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Gennaro TEDESCO. L’Italia meridionale peninsulare nella storiografia bizantina.

L’Italia meridionale peninsulare viene indagata e rivista alla luce di tutte le fonti storiografiche e cronachistiche bizantine nel loro lungo e complesso dinamismo. Da questo originale e particolare angolo visuale la storia del Bel Paese si presenta sempre più come un’Altra Storia, diversa e alternativa nel contesto europeo.

Recensione
Il testo, che qui si recensisce, nasce e si sviluppa in numerosi anni di ricerca, dalla fine degli Anni Settanta del secolo scorso. A quest’epoca molti testi di bizantinistica, dalle fonti fino alla stessa letteratura su Bisanzio, non erano di facile accesso.  Solo a partire dagli ultimi anni abbiamo assistito ad una vera e propria proliferazione di pubblicazioni dedicate a Bisanzio. E se quest’opera, L’Italia meridionale peninsulare nella storiografia bizantina (secc.VI-XIV), può presentare qualche piccolo pregio, esso consiste nel costante e continuo riferimento a tutte le fonti storiografiche e cronachistiche bizantine dal VI al XIV secolo,  che contengono notizie sulle vicende lunghe e complesse dell’Italia meridionale peninsulare nel periodo bizantino. Non è stato tralasciato nemmeno un autore bizantino.
Il quadro dell’Italia meridionale peninsulare, durante il periodo bizantino, che ne scaturisce è quello di un’area strategica fondamentale nel complesso ed estenuante gioco diplomatico, militare e geopolitico dell’Impero Romano d’Oriente. Questa area si configura come lembo estremo dell’Occidente bizantino.
Con alterne vicende, il pendolo del potere bizantino si orienta sempre più verso le rilevanti e importanti regioni microasiatiche d’Oriente, mentre la provincia bizantina d’Italia, ovvero l’estremo Occidente bizantino almeno fino all’XI secolo, continua, malgrado tutto, ad assumere ed a svolgere un ruolo sempre più dinamico nella prospettiva globale e mediterranea dell’Impero romano d’Oriente. Se l’Oriente rimane il caposaldo strategico dell’Impero romano d’Oriente, l’Occidente italo-meridionale, esclusa Venezia che, percorrerà una sua via divergente, rimane l’unico e ultimo baluardo occidentale dell’Impero. Esso,  l’Italia meridionale peninsulare, malgrado tutto ed in ogni caso, diviene la sentinella avanzata, l’osservatorio privilegiato e la piattaforma mobile e strategica di Bisanzio da cui lanciare e sviluppare qualsiasi iniziativa diplomatica e militare nei confronti di intrusi nord-europei o arabo-africani in cerca di conquiste. La posizione centrale nel Mediterraneo della provincia italo-meridionale consente ai Romani d’Oriente di sbarrare il passo a qualsiasi tentativo di aggressione egemonica tendente al monopolio del bacino del Mediterraneo e soprattutto delle sue rotte marittime.
Durante il Medioevo e per lo meno fino all’XI secolo, malgrado intrusioni longobarde, franche, arabe e normanne, la grecità del Sud non solo conservò la sua lingua, il greco, il suo rito religioso, quello greco-ortodosso, le sue tradizioni e istituzioni romano-orientali, ma sperimentò ed aggiornò le sue strutture economiche ed amministrative all’ombra possente del Basileus costantinopolitano.
Le prerogative della piccola e media proprietà contadina di origine greco-romana ebbero un ritorno di fiamma e furono adeguatamente preservate da un potere attento e consapevole dell’intima interconnessione tra salvaguardia della cellula sociale ed economica di base costituita dalla libera proprietà contadina, coesione sociale, consenso politico e stabilità, conservazione ed espansione territoriale marittima di confini e sfere d’influenza “magno-greche” e mediterranee.
Più volte gli strateghi bizantini, lasciati spesso a gestire in modo autonomo, in assenza di risorse adeguate, politiche volte a contrastare piani, alleanze e coalizioni dei nemici nei temi   peninsulari ed insulari dell’Italia bizantina, trascinati da inevitabili ed ineluttabili eredità  storiche e da congenite e oggettive tendenze geo-strategiche, si lasciarono coinvolgere ed invischiare nel tentativo di costruzione e costituzione di un Regno neo-greco del Sud.
Certo non sempre tali tentativi furono del tutto scevri da consistenti aiuti dei nemici dell’Impero romano-orientale, ma, comunque, pur nei loro sistematici e non prevedibili fallimenti, essi riprendevano e riconfermavano caratteristiche linee evolutive di una politica tendenzialmente “nazionale” e mediterranea dove l’elemento ellenico e neo-ellenico continuava a giocare un ruolo fondamentale e strategico.
L’incontro e lo “scontro” di civiltà, che si verifica nell’Estremo Sud della Penisola, è un processo di globalizzazione medievale guidato più che imposto dalla capitale dell’Impero Romano d’Oriente, Costantinopoli, quello che alcuni storici hanno chiamato un processo di bizantinizzazione. Alla fine di tale processo storico gli stessi dominatori dell’Italia meridionale, i Romani d’Oriente, si sono ritrovati un ecoambiente antropico del tutto diverso da quello che forse avevano immaginato e progettato. Latini, Longobardi, Arabi, Armeni, Siri, Slavi, Ebrei, Franchi, Normanni e Greci in quello che i bizantinisti definiscono il “Catepanato d’Italia”, ovvero l’ultima provincia bizantina d’Italia, globalizzano e “cosmopolitizzano” ulteriormente una provincia, quella italo-meridionale,  a sua volta integrata in uno degli Imperi, quello romano orientale, più meticciato e creolizzato della Storia.
Il pendolo della Storia orienta il “Catepanato d’Italia” verso le sponde orientali dell’Impero bizantino, incorporando, rielaborando e metabolizzando influssi persiani, indiani e cinesi, mediati dall’Impero di Mezzo euro-asiatico. E non sono solo influssi culturali, ma anche economici e tecnologici che rendono la provincia italo meridionale bizantina nel panorama desolante di un’Europa ancora stagnante e in riflusso un faro di civiltà.
Il cosmopolitismo italo-bizantino, erede dell’ellenismo greco-romano e del libero scambismo mercantile e culturale del lago mediterraneo,  ritrova la sua più degna ed evidente espressione nella riproposizione e nella riformulazione dell’universalismo giuridico romano, accompagnato e sostenuto da un cristianesimo ortodosso altrettanto universalistico e soprattutto partecipativo.

