Biblioteca Comunale, la Biblioteca Guarnacci, l’Archivio Storico Comunale e al secondo piano la Pinacoteca.
Il palazzo fu inaugurato ospitandovi, l’8 agosto 1980 una importante mostra di artigianato arti­stico: “Manualità, città dell’artigianato”. Nel 1982 il progetto fu modificato e l’intero edificio fu destinato ad ospitare la Pinacoteca Civica.

scheda a cura di Alessandro Furiesi, direttore della Pinacoteca Civica

La nascita della Pinacoteca Civica.
Il progetto che l’allora soprintendente Corrado Ricci presentò alle autorità cittadine prevedeva la realizzazione di un museo nuovo. Nuovo non tanto nei sistemi di allestimento, quanto nel metodo da usare per scegliere i quadri da collocarvi.
Ricci avrebbe infatti posto nella Galleria non opere ancora legate al culto, ma “solo dipinti che non si trovavano più sugli altari e molto meno nei luoghi per cui furono fatti: oggetti d’arte esuli, usciti da chiese soppresse o pericolanti, e poco dopo pericolate, oggetti d’arte che pur conveniva e converrà sempre ospitare come orfani rimasti senza genitori, o se volete meglio, vecchi rimasti senza ricovero”.
E di opere di tal genere Volterra allora abbondava. Dopo le numerose soppressioni di enti religiosi e di monasteri avvenute tra la fine del Settecento e i primi anni dell’Ottocento, nel Palazzo dei Priori si trovava già un discreto numero di quadri, mentre già dal 1842 altri dipinti, provenienti da chiese sconsacrate o pericolanti, erano conservati in Duomo nella cappella di San Carlo.
Furono questi i principali nuclei della nuova raccolta, che abbracciava opere di importanti autori come Domenico Ghirlandaio, Luca Signorelli e, soprattutto, la grande pala della “Deposizione” del Rosso Fiorentino, che costituì il fulcro intorno cui Corrado Ricci organizzò l’allestimento della Galleria.
“Pochi ma buoni”, come egli stesso scrisse qualche mese dopo l’inaugurazione della raccolta, che avvenne il 7 settembre 1905.
Pochi, buoni ed esposti in una sede antica e prestigiosa: il secondo piano di Palazzo dei Priori, da secoli centro della vita politica cittadina e luogo di cultura, avendo accolto fino ad alcuni anni prima anche il Museo Etrusco e la Biblioteca Guarnacci.
Il primo ospite illustre della Pinacoteca fu Gabriele D’Annunzio, che la visitò nell’ottobre del 1909, durante il suo secondo soggiorno volterrano, che servì al poeta per scrivere il celebre “Forse che si forse che no”.
Ambientato proprio a Volterra, nel romanzo compaiono molte belle descrizioni dei quadri della Pinacoteca, fra le quali spicca proprio la “Deposizione”, che fece grande propaganda alla città e alla Galleria.
Nei primi anni di apertura, la Pinacoteca Civica aveva una gestione molto semplice: una commissione formata dai rappresentanti degli enti proprietari dei quadri si riuniva una volta all’anno, sotto la guida del sindaco, per approvare i bilanci e scegliere gli indirizzi principali della gestione. Gli introiti, derivati soltanto dall’acquisto del biglietto d’ingresso di 50 centesimi, erano destinati principalmente a retribuire il custode, che riscuoteva il 40 per cento dell’incasso annuo, e a ripagare la somma di 804 lire, che il Comune di Volterra aveva anticipato per allestire il museo. Ci vollero ben nove anni per restituire quel denaro, anche perché il numero dei visitatori paganti oscillava fra i trecento e i quattrocento all’anno.
Nel 1920 fu deciso, per la prima volta, di fare pubblicità alla Pinacoteca, comperando l’inserimento di un annuncio sulla nuova guida di San Gimignano. La Galleria poté registrare così un sostanziale incremento dei turisti, tale da far chiedere (ed ottenere) dal Capitolo dei Canonici che gli utili venissero divisi tra gli enti.
