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AREZZO. Piero della Francesca.

Piero e le corti italiane

Piero della Francesca e le corti italiane rappresenta un affascinante viaggio che, partendo dai luoghi d’origine dell’artista, accompagnerà il visitatore tra le corti del Rinascimento, ricostruendone clima, cultura, protagonisti, scambi e incontri, attraverso la figura del maestro e gli echi della sua arte. Dalla casa a Sansepolcro alla corte dei Baglioni a Perugia, come collaboratore di Domenico Veneziano; dal soggiorno nella Firenze di Cosimo il Vecchio con la visione della corte bizantina, alla permanenza presso la corte estense di Ferrara, con la sua influenza su artisti coevi come i Lendinara e i maestri dello studio di Belfiore; dall’arrivo a Rimini alla corte dei Malatesta, al contatto diretto con Roma dove soggiorna tra il 1458-59 lavorando per Pio II in Vaticano. Il viaggio di Piero prosegue alla volta di Urbino, presso la corte dei Montefeltro, dove si dedica alla scrittura del trattato sulla prospettiva ed il cui passaggio lascerà riflessi nell’opera di Giovanni Santi, in quella del Laurana. Infine presso i della Rovere, ove dipinge la splendida Madonna di Senigallia.

Un artista itinerante Piero della Francesca; la Mostra ne ricostruisce quindi il viaggio grazie ad opere straordinarie come il Ritratto di Sigismondo Pandolfo Malatesta, il San Girolamo con Girolamo Amadi, il Dittico dei duchi d’Urbino, la Madonna di Senigallia, e a dipinti e tavole di artisti a lui coevi come Pisanello, Rogier van der Weyden, Domenico Veneziano, Fra Carnevale, Luca Signorelli.Arezzo offre inoltre la possibilità di ammirare, nel Duomo e nella Basilica di San Francesco, altri celebri capolavori dell’artista come la Maria Maddalena e il ciclo della Leggenda della Vera Croce.

Piero della Francesca sentiva un profondo e intenso legame con le sue terre, ove torno’ piu’ volte lasciando alcuni dei suoi piu’ importanti capolavori. Dopo Arezzo l’itinerario si dipana quindi nella valle superiore del Tevere, a Sansepolcro ed a Monterchi, il primo, borgo natale del Maestro che custodisce il Polittico della Misericordia, la Resurrezione, il San Giuliano e il San Ludovico, il secondo, piccolo centro che serba un altro straordinario affresco di Piero della Francesca, la Madonna del Parto. Colori e ritmi delle terre di Arezzo rivivono nelle opere del maestro e solo in questi luoghi possono essere pienamente comprese.

Info:
Museo Statale di Arte Medievale e Moderna
via San Lorentino, 8 – Arezzo
Orario: tutti i giorni: ore 9.00 – 19.00

Fonte:Undo.net

RAVENNA. Felice Casorati dipingere il silenzio.

Il Museo d’Arte della città di Ravenna presenta dal prossimo 31 marzo un’antologica dedicata al lavoro di Felice Casorati (Novara 1883 – Torino 1963) con il sostegno dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Ravenna e con il contributo di UniCredit Banca e della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna. La mostra intende documentare, attraverso una selezione di circa 100 opere, la lunga carriera dell’artista piemontese, dagli esordi secessionisti di inizio -900 alle composizioni neoquattrocentiste, dal -realismo magico’ alle enigmatiche nature morte degli anni cinquanta.

Nel suo percorso artistico Casorati ha saputo tradurre in modo esemplare quasi tutte le piu’ significative istanze della prima metà del secolo, attraversando le varie fasi poetiche in chiave secessionista, metafisica, novecentista e classicista, e interpretando i movimenti alla luce di una rigorosa attenzione alla struttura compositiva, alla misura e all’armonia dei valori plastici e cromatici.

Gli esordi vicini all’esperienza simbolista sono riconoscibili nel Ritratto di Signora (Ritratto della sorella Elvira), esposto alla Biennale di Venezia del 1907 considerato il suo primo quadro, oppure in La preghiera (1914), in cui emerge lo studio della sofisticata pittura di Klimt. Alla fine della guerra (1915-18), periodo nel quale il lavoro artistico viene bruscamente interrotto per quattro anni, si trasferisce a Torino (1918) diventando un figura chiave del panorama artistico culturale della capoluogo piemontese. Nelle opere della maturità come nel ritratto di Silvana Cenni (1922) e in Duplice ritratto (1924) il dettaglio decorativo viene sostituito da un preciso disegno e da un rigore formale ispirato alla pittura quattrocentesca, in particolare a Piero della Francesca.

