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Il Salvator Mundi e Leonardo da Vinci, tra enigmi e conferme.

Trattiamo qui di seguito un tema complesso, dibattuto e affascinante che riguarda la storia del dipinto noto con il titolo di Salvator Mundi attribuito a Leonardo e oggetto di riflessioni da parte di grandi storici dell’arte. In sostanza il tema è centrato su quali elementi lo individuino come un Leonardo, di sua mano, o come un Leonardo concettualmente e certamente da lui ideato e architettato, con interventi pittorici, coevi e non, non tutti di sua mano.
Il Salvator Mundi è un dipinto a olio su tavola, formato 66 x 46 cm. Il legno della tavola è il noce. La datazione lo colloca tra il 1490 e il 1519, essendo quest’ultimo l’anno della morte di Leonardo.
Il dipinto riprende l’iconografia bizantina del Cristo Pantocratore. In luogo del classico libro con le lettere Alfa e Omega, la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto greco, l’inizio e la fine (“Io sono l’Alfa e l’Omega, il Primo e l’Ultimo, il Principio e la Fine”, Apocalisse, 22), Cristo regge in mano una sfera di cristallo, meravigliosa, che contiene, nell’infinitamente piccolo, ogni cosa vivente nel Mondo, come l’Aleph di Borges. Una sfera di vetro riempita d’acqua, il mare da cui viene la vita; una lente, in uso già dall’epoca medievale. Come detto in apertura, vi sono elementi a favore della attribuzione certa a Leonardo, di sua mano, da parte di studiosi di fama e scienza mondiali e indiscutibili (i ricami della veste, la forma delle unghie, i pentimenti, l’uso della luce e dello sfumato, superbi), altri contrari (lo stato del dipinto prima del restauro, cattivo e sfregiato da interventi pittorici successivi, la freddezza schematica dei boccoli del Cristo, l’incarnato della mano benedicente, sezioni della veste poco leggibili). Per alcuni è un capolavoro di Leonardo e del lavoro straordinario della restauratrice.
salvator mundiLa ideazione da parte di Leonardo sembra certa mentre il suo intervento diretto sulla tavola è fonte di dubbi. Certo il dipinto è stupendo, certo un soggetto simile è stato dipinto da Caprotti (Salaì, uno dei suoi fidanzatini), da Cesare da Sesto, dalla Bottega di Leonardo (versioni Napoli, de Ganay, Worsley) dal Giampietrino, da Marco d’Oggiono…
“Nel caso del Salvator Mundi il bene è unico e irripetibile, l’utilità marginale del compratore è massima, la scelta, ossia la decisione di acquisto, non è sensibile (o lo è in misura minima) alla variazione del prezzo del bene”.
Ora, analizziamo la sequenza di crescita di valore economico del dipinto. Il punto, ossia l’opera d’arte più costosa della Storia acquistata da un privato, è tutt’altro che secondario. L’opera è stata acquistata per la cifra, da capogiro, di 450,3 milioni di dollari, inclusi i diritti d’asta. Battuta da Christie’s a New York, Rockefeller Center, il 15 novembre del 2017. Ecco la sequenza cronologica dei valori economici dell’opera oggi conosciuti: 1958, 75 sterline; 2005, 1.175 dollari; 2013, 75.000.000 dollari; 2017 450.300.000 dollari. Il dipinto viene battuto dopo poco meno di 19 minuti di rilanci di 2 (lo sfidante) e 10 (il vincente) milioni di dollari al colpo.
L’acquirente, secondo fonti di Intelligence USA, sarebbe il principe saudita Badr bin Abdullah bin Mohammed bin Farhan Al Saud per conto dell’erede al trono, il principe Mohammed bin Salman (nell’ottobre del 2018 Jamal Khashoggi, uno dei più celebri giornalisti contemporanei, editorialista del Washington Post, voce prima vicina al potere della famiglia reale saudita, poi divenuta quella di un dissidente, viene assassinato e fatto a pezzi all’interno del consolato saudita a Istanbul. Si sospetta che il mandante sia Mohammed bin Salman).
salvator mundi 3E il dipinto dov’è finito? Da New York forse vola a Zurigo, in uno dei freeport della città, come suggerisce la superlativa restauratrice dell’opera Dianne Dwyer Modestini (in Svizzera esistono 245 depositi doganali analoghi a quello di Zurigo. A parere dell’Economist, i soli Freeport di Ginevra e Zurigo custodiscono beni di pregio, incluse molte opere d’arte, per circa 10 miliardi di dollari). Il Salvator dovrebbe essere esposto al Louvre Abu Dhabi nel settembre del 2018, sino a oggi non si è ancora visto. 2019, anno leonardiano: il dipinto avrebbe dovuto essere esposto alla super-mostra del Louvre, ma il dipinto non arriverà a Parigi. O forse è stato a Parigi per essere analizzato dal Centro di Ricerca e di Restauro dei Musei di Francia; pare sia stato, in quella sede, attribuito a Leonardo e riconosciuto come proprietà del Ministero della Cultura del Regno dell’Arabia Saudita. È d’uopo sottolineare che il solo costo assicurativo del dipinto varrebbe quanto l’investimento per la realizzazione di una mostra di alto livello e, a specchio, assicurarlo a un valore inferiore equivarrebbe a svalutarlo e quindi a metterne in dubbio l’attribuzione. Un serpente uroboro realmente diabolico.
Ora consentitemi una succinta digressione connessa alla scienza economica, e in particolare alla cosiddetta microeconomia, ossia lo studio del comportamento dei singoli operatori e del funzionamento dei singoli mercati. In microeconomia, con il concetto di elasticità della domanda rispetto al prezzo di mercato – definibile come reattività della quantità domandata di un bene in seguito a una variazione del prezzo di tale bene – si indica quella misura che mette in relazione la variazione percentuale della quantità domandata con la variazione percentuale del prezzo, data una certa funzione di domanda. Il grande economista inglese Alfred Marshall (ma da tempo si postula che il genio vero sia stata la moglie, Mary Paley) nel 1890 rese popolare l’utilizzo delle funzioni di domanda e offerta come strumenti per la determinazione del prezzo; un altro dei suoi (?) contributi fu l’idea che i consumatori tendano a eguagliare i prezzi alla loro utilità marginale e la stessa nozione di elasticità della domanda rispetto al prezzo veniva presentata da Marshall come estensione di questi concetti.
Nel nostro caso, paradossalmente, abbiamo una funzione di domanda definita anelastica rispetto al prezzo, infatti la domanda dei beni di lusso (yacht, gioielli, fashion di alta gamma, automobili sportive… opere d’arte) è poco sensibile alle variazioni di prezzo del bene. Nel caso del Salvator Mundi il bene è unico e irripetibile, l’utilità marginale del compratore è massima, la scelta, ossia la decisione di acquisto, non è sensibile (o lo è in misura minima) alla variazione del prezzo del bene.
Infine: non ho gli strumenti scientifici e tecnici per giudicare, né mi permetterei mai di dire una sciocchezza su un tema così complesso, specialistico e delicato. Trasferisco l’interrogativo ai lettori, attraverso tre immagini: il dipinto oggi, il dipinto prima del restauro, una fotografia in bianco e nero eseguita nel 1912 (di quest’ultima la fonte non è certa al 100%). Ho calcolato, ampiamente per difetto, che nel corso della mia vita lavorativa (e non solo lavorativa) a oggi ho visto circa 1.500.000 immagini di opere d’arte, architettura, design. Molte ripetute centinaia o decine di volte, naturalmente, molte stupende, altre meno. Sono abituato a lavorare con le immagini, amo le immagini.
Il Salvator Mundi è enigmatico, magico, inquietante (forse si potrebbe leggere, nella veste, una piega a forma di Omega sul lato sinistro, ossia la Fine) potente e bellissimo. Un mistero affascinante. Speriamo di poter rivedere il dipinto “live”, prima o poi.