Gennaro Tedesco, L’Italia meridionale peninsulare nella storiografia bizantina (secc.VI-XIV), Spolia, Roma, 2010, pp.164, euro 21.

Autore: Edward Luttwak

Fabio ISMAN Gli Italiani e l’Arte.

Il  testo ‘Gli Italiani e l’Arte‘ si presenta, oltre che come sintesi divulgativa attentamente documentata, anche come possibile testo scolastico.
Il testo descrive il comportamento degli abitanti della Penisola nei loro rapporti con il patrimonio storico-artistico territoriale dalla crisi economica della  fine del ‘600 ai nostri giorni, lungo un percorso di testimonianze e di documenti, onde capire, alla ricerca di un processo logico, quale sia il vero rapporto degli italiani con i loro beni culturali, senza piaggerie, né forzature ideologiche.
Chiaramente a parlare sono gli antiquari e gli umanisti che hanno visitato l’Italia per tre secoli, nel sovrapporsi delle loro impressioni sugli italiani e delle loro conseguenti operazioni antiquariali, nella ricerca di mettere in  luce, in conclusione, se vi sia un comune sentire degli italiani sull’argomento, o si tratta di singoli comportamenti e di differenze dovute ai diversi contesti  e livelli socioeconomici.
In allegato la copertina con una breve analisi effettuata dall’editore stesso.

Info:
Editore Armando Armando

Allegato: Scheda Armando Armando.pdf

Luigi CERVELLIN Natale MAFFIOLI (a cura di) Il Museo Diocesano di Torino. Catalogo storico artistico.

Con la collaborazione di: Marco Aimone – Arabella Cifani – Paolo Fiore – Luisa Clotilde Gentile – Luca Mana – Lidia Martinelli – Chiara Momo – Maurizio Momo – Franco Monetti – Enzo Omegna – Lorenza Santa – Giancarlo Santi – Carlotta Venegoni.
Introduzione di Cesare Nosiglia.