Casorati dipinge in modo semplice, severo, in uno spazio prospettico sottolineato da un assoluto equilibro cromatico. L’artista novarese, oltre ai ritratti femminili dai lineamenti affilati ed eleganti, colti in interni misteriosi in cui domina un dimensione di eternità come in La donna e l’armatura (1921) e in Fanciulla nuda (1921), si dedica alle nature morte: scodelle, frutta, uova, semplici cose quotidiane diventano oggettivazione dei sentimenti umani. A partire dal 1928 la malinconica freddezza lascia spazio ad un disegno piu’ fluido e ad una ricerca cromatica piu’ intensa, dando ai dipinti nuove implicazioni emozionali evidenti in opere come Vocazione (1939).

La mostra sarà documentata da un catalogo edito da Electa Mondadori, a cura di Claudio Spadoni, con un ricco apparato iconografico, contributi critici di Anna Maria Chiara Donini, Claudia Gian Ferrari, Maria Mimita Lamberti, Michela Scolaro, Claudio Spadoni e una testimonianza di Francesco Casorati.

Felice Casorati nasce a Novara nel 1883. L’infanzia e l’adolescenza sono caratterizzate da continui spostamenti in varie città italiane dovute alla professione del padre, Ufficiale di carriera. Abbandonata la precoce passione musicale si dedica alla pittura. Nel 1906 si laurea in legge a Padova, l’anno successivo espone alla Biennale di Venezia. Dal 1908 al 1911 soggiorna a Napoli, per poi trasferirsi a Verona esponendo a Ca’ Pesaro nel 1913. Nel 1915 viene richiamato al fronte. Congedato nel 1917, dopo la morte improvvisa del padre, si trasferisce a Torino (1918) insieme alla madre e alle sorella. L’affermazione nel 1924 quando partecipa con una sala personale alla Biennale di Venezia, due anni dopo prende parte alla I Mostra del Novecento Italiano, gruppo con cui esporrà fino al 1929. Nel 1930 partecipa alla I Quadriennale di Roma ottenendo il terzo premio per la pittura; lo stesso anno sposa Daphne Maugham da cui avrà un figlio, Francesco, nel 1934. Dal 1941 insegna pittura all’Accademia di Torino, di cui nel 1952 diventa direttore e nel 1954 presidente. In questi anni partecipa a mostre in Europa e in America. Felice Casorati muore a Torino nel 1963.


Info:
Museo d’Arte della Citta’ – MAR  – via di Roma, 13 – Ravenna
Orari: martedi’ – domenica 9 – 19; venerdi’ 9 – 21
Ingresso: intero: € 6; ridotto: € 5; studenti: € 3.

Fonte:Undo.net

BARLETTA. I pittori della felicita’: Zandomeneghi De Nittis Renoir.

Dopo il successo della mostra -De Nittis e Tissot. Pittori della vita moderna- ammirata da oltre 40.000 visitatori, Barletta torna ad ospitare una grande mostra sull’Ottocento. In concomitanza con l’inaugurazione della Pinacoteca Giuseppe De Nittis, nella sede di Palazzo della Marra di Barletta, si apre la mostra -Zandomeneghi De Nittis Renoir. I pittori della felicità- a partire dal 31 marzo fino al 15 luglio 2007. La splendida struttura barocca del Palazzo della Marra, restaurata e riallestita per ospitare stabilmente la collezione De Nittis di Barletta, diventa un contenitore d’arte di livello internazionale, dove all’esposizione museale permanente si abbina una sede espositiva per eventi temporanei ed un luogo di riferimento per gli studi e la ricerca sull’arte dell’ Ottocento. Il contesto ha un fascino innegabile e l’affaccio sul mare, il caffe’ letterario, il bookshop, elevano la Pinacoteca Giuseppe De Nittis di Barletta ai piu’ alti livelli europei di fruibilità dell’arte.

Sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana, la mostra e’ promossa dal Comune di Barletta (Assessorato alla Cultura) e dalla Regione Puglia (Assessorato al Mediterraneo e Assessorato al Turismo, promotori della mostra, e Assessorato allo Studio, promotore del restauro del Palazzo). La mostra e’ realizzata in collaborazione con la Provincia di Bari, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali (Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Puglia), con le Soprintendenze BAP e PSAE di Bari e Foggia, e con l’Agenzia del demanio (Palazzo della Marra di proprietà dello Stato in concessione al Comune di Barletta) ed e’ realizzata con il fondamentale contributo di Svimervice e Lombardi Ecologia, insieme a Buzzi Unicem, Banca Carige, Fondazione Cassa di Risparmio di Puglia. La produzione e l’organizzazione della mostra sono di Arthemisia.