Autore: Stefano Piantini

Fonte: www.artribune.com, 9 lug 2020

Mecenate, chi era costui?

Gaio Cilnio Mecenate è universalmente riconosciuto come uno dei fautori del successo politico e culturale di Ottaviano Augusto, del quale fu amico della prima ora, nonché potente “ministro della cultura”. Si deve infatti a lui la costruzione di quei solidi legami tra il principe e il fior fiore dei poeti del tempo, che non si tirarono indietro al momento di fungere da “cassa di risonanza” delle parole d’ordine del nuovo regime.
Operazione, questa, di enorme portata ideologica e propagandistica, eppure gestita con garbo e senza troppe forzature. Infatti da un lato Mecenate seppe trattare “da amici” i vari Orazio, Virgilio, Properzio, facendoli sentire non poeti di corte, ma indispensabili protagonisti di una nuova stagione della storia di Roma; dall’altro ebbe la sapiente accortezza di indirizzare i big del suo “circolo” letterario verso generi letterari diversi, evitando rivalità e gelosie che altrimenti avrebbero vanificato l’intero progetto.
Ma chi era davvero questo Mecenate?
Un contributo significativo alla conoscenza della sua figura viene da una recentissima pubblicazione degli scarsi frammenti dei suoi scritti, e delle testimonianze latine sulla sua persona, nel pregevole e accessibile volume a cura di Stefano Costa, Mecenate. Frammenti e testimonianze latine, La vita felice, coll. Saturnalia, Milano 2014.
Consiglio vivamente la lettura di questo lavoro a tutti i colleghi docenti di Latino, poiché consente – tra l’altro – un’agile consultazione di materiale documentario (qui tradotto e ben annotato) altrimenti reperibile solo attraverso poco accessibili edizioni critiche. E io l’ho potuto subito sfruttare a scopo didattico, nell’ambito di alcune lezioni su Orazio nella “mia” seconda Liceo Classico; ed è stato interessante scoprire – insieme con gli studenti – come dei sedici frammenti mecenaziani rimasti ben tre (4 Costa = 21 Lund; 11 Costa = 2 Lund; 16 Costa = 3 Lund) menzionino il poeta di Venosa, e che in uno di essi Mecenate si rivolga ad Augusto chiedendogli Horatii Flacci ut mei esto memor (4 Costa, cioè “Ricordati di Orazio Flacco come di me”). Dimostrazione non peregrina – questa – del fatto che la confidenza con la quale Orazio tratta il suo protettore, invitandolo a bere con lui modesto vino sabino (Vile potabis modicis Sabinum: Orazio, Carmina, 1, 20), non è millanteria, ma deriva da una reale condizione di amicizia nella quale il cavaliere di origini etrusche (Maecenas atavis edite regibus: Orazio Carmina, 1,1) e il poeta di origine libertina (me… libertino patre natum: Orazio, Sermones, 1,6 ) sembrano dimenticare le loro differenze sociali.
Non è questa la sede per una trattazione completa della figura di Mecenate, né per una recensione articolata del volume: mi limiterò dunque a due brevissime osservazioni scaturite dall’approccio a questo materiale.
La prima considerazione è sulla qualità dei frammenti rimasti. Eterogenei, poco contestualizzabili, alcuni in prosa e altri in versi, non appaiono certo tra gli esiti migliori della letteratura latina. Altro che classicità di epoca augustea!
Mecenate sembra il “barocco” cultore di una forma eccessivamente elaborata, carica di neologismi linguistici e figure retoriche. E mi piace credere che – nelle loro conversazioni private (e riservate!) – Virgilio e Orazio prendessero un po’ in giro il fondatore del loro circolo, che scimmiottava i neóteroi, cedeva al gusto asiano, talora anticipando alcune esperienza di età neroniana. Cosa avranno allora pensato i “sobri” poeti del circolo leggendo di un’amante che labris columbatur (“fa il colombo con le labbra”, fr. 1 Costa = 11 Lund), o ascoltando i complessi gliconei nei quali si filosofeggia sulla vita e la morte (fr. 8 Costa = 1 Lund) e i rarissimi galliambi di un inno a Cibele fera montium dea che ci richiama al Catullo doctus (fr. 8 Costa = 1 Lund)? Avranno probabilmente pensato che la scarsa vena poetica di Mecenate era la loro fortuna: loro erano indispensabili perché Augusto non poteva certo affidare direttamente a un tale “pasticcione” il compito di glorificare la gens Iulia e il destino di Roma!