Dal 1923, i guadagni vennero così ripartiti: una metà andò all’amministrazione della Galleria mentre l’altra, destinata alla Cattedrale, fu ripartita per un terzo all’Opera del Duomo e per i due terzi al Capitolo dei Canonici, che utilizzò quei proventi per iniziare l’allestimento del Museo di Arte Sacra.
Gli anni Venti e Trenta videro crescere in modo significativo il flusso turistico di Volterra e anche l’interesse per la Pinacoteca Civica si consolidò notevolmente. È questo infatti il periodo in cui iniziarono a diffondersi le gite culturali e aziendali, soprattutto quelle destinate, secondo la propaganda del Ventennio, a rivalutare gli antichi fasti della storia italiana.
Nel 1934, un massiccio intervento di restauro interessò molte opere custodite nella Galleria. A quasi trent’anni dalla sua apertura, molti dipinti non erano ancora stati restaurati, su alcune tele si cominciavano a notare problemi di conservazione dovuti, forse, a cause ambientali, mentre alcune opere avevano subito invece pesanti ritocchi nella parte pittorica. Il Soprintendente di allora, Peleo Bacci, affidò i lavori di restauro al pittore Italo dal Mas, che si recò a Volterra nel giugno del 1934. L’operazione interessò dieci opere della Pinacoteca fra cui la “Maestà” di Domenico Ghirlandaio.
Resa popolare dalle pagine del D’Annunzio, la grande pala del Rosso Fiorentino fu richiesta anche per la mostra dedicata all’Arte Italiana, che si tenne a Parigi nel 1937, e per la rassegna sul manierismo allestita a Firenze nel 1940, dove il dipinto fu l’indiscusso protagonista insieme alle opere di Pieter de Witte, provenienti dalla Pinacoteca di Volterra.
A causa della guerra, la Galleria restò chiusa fino al luglio del 1948 e soltanto sul finire di quell’anno le opere prestate per le grandi mostre europee poterono far ritorno a Volterra.
Nei primi anni Cinquanta, venne richiesto più volte il prestito della “Deposizione”
per rassegne organizzate da vari istituti culturali, ma il ricordo degli anni in cui la tela era mancata dalla Pinacoteca, convinsero i membri della commissione amministratrice della Galleria a non consegnare l’opera.
Grazie alla mediazione di Enrico Fiumi, direttore del Museo Etrusco e convinto sostenitore che Volterra non poteva restare estranea a tali iniziative, verso la metà degli anni Cinquanta alcune opere della Pinacoteca poterono essere esposte in importanti mostre, rendendo così i dipinti della Galleria sempre più famosi. L’ormai celebre “Deposizione” restò tuttavia al suo posto, ma tale era ormai la sua fama, che comparve anche nel film “La ricotta” di Pier Paolo Pasolini (1963), dove il regista riprodusse esattamente la scena del quadro.
Nel 1981, molti dipinti della Pinacoteca parteciparono alla grande mostra “Momenti dell’arte a Volterra”, dedicata all’arte medievale, allestita in Palazzo Solaini. Lo strepitoso successo della rassegna portarono la Soprintendenza di Pisa e l’Amministrazione comunale di Volterra a voler trasferire in Palazzo Solaini l’intera Pinacoteca.
L’intenzione era quella di realizzare un nuovo museo, il museo della città, il cui nucleo principale fosse costituito non solo dai quadri della Galleria Pittorica, ma anche da altre prestigiose raccolte, come i materiali non archeologici del Museo Guarnacci: preziose sculture e monete, accanto a medaglie e ceramiche medievali e moderne. In questi ampi ambienti anche i quadri poterono trovare una esposizione di gran lunga migliore, grazie anche ad un allestimento più moderno e scientifico.
Fu così che, pochi mesi dopo la mostra, tutte le opere vennero trasferite in Palazzo Solaini e riorganizzate con un nuovo allestimento, inaugurato il 21 luglio 1982.