Lunedì 28 novembre 2011 – ore 11,00
Seminario Metropolitano – Via XX Settembre 83 – Torino

Interverranno:
 – S.E.R. Mons. Cesare Nosiglia, Arcivescovo di Torino
 – Michele Coppola, Assessore alla Cultura della Regione Piemonte
 – Ugo Perone, Assessore alla Cultura della Provincia di Torino
 – Maurizio Braccialarghe, Assessore alla Cultura del Comune di Torino
 – Parteciperanno i collaboratori del Catalogo
Seguirà visita guidata al Museo Diocesano di Torino

Info:
Edizioni del Graffio, pp. 200
Con l’occasione verrà presentato il dipinto restaurato di
V. A. Rapous (La Circoncisione di Gesù – 1793), il lapidario e la sezione araldica
R.S.V.P. entro il 23 novembre Tel. 011 5156408 – Email arte@diocesi.torino.it

Allegato: invito catalogo MDT 28 xi 2011.pdf

Laura FENELLI Dall’eremo alla stalla. Storia di sant’Antonio abate e del suo culto.

Laura Fenelli ricostruisce la figura di sant’Antonio Abate e il culto a lui tributato nel bacino mediterraneo.
«L’Antonio eremita che vive solo nel deserto è lo stesso Antonio circondato di fedeli che invocano la guarigione, l’Antonio accompagnato da un maialetto dei dipinti trecenteschi è ancora l’Antonio dei santini, circondato dagli animali da stalla e da cortile, l’Antonio che cura i malati di fuoco sacro è l’Antonio che protegge il bestiame dalle malattie e la casa del contadino dagli incendi»: queste sono solo alcune delle sfaccettature della figura di sant’Antonio abate e del culto a lui tributato nel bacino mediterraneo nel corso dei secoli.
Attraverso testi e immagini Laura Fenelli ricostruisce una storia iniziata nel IV secolo dopo Cristo che vede l’asceta trasformarsi da santo eremita e poi taumaturgo a santo contadino e protettore degli animali.
Emergono in queste pagine «i meccanismi attraverso i quali si produce una devozione e un ordine religioso si innesta, talea floridissima, su un culto già radicato da secoli, e lo plasma, lo modifica, lo influenza a tal punto da renderlo, a prima vista, quasi irriconoscibile. Quello che la storia e le rappresentazioni dell’anacoreta della Tebaide, Antonio, dimostrano con chiarezza è il complicato processo attraverso il quale anche dalle immagini, costruite per specifiche esigenze di devozione, a memoria di attività economiche e terapeutiche, nascono nuovi testi e nuove leggende, pronte, ancora una volta, a dar luogo a innumerevoli raffigurazioni, in un continuo processo biunivoco di vasi perennemente comunicanti tra loro».
Una vicenda complessa e appassionante come un romanzo, cominciata nel lontano IV secolo dopo Cristo, e che ha visto – nel susseguirsi di leggende, culti, superstizioni e rappresentazioni – la trasformazione dell’asceta da santo taumaturgo a santo contadino e burlone.
Per comprendere questi passaggi basta prendere in esame tre immagini di epoche diverse che ritraggono Antonio.
In un dipinto su tavola del 1353, Antonio è vestito di un abito scuro e di un mantello bruno, è in piedi in un paesaggio roccioso dove germogliano sparuti due alberelli, si appoggia a un nodoso bastone da eremita, reggendo con l’altra mano un volume rilegato. Ai suoi piedi trotterellano due maialetti neri. Accanto
al santo si affollano donne e uomini, rigidamente divisi in base al sesso. Inginocchiati, stanno chiedendo la grazia, la salute, la salvezza per se stessi o per i loro cari.
Due secoli dopo, in un foglio a stampa cinquecentesco variamente riprodotto e di grande diffusione, lo schema iconografico è assai simile, nonostante le differenze di tecnica esecutiva, stile, materiale, contesto. Dettaglio nuovo è quello del fuoco che fiammeggia ai piedi del santo e sembra sgorgare dal trono stesso.
Infine, in uno dei tanti e popolarissimi santini dedicati all’eremita alla fine del XIX secolo sono cambiate le figure che lo attorniano: non più devoti inginocchiati che chiedono la grazia, non più malati e infermi in ginocchio ma animali, una mucca, un cavallo, l’immancabile maiale, e sullo sfondo un paesaggio campestre, dove brucia il tetto di un edificio in pietra, forse la stalla dove Antonio alla fine risiede.
È dunque attraverso l’iconografia che Laura Fenelli indaga con quali strategie viene di volta in volta promosso il culto per Antonio e come vengono costruite le immagini destinate a perpetuarne la memoria.