La seconda considerazione è sull’immagine non troppo positiva che emerge dalle testimonianze latine sulla figura di Mecenate. Infatti – se si eccettuano i poeti del suo entourage (ovviamente) e un anonimo poema di età giulio-claudia denominato convenzionalmente Laus Pisonis – sembra prevalere nei Romani delle generazioni successive un giudizio negativo sulla sua personalità, in quanto il suo l’amore per l’arte, la moda, il lusso, la gastronomia – la “bella vita”, insomma – era ritenuto tanto esagerato da confondersi col vizio.
Gli storici, dal cortigiano Velleio Patercolo al grande Tacito, ne esasperano infatti la mollezza “femminile” e l’indole capricciosa, se è vero che Augusto avrebbe organizzato degli spettacoli solo per compiacere l’amico invaghitosi del pantomimo Batillo (Tacito, Annales, 1, 54). E se accuse non diverse gli vengono dai poeti Marziale e Giovenale, per Quintiliano Mecenate è soprattutto un cattivo esempio di stravaganza e eccentricità stilistica (Quintiliano, Istitutio oratoria, 9, 4, 28). Chi però esagera davvero è Seneca, che menziona il Nostro più e più volte, e non certo per lodarlo. Per lui è un rammollito, un pessimo scrittore (si esprime “come un ubriaco”: Lettere a Lucilio, 114, 4) e quasi un “anti-uomo”, se è vero che lo oppone all’eroico Attilio Regolo – exemplum di coraggio e lealtà – come exemplum di dissolutezza (De providentia, 3, 11). Certamente Seneca ha finalità moralistiche che lo spingono in questa direzione, eppure non nego che tale livore mi ha un poco stupito (non conoscevo infatti tutti i passi citati), e mi ha portato a fare una riflessione. E poiché denuncio – da qui in poi – di non parlare più da addetto ai lavori, ma di ragionare come semplice osservatore, posso pure permettermi qualche nota conclusiva del tutto personale.
Affermo dunque che la simpatia che già provavo per Mecenate non fa che essere rafforzata dalle accuse di Seneca, che mi paiono cariche di invidia e risentimento postumo, perché l’amico di Augusto aveva avuto successo in quello in cui il precettore e consigliere di Nerone aveva fallito. Mecenate aveva infatti creato intorno al princeps un clima di consenso e gli aveva facilitato i rapporti con gli intellettuali e la pubblica opinione; invece Seneca era stato prima inascoltato maestro, poi silenzioso complice, infine egli stesso vittima del bizzoso Nerone.
Certo, Ottaviano era stato un “ragazzo perbene” e Nerone era invece un giovane megalomane e sospettoso, e dunque l’azione di regia di Mecenate era stata più facile di quella fallimentare del filosofo cordovese. Ma tant’è, la storia era stata quella, e Seneca rosicava (come dicono oggi a Roma) perché a quel bellimbusto mezzo etrusco che girava in bigodini le cose erano girate per il verso giusto, mentre lui – austero seguace della Stoà – doveva assistere compiacente sia ai deliri poetici del principe sia agli assassinii di Britannico e Agrippina… Certo, poteva ben consolarsi con qualche buona lettura e con gli ingenti beni che Nerone gli aveva regalato; ma la Storia con la S maiuscola non gli avrebbe perdonato i crimini neroniani, mentre avrebbe glorificato il ruolo di mediatore di Mecenate, fautore insieme con Agrippa del Saeculum Aureum di Augusto.
Si tratta come è ovvio di una boutade senza nessuna pezza d’appoggio, che nasce dalla scarsa empatia per il ripetitivo moralismo senecano da parte di chi scrive, che è invece affascinato dalla cultura d’età augustea. Me ne scuso dunque in forma preventiva con i lettori de La ricerca, tra i quali – sono sicuro – si annidano molti fan di Seneca, autore molto amato dai colleghi (e soprattutto dalle colleghe) più seri di me.
Ma lo ribadisco: se potessi scegliere con chi andare a cena tra lui (cioè Seneca) e Mecenate, ci andrei con Mecenate, sicuro di mangiare bene (a sue spese) in un ristorante “stellato”. E se tra i commensali ci fossero anche Orazio e Virgilio, e – perché no? – il Divino Augusto, sublimi feriam sidera vertice (“toccherò il cielo con un dito”: Orazio, Carmina, 1, 36).