scheda a cura di Alessandro Furiesi, direttore della Pinacoteca Civica


Scheda a cura del Comitato Scientifico della Mostra
Nell’anno 1905 Corrado Ricci, uno dei personaggi più ragguardevoli dell’amministrazione delle Antichità e Belle Arti dell’epoca, apriva nel Palazzo dei Priori di Volterra la Pinacoteca Civica.
La ricorrenza del primo centenario è stata l’occasione per una ricognizione sull’arte del Medioevo e del primo Rinascimento a Volterra e nel territorio. La mostra è allestita nella stessa prestigiosa sede, restaurata per l’occasione, da cui si domina uno dei più straordinari panorami di tutta la Toscana. In essa sono raccolti oltre duecento capolavori, poco noti o del tutto inediti, realizzati tra l’età longobarda e la fine del Quattrocento.
Sculture, pitture, miniature, oreficerie, avori, stoffe preziose, ceramiche, monete e sigilli, campane, materiali archeologici e documenti raccontano mille anni di storia e di cultura. È il periodo che vede Volterra, diocesi tra le maggiori dell’Italia centrale, affermarsi come libero comune e poi entrare sempre più nell’orbita di Firenze e della nascente dinastia medicea, con Cosimo il Vecchio e Lorenzo il Magnifico.
La produzione artistica, orientata dapprima verso la cultura pisana, dal Trecento in avanti si lega sempre più strettamente alle novità senesi e fiorentine. Accanto ad importanti artisti volterrani come il miniatore Adalberto e i pittori Berlinghiero e Francesco Neri attivi anche a Pisa e a Lucca, troviamo così alcuni dei maggiori maestri senesi e fiorentini, quali ad esempio gli scultori Tino di Camaino, Agostino di Giovanni, Giovanni di Agostino, Francesco di Valdambrino e Andrea Della Robbia, e i pittori Enrico di Tedice, Bartolo di Fredi, Taddeo di Bartolo, Cenni di Francesco, Alvaro Pirez, Priamo della Quercia, Benvenuto di Giovanni, Neri di Bicci e Luca Signorelli.
La mostra è anche una straordinaria occasione per scoprire i tesori artistici, racchiusi nelle chiese e nei musei di una città e di un territorio che, per quanto più noti come terre etrusche, s’impongono al visitatore soprattutto per aver mantenuto pressoché integra la propria struttura urbanistica ed architettonica medievale.


Una mostra “popolare” all’insegna della scoperta

“Volterra d’oro e di pietra. Arte e città nel medioevo” è un’occasione per ammirare il patrimonio storico artistico della Volterra medievale. In questa rassegna saranno esposte circa 200 significative opere d’arte, custodite in musei e chiese della città e del territorio diocesano.
L’importanza della mostra è esaltata anche dal fatto che sarà un’esposizione all’insegna della scoperta.
Per la prima volta, si potranno ammirare le sale appena restaurate del Palazzo dei Priori, dove si articola buona parte del percorso espositivo. Per la prima volta, saranno visibili al grande pubblico moltissime opere finora sconosciute, quasi la metà dei pezzi presentati sono infatti inediti.
Si è voluto caratterizzare la manifestazione, oltre che dall’esposizione di opere inedite, anche con un percorso espositivo di tipo narrativo, che racconta l’evoluzione dell’arte a Volterra dall’alto medioevo al rinascimento, anche attraverso un itinerario nella città, alla scoperta dell’architettura medievale.
Inoltre, è volontà dell’organizzazione fare una mostra “popolare”, destinata al grande pubblico e non solo agli specialisti. Per questo motivo è stato scelto un biglietto a basso costo, 6 euro, con numerose riduzioni, soprattutto per le famiglie.
In questa occasione è prevista anche una convenzione con i musei, per cui sarà possibile ottenere un biglietto scontato nei musei volterrani per chi presenterà il biglietto della mostra. Grazie a questa convenzione, con 11 euro sarà possibile ammirare la rassegna e i tre musei cittadini: il Museo Etrusco, la Pinacoteca Civica e il Museo d’Arte Sacra.
Anche il catalogo e i servizi in mostra avranno dei prezzi accessibili al pubblico, mentre la novità è la realizzazione di un gift shop con prodotti artigianali ispirati agli oggetti esposti realizzati dagli artigiani volterrani.