Autore:
Laura Fenelli, laureata in Storia dell’arte medievale e dottore di ricerca in Storia medievale, è stata dal 2007 al 2011 borsista post-doc presso il Kunsthistorisches Institut-Max Planck Institut (Firenze). Si occupa di questioni di iconografia religiosa, agiografia e storia delle immagini. È autrice di numerosi articoli su riviste italiane e internazionali e di Il tau, il fuoco, il maiale. I canonici regolari di sant’Antonio abate tra assistenza e devozione (Spoleto 2006), monografia dedicata agli aspetti economico-devozionali dell’ordine antoniano.

Indice del volume:
Introduzione,
Il bastone dell’eremita,
Da Atanasio alle leggende medievali,
Antonio, Paolo e le prime comunità monastiche,
Il nemico del demonio,
Sant’Antonio e l’Europa medievale,
Le ossa, la principessa indemoniata e il cavaliere,
I due corpi dell’eremita,
Guarire dal fuoco, punire col fuoco,
Il maiale, il fuoco, la campanella,
Il privilegio del porco, ‘antiqua et approbata consuetudine’,
Attributi e leggende tra interpretazioni e fraintendimenti,
Dal deserto alle campagne,
Conclusioni,
Referenze iconografiche,
Indice dei nomi e dei luoghi.

Info:
Editori Laterza – Sede legale Via di Villa Sacchetti 17, 00197 Roma – sede amministrativa Piazza Umberto I 54, 70121 Bari
Edizione: 2011
ISBN: 9788842097051
Pagine: 208, con ill. – Prezzo: 20,00 Euro
Http://www.laterza.it per acquisti on line.

Paolo NESTA (a cura di). La Chiesa di San Giovanni di Avigliana.

La ricerca, attraverso le fonti documentarie, ha permesso di accertare che anche nel caso del San Giovanni aviglianese valgono le considerazioni formulate da Grado Merlo nel 1987 per Sant’Ilario di Voghera – cui si fa riferimento a p. 19 e alla nota n. 12 – il centro del potere ecclesiastico del priorato di San Pietro (e della prevostura del Moncenisio), nel corso del XIII secolo, per precise ragioni storiche – il noto processo: “villa circa castrum restringere” – si sposta in San Giovanni.