Autore: Mauro Reali

Fonte: www.laricerca.loescher.it, 2 giu 2015

Immagine: Charles François Jalabert, Virgilio e Vario a casa di Mecenate

MAMIANO DI TRAVERSETOLO (Pr). L’ultimo romantico. Luigi Magnani il signore della Villa dei Capolavori.

Fino al 12 luglio 2020, la Fondazione Magnani-Rocca, col titolo “L’’ultimo romantico”, propone un ricchissimo omaggio espositivo al suo Fondatore, e lo fa nella dimora che Luigi Magnani trasformò in una casa-museo sontuosa e sorprendente, la ‘Villa dei Capolavori’ a Mamiano di Traversetolo, nel parmense. Uomo di cultura tra i grandi della sua epoca, Magnani può essere legittimamente assunto a testimone di ‘Parma Capitale Italiana della Cultura 2020’, sotto la cui egida la mostra si svolge.
Luigi Magnani (1906-1984), uno dei massimi collezionisti di opere d’arte al mondo, nella sua casa delle meraviglie realizzò un vero Pantheon dei grandi artisti di ogni epoca, un tempio che si andò animando lentamente con l’acquisizione di dipinti e arredi unici, dai Morandi e i fondi oro degli inizi, poi il Tiziano, il Goya, fino al Monet, ai Renoir e al Canova degli ultimi anni della sua vita, in un processo di identificazione spirituale con le opere che giungevano ad abitare la sua dimora presso Parma come la scena della sua vita intellettuale.
La mostra, con oltre cento magnifiche opere provenienti da celebri musei e prestigiose collezioni, intende raccontare nei saloni destinati alle mostre temporanee – in parallelo alla sua Raccolta d’arte permanente, allestita nei saloni storici della Villa – la figura di Luigi Magnani, che amava il dialogo tra la pittura, la musica, la letteratura, attraverso i suoi interessi e le personalità che frequentò o alle quali si appassionò. Intellettuale di primo piano nella cultura italiana del Novecento, nonché frequentatore dei più esclusivi salotti del suo tempo, fu tra i fondatori di Italia Nostra. L’esposizione – a cura di Stefano Roffi e Mauro Carrera – presenta dipinti, ritratti, autoritratti e documenti autografi dei celeberrimi artisti, critici, musicisti, letterati, registi, aristocratici, capitani d’industria frequentati da Magnani, da Bernard Berenson a Margaret, sorella della regina d’Inghilterra, da Eugenio Montale allo stesso Giorgio Morandi; inoltre omaggi pittorici alla passione per la musica di Magnani, resi dai più grandi artisti italiani del Novecento, da Severini a de Chirico a Guttuso a Pistoletto; importanti strumenti musicali antichi; i segreti della Villa, svelati eccezionalmente al pubblico. Infine, il sogno di altri ‘capolavori assoluti’ inseguiti da Magnani ma non conquistati, che in occasione della mostra raggiungeranno la Villa dei Capolavori e verranno svelati; il primo grande sogno realizzato è il celeberrimo dipinto Il cavaliere in rosa di Giovan Battista Moroni, capolavoro cinquecentesco, gemma di Palazzo Moroni a Bergamo, che, dopo la Frick Collection di New York, viene ora esposto alla Fondazione Magnani-Rocca per la durata della mostra.
Quella che ora è chiamata ‘Villa dei Capolavori’ è tuttora abitata dallo spirito della bellezza, e mostra ancora purezza e forma sublimi, così come la volle Magnani, del quale rappresenta il compiuto autoritratto, come lo è per Peggy Guggenheim la collezione conservata a Venezia; nella Villa si è realizzato un ‘museo dell’anima’ in cui quadri dei grandi maestri del passato, degni dei più importanti musei del mondo, accanto ad arredi del primo Ottocento degni di una residenza napoleonica, raccontano di sé e della vita di chi li ha raccolti e custoditi, in dialettica con alcune delle opere simbolo della contemporaneità.