La mostra, a cura di Tulliola Sparagni ed Emanuela Angiuli, si compone di circa ottanta opere tra dipinti, disegni, pastelli e grafiche di Zandomeneghi, De Nittis e Renoir. I tre artisti, protagonisti della scena artistica parigina, ognuno con una propria cifra stilistica e in particolari periodi di attività, rivelano, nei rapporti che la mostra mette in risalto, legami di amicizia, di sensibilità impressionistiche, di vicinanze, di contraddizioni, che segnano l’originalità stessa dell’esposizione e degli studi che ne scaturiscono. Mentre De Nittis infatti percorre, negli anni ’70 e nei primi anni ’80 dell’Ottocento, una strada già intrapresa con forte originalità, fuori dagli schemi classificatori del tempo, Zandomeneneghi e Renoir vivono un rapporto che diventa sempre piu’ confinante sia in termini stilistici che nei contenuti delle rappresentazioni del mondo borghese cui si ispirano.

Nella mostra di Barletta, si possono ammirare opere eccezionali di Zandomeneghi come Luna di miele (A pesca sulla Senna) (1878 c.) proveniente da Palazzo Pitti, Le Moulin de la Galette dalla Fondazione Enrico Piceni, Al Caffe’ (1884) dalla collezione Mondadori di Palazzo Te a Mantova; e capolavori di Renoir quali Le Chapeau e’pingle’ (Il Cappello appuntato) (1894) della Fondazione E.G. Bührle di Zurigo, Paysage de Cagnes (Paesaggio di Cagnes) (1905-8) dalla Fondazione Magnani Rocca, il bellissimo Nu allonge’ (Baigneuse)/Nudo disteso (Bagnante) (1902) dalla Galleria Beyeler di Basilea, e molte altre ancora, tra dipinti, pastelli e incisioni, provenienti da importanti collezioni pubbliche e private. Accanto a queste alcune opere esemplari di Giuseppe De Nittis, dall’omonima pinacoteca, come Paesaggio, Primavera, Veli e sete.

Nonostante le recenti mostre di Milano, Roma e Castiglioncello dedicate a Zandomeneghi, che hanno illuminato la fitta trama di rapporti dell’artista con gli amici dell’ambiente toscano macchiaiolo e con gli impressionisti, l’opera dell’artista presenta vaste zone di ombra e resta in fondo ancora una figura in bilico tra i richiami alla cultura e alla tradizione italiana e le novità stilistiche introdotte dall’impressionismo. Ultimo dei tre italiens de Paris a raggiungere la capitale francese, dove arriva nel giugno del 1874, Federico andomeneghi, come Boldini e De Nittis, vi trova gli stimoli creativi per elaborare uno stile personale, in cui si fondono echi italiani e suggestioni francesi. Zando’ e’ sicuramente l’artista italiano che ha avuto rapporti piu’ profondi, duraturi e collaborativi con il gruppo impressionista, partecipa alle collettive del gruppo e stringe amicizia con Degas, Pissarro e Guillaumin, ma nello stesso tempo, come i suoi connazionali, mira ad imporre un proprio stile personale non completamente adagiato sugli stilemi della scuola impressionista.

Il reale confronto tra Zandomenghi e Renoir non avviene cosi’ quando l’artista veneziano aderisce al gruppo dei dessinateurs, capeggiati da Degas in contrapposizione ai coloristes quali Monet, Renoir, Pissarro. È invece soprattutto dopo il 1894, dopo il contratto stretto con il mercante Durand-Ruel, che l’artista italiano viene a confrontarsi con le opere dei due artisti di punta della galleria, Degas e Renoir, presentandosi persino come un loro surrogato, un sostituto, un equivalente, utilizzato da Durand-Ruel per accontentare il mercato, in particolare americano. In questo periodo i due pittori hanno atelier vicini, sicche’ l’incrocio artistico si fa in molti casi serrato. Ad esempio nei languidi nudi o nello sguardo attento e amoroso nei confronti della donna, delle sue movenze e dei suoi momenti di vita intima e quotidiana. Negli anni tardi della loro produzione (Zandomeneghi muore nel 1917, Renoir nel ’22) entrambi sviluppano un interesse spiccato, inconsueto tra gli impressionisti, per la pittura di fiori e la natura morta, in particolare i pesci.