Quest’ultima, dalla precedente destinazione a luogo di culto marginale, si trasforma in sede istituzionale del priorato e, dal Trecento, diviene anche sede del titolare della prevostura. L’ormai periferica San Pietro – col capovolgimento dei ruoli – è emarginata a chiesetta cimiteriale.
L’analisi documentaria si è rivolta ad accertare:
– il progressivo e costante radicamento dell’ente canonicale nel Borgo Nuovo di Avigliana, anche sottoforma di sempre più consistenti acquisizioni patrimoniali in beni terrieri ed immobili, almeno fino ai primi decenni del XVI secolo
– i suoi sempre più intensi legami con le famiglie dell’emergente “borghesia” produttiva del Borgo Nuovo e attiva intorno al castello sabaudo, consolidati dalla diffusa pratica della “recordancia”, su cui si fonda la proliferazione delle cappelle private, a partire dai primi decenni del XIV secolo in San Giovanni
– l’avvicendamento delle intitolazioni e dei patronati privati nella navata – riassunto nella tabella alle pp. 63 – 67, dal Trecento in poi
Il capitolo “Il XVI e il XVII secolo” tenta di mettere a punto il passaggio dalla gestione canonicale e del sistema della prevostura alla formazione postridentina dell’ente parrocchiale.
Lo studio dei documenti è stato utile:
– per mettere a punto una interessante serie di chiarimenti sulla storia architettonica del monumento, riletta attraverso le tracce edilizie, che ancora sopravvivono alle radicali trasformazioni tardoseicentesche
– non mancano indizi – attorno alla antica base del campanile, suscettibili di eventuali indagini archeologiche  – pp. 75 –
– si accenna alla preesistente chiesetta di San Nicola, con la sua unica testimonianza documentaria del gennaio del 1300 
– ci si sofferma su un importante documento importante, quello del 3 novembre 1447 – di cui si dice a p. 39 e 72-73 – che riguarda direttamente il momento da cui prende avvio la costruzione dell’attuale atrio – (intorno a quell’anno si provvede al prolungamento di due campate del vano della navata) – il che comporta il rifacimento, più avanzato verso ovest, dell’antica facciata. Ma le conseguenze che apporta riguardano direttamente la datazione (post quem) di:
– la facciata nuova, con l’affresco della lunetta – p. 99
– il ciclo dei capitelli esterni ed interni – pp. 91 – 95 – con notevoli suggestioni borgognone (e a loro volta diversi da quelli, anticamente impiegati nella vicina chiesa della Trinità, degli Umiliati, di qualche decennio precedenti (intorno al 1420 – 30) e, invece, non estranei a modelli nordico-renani
– i riquadri affrescati dell’atrio – pp. 97 – 105 – tra cui si riconoscono precoci (intorno al 1447 – 52) testimonianze della bottega dei Serra (Bartolomeo Serra); (per affinità, si pubblicano anche particolari degli affreschi, in corso di restauro, della chiesetta di San Bartolomeo, presso il lago Piccolo di Avigliana, antica dipendenza della Sacra).
Un altro capitolo interessante (pp. 109 – 148) è offerto dallo studio e dalla pubblicazione sistematica (per la prima volta a colori), a cura di Mauro Cortelazzo, dell’intera serie dei bacini di primo Trecento che adornano il campanile.
Dal saggio sui dipinti cinquecenteschi, a cura di Fabrizio Fantino – meritevole in ogni sua parte, per la puntuale e accuratissima sistemazione delle opere presenti in San Giovanni, di Defendente Ferrari e bottega, Gerolamo Giovenone e lo pseudo Giovenone – spiccano alcune questioni:
– L’aver riportato l’attenzione sulla santa martire del Museo Canonica di Roma, di certa provenienza aviglianese – p. 157
– l’analisi del Polittico dei santi Crispino e Crispiniano (pp. 162-165) e, in particolare intorno alla questione della data apposta (1535) e, invece, della sua datazione, ricondotta da Fabrizio Fantino al 1525-30, anche con il ricorso alle informazioni raccolte attraverso le indagini riflettografiche di Paolo Triolo (condensate nel saggio successivo – pp. 179-197)
– il nesso tra i trittici e le tavole e il contesto delle istituzioni ecclesiastiche aviglianesi, con solide ipotesi sulla loro provenienza, in San Giovanni, in particolare dalla chiesa agostiniana, dopo la soppressione napoleonica del 1801
Lo studio di Paolo Triolo con il ricorso alle riflettografie è stato esteso, per stabilire utili confronti, anche alla tavola defendentesca con l’Adorazione del Bambino (1511) e consiste, in assoluto, nella prima occasione – veramente sorprendente per gli esiti – cui siano state sottoposte quelle opere all’indagine IR, importante per chiarire le differenze nel ductus pittorico dei diversi maestri (Defendente Ferrari, Gerolamo Giovenone e il cosiddetto Pseudo Giovenone).
Seguono le indagini, ordinate all’interno della navata, cappella per cappella e a partire dall’area del presbiterio, per giungere, secondo un percorso orario, alla bussola, alla cantoria e al soprastante organo di Antonio Bruna, senza trascurare i frammenti di un capolavoro di intagli lignei di primo Cinquecento, pertinenti ad una bottega nordica e più tardi ricomposti a costituire la balaustra del pulpito 
Esse sono poi state utili nel ricomporre la storia degli avvicendamenti di intitolazione e di patronati, su ciascun altare e per delineare il percorso delle trasformazioni delle pratiche devozionali, dai culti tardomedioevali all’affermazione della ritualità postridentina e di quella ottocentesca.
In particolare, si segnala che il capitolo dedicato alla Cappella del Beato Cherubino Testa, la cui testimonianza spirituale rimane viva nella memoria devozionale aviglianese – oltre a ripercorrere le tappe materiali pertinenti all’erezione di quell’oratorio, è corredato di una scheda in cui si ricostruiscono le tappe, a partire dal 1609, della lunga pratica di beatificazione, finalmente giunta a conclusione nel 1865
Inoltre è stato possibile ricostruire la consistenza della “quadreria” sei-ottocentesca, che impreziosiva la navata e gli altari, parte della quale oggi è purtroppo scomparsa, in seguito al furto del 2003; ci si augura che la pubblicazione della relativa documentazione fotografica, precedentemente realizzata, possa contribuire alla restituzione del maltolto.
Lo studio di Maria Paola Ruffino fa il punto sulle testimonianze conservate nel superstite fondo di paramenti sacri, di cui evidenzia la consistenza quantitativa e la particolare natura qualitativa, distribuita tra il XVII e il XIX secolo
Lo studio della chiesa di San Giovanni di Avigliana si conclude con un escursus sul fondo dei vasi sacri, in cui sono raccolti argenti e manufatti distribuiti tra il XVI e la prima metà del XX secolo
Il volume, di complessive quattrocento pagine, è completato dalla bibliografia e da una appendice documentaria, in cui alle trascrizioni delle visite pastorali segue una selezione di atti, considerati tra i più significativi, provenienti da numerosi fondi archivistici, tra i quali l’Archivio di Stato di Torino, l’Archivio Arcivescovile di Torino, l’Archivio Storico Comunale di Avigliana e l’Archivio Parrocchiale di San Giovanni.   