Attraverso le cose tornano a vivere gli incontri memorabili e le conversazioni finissime che lì ebbero luogo, quando insieme a Magnani, davanti a un piatto di fumanti anolini, Morandi e Arcangeli trovavano magicamente argomenti di condivisione poco tempo prima della clamorosa rottura fra il pittore e il critico, o quando Ungaretti, dopo una passeggiata nel parco, lasciava una poesia per l’amico Luigi, o ancora quando Guttuso festeggiava il Capodanno nella Villa omaggiando Magnani con la carnalità delle sue opere. L’élite culturale e aristocratica europea è passata per questi saloni, ha commentato un dipinto, ha ascoltato gli affascinanti racconti del padrone di casa, mentre le note di Mozart facevano da contrappunto ai capolavori dei celeberrimi maestri antichi e contemporanei, testimoni della grande storia d’Europa.
Un dipinto da solo varrebbe il viaggio alla Villa di Luigi Magnani: è il grande quadro di Francisco Goya La famiglia dell’infante don Luis (1783-1784), forse il ritratto di corte più rivoluzionario di tutta la storia della pittura. Eccezionali sono anche le tre Madonne col Bambino di Filippo Lippi, Albrecht Dürer, Domenico Beccafumi, dipinte a cinquant’anni l’una dall’’altra; altre opere imperdibili sono il Ghirlandaio, il Carpaccio, il Rubens, il Van Dyck, i Tiepolo, il Füssli, ma unici sono il preziosissimo Stimmate di San Francesco di Gentile da Fabriano e l’’indimenticabile Sacra conversazione di Tiziano (1513). La magnificenza dei capolavori pittorici si traduce in scultura nella Tersicore di Canova e nelle due figure femminili di Bartolini.
Il nucleo contemporaneo è dominato dalle ben cinquanta opere di Giorgio Morandi, riunite durante la vita del pittore all’interno di un rapporto di stima e di amicizia con Magnani. Altro pittore emiliano presente nella collezione è Filippo de Pisis, con un gruppo di dipinti intensi e drammatici. Tra le altre opere di artisti italiani spiccano una stupefacente Danseuse futurista di Gino Severini, una piazza metafisica di Giorgio de Chirico, alcuni lavori di Renato Guttuso e considerevoli sculture di Giacomo Manzù e Leoncillo. Importantissimo anche il Sacco di Alberto Burri del 1954, che Magnani considerava il proprio baluardo avanguardistico. Fra i non italiani, la Villa ospita l’unica sala di opere di Paul Cézanne in Italia; incantevole è il paesaggio marino di Claude Monet e splendide le opere di Renoir, Matisse, de Staël, Fautrier, Hartung.
Capolavori che continuano a suscitare emozioni profonde, altissima espressione dell’intimo e commosso stupore dell’uomo di fronte al segreto della bellezza. Segreto che Magnani, leggendo l’’amato Doctor Faustus di Thomas Mann, riconosceva nella tensione tra il prorompente impulso creativo e le inviolabili leggi strutturali dell’’arte; per questo volle per la propria raccolta un’’opera di Rembrandt raffigurante proprio il Doctor Faustus. Della capacità dell’’arte di conchiudere significati assoluti Magnani era convinto, come pure del suo afflato metafisico; per questo, dopo un lungo soggiorno romano dedicato all’’insegnamento, si era ritirato nella sua Villa di Mamiano, fra gli amici eletti e le amate opere d’arte.
Qui come già per Magnani, dimora per noi tutti la gioia silenziosa del posare lo sguardo su questi sublimi frammenti della vicenda umana, raccolti fino alla morte, avvenuta nel 1984 a settantotto anni, dopo una vita trascorsa in dialogo spirituale con i grandi della cultura, ospiti reali o ideali della sua splendida residenza. Il percorso della Fondazione Magnani-Rocca era stato avviato con la sua istituzione da parte di Magnani nel 1977, nel disegno di destinare i suoi tesori d’’arte al godimento di tutti, nel ricordo dei propri genitori, donando a Parma e all’’Italia una piccola Versailles.
L’’apertura al pubblico della Villa avvenne trenta anni fa, nell’’aprile 1990. Venivano così svelate le opere di una raccolta quasi leggendaria appartenuta a una delle più eclettiche personalità culturali del XX secolo: Magnani fu infatti scrittore, saggista, storico dell’’arte, compositore, critico musicale e, con le sue ricerche e i suoi scritti su Correggio, Morandi, Mozart, Beethoven, Goethe, Stendhal, Proust, seppe, come pochi, ricongiungere le ragioni del sentimento e quelle dell’’intelletto.