Allo sfarzo di gemme della pittura sensuale e morbida di Renoir, in particolare durante il periodo nacre’ , risponde Zandomeneghi con la sua sontuosa tavolozza, ora caratterizzata da toni gravi, ora squillante e festosa negli oli e nei pastelli. Guardando, ascoltanto e discutendo, mi trasformai e come per tutti gli altri da Pissarro a Degas da Manet a Renoir la mia vita artistica fu una successione di infinite evoluzioni. Quanto alla tecnica – parola molto vaga – quella da me adottata e’ mia, tutta mia e non la presi in prestito da nessuno , puntualizza Zandomeneghi, artista ombroso ed orgoglioso, sempre pronto a sottolineare la sua indipendenza di spirito. Per meglio indagare il rapporto artistico De Nittis – Zandomeneghi – Renoir, il percorso della mostra si snoda in argomenti pittorici che rivelano le ricche suggestioni di una stagione che cambia l’ideologia sottesa alla visione culturale del mondo, della società, del vero.

Si entra cosi’ nella prima sezione À la campagne, in cui sfilano i paesaggi della mediterraneità dei tre artisti: Primavera (1883) di De Nittis assieme alle vedute fitte di vegetazione dai colori sfavillanti di Renoir e soleggiate di Zando’. Il paesaggio della campagna si anima successivamente di figure giovani, dalle bambine di Renoir che giocano infilando fiori nei cappelli, Le Chapeau e’pingle’ (Il Cappello appuntato) (1894), alla Femme tenant un bouquet (Donna con bouquet) e ai Idylle (I fidanzati) di Zandomeneghi. Nella sezione Sulle strade fiorite, periferie, parchi, giardini rivelano ormai una Parigi felice, fiorita e floreale, come in una perenne primavera che piu’ che una stagione e’ un tempo dell’anima. La stessa intima felicità del creare si esplicita nell’Elogio del quotidiano rappresentato dalle nature morte, come in Chou-fleur (Cavolo) (1917) di Zandomeneghi e Pesci (1917) di Renoir.

-Il fiore dell’epidermide, il velluto della carne- e’ il successivo argomento dedicato al Nudo. Torna qui De Nittis con la perlacea e tenerissima Ondina a fronte delle carni morbide e luminose di Zandomeneghi, piu’ vicino a Degas con Le tub (La tinozza), e con Dopo il bagno a quel Renoir che Joris-Karl Huysmans definisce -il vero pittore delle giovani donne, di cui sa rendere, in quella allegria di sole, il fiore dell’epidermide, il velluto della carne-. Esemplare il Nu allonge’ (Baigneuse)/Nudo disteso (Bagnante) (1902). Fra tanti trionfi di momenti en plen air di cui si nutri’ la pittura dagli impressionisti in poi, regalandoci la vivezza della vita vissuta in un mondo luminescente di figure dai movimenti leggeri, quasi danzanti nell’aria, i nudi di Renoir parlano di bellezze trionfanti nel turgore rosato dei seni, dei fianchi, delle gambe. Quelli di Zando’ stanno nella delicatezza delle nudità svelate nel segreto delle stanze. E De Nittis, davanti alla modella entrata nello studio, nel 1876 scriveva nel suo Taccuino: -Senza alcuna incertezza prese la posizione eretta, come avrebbe fatto una del mestiere, poi il burnous scivolo’; levo’ lentamente le braccia, con un gesto d’un ritmo perfetto, congiunse le mani sul capo e inarco’ i fianchi: i seni si protessero sul petto ampio. Rimasi abbagliato-.