Alessandro Furiesi, direttore della Pinacoteca Civica


Info:
Sedi espositive Palazzo dei Priori e Pinacoteca Civica
Orario ore 10.00 – 19.00; venerdì: ore 10.00 – 22.00; 29 luglio e 25 agosto: ore 10.00 – 02.00
Ingresso Biglietto intero: euro 6,00; ridotto: euro 4,00

Numero delle opere esposte 195 (centonovantacinque)
Le opere più antiche “Guaita di Travale” (1158), croce pettorale lignea (IX secolo), Bibbia di Calci (1168), Calendario del vescovo Ugo (1161).

Progetto mostra Mariagiulia Burresi, Antonino Caleca,
Gabriele Cateni, Alessandro Furiesi.

Catalogo Pacini Editore – Pisa

telefono: +39 0588 91268 – info@pinacoteca-volterra.it

Email: info@pinacoteca-volterra.it

MILANO. I Capricci di Francisco Goya y Lucientes.

Dal 7 settembre al 28 ottobre 2006 alla Galleria Bellinzona di Milano (via Volta 10) si terrà la mostra I Capricci di Goya.
I Capricci è la serie di incisioni più famosa del maestro spagnolo (1746 – 1828). Composta da 80 tavole (acqueforti e acquetinte) di grande formato, viene realizzata nel 1799.
Caratterizzati da una satira pungente e a volte grottesca, i Capricci descrivono con grande lucidità tutti i mali, i pregiudizi, gli inganni e le menzogne della società spagnola dell’epoca, non tralasciando nessuna delle sue classi, da quelle più povere, alla Chiesa, alla nobiltà, persino alla famiglia reale.

ROMA. Floriano Ippoliti a Palazzo Venezia con i Tratti dall’anima.

L’artista marchigiano propone una personale, con progetto scientifico di Claudio Strinati e Armando Ginesi, dove la fragranza di antico si mescola al forte potere della contemporaneità.

La rievocazione di un universo di simboli dall’eco lontana, memorie del passato, che però un potente sguardo contemporaneo fa rinascere. È “Tratti dall’anima”, ovvero la personale che il pittore marchigiano Floriano Ippoliti propone nelle sale dell’antico Refettorio di Palazzo Venezia a Roma, dall’8 settembre al 6 ottobre, e che poi sarà portata a gennaio 2007 ad Ancona, città natale del maestro.
Curata nel progetto scientifico dal professor Claudio Strinati, soprintendente al Polo Museale Romano, e dal professor Armando Ginesi, uno dei principali critici d’arte marchigiani, ripercorre l’arte di Ippoliti dalla fine degli anni Novanta fino ai lavori nuovi e recenti, in una rivisitazione dal citazionismo alla pittura a olio, all’uso di sanguigna applicata al travertino.
“La figura di Ippoliti – afferma il professor Strinati – si è andata definendo sempre meglio negli ultimi anni e questa manifestazione ce lo consegna come artista maturo e consapevole, dotato di una sensibilità particolarissima e di capacità tecniche e espressive veramente cospicue”.
Ventiquattro le opere esposte, tra cui spiccano soprattutto gli ultimi lavori, le sanguigne su travertino; si tratta di un travertino della zona di Ascoli, di superficie molto discontinua, piena di fessure e ricchissima di cristalli, che alla luce sembra trasparente e leggero. Qui Ippoliti scorge il disegno contenuto nella pietra e lo estrae, da pittore. Nel farlo attinge al suo repertorio amato, ai modelli del Cinquecento post-classico (Tiziano e Tintoretto), a quelli secenteschi (un certo Caravaggio, Guercino), ma anche ai preraffaelliti inglesi del XIX secolo (in particolare Dante Gabriele Rossetti), e a un pilastro più vicino al nostro tempo, Giorgio De Chirico con la sua Metafisica del periodo 1917/1923. Ma le suggestioni provenienti dal passato si fondono al presente. “Se infatti le atmosfere dei suoi quadri emanano una fragranza d’antico – scrive il professor Ginesi – e consentono di riconoscere i modelli di riferimento, sono però anche pregne di contemporaneità palesata dalle anatomie e dalle fisiognomiche dei personaggi rappresentati”. Tra quest’ultimi, tra i preferiti di Ippoliti, c’è proprio un mito del passato, l’imperatore svevo Federico II, a cui sono dedicate molte opere presenti in mostra. In lui l’artista riconosce il suo alter ego e da anni lo usa per raccontare storie moderne e antiche.
Curatori dell’esposizione sono Adriano D’Annunzio e Anna Tombesi, i due artefici del luogo d’arte Artessenza di Ancona. A sostenere l’esposizione, che ha il patrocinio della Provincia di Ancona e del Comune di Ancona, oltre alla Banca delle Marche che ne è lo sponsor anche due associazioni romano-marchigiane, nel segno dello stretto legame esistente tra le Marche e Roma: l’Associazione “Cenacolo Marchigiano di Roma” e il CESMA (Centro Studi Marche), presieduto da Rosanna Vaudetti, che è anche la madrina dell’evento.

Info:
dal 8 settembre al 6 ottobre 2006, Roma, Palazzo Venezia, Via del Plebiscito, 118;
orari: tutti i giorni dalle 9 alle 19, chiuso luned’;
ingresso gratuito;
ARTESSENZA – Via I Maggio, 142 C – 60131 Ancona – tel. e fax 071.2916288


Floriano Ippoliti, nato ad Ancona il 19 ottobre 1954, apprende i primi rudimenti pittorici dal padre. Negli anni ‘70 si iscrive alla facoltà di Architettura dell’Università di Roma. In seguito studia presso alcuni restauratori per apprendere quelle tecniche artistiche che gli permetteranno di aderire negli anni ’80 alla corrente artistica definita Pittura Colta o Anacronismo, elaborata da critici del calibro di Maurizio Calvesi, Italo Tomassoni, Claudio Strinati.
Le prime mostre risalgono agli anni ’80; tra le più importanti quella allestita al Castello di Falconara Alta, la mostra allo Studio Marescialla di Bologna, quella allo studio Miele di Nola e di Ancona e l’esposizione alla Pinacoteca Comunale di Macerata e Ripe San Ginesio. Partecipa negli stessi anni a numerose collettive come quella del 1986 con Bruno D’Arcevia a Sirolo e interviene a molti premi come il Premio Isola di Lampedusa, il Premio Arte e Territorio a Collelongo. Nell’88 vince il Premio Salvi, l’anno seguente il Premio Marche. Intanto è la Galleria Schubert di Milano a sceglierlo così come Lucio del Gobbo e Bignardi per una mostra alla Galleria Mirandola di Los Angeles. Sempre nell’89 inizia il suo rapporto epistolare con Federico Zeri: oltre quaranta lettere nelle quali il critico esprime le sue considerazioni sui dipinti di Ippoliti.
Durante la prima metà degli anni ’90 espone alla Galleria il Bilico di Roma, alla Galleria Gioacchini di Ancona, e ancora alla Galleria Schubert di Milano. I suoi lavori vengono presentati alla Galleria Dosso Dossi di Ferrara, alla Pinacoteca di Sassoferrato, al Palazzo Ducale di Urbino. Nel ’96 è protagonista di “Postulati senza Dimostrazione” e di “La Pittura Colta in Italia”  presso l’abbazia di Rodendo Saiano. Negli anni successivi è a Cortina d’Ampezzo presso Spazio Cultura, alla Triennale di Arte Sacra di Celano, alla mostra “L’arte iconica” curata da Armando Ginesi a Sassoferrato, a Mantova e Milano con “Misure uniche per una collezione “ di Serafino Fiocchi. Nell’98 la Repubblica di San Marino gli rende omaggio con una personale allestita nel Museo di Stato e nello stesso anno anche la sua città gli dedica una mostra presso la Mole Vanvitelliana.
Nel 2001, presso i prestigiosi spazi della Galleria della Cassa di Risparmio di San Marino, Ippoliti espone per la prima volta le sculture realizzate con sanguigna su travertino.
Continua l’esposizione delle sue opere fuori i confini regionali e nazionali, da Cortina, presso la Galleria Contini, al Museo Internazionale della Croce Rossa a Castiglione delle Siviere, da Bengasi in Libia a New York. Nel 2003 è a Parigi come rappresentante delle Marche e dell’Italia alla Fiera internazionale. Lo stesso anno è anche quello della svolta artistica, quando inizia a lavorare alla scultura in bronzo. Nel 2004 è presente a Castel di Lama con la mostra “Marche Arte 2004” e a Cefalù con “Artisti contemporanei”.
Tra le opere pubbliche realizzate ricordiamo le sculture per il Parco del Cardeto ad Ancona, quella per la Provincia di Ancona collocata a Jesi e quella per la Facoltà di Agraria dell’Università Politecnica delle Marche.

 

 


 

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NAGO – TORBOLE SUL GARDA (Tn): I QUATTRO GRANDI DI SPAGNA. LIBERO DI SCEGLIERE.

ARTATLANTIC – arte fuori dalle gabbie

Presenta: I QUATTRO GRANDI DI SPAGNA. LIBERI DI SCEGLIERE.
GOYA
. Le follie, acqueforti, 1819; 
PICASSO. Le cocu magnifique, acqueforti più acquatinta, 1968;
MIRO’. Ubu Roi, litografie, 1966;
DALI’. Le dodici tribù di Israele, acqueforti più acquatinta e puntasecca, 1973.

Voglia di nuovo?… Se pensate di avere già visto tutto, se credete che l’arte sia un clichè da museo, allora siete sulla buona strada… per il lago di Garda!
Vogliamo sfidarvi, vogliamo invitarvi ad assaporare un modo innovativo di sentire e carpire l’arte. Pensate alla sala di un suggestivo hotel arroccato sul lago che dall’alto domina, imperante, sullo specchio d’acqua più grande d’Italia; pensate ad un ambiente caldo, misterioso, in cui tutta la passionalità spagnola sprigiona i profumi di una terra ardente, carica di orgoglio e pathos. Quello stesso pathos che ispirò quattro artisti di nota fama che abbiamo l’onore di celebrare il prossimo inverno presso l’Atlantic Club Hotel di Nago – Torbole sul Garda.