Info:
L’’ultimo romantico. Luigi Magnani il signore della Villa dei Capolavori
Fondazione Magnani-Rocca, via Fondazione Magnani-Rocca 4, Mamiano di Traversetolo (Parma).
Fino al 12 luglio 2020. Aperto anche tutti i festivi.
Orario: dal martedì al venerdì continuato 10-18 (la biglietteria chiude alle 17) – sabato, domenica e festivi continuato 10-19 (la biglietteria chiude alle 18). Aperto anche lunedì di Pasqua, 25 aprile, 1° maggio, 2 giugno. Lunedì chiuso (aperto Lunedì di Pasqua).
Ingresso: € 12,00 valido anche per le raccolte permanenti – € 10,00 per gruppi di almeno venti persone – € 5,00 per le scuole.
Informazioni e prenotazioni gruppi: tel. 0521 848327 / 848148 info@magnanirocca.it www.magnanirocca.it
Il sabato ore 16.30 e la domenica e festivi ore 11.30, 16.00, 17.00, visita alla mostra ‘L’’ultimo romantico’ e alle opere più celebri delle raccolte permanenti con guida specializzata; è possibile prenotare a segreteria@magnanirocca.it , oppure presentarsi all’ingresso del museo fino a esaurimento posti; costo € 17,00 (ingresso e guida).
Mostra e Catalogo (Silvana Editoriale) a cura di Stefano Roffi e Mauro Carrera,
saggi e testi in catalogo di Luigi Magnani, Mariolina Bertini, Giovanna Bonasegale, Mauro Carrera, Fabrizio Clerici, Carlo Mambriani, Gian Paolo Minardi, Stefano Roffi, Alberto Savinio, Vittorio Sgarbi.
Ufficio Stampa: Studio ESSECI, Stefania Bertelli gestione1@studioesseci.net tel. 049 663499 Cartella stampa e immagini: www.studioesseci.net
La mostra è realizzata grazie al contributo di: FONDAZIONE CARIPARMA, CRÉDIT AGRICOLE ITALIA.
Media partner: Gazzetta di Parma. Con la collaborazione di: AXA XL Art & Lifestyle, parte di AXA XL, divisione di AXA, e di Aon – Angeli Cornici, Cavazzoni Associati, Fattorie Canossa, Società per la Mobilità e il Trasporto Pubblico.