L’ultima sezione della mostra parla di Parigi, il giorno le notti, con opere dei tre grandi artisti. Si incontrano qui le ore del giorno riprese nei gesti spontanei di Femme qui s’e’tire (Il risveglio), Femme accoude’e sur un fauteuil (Malinconia), Bavardage (Chiacchierando) di Zandomeneghi, il denittisiano Veli e sete (1890) assieme ad incisioni dello stesso De Nittis e Renoir. Le serate della metropoli francese trascorrono Al caffe’ (1884), al Moulin de La Galette, nei riti del te’ e negli spettacoli della notte fra le giovanissime ballerine in tutu’ di Zandomeneghi. Le donne di Renoir e di Zandomeneghi e De Nittis si mostrano nella loro individualità di modelle e compagne (splendido il ritratto a pastello di Mathilde, una delle modelle preferite di Zando’) e nella loro tipologia umana e sociale (sempre di Zando’, La marchande de fleurs / La fioraia di Montmartre). Per essi il corpo femminile resta sempre al centro della visione della vita, sinonimo di fascino, di felicità, di suggestive promesse. Colto nella bellezza dell’abbigliamento come nella sua naturalità, nella domesticità o in sofisticate eleganze, esso rappresenta la quintessenza della pittura, paradigma cui i capolavori della mostra resteranno legati fino alle loro ultime opere.


Info:
Catalogo Skira
Pinacoteca De Nittis, Palazzo della Marra  – Via Cialdini – Barletta
tel. 080 5222014, fino al 15/07/2007.

Fonte:Undo.net

ROMA. Afro: disegni fino al 1947.

La mostra presenta un excursus nell’opera grafica del primo Afro (Udine 1912 – Zurigo 1976), fino al 1947, con 35 disegni scelti provenienti dall’Archivio dell’artista, alcune fotografie e due tele, poste all’inizio e alla fine del percorso, per sottolineare lo stretto rapporto con il disegno instaurato del pittore sin dalle sue prime prove.

La mostra si snoda da alcuni disegni, rappresentativi delle iniziali esperienze avvenute nell’alveo del formalismo novecentesco, dopo l’incontro a Roma negli anni ’30, con gli artisti della Scuola di Via Cavour e della nascente Scuola Romana. Aspetto evidenziato anche dal primo dipinto in mostra, una natura morta. In questo periodo l’artista si concentra sul linguaggio e sullo stile sperimentando anche il -Disegno a calco-, una sofisticata tecnica di disegno con la punta d’argento, per ottenere effetti di particolare morbidezza del tratto, come nel disegno -Natura morta- del 1939, in esposizione.

Intorno alla metà degli anni ’40 (dopo l’esperienza dolorosa della guerra e del ferimento) Afro abbandona le ricercatezze di segno per trovare linee piu’ essenziali, come nel piccolo -Autoritratto- del 1945, o geometrizzanti e piu’ larghe, quasi come un carboncino, come nella -Donna con le carte-, del 1946 o ne il -Molo con reti- dell’anno successivo. La figura va ora perdendo i suoi connotati (esemplare in tal senso e’ un -Nudo di donna seduto-, del 1946 condotto a inchiostro blu); alla morbidezza del segno si sostituisce una linea tagliente e geometrica: e’ il punto di approdo della mostra, evidente anche nei bellissimi -Senza titolo- del 1947, fusain su carta, che anticipano di poco il secondo, bellissimo, dipinto esposto.

In occasione della mostra verrà presentato il Catalogo Generale Ragionato dei disegni, Volume primo dal 1932 al 1947, Edizioni Dataars /La Scaletta, S. Polo di Reggio Emilia, 2006

Info:

fino al 8 maggio 2007
Galleria il Segno – via Di Capo Le Case 4 Roma
10,30 – 13,00/17, 00 -19,30 – 06 6791387

Fonte:Undo.net

ROMA. Pablo Picasso a Via Margutta 1917-2007.

La Galleria Valentina Moncada, con il patrocinio del Comune di Roma – Assessorato alle Politiche culturali e in collaborazione con il Museo dell’Opera di Parigi, dal 28 marzo al 30 aprile 2007, celebra il 90° anniversario del soggiorno di Pablo Picasso a Roma con il progetto ‘Picasso a Via Margutta, 1917 – 2007”, 90° anniversario”.

Valentina Moncada gestisce da anni l’omonima galleria d’arte a Via Margutta 54. Un giorno, per caso, ha scoperto che nel 1917 il marchese Giuseppe Patrizi, suo bisnonno, affittò uno studio a Picasso, nell’antico complesso degli Studi Patrizi.

“Quello che mi sono chiesta dal principio è perché Picasso ha scelto di lavorare in uno studio in questo edificio a Via Margutta”, spiega la gallerista.

Da questa curiosità è nata la sua ricerca, sfociata in una pubblicazione, ‘PICASSO A ROMA’, edita da ELECTA e in una mostra, “PICASSO A VIA MARGUTTA”, in programma dal 28 marzo al 30 aprile 2007 alla Galleria Valentina Moncada. Il progetto, nel suo complesso, testimonierà un momento di grande creatività del maestro nella Capitale.