Goya, Picasso, Mirò, Dalì… non vi suggeriscono nulla? Abbiamo concepito un modo nuovo di esporre l’arte seguendo uno stile totalmente estraneo alla filosofia museale, in cui sentirsi liberi, in cui le stesse opere grafiche sono liberate dal giogo dell’istituzione e possono esprimere il loro originario messaggio.
Abbiamo pensato di creare uno scrigno in cui le quattro collezioni diventano parte di un viaggio in nome del libero arbitrio, che stimola, oltre all’intelletto, tutti i cinque sensi. Profumi, atmosfere mutevoli e inebrianti, eventi, cucina, e cineforum… tutto questo è ARTatlantic.
L’idea è geniale: creare un percorso temporale e un ponte che colleghi Goya all’arte contemporanea di cui Picasso, Mirò, e Dalì sono i rappresentanti celeberrimi. L’obiettivo della mostra è la dimostrazione della teoria secondo cui Goya è l’anticipatore dell’arte contemporanea in quanto con i senili cicli grafici apre all’arte il mondo interiore, caratterizzato dalla scoperta della profondità dell’animo umano con le sue inquietanti sfumature.
Cento anni dopo, tre importanti spagnoli porteranno all’apice il timido e incompreso tentativo di Goya di liberarsi dagli accademismi palesando il libero arbitrio nel rappresentare la propria visione della realtà, sia fisica che interiore.
Chi meglio della calda passionalità spagnola poteva rappresentare i moti dell’animo umano?
Liberi di scegliere non è un luogo comune, è il filo conduttore, è l’anima della mostra.
La possibilità di sentirsi liberi di rappresentare la realtà come la si vede e la si percepisce è il grande merito di Goya; ma come dimostra la storia le pulsioni e l’istinto sovrasteranno la ragione e l’intelletto.
Picasso e Mirò nelle opere grafiche palesano come le scelte non ponderate dettate dalla spregiudicata libertà d’azione portino alla disfatta dell’esistenza stessa.
Dalì indica come la decadenza della società può essere superata attraverso la fede, non solo religiosamente intesa, ma come fiducia nelle capacità dell’individuo di vivere e scegliere nel rispetto di se stesso perseguendo i propri obiettivi senza farsi condizionare dall’ambiente e dall’educazione.
La fede per noi, nella nostra società, nel nostro secolo è il libero arbitrio: la facoltà di compiere o non compiere un determinato atto; libertà, propria di tutti gli esseri razionali, che agisce secondo la volontà della persona senza mai dimenticare di calcolare gli effetti di ogni singola scelta , che comporta sovente una rinuncia.
 
Abbiamo una missione: avvicinare sempre più persone al mondo dell’arte. 
Abbiamo un sogno: rendere unica questa esperienza, il vostro viaggio non convenzionale all’insegna della libertà.

IL LIBERO ARBITRIO VI ASPETTA… 
Presso: Atlantic Club Hotel, Nago-Torbole sul Garda (TN)
Periodo: 11 novembre – 28 dicembre 2006

Informazioni e prenotazioni / informations and booking
389 51 15 824
artatlantic@hotmail.it
www.art-atlanticclubhotel.com

Orari / opening times
tutti i giorni 15.00 – 22.00 / every day  3pm – 10pm
lun. –  ven. 10.00 – 12.00 laboratori didattici

Biglietti / tickets
Intero / full price euro 8;
Ridotto / reduced price euro 4 per studenti, gruppi di minimo 10 persone, laboratori didattici (for students, min. 10 people group);
Gratuito / free entry fino a 6 anni.

Visite guidate
massimo 10 persone euro 2 aggiuntivi al prezzo del biglietto.

Come raggiungerci / how to reach us  
In treno linea Verona / Brennero
stazione di Rovereto
In automobile autostrada A22
uscita Rovereto sud / Lago di Garda             

EVENTI su prenotazione

Inaugurazione 11 novembre 2006: presentazione della mostra con rappresentanza diplomatica; cena nella sala espositiva.

Serate flamenco 24-25-26 novembre 2006 e 7-8-9 dicembre 2006 aperte al pubblico e su prenotazione: cena imperiale a base di cucina catalana e spagnola allietate da musica dal vivo e da una ballerina di flamenco.

Conferenze tematiche e proiezioni cinematografiche nel tardo pomeriggio  con aperitivo di chiusura:
18 novembre 2006 proiezione di “Un chien andalou” e “L’age d’or” frutti della collaborazione tra il regista L. Bunuel e S. Dalì;
2 dicembre 2006 proiezione di “Il mistero Picasso” di G.Clouzot con la collaborazione dell’artista.

Laboratori didattici rivolti ai bambini delle scuole elementari (classi III, IV, V), e visite guidate.

 

Link: http://www.art-atlanticclubhotel.com

Email: artatlantic@hotmail.it