Michele SANTULLI, Due personaggi favolosi della civiltà occidentale.

Come si sa il collezionismo moderno, quello che fa muovere soldi e opere d’arte e cultura, si è consolidato e diffuso negli Stati Uniti agli inizi del  secolo scorso: i maggiori musei non sono che l’eredità e i lasciti dei collezionisti mecenati. E i più sensibili e più accaniti compratori furono gli imprenditori di tutte le categorie, i cui nomi oggi sono quasi leggenda: Frick, Morgan, Havemeyer, Rockfeller, Rothschild, Mellon, Getty, Chester Dale, Guggenheim per ricordarne solo pochi… e alcune donne inimmaginabili, da conoscere di più da parte del lettore:  Gertrude e Sarah Stein, le sorelle Cone,  Louisine Havemeyer, Isabella Stewart Gardner…

Uno di questi collezionisti agli inizi del Novecento fu il dr. Albert Barnes di Philadelphia (1872-1951) il quale era arricchito enormemente grazie ad un medicinale per gli occhi da lui scoperto e messo in vendita. Quando arrivava a Parigi per i suoi acquisti d’arte agli inizi del Novecento, davanti all’albergo la mattina era una folla di mercanti e galleristi che lo attendava. Infatti il dr. Barnes non acquistava un quadro degli artisti che prediligeva, ma cinque, dieci, venti. Si racconta un episodio: il suo mercante e consigliere di fiducia parigino, Paul Guillaume, il novo pilota dell’infelice Modigliani come scrisse su uno dei quadri nei quali lo ritrasse, lo condusse nello studio di un geniale ed originale artista, ma morto di fame e incompreso come tanti, grande amico di un altro genio incompreso, Modigliani appunto.

Si racconta che la miseria e il degrado personali erano così grandi che nelle orecchie gli si erano costituiti nidi di pulci o del genere! Ebbene il dr. Barnes entrò nella sua stalla-studio e rimase colpito dalla vitalità e quasi violenza dei colori e dei soggetti delle opere e acquistò… tutto l’esistente, si dice circa 180 opere: iniziò la gloria di Chaim Soutine, così si chiama l’artista, che incassata la moneta, immediatamente partì per la  Costa Azzurra, a godere, finalmente! Il dr. Barnes mise assieme una collezione incredibile: 181 di soli Renoir (oli e non stampe!) e 22 di Cézanne (oli e non stampe o altro!) e poi 8 Picasso, 8 miracolosi Modigliani, De Chirico, Gauguin, perfino 3 Van Gogh, Soutine in quantità e centinaia di altre opere, anche antiche, anche di artisti americani.

Fece costruire un museo apposito nei sobborghi di Philadelphia per ospitare le sue opere ed ecco l’aspetto incredibile: a nessuno era consentito  entrare! Il museo anzi la Barnes Foundation era aperta solo agli studenti e agli studiosi e a coloro che attraverso l’arte volevano e vogliono maturare e migliorare la propria cultura e personalità: il suo intendimento era, ed è, aprire le porte alla gente comune per educarla all’arte e alla cultura! Turisti e curiosi non entrano! Basti pensare che il suo consulente e collaboratore era il massimo studioso di pedagogia dell’epoca, John Dewey. Con la morte del dr. Barnes, oggi la situazione  si è un po’ addolcita.

Un sole splendente lo incontriamo a Roma a partire dal 1929 all’incirca. Una donna di origini ciociare di Carpineto, pronipote di papa Leone XIII il quale vegliò molto sulla sua educazione: si chiama Anna Letizia Pecci, il cognome del papa. Qualche anno prima, nel 1919, aveva impalmato un ricchissimo banchiere americano, un Blumenthal, ebreo sefardita, divenuto poi per ragioni politiche Blunt. E perciò Anna Letizia Pecci Blunt, nota come  Mimì  (1885-1971), la favolosa. Già il luogo della abitazione romana è un marchio: il palazzo cinquecentesco, con gli affreschi di Taddeo Zuccari, che si vede ai piedi dell’Aracoeli e alle scale del Campidoglio dove ancora oggi è scritto: Blunt, è un segno della posizione sociale di Mimì. Dopo il matrimonio visse per alcuni anni a Parigi in una villa principesca del 1700 dove nel suo salotto accoglieva l’élite intellettuale e artistica del momento: Cocteau, Braque, Picasso, Gide, Claudel…

A Roma continuò accanitamente l’attività culturale e artistica già iniziata a Parigi: i celeberrimi  ‘concerti di primavera’ tenuti  nel suo palazzo dove si esibirono i maestri dell’epoca, alcuni la prima volta a Roma: Goffredo Petrassi, Igor Stravinskij, Arthur Honegger, Paul Hindemith, Arthur Rubinstein, divennero un richiamo internazionale.