Indice:
Introduzione di Gianni Carlo Sciolla
Le vicende storiche. Da Priorato a Chiesa Parrocchiale. Le origini trecentesche del priorato di San Giovanni
 – Il XV secolo
 – Il XVI e il XVII secolo
 – Indagini sul monumento
 – Ricostruzione sintetica della distribuzione degli altari tra il XIV e il XXI secolo
 – Alle origini del complesso monumentale
 – La chiesa e la domus canonicale
 – Il Campanile
 – La facciata
 – Il lato esterno meridionale della chiesa. Spunti per la lettura della struttura interna della navata
 – Le sculture e gli affreschi quattrocenteschi
 – Capitelli del portale e dell’atrio
 – Cristo in croce
 – Affreschi dell’atrio
Tecnologia, iconografia e fascino simbolico: i bacini in ceramica graffita del campanile di Mauro Cortelazzo
 – I disegni del d’Andrade (1883)
 – La riproduzione dei bacini nel vasellame del Borgo Medievale
 – I bacini ceramici: una scelta decorativa
 – Il Piemonte Occidentale e la diffusione di una classe ceramica
 – La ceramica graffita: un prodotto del medioevo piemontese
 – La datazione del campanile e delle sue ceramiche
 – L’inserimento dei bacini
 – Iconografia e fascino simbolico
 – Considerazioni finali
“Altare ipsum est munitum icona satis pulcra”: i dipinti cinquecenteschi di Gerolamo Giovenone e di Defendente Ferrari, di Fabrizio Fantino
Indagini tecniche sui dipinti conservati presso la chiesa di San Giovanni in Avigliana, di Paolo Triolo
 – Premessa e specifiche tecniche
 – La chiesa di San Giovanni di Avigliana
 – Polittico della Madonna in trono con i Santi Crispino e Crispiniano
 – Mappatura e analisi riflettografica
 – L’intervento dello pseudo-Giovenone
 – La predella
 – La datazione
 – Conclusioni
Ricognizione riflettografica sull’Incoronazione della Vergine con il beato Cherubino Testa e santa Caterina d’Alessandria
 – L’interno: il presbiterio, la navata e le cappelle laterali
 – L’altare maggiore e l’area presbiteriale
 – Le tavole cinquecentesche del presbiterio
 – La compagnia del Santissimo Sacramento
 – Gli arredi dell’altare maggiore
 – Per l’antica icona dell’altare maggiore
 – La cappella di San Luigi Gonzaga
 – La cappella del Beato Cherubino Testa, o dell’Assunta
 – Il Beato Cherubino Testa
 – La cappella dello Spirito Santo
 – Il pulpito Giuseppe
 – La cappella del Suffragio
 – La cappella del Rosario
 – La cappella dei Santi Crispino e Crispiniano
 – La cappella di Sant’Orsola
 – L’organo di Antonio Bruna
 – Gli arredi sacri
I paramenti sacri, di Maria Paola Ruffino
 – I vasi sacri
 – Appendice documentaria
 – Visite pastorali
 – Documenti
 – Bibliografia

Info: 
a cura di Paolo Nesta e con i contributi di Maria Paola Ruffino, Mauro Cortelazzo, Fabrizio Fantino, Paolo Triolo;
© Edizioni del Graffio
Via Abegg, 43 – 10050 Borgone Susa (TO)

Link: http://www.studiograffio.it