La mostra, allestita all’interno della Galleria Valentina Moncada, racconterà l’attività creativa dell’artista durante il suo primo soggiorno romano. Saranno esposte  alcune fotografie di Picasso nel suo atelier di Via Margutta, trovate nell’archivio del Museo Picasso di Parigi e mai pubblicate nel contesto di questo suo primo viaggio romano. Il Museo dell’Opera di Parigi ha gentilmente concesso i costumi del balletto Parade e le fotografie dello spettacolo che fu inscenato al Teatro Chatelet di Parigi nel maggio 1917. Un terzo costume proviene dal Teatro dell’Opera di Roma. Ciò che colpisce è la loro qualità plastica e i cromatismi, più specifici dell’opera scultorea di Picasso. Sempre il 28 marzo 2007 sarà affissa una targa commemorativa in onore del passaggio di Picasso a Via Margutta.

Il libro ‘PICASSO A ROMA. 1917 – Mon atelier de Via Margutta 53B’, scritto da Valentina Moncada dopo lunghe ricerche ed edito da Electa nella nuova collana Pesci rossi, accompagnerà la mostra. Il testo mette in risalto aspetti inediti dell’attività creativa di Picasso nei mesi del primo soggiorno romano (febbraio-aprile 1917), ripercorrendo in particolare  la creazione di due grandi capolavori di Picasso, L’Italiana e L’Arlecchino e donna con collana. Seguono una serie di documenti, raccolti a cura di Francesca Foti, che illustrano i rapporti di Picasso con gli artisti coinvolti a Roma nella genesi della Parade, balletto per il quale l’artista realizzò costumi e scenografie. La pubblicazione analizza inoltre le possibili motivazioni della  scelta del maestro di lavorare proprio a Via Margutta ad un passo dal Circolo Artistico romano degli Studi Patrizi e il suo rapporto con i Futuristi.
 
CRONOLOGIA. Pablo Picasso arrivava a Roma il 17 febbraio del 1917 con Jean Cocteau per lavorare al primo balletto cubista della storia, Parade, che la compagnia dei Balletti Russi  avrebbe messo in scena il 18 maggio 1917 al Teatro Chatelet di Parigi. Entrambi erano stati chiamati da Sergej de Diaghilev, l’impresario della compagnia, di cui facevano parte anche il coreografo-ballerino russo Léonide Massine, e la ballerina Olga Kokhlova. La Compagnia, a quel tempo, era impegnata nella seconda tournée italiana, che sarebbe partita nell’aprile proprio da Roma. Picasso ebbe l’incarico di progettare le scenografie e i costumi del balletto, Jean Cocteau fu scelto per redigerne il libretto. Soggiornarono entrambi presso l’Hotel de Russie e il 23 febbraio Picasso affittò dal Marchese Giuseppe Patrizi, proprietario del complesso degli studi Patrizi, uno studio a Via Margutta 53B, situato nello stesso stabile. In questo atelier l’artista dipingerà due suoi grandi capolavori: l’Italienne, conservata oggi a Zurigo nella collezione E.G. Bührle e l’Arlequine et femme au collier, conservato a Parigi nel Musée National d’Art Moderne del Centre Georges Pompidou. Durante il suo soggiorno romano il pittore mantenne inoltre i rapporti intrattenuti a Parigi con alcuni esponenti del Futurismo, incontrando al Caffè Greco Giacomo Balla, Fortunato Depero, Enrico Prampolini, Francesco Cangiullo. Via Margutta è stata anche la cornice del legame sentimentale di Picasso con Olga Kokhlova, che avrebbe sposato nel luglio 1918.
Valentina Moncada gestisce la Galleria Valentina Moncada che ha ospitato negli ultimi anni importanti esponenti dell’arte contemporanea internazionale. La galleria si trova a Via Margutta 54, proprio in prossimità dello studio affittato da Picasso nel cuore dell’antico e celebre quartiere degli artisti a Roma ed è parte di un complesso di studi d’artista costruiti nel 1858 dal suo trisnonno, il Marchese Francesco Patrizi.

Info:
28 marzo-30 aprile, alla Galleria Valentina Moncada – Via Margutta 54, Roma
orario: lun-ven 12.00-18.00.

tel. +39 06 3207956; F +39 06 3208209

 

Link: http://www.valentinamoncada.com

Email: infogalleria@valentinamoncada.com