A fianco della attività musicale ne iniziò una espositiva e letteraria in un piccolo spazio fuori del palazzo, dove nel 1933/35 aprì al pubblico la sua indimenticabile galleria d’arte la Cometa diretta da un altro grande, il ciociaro Libero de Libero: qui espose la crema degli artisti dell’epoca: Guttuso, Savinio, Cagli, De Chirico, Mafai, Ianni, i futuristi e si avvicendarono gli artisti e poeti più all’avanguardia: Moravia, Bontempelli, Ungaretti, Carlo Levi, Quasimodo, Pirandello…

Le leggi razziali famigerate e assassine del 1938 interruppero tale ineguagliabile impresa e obbligarono Mimì e famiglia ad emigrare in America: Cecil, il marito, come detto più sopra, era ebreo. A New York Mimì continuò con la sua passione nel far conoscere l’arte italiana e l’attività riprese col solito impegno e passione. Vi rimase fino a guerra conclusa.

Autore: Michele Santulli –  michele@santulli.eu

Michele SANTULLI, Miracolo a Frosinone.

Si sa che questa parte della nobile terra di Ciociaria, la provincia di FR, è stata da sempre feudo inattaccabile di Giulio Andreotti buonanima: la sua presenza era capillare: i battesimi e le cresime e eventi analoghi erano, si racconta, suo appannaggio preferito; la sua presenza era quanto di più sicuro e affidabile si potesse immaginare. Alcuni seguaci lo adoravano: uno di questi, sindaco di un paesino arroccato in cima ad una montagna, si racconta che ogni mattina faceva in modo che il suo beneamato ricevesse le sue ricottine fresche di giornata, di cui l’esimio politico era particolarmente ghiotto. Ogni mattina!
Rendo testimonianza che anni addietro trovandomi nel principato di detto sindaco – ‘regnò’ per circa 50 anni! un autentico primato! – notai che le due porte dei gabinetti pubblici (in questo paesino di qualche centinaio di abitanti anche i gabinetti pubblici!) erano porte in noce massello, come nemmeno nei paesi dei petrolieri si vedono in un gabinetto!, a dimostrazione della benevolenza andreottiana. Un altro, un noto costruttore, lo aveva sistematicamente ospite nel suo antico castello: risultati? in tutta la zona finanziamenti continui per costruire strade, perfino nelle località più inaccessibili, per praterie di asfalto, per palazzi pubblici, lampioni e fognature e marciapiedi in continuazione, ecc.. Che grande! E poi la Fiat a Cassino coi soldi degli Italiani, la industrializzazione della Valle del Sacco sempre coi soldi degli Italiani, e con quali risultati: ma che vuoi che sia, basta lavorare e mangiare, soleva sentenziare il beneamato!
Ospedali in quantità dovunque, ancora se ne vedono in giro, inutilizzati! Cementificazione inaudita, a libertà e a piacimento di ognuno! E quindi la mentalità di tutta una certa provincia è quella infusa da questo beneamato politico… Naturalmente tutti gli altri ‘politici’ della zona venuti prima e dopo di lui, non sono stato altro – e ancora sono – che il guano e il letame di questa regale quercia, come soleva dire!
Ora invece il miracolo, un nuovo mondo si apre, l’orizzonte della cabina di comando si amplia, al di là ormai degli stadi e piscine olimpionici, delle rotatorie stile Abu Dhabi, della cementificazione: si inizia, parrebbe, a cominciare ad occuparsi, e seriamente questa volta, di arte e cultura e, ancora più incredibile, di arte nata in Ciociaria e diffusa in tutto il mondo. Non più dunque materiale indigesto ai palati politici, come fino ad oggi. Cioè, in breve: fonti serie propalano la notizia che il Comune di Frosinone, saggiamente retto da una lungimirante compagine amministrativa amata ed apprezzata, è in fase di seria trattativa per acquisire al pubblico patrimonio quella bella palazzina neoclassica della Banca d’Italia sotto la Prefettura! Ed ecco la novella rivoluzionaria, miracolosa: il Comune avrebbe la volontà di installarvi una pinacoteca e più esattamente la pinacoteca del costume ciociaro! Una rivoluzione! Un miracolo!
Ecco, dico, il modo più serio e sperimentato per risalire, e a razzo, fino ai primi posti le posizioni che attualmente tengono relegata Frosinone in coda ai capoluoghi italiani, da sempre